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Clima: dopo Parigi

Oltre la conferenza di Parigi sul climadi  Aurelio Viglia (*)

Per interpretare al meglio questa rassegna, si ritiene opportuno fornire alcune chiavi di lettura. A dispetto di dichiarazioni spesso roboanti e anche  esagerate, ancora non è possibile stabilire con certezza quali siano i reali motivi alla base del cambiamento climatico globale che stiamo vivendo. Potrebbero essere cause esterne all’attività umana, cause antropiche o anche una combinazione di entrambe. Quello che è invece certo è la velocità di questo cambiamento che, nel giro di pochi decenni, si sta presentando in tutte le sue evidenze.

 I mutamenti climatici che nel passato hanno interessato il nostro pianeta sono stati veramente drammatici ma si sono sviluppati in archi temporali assai lunghi e questo fa propendere molti studiosi verso le cause antropiche, che sono reali ma anch’esse troppo deboli per giustificare da sole la velocità a cui prima si accennava.

Statisticamente ci si potrebbe trovare anche di fronte a una situazione multifattoriale che sta provocando il mutamento al quale stiamo assistendo.

La precessione degli equinozi

La precessione degli equinozi

Costante solare, nutazione terrestre, altri fattori cosmici e antropici potrebbero essere contemporaneamente presenti in questa matrice.

 In ogni caso la spinta verso una maggiore attenzione allo stato di salute del nostro pianeta è necessaria e ben vengano tutti gli interventi corretti volti  a salvaguardare l’ambiente e a far sì che la febbre del nostro pianeta non si alzi oltre la soglia raggiunta, già di guardia, che potrebbe condurci agli scenari che andremo a considerare.

Quando si parla di aspetti economici associati ai cambiamenti climatici, generalmente ci si riferisce agli effetti che il riscaldamento globale potrebbe apportare soprattutto ai paesi costieri a causa dell’innalzamento dei mari, alle devastanti piogge torrenziali  alle quali stiamo già assistendo, alla nascita di nuovi bacini idrici in terreni oggi oggetto di una fiorente agricoltura e così via.

Tutto questo è vero ma riguarda soltanto la punta di un grande iceberg che ha alla base un fenomeno di ben più ampie proporzioni: l’economia planetaria o, come si suol dire oggi, globale. Globale è il termine, a mio avviso, più corretto in quanto gli aspetti prima citati comportano grandi dispendi di risorse altrimenti destinabili, ma sono fattuali, ossia una volta fronteggiato il danno  si può procedere  per un lasso ragionevole di tempo. I danni all’economia invece no, perché a risentirne sarebbero soprattutto le colture primarie per il sostentamento dell’umanità ed esse si ripetono ogni anno o ogni stagione e quindi il conto è presto fatto, se aree oggi fertili e produttive dovessero andare incontro a condizioni inospitali per le colture primarie.

Oltre a ciò si dovrebbero poi computare i problemi economici derivati e/o collegati che riguardano le grandi migrazioni, l’emarginazione di intere popolazioni e i fenomeni ad esse associati. Non è un mio pensiero, ma un dato storico documentato, che alla base di ogni migrazione o di ogni guerra c’è sempre stato un movente puramente economico anche se alle volte sapientemente occultato o mascherato. Figuriamoci poi se  questo movente economico fosse costituito da una decrescita del PIL globale collocata  tra il 20 e il 30%. Solo al pensiero di queste cifre si aprono scenari inquietanti e meritevoli di grande attenzione da parte nostra e di tutta quella parte di umanità attenta al futuro delle generazioni a venire.

Le considerazioni di seguito svolte si basano principalmente su due recenti studi, che in modo diverso traducono i dati scientifici in previsioni economiche, e offrono anche ai leader politici molti elementi per basare le loro scelte dopo la  conferenza sul clima di Parigi. Un primo studio, pubblicato sul numero 527 di Nature,   indica che la temperatura ottimale per le attività produttive, siano esse industriali o agricole, è di 13° C e che un riscaldamento del pianeta fuori controllo potrebbe ridurre il reddito globale anche del 25%. Marshall Burke e colleghi hanno paragonato le diverse temperature medie annue di 166 paesi tra il 1960 e il 2010, rilevando una relazione tra temperatura e produttività: la temperatura ottimale si colloca su 13°, temperature  più alte o più basse hanno effetti negativi.

Nello scenario di un cambiamento climatico senza interventi di mitigazione, con un aumento di temperatura media di 4,3° entro il 2100, i ricercatori hanno calcolato una diminuzione del reddito globale di oltre il 23% e un impoverimento del 77%  dei paesi. Essi prevedono anche un aumento dei divari, poiché alcuni paesi sviluppati che hanno una temperatura attualmente troppo bassa, come la Svezia e il Canada, si sposteranno nel range più favorevole, mentre molti paesi con un reddito più basso, già penalizzati da una temperatura troppo alta, come la Nigeria o l’India, vedranno un ulteriore peggioramento. In una sola generazione, potremmo gettare alle ortiche molte delle conquiste economiche realizzate finora. Il dato importante da sottolineare è che non si tratta di un fato ineluttabile: “Il clima non è destino – commenta Burke – I paesi possono fare molto, e ci sono molti altri fattori importanti dietro alla temperatura”.

Fig. 2 - Rappresentazione schematica della variazione percentuale del tasso di crescita delle diverse nazioni nel caso di un innalzamento uniforme della temperatura ambientale di 1° C: in rosso, le variazioni più negative, in azzurro quelle più positive (Cortesia Burke et al/Nature)

Rappresentazione schematica della variazione percentuale del tasso di crescita delle diverse nazioni nel caso di un innalzamento uniforme della temperatura ambientale di 1° C: in rosso, le variazioni più negative, in azzurro quelle più positive (Cortesia Burke et al/Nature)

Ad esempio, se la ricerca di Burke e colleghi mostra che i cambiamenti climatici fanno male alla produttività, è vero anche il contrario: migliorare la produttività del lavoro fa bene all’ambiente. Come è già stato spiegato da molti economisti, fra i quali possiamo annoverare Massimiliano Mazzanti (professore di Economia e Management, Università di Ferrara), più di uno studio mostra una conclusione prorompente: la produttività del lavoro si associa positivamente alle performance ambientali, ovvero diminuisce il rapporto tra emissioni di anidride carbonica e valore aggiunto. Spesso le tematiche ambientali sono viste come un freno alla competitività delle imprese ed allo sviluppo di aree geografiche; qui invece abbiamo il risultato opposto alla percezione comune. Aumentare la produttività del lavoro  fa diminuire la quantità di emissioni su valore aggiunto, almeno fino ad un certo livello di produttività. È una conclusione che chi fa politica e prende le decisioni dovrebbe tenere in considerazione.

L’altro studio pubblicato su Nature Geoscience  (Ott. 2015) ha considerato invece un  aspetto locale: l’aumento dei costi provocati dagli uragani negli Stati Uniti, registrato tra il  1900 e il 2005. Finora non era chiaro se questa tendenza fosse dovuta alla maggiore antropizzazione delle coste o a una maggiore intensità e frequenza dei fenomeni. Secondo Francisco Estrada e colleghi, l’aumento delle perdite economiche non è spiegabile interamente con il maggiore sviluppo delle aree costiere, e quindi potrebbe dipendere anche dall’intensificazione dei fenomeni dovuta al cambiamento climatico. In dettaglio, i ricercatori stimano che la componente climatica sia costata agli Stati Uniti dai 2 ai 14 miliardi di dollari nel 2005.

Questo dato, sebbene  molto puntuale, vuole essere soltanto esemplificativo di quello che potrebbero essere i costi incontro ai quali potremmo andare, ma non si tratta soltanto di costi monetari. Si provi per un attimo ad immaginare cosa succederebbe se il livello di tutti i mari si alzasse di un metro, cosa per altro possibile, per un innalzamento di 4,3°C della temperatura globale. Mediterraneo a parte, pensiamo a tutta l’Europa centrale e baltica (ancora in fase di emersione dopo l’ultima glaciazione), la Florida con il Golfo del Messico, la Siberia artica, il Sud-Est Asiatico e così via.

Qui termina la nostra panoramica perché qualcuno si starà già chiedendo: ma cosa c’entra l’attività di Mondohonline con questo scenario e dove vuole arrivare? La domanda è legittima e merita una risposta. Fra le sue numerose missioni, Mondohonline è attiva anche su questi temi: i mondi della nutrizione e la nutrizione nei paesi del mondo, la biodiversità agroalimentare, la volatilità dei prezzi degli alimenti, i prezzi dei prodotti agricoli.

E allora, uno scenario come quello immaginato, per altro non azzardato, comporterebbe certamente uno shortage delle risorse alimentari, leggi fame, accompagnato da una acuita disuguaglianza fra le varie aree del pianeta. Molte popolazioni sarebbero costrette a modificare le proprie abitudini alimentari e quindi ad andare incontro a patologie dismetaboliche. La fame è inoltre una cattiva consigliera e potremmo assistere a migrazioni epocali di milioni di persone alla sola ricerca di cibo. Ma tutti sappiamo che le migrazioni comportano molti altri fenomeni associati e non indolori: proprio in questo periodo stiamo assistendo ad alcuni risultati delle migrazioni più recenti.

Spesso si è portati a non considerare nella giusta luce quello che è appena al di là della nostra percezione più immediata, si ha la tendenza a minimizzare i grandi temi che travagliano il mondo e l’umanità come se fosse possibile delegarne la soluzione, ma la storia ci presenta puntualmente il conto del vivere alla giornata e non in una dimensione prospettica.

Allora, quale vuol essere il messaggio contenuto in tutti questi dati e in  queste riflessioni? Soltanto l’invito ad avere una visione integrata ed unitaria dei grandi temi di rilevanza globale. Scomporre il problema può avere una valenza didattica o conoscitiva ma la sua soluzione avrà sempre una dimensione cosmica indipendentemente che si tratti di scienza, economia o altra disciplina scientifica o umanistica.

 

 (*)  Ph.D,  Pharma e Biotech Consulting

 

 

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