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Biodiversità + Agro = Agrobiodiversità

Agrobiodiversità come bene comunedi Matilde Ferretto (*) (**)

L’agrobiodiversità può essere definita come una componenteagrobio x ferretti importante della biodiversità. La biodiversità è composta dagli stock di materiale genetico contenuti nelle varietà di specie viventi che alimentano gli ecosistemi (capitale naturale) indispensabili ad ogni attività umana. Esiste una relazione tra la qualità degli ecosistemi e l’abbondanza delle specie biologiche: maggiore è il numero delle varietà delle specie biologiche, migliore è il funzionamento degli ecosistemi anche in termini di resilienza agli shock evolutivi.

Come è noto, l’attività umana ha ridotto notevolmente la biodiversità delle specie viventi selezionando, nel processo di trasformazione del capitale naturale in capitale artificiale, le specie più rispondenti alle proprie esigenze. I benefici di questo processo di selezione sono evidenti e misurabili (in termini di produzione, di produttività, di valori di mercato e di benessere) i costi, invece, sono in gran parte trascurati e non misurabili in modo oggettivo. “La ragione è stata ed è che i costi di riduzione della biodiversità sono costi-opportunità misurati dai benefici della preservazione della biodiversità a cui si rinuncia; e questi benefici costituiscono un bene pubblico non valutabile che in parte e in modo imperfetto dal mercato” (Musu, 2015, p. 138).

A prescindere dalle logiche del mercato, infatti, la biodiversità può essere considerata, a livello globale, un bene pubblico (beni caratterizzati dalla non rivalità e non escludibilità dell’uso) in quanto dotata di un valore informativo e di un valore assicurativo teoricamente accessibili dall’umanità intera. In termini informativi, la biodiversità può essere paragonata ad una grande biblioteca nella quale andare a ricercare informazioni e conoscenze accumulatesi nelle diverse ere e nei diversi luoghi; in questo caso, la perdita di biodiversità in un’area del pianeta (distruzione di una foresta) si traduce in una perdita per tutte le altre aree. In termini assicurativi, la biodiversità  può essere considerata una ricchezza alla quale attingere non solo in funzione di un migliore adattamento  agli shock evolutivi ma anche per la ricerca di nuove o migliori risorse per lo sviluppo e la crescita economica. In questo caso, la perdita di biodiversità, soprattutto in senso quantitativo (diminuzione delle specie), si traduce in una perdita che mantiene una valenza globale ma che può avere impatti devastanti a livello locale.

Nella storia dell’umanità la crescita economica è avvenuta, prevalentemente, attraverso la trasformazione del capitale naturale in capitale artificiale non tenendo conto né dei costi relativi alla distruzione di biodiversità né, sino a quando è stato possibile, delle esternalità (per lo più negative) scaricate nell’ambiente e sulle popolazioni. Il processo di crescita economica ha interessato, inizialmente, i Paesi Sviluppati (PS) che, anche per mezzo di tecnologie ad hoc, hanno fortemente depauperato il proprio capitale naturale e gli stock di biodiversità assicurandosi, però, alti redditi e benessere materiale diffuso per le proprie popolazioni. I Paesi in Via di Sviluppo (PVS), al contrario e per ragioni definite di “arretratezza”, hanno mantenuto la gran parte dei propri stock di biodiversità ritrovandosi, però, in una situazione di diffusa povertà.

Sino alla prima metà del XX secolo la cosiddetta separazione tra Nord e Sud del mondo è stata data per scontata – da istituzioni, imprenditori e gran parte delle popolazioni- e le relazioni tra le due parti del mondo erano governate in una logica che, anche nelle azioni non virtuose, può essere ricondotta a quella del mercato. Alle soglie del XXI secolo hanno preso corpo due grandi obiezioni al sistema di relazioni consolidato: da un lato l’intenzione dei PVS e dei Paesi Emergenti di raggiungere livelli più elevati di benessere e di consumo ottenibili attraverso la gestione, autonoma o vantaggiosamente concordata con i PS, delle proprie risorse naturali; dall’altro la consapevolezza che il modello di sviluppo economico sinora adottato, se esteso all’intera popolazione mondiale, supera la soglia di sostenibilità del pianeta continuando, peraltro, a produrre pesanti esternalità negative non solo nei confronti dell’ambiente ma anche in relazione al rispetto dei diritti umani.

Tutte le informazioni che, sia pur brevemente, sono state date in relazione alla necessità di preservare la ricchezza della  biodiversità delle specie viventi e delle loro varietà, assumono ancora più rilevanza se si esamina l’agrobiodiversità, ovvero il ruolo delle diverse specie vegetali ed animali e quello delle tecniche e delle tecnologie impiegate nella produzione agricola. Occorre innanzitutto precisare che il modello agronomico seguito nei PS e, in gran parte, proposto e adottato come modello nei PVS, è quello riconducibile alla cosiddetta “rivoluzione verde”che per mezzo secolo (1940-1990) ha imposto le regole per un’agricoltura rispondente alle esigenze del mercato. In sintesi gli effetti della “rivoluzione verde” sono: industrializzazione dell’agricoltura (produzioni in filiera); dipendenza dal petrolio (meccanizzazione); aumento delle superfici e degli allevamenti medi aziendali (rendimenti di scala crescenti); standardizzazione varietale delle produzioni (commodity); inquinamento di terra, acqua e aria; adattamento delle specie ai trattamenti (OGM); abbassamento della fertilità dei suoli.

Tuttavia, prima di promuovere qualunque critica alla “rivoluzione verde”, occorre precisare che la modernizzazione dell’agricoltura da lei promossa ha consentito alle popolazioni di accedere, almeno nei PS, a livelli di disponibilità di cibo a basso prezzo mai raggiunti in precedenza e anzi, secondo i dati FAO, attualmente la produzione di cibo nel modo è sufficiente a soddisfare le esigenze alimentari del pianeta anche in presenza di crescita demografica (i problemi sono soprattutto imputabili alla mancata efficienza nella conservazione e distribuzione del cibo stesso).

agrobio 2Questo modello continua ad essere proposto e la prima critica che si vuole muovere è in relazione all’affermazione che, nel settore agroalimentare, si sia in presenza di “libero mercato”. I dati (Bocchi, 2015) ci dimostrano che il settore agroalimentare è governato dalle regole dell’oligopolio nel momento in cui 10 multinazionali controllano a livello mondiale il 55% delle sementi, l’84% dei fitofarmaci, il 24% del cibo confezionato. La critica più accesa è però rivolta alla perdita di biodiversità che la produzione di commodity ha già imposto agli ecosistemi: si stima, infatti, che l’85% della dieta nei PS dipenda da dieci specie vegetali.

Questa imposizione della coltivazione di un numero estremamente ristretto di specie varietali non solo comporta la perdita di una parte consistente di biodiversità ma lede i diritti stabiliti a livello degli accordi internazionali, tra Stati ed istituzioni sovranazionali, in merito alla sicurezza alimentare (food security) e alla sovranità alimentare (food sovereignty). E’ infatti altamente improbabile che i 570 milioni di aziende familiari (90% delle aziende agricole mondiali) che assicurano l’80% del cibo prodotto a livello mondiale (circa la metà per autoconsumo) lavorando in aziende con superficie inferiore ai 2 ettari (84% delle aziende familiari) possano sopravvivere eliminando le coltivazioni tradizionali (sorgo, miglio, tapioca, quinoa, ecc.) per sostituirle con varietà selezionate, non sempre idonee ai terreni e alle tecniche di coltivazione ma, soprattutto, esposte alle fluttuazioni di quantità e prezzi dei mercati internazionali.

La FAO (FAO, 1996) in relazione alla sovranità alimentare dichiara che “Ogni nazione ha diritto di mantenere e di sviluppare la propria capacità di produrre gli alimenti di base, rispettando la diversità colturale e produttiva; ciascuno ha il diritto di produrre il proprio cibo nel proprio territorio”. Enunciazioni di questo tipo sono frequenti nei documenti redatti a seguito dei summit internazionali ma, generalmente, alle esternazioni teoriche non seguono applicazioni pratiche da parte degli Stati. Indubbiamente la materia è estremamente complessa perché presuppone la volontà di perseguire un unico obiettivo a livello locale, nazionale e sovranazionale.

I riferimenti in letteratura sono numerosi e, a partire dagli studi di base più conosciuti a livello internazionale (Ostrom, 1990; Sen, 2009) a quelli più recenti nel contesto italiano (Rodotà, 2012; Sacconi e Ottone, 2015),  tutti portano alla necessità di investire in capitale umano affinché si stabilisca una interrelazione tra esigenze e obiettivi locali e globali. Se, per risolvere problemi come la preservazione della biodiversità e della agrobiodiversità, è necessaria la partecipazione di tutti gli agenti coinvolti in uno spirito di gestione del problema come “common-pool resource” in senso sostanziale e non solo formale, è necessario agire in termini di informazione e di formazione collettiva. Diventa perciò essenziale considerare che un tema come la biodiversità, e la agrobiodiversità, trattabile a livello globale come bene pubblico diventi a livello locale un “bene comune” ovvero un bene caratterizzato da rivalità e da non escludibilità: nella gestione del bene tutti possono accedere (non escludibilità) ma la decisione d’uso deve rispettare le soluzioni più efficienti per la collettività (rivalità).

 

(*) Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università Bicocca, Milano

(**) Intervento al Workshop: Agrobiodiversità e Resilienza, organizzato da Mondohonline nel settembre 2015 – Focus: FINANZIARE LA NUTRIZIONE: il sostegno all’agrobiodiversità

Bibliografia citata:

  • Bocchi S., 2015, Zolle. Storia di tuberi, graminacee e terre coltivate, Milano, Raffaello Cortina Editore
  • FAO , 1996, Rome Declaration on World Food Security, Roma, FAO
  • Rodotà S., 2012, Il diritto di avere diritti, Roma-Bari, Laterza
  • Ostrom E. , 1990, Governing the  Commons, The Evolution of Institutions for Collective Action, New York , Cambridge University Press; trad.it. Governare I beni collettivi, Venezia, Marsilio, 2006  .
  • Sacconi l. e Ottone S., 2015, (a cura di), Beni comuni e cooperazione, Bologna, il Mulino
  • Sen A. , 2009, The Idea of Justice, London, Penguin Book; trad. L’idea di giustizia, Milano, Mondadori, 2010.

1 commento per Biodiversità + Agro = Agrobiodiversità

  • laura

    Eh. Tutto vero. “Ogni nazione ha il diritto di …” dice la FAO, ma di fatto c’è uno scollamento tra le azioni governative e i desideri e le aspettative della popolazione minuta, quindi anche dei piccoli produttori e consumatori.

    Vero che tutto passa dalla Conoscenza, dalla Formazione, ma mi pare chiaro che le istanze delle parti deboli del sistema non hanno alcun peso nelle scelte!

    Come sbloccare tutto questo? Non riesco a vedere nuove strade! 🙁

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