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Organic Farming and organic Rice Production Systems

Dossier– di Stefano Bocchi (*)

 

Gli aspetti generali

La Rivoluzione Verde, sviluppatasi nel secondo dopoguerra fino al termine del XX secolo, ha rappresentato un’innovazione in agricoltura focalizzata soprattutto sui prodotti e sui processi produttivi. Essa ha determinato, per molte aziende, una specializzazione e intensificazione colturale, incrementi di produzione, un crescente ricorso a prodotti di sintesi, acquisiti dal mercato. Ciò ha comportato una progressiva diminuzione di autonomia, un aumento di dipendenza dal mercato di prodotti a elevata richiesta di energia fossile, diventati essenziali per le moderne aziende (Gunaratne et al., 2011). La Green Revolution ha causato un crescente impatto sulle risorse ambientali per eccessivi, inefficaci e spesso inappropriati utilizzi di questi mezzi produttivi, per avere proposto un modello di produzione e consumo non sempre supportato da conoscenze scientifiche e comunque non sostenibile (International Food Policy Research Institute, 2013). Anche la ricerca scientifica ha subito una grande trasformazione. Si sono avvantaggiate ricerche molto focalizzate su alcuni particolari aspetti. Sono prevalse sperimentazioni che adottavano e adottano prevalentemente un approccio riduzionistico di causa-effetto. Approccio che ha determinato una frammentazione dei quadri di conoscenza scientifica, ma che in molte situazioni è stato diffusamente adottato perché premiante nei meccanismi di progressione di carriera, all’interno dei centri di ricerca o per le attività private. La diffusione dei prodotti innovativi è stata, nei confronti dell’azienda agraria, di tipo top-down, dall’alto dei centri di ricerca all’agricoltore. L’innovazione è stata, quindi, spesso interpretata non come ricerca del nuovo, dell’inedito ma come perfezionamento dell’esistente, eterodiretta rispetto all’azienda agraria, demandata a circoscritti ambiti disciplinari. La Green Revolution (GR) ha lasciato profondi segni sui sistemi agro-alimentari di tutto il mondo, profondi tanto da mutare anche la scala dei valori e la condivisione di principi attinenti la qualità della vita individuale e sociale.

Già alla fine del secolo scorso erano chiari i segnali che l’intero pacchetto tecnologico previsto dalla GR avesse ormai raggiunto il massimo risultato possibile in termini di ritorno produttivo ed economico per le aziende, e per alcuni autori in diverse situazioni pedo-climatiche ed economiche le performance sarebbero progressivamente diminuite (Cassman et al., 1995). Oltre agli aspetti economici, sempre nello stesso periodo, furono considerati quelli legati alla qualità; alcune ricerche avevano già messo in luce il fatto che gli incrementi delle concimazioni, in particolare quella azotata, potevano determinare una riduzione rilevante della qualità della granella dei cereali (Conry, 1995).

L’Organic Farming (OF) nasce sia come processo indipendente da tutto ciò, sia come reazione e possibile, efficace risposta al degrado delle risorse legato al paradigma della Green Revolution. Fin dalla nascita OF è un cambiamento paradigmatico e si configura come innovazione non tanto di processo produttivo, quanto di sistema: si rivolge all’azienda agraria che è interpretata come un complesso organismo vivente, in continua evoluzione e inserito dinamicamente nel territorio, con il quale dialoga. Tale lettura, già diffusa in ambito agronomico europeo del dopoguerra, riprendeva l’immagine dell’azienda descritta come una cellula vivente, parte sostanziale di un tessuto complesso e in continua evoluzione/trasformazione. Questa visione escludeva, quindi, qualsiasi riferimento all’azienda industriale, come invece proposto dal più diffuso paradigma che avrebbe innovato l’azienda e l’agricoltura attraverso strumenti concettuali e tecnologici tipici del settore industriale (agricoltura industrializzata). Sono queste le forti differenze concettuali e paradigmatiche che avrebbero portato a una contrapposizione tra Organic Farming e agricoltura convenzionale.

Il regolamento comunitario definisce l’Organic Farming come un sistema globale di gestione dell’azienda agraria e di produzione agro-alimentare basato sull’interazione fra le migliori pratiche ambientali, un alto livello di biodiversità, la salvaguardia delle risorse naturali. L’agricoltura biologica, dunque, si pone molteplici obiettivi: produrre alimenti di alta qualità sotto il profilo sensoriale e della sicurezza alimentare; ridurre l’impatto ambientale dei sistemi agricoli; porre attenzione al riciclo della sostanza organica e degli elementi nutritivi allo scopo di conservare la fertilità dei suoli. Inoltre essa vuole favorire, per gli effetti benefici sull’agroecosistema, la presenza di microrganismi, flora e fauna, utili; mantenere la diversità del sistema agricolo e dell’ambiente circostante escludendo l’utilizzo di organismi geneticamente modificati; manipolare i prodotti agricoli, con particolare attenzione ai metodi di trasformazione, mantenendo l’integrità biologica e le qualità essenziali del prodotto in tutte le varie fasi (tracciabilità della filiera produttiva).

Con l’agricoltura biologica si vuole abbassare il livello di energia ausiliaria introdotta nell’agroecosistema, razionalizzando la meccanizzazione delle operazioni colturali, reimpiegando la materia organica prodotta da fonti naturali – l’energia solare – sotto forma di residui e scarti vegetali, letame, concimi organici ed escludendo totalmente l’impiego di concimi chimici e di fitofarmaci di sintesi. Le lavorazioni devono essere eseguite in modo da ottimizzare i benefici sulla fertilità e sulla struttura del terreno, minimizzando gli effetti negativi sull’ambiente. La rotazione è posta al centro come fondamentale strumento strategico e la sua durata è considerata di massima importanza per gli effetti che svolge sugli assetti dell’intero agro-ecosistema.

L’azienda biologica si pone altri obiettivi: attenta agli aspetti economici, considera con attenzione le dinamiche sociali e i rapporti che si possono attivare all’interno di reti che possono moltiplicare i vantaggi soprattutto alla scala locale. L’innovazione di sistema dell’Organic Farming ricerca dinamicamente il metodo di produzione in grado di assicurare l’auto-sostenibilità, la stabilità e la resilienza dell’azienda agraria, favorendo l’utilizzo di prodotti e processi presenti in natura. Il sistema agro-alimentare biologico si muove quindi su quattro principali pilastri: salute, ecologia, equità e cura (IFOAM, 2004)

Alcuni riscontri dalla letteratura scientifica

Un corretto confronto tra i diversi sistemi produttivi, convenzionale, biologico, integrato dovrebbe essere fatto in modo coerente rispetto ai caratteri dei sistemi stessi. Confronti sulle produzioni condotti su parcelle e conclusi dopo pochi anni di attività sperimentale possono generare considerazioni incomplete, imprecise o errate. Il confronto tra diversi sistemi di produzione dovrebbe essere fatto riferendosi ai sistemi aziendali o alle aree territoriali, e protratto per diversi anni di osservazione. Ancora oggi, sistema convenzionale e organico sono confrontati utilizzando varietà costituite in ambito e per l’agricoltura convenzionale.  Raramente sono inserite nelle prove varietà adattate all’organic farming, selezionate per rispondere alle specifiche esigenze e ai caratteri di questo sistema produttivo o a sistemi low input. Sono ancora poco diffusi il breeding for organic agriculture (BfOA o breeding per l’agricoltura biologica), l’Organic Plant Breeding (OPB o breeding dell’agricoltura biologica), il Participatory Plant Breeding (PPB, breeding partecipato) rispetto al predominante Breeding For Conventional Agriculture (BfCA, breeding per l’agricoltura convenzionale). Per approfondimenti si rimanda a Barbieri e Bocchi (2015).

La letteratura scientifica è ormai ricca di lavori di comparazione, che tuttavia rimangono su scale spazio-temporali molto ristrette. Per trarre informazioni, soprattutto in discipline come l’agronomia, l’agro-ecologia, l’economia, la sociologia, i singoli confronti non sono sufficienti.

Solo nell’ultimo decennio, sono apparsi nella bibliografia internazionale non solo rapporti di più ampio respiro da parte di enti internazionali, ma anche più vaste rassegne bibliografiche scientifiche e, soprattutto, studi di meta-analisi, che permettono di aprire adeguatamente il panorama analitico.

Recenti rapporti da parte di organismi internazionali riconoscono all’organic farming i caratteri sopra richiamati e la capacità di innovare i sistemi aziendali, bilanciando i molteplici obiettivi di sostenibilità.  Per questo si prevede un aumento del peso della OF sulla sicurezza alimentare del pianeta (IAASTD, 2009, De Shutter, 2010, National Res. Council, 2010). La National Academy of Science (2010) afferma che le molteplici potenzialità, capacità, funzionalità, che caratterizzano l’azienda biologica, sono la strada maestra per diversificare le produzioni, produrre adeguate quantità di cibo di alta qualità, migliorare le risorse ambientali che sono alla base dei processi produttivi,  innalzare la qualità della vita degli agricoltori e delle loro comunità, con rientri economicamente convenienti.

Diverse rassegne bibliografiche e studi di meta-analisi hanno confrontato le performances del sistema organico con quelle convenzionale e ci forniscono interessanti informazioni. In esse è generalmente individuata una minore produttività del sistema biologico; fino ad alcuni anni fa era quantificata intorno a 30 % o anche valori più elevati. A seguito di verifiche più ampie e aggiornate, emerge un gap produttivo più contenuto, al di sotto del 20 %, e variabile in funzione del tipo di coltura (De Ponti et al. 2012; Ponisio et al. 2015).

Come recentemente mostrato da un ampio lavoro di confronto tra la competitività economico-finanziaria dei due sistemi, organico e convenzionale (Crowder e Reganold, 2015), eseguito su 40 studi precedenti e su 55 colture, nonostante le più basse produzioni che generalmente si ottengono, l’agricoltura biologica risulta offrire significativi vantaggi rispetto a quella convenzionale. Per questo, gli autori affermano che esiste un ampio spazio di diffusione, considerati anche i benefici apportati nel produrre alimenti in modo sostenibile (sustainable feeding the world).  

Viene riconosciuta un’uguale o maggiore capacità di offrire cibo di maggiore qualità (Brandt et al 2001; Baransky, 2014) grazie anche alla minore o nulla presenza di residui di fitofarmaci (Smith-Splanger et al.2012; Luc et al. 2006). Il problema riguardante la contaminazione di micotossine è dibattuto e aperto.

Dagli studi di meta-analisi risulta diffusa la percezione che il processo produttivo/prodotto biologico sia più sostenibile e rispettoso dell’ambiente (environmental friendly) rispetto a quello convenzionale.

I benefici ambientali ottenuti con l’agricoltura biologica rispetto a quella convenzionale includono una generale migliore efficienza d’uso dell’energia (Afoldi 2002; Kaspercyk et al. 2006; Tuomisto et al. 2012); la maggiore quantità e qualità di carbonio presente nel terreno (Afoldi 2002; Mondelaers et al. 2009; Gattinger et al. 2012); una maggiore biodiversità espressa sia sulla flora sia sulla fauna, a tutte le scale fino a quella di paesaggio (Crowder et al. 2010; Goniero et al. 2011; Kaspercyk et al. 2006; Lotter DW 2003; Mondelaers et al. 2009;Tuomisto et al. 2012; Tuck et al. 2012); la minore o nulla presenza di inquinanti del terreno e delle acque superficiali (Afoldi 2002; Mondelaers et al. 2009; Lotter DW, 2003; Goniero et al. 2011).

Le meta-analisi che confrontano gli aspetti socio-culturali sono indubbiamente di minore numero e ampiezza. Da queste emergono le potenzialità dell’OF nel migliorare le dinamiche di sviluppo economico delle comunità rurali e delle relazioni sociali (Mc Rae et al 2007; Gruere et al 2009), nel creare e mantenere un maggiore impiego di lavoro aziendale e stabilire una più forte cooperazione fra gli agricoltori (Prihtanti et al 2014; Mendoza TC 2004).

L’agricoltura biologica nel mondo

Dal 2002 al 2011 sia la superficie, sia il valore del mercato biologico hanno fatto registrare a scala globale rilevanti incrementi. La prima è passata da circa 20 a circa 37 milioni di ha (Chart 78, FAO, 2014 dati 2011; tabella 1). Le vendite di prodotti biologici, il cui valore ha raggiunto 52 miliardi di euro, sono aumentate del 170 %.

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Figura 1. Aumento della superficie dal 2004 al 2011.

 

 

 

 

 

Figura 2. Percentuale della superficie biologica sulla superficie agricola totale (FAO, 2014 dati 2011)

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 L’Europa e l’Africa sono i continenti dove la superficie coltivata con metodi bio ha registrato i trend positivi più marcati, mentre negli altri continenti l’andamento risulta stabile o in diminuzione (figura 1 chart 78 FAO, 2014). L’Europa, rispetto alle altre aree geografiche, raggiunge la più elevata percentuale sul totale della superficie della superficie coltivata (figura 1). Il numero di operatori dell’agricoltura biologica oggi sono ovunque in continuo aumento, ad eccezione del Nord America (tabella 2).

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Nord America e Europa concentrano gran parte del valore di mercato (90 %), mentre le superfici più ampie non sempre corrispondono alle aree dove si raggiungono i più alti valori economici. Ad esempio, il Nord America copre il 50 % del valore di mercato complessivo, mentre il suo peso in termini di superfici coltivate è intorno all’8% (figura 4).

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Al contrario, in altre aree geografiche come Asia, Oceania, America Latina la quota relativa di superfici è di gran lunga più elevata rispetto a quella del relativo mercato. Il dato che emerge è un forte orientamento all’export di molte aree produttrici verso le aree di maggiore domanda, appunto: Europa e Nord America. Inoltre vi sono continenti come l’Oceania in cui il biologico è rappresentato in prevalenza da prati e pascoli con più deboli legami con il mercato.

Nel 2012, l’agricoltura biologica in Europa ha interessato 11,2 milioni di ettari (10 milioni nell’UE), pari al 2,3 % del totale delle superfici agricole europee (5,6 % nell’UE). Nello stesso anno si è registrato un incremento di 630.000 ha, pari al 6 % in più rispetto all’anno precedente. I Paesi con maggiore estensione bio sono la Spagna (1,6 milioni di ettari), l’Italia (1,2 milioni di ha) e la Germania (1 milione di ha). Per quanto riguarda l’incidenza delle superfici bio sul totale dell’agricoltura si distinguono Paesi quali l’Austria, la Svezia, e l’Estonia, che arrivano a coprire il 15 – 20 % delle estensioni agricole totali. In Svizzera, Repubblica Ceca e Lettonia, la quota del bio si aggira intorno all’11-12 % delle superfici totali coltivate nel Paese. L’Italia, che segue a breve distanza con un peso del 9,1%, è comunque nel gruppo dei primi 20 paesi al mondo in termini di maggiore incidenza percentuale di superficie biologica sul proprio totale coltivato (figura 3).

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Figura 3.  Agricoltura Biologica: percentuale sul totale di superficie coltivata nei diversi Paesi. Primi 20 Paesi (FAO, 2014, dati 2011).

Se consideriamo le principali colture, quelle destinate a foraggi e cereali (in entrambi i casi pari a circa 2 milioni di ettari) e a olivo (456.000 ha) sono le più estese. Seguono con oltre 240.000 ha le colture proteiche e la vite. Per quanto riguarda il numero di aziende, nel 2012 sono stati censiti oltre 321.000 produttori (250.000 nella UE) con un incremento del 10 % sull’anno precedente. Dal punto di vista delle dimensioni del mercato, nel 2012 quello europeo è stimato in circa 23 miliardi di euro (20, 9 miliardi nella UE) con un incremento del 6% rispetto all’anno precedente, che rappresenta tuttavia l’incremento più basso dal 2005 ad oggi.

Il paese UE che consuma più prodotti biologici in valori assoluti è la Germania (circa 7 x 109 euro/anno) seguito dalla Francia (circa 4 x 109 euro/anno), dal Regno Unito (circa 2 x 109 euro/anno) e dall’Italia (circa 1,9 x109 euro/anno) il cui peso totale sul mercato EU del biologico è circa l’8 %.

La risicoltura biologica italiana

La superficie coltivata a riso biologico in Italia è negli ultimi anni rimasta costante con poco più di 9.000 ha, quasi tutti concentrati in Lombardia e Piemonte. Questa superficie rappresentava nel 2012 il 3,7 % della superficie totale di riso in Italia, e il 4,3 % (SINAB) del’intera superficie coltivata a cereali biologici (210.453 ha ). Se ci si riferisce alle sole due regioni ove è concentrata la produzione la superficie di riso bio,  rappresenta più della metà (53,8%) della superficie totale dei cereali bio.

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Tabella 4. Superficie totale a riso bio in Italia per regione

La superficie a riso italiano rappresenta il 51,7% del totale EU (dati Eurostat), con questa superficie si copre il 70 % del totale della superficie EU e il 3,8 % di quella mondiale. (IFOAM, 2013).

La produzione di riso biologico (stimata circa 57.000 t) rappresenta l’11% dell’intera produzione cerealicola biologica italiana (SINAB, 2012). Secondo dati del Ministero (SINAB), il comparto pasta, riso, sostituti del pane, è quello che dal 2012 al 2014 ha fatto registrare il più forte incremento (+ 73%) nei consumi domestici.

Ricerche sui sistemi risicoli biologici

Da un’indagine bibliografica effettuata sui sistemi produttivi basati sul riso emergono tematiche molto simili a quelle già analizzate in termini generali.

Una parte dell’attuale dibattito che riguarda lo sviluppo dei sistemi agro-alimentari riguarda il possibile e raggiungibile equilibrio tra produttività e salvaguardia delle risorse ambientali. All’interno di questo contesto, spesso piuttosto chiuso all’interno di logiche che restringono il campo visuale adottando un approccio riduzionistico, il dibattito che contrappone l’organic farming e l’agricoltura convenzionale non è mai cessato.  (Badgley et al., 2007; Connor, 2008; Pretty & Hine, 2001).  Dibattito spesso molto polarizzato tra chi considera prioritaria la necessità di aumentare le produzioni e contrario all’organic farming e chi invece intende salvaguardare le risorse contrastando un modello di produzione e consumo basato sulla risorsa petrolio e poco sostenibile in generale.

Molti studi mettono in evidenza le capacità di OF di ridurre gli impatti, di conservare le risorse acqua, fertilità del terreno, biodiversità, salute ambientale e equilibri sociali. Argomenti spesso ripresi e caldeggiati da istituzioni ed enti di ricerca che operano a scala mondiale (FAO, 2002; Hine, Pretty, & Twarog, 2008; IFAD & Damiani, 2002; Kilcher, 2007; Twarog, 2006; Willer, Rohwedder, & Wynen, 2009; WorldBank, 2009). Non mancano esplicite critiche a OF con particolare riferimento al fatto che questo approccio significherebbe una forte diminuzione di produzione che in Europa e Nord America raggiungerebbe valori di 20–50% (Avery, 1998; Connor, 2008; Mayen, Balagtas, & Alexander, 2010).

A tale proposito sono stati recentemente pubblicati alcuni studi che tentano una sintesi attraverso l’uso d’indicatori che possano fornire informazioni sulla sostenibilità dei due sistemi, OF e Convenzionale.  Marchan e Guo (2014) applicando l’indicatore di efficienza ambientale (Indicator of Environmental Efficiency, IEE)  proposto da (Reinhard, Lovell, & Thijssen, 1999)  confrontano aziende organiche e convenzionali Cinesi, raccogliendo dati dal 2008 al 2012. Gli autori osservano che il processo di conversione non comporta una riduzione della produzione di riso quando i concimi minerali azotati sono adeguatamente sostituiti con quelli organici e quindi non risulta alcun  “technology gap” tra organico e convenzionale. Essi, tuttavia, rilevano come durante il periodo di conversione le aziende organiche non raggiungano una più alta efficienza ambientale. Ciò è dovuto al non sempre appropriato uso di compost e a un’insufficiente conoscenza delle tecniche e strategie possibili. Per questa ragione gli autori auspicano per le aziende organiche una maggiore assistenza da parte degli organismi pubblici e delle agenzie di sviluppo.

Un confronto esteso su diversi anni di osservazione per 10 stagioni produttive (cinque umide WS, Kharif e cinque secche DS, Rabi) è stato effettuato in India presso l’azienda sperimentale del Directorate of Rice Research di Hyderabad, da Surekha e Satishkumar (2014). In questa prova comparativa si sono utilizzati diversi parametri: la produttività di alcune varietà di riso, il bilancio cumulato di nutrienti, la qualità e la salute dei terreni, in termini di proprietà fisico-chimiche e biologiche e l’Indice di Sostenibilità. Con questo confronto, effettuato a scala di parcella, nelle stagioni umide dei primi due anni di conversione le produzioni ottenute con il convenzionale sono risultate superiori del 15-20%. Nelle successive annate si sono livellate. Nelle condizioni di stagione secca questo riallineamento produttivo tra i due sistemi è stato raggiunto più tardi, nel quinto anno. Il bilancio nutritivo è stato più favorevole con OF rispetto al convenzionale per quanto concerne sostanza organica, azoto, fosforo, potassio. L’Indice di Sostenibilità, dopo i cinque anni di prova, è risultato significativamente superiore per OF rispetto al convenzionale (SI org = 1,63 contro SI conv = 1,33).

La gestione della fertilizzazione delle colture ha numerosi riflessi, anche sulle diverse problematiche riguardanti i parassiti e gli stress. Alcuni studi effettuati negli ultimi anni hanno messo in luce come l’uso di concimi di sintesi e fitofarmaci possa influire sugli equilibri ecologici inclusi, ad esempio, l’aumento della presenza d’insetti dannosi e la diminuzione di quella dei nemici naturali, con parallelo calo dei servizi e funzioni eco-sistemici (Lu et al. 2007; Ponce et al. 2011). Tali effetti sono legati anche alle dinamiche di rilascio e di assunzione di elementi nutritivi. I composti organici rilasciano lentamente l’azoto rispetto ai concimi di sintesi e le piante di riso lo assumono gradualmente. Conseguentemente, in tali condizioni, la coltura mantiene al suo interno più basse concentrazioni di azoto rispetto alle colture convenzionali alimentate con concimi minerali, che risultano così più appetite dagli insetti erbivori (Hsu et al. 2009; Staley et al. 2010). Sono questi i presupposti teorici che spiegano i risultati di numerosi studi che hanno messo in  luce come l’uso di fertilizzanti organici rispetto a concimi minerali possa migliorare le condizioni sanitarie della coltura grazie a una minore presenza d’insetti dannosi. (Altieri and Nicholls 2003; Butler et al. 2012; Facknath and Lalljee 2005; Stafford et al. 2012).

Oxya japonica (Thunberg), insetto oligofago che si alimenta di diverse graminacee, incluse le piante di riso, è uno dei più diffusi nelle risaie del Giappone. Causa ogni anno ingenti danni alle produzioni (Kidokoro and Kondo 1998).  Alcuni studi dimostrano che le colture biologiche sono meno attaccate da questi insetti rispetto alle colture convenzionali (Butler et al. 2012). Le caratteristiche qualitative della pianta ospite, influenzate dalle dinamiche degli elementi nutritivi, influiscono sulle preferenze e le performance degli insetti parassiti (Butler et al. 2012; Facknath and Lalljee 2005; Garratt et al. 2010; Hsu et al. 2009; Pope et al. 2012; Staley et al. 2010).  Il contenuto della foglia è un importante elemento nelle dinamiche che influenzano gli equilibri ospite/patogeno di numerosissimi insetti erbivori (Facknath and Lalljee 2005), e in particolare l’azoto appare fattore nutrizionale più critico, in grado di modificare tali equilibri (Mattson 1980; Scriber 1984). Dagli approfondimenti sperimentali effettuati su questo versante, risulta che il sistema convenzionale non solo determini, in particolari fasi del ciclo del riso, un forte aumento della concentrazione di azoto ma vada a toccare anche altri aspetti. In particolare il contenuto di carbonio e il rapporto C/N, altrettanto importanti per gli equilibri ospite/patogeno, sono più alti nelle piante delle colture biologiche. Basandosi sull’ipotesi del bilancio del Carbonio (C–nutrient balance hypothesis; Phelan et al. 1995), si è osservato che le piante con più alta concentrazione di Carbonio hanno una più elevata resistenza agli attacchi di insetti erbivori, grazie alla maggiore presenza di composti fenolici della foglia (Mattson et al. 2005).  In una recente ricerca effettuata nel 2011 in Giappone (Trisnawati et al 2015) si sono confrontate, a scala di appezzamento, le condizioni bio con quelle convenzionali. La presenza d’insetti dannosi sulla coltura convenzionale è risultata fortemente superiore rispetto a quella delle colture biologiche; con gli interventi chimici effettuati in convenzionale si sono ottenute rese più elevate.

Anche gli aspetti qualitativi della produzione sono stati indagati in prove di confronto tra i due sistemi. In una ricerca condotta da Kaur et al. (2015) sulla varietà Basmati (PUSA BASMATI-1) coltivata in parcelle, sono state confrontate le produzioni ottenute con metodo organico e con sistema convenzionale. La prova è stata gestita presso il Govind Ballabh Pant University of Agriculture & Technology, Pantnagar (Uttarakhand), India. La granella ottenuta con le due modalità è stata sottoposta a diverse prove di laboratorio per il confronto secondo proprietà fisico-chimiche, di cottura, e tessiturali. Parte della granella è stata macinata (powdered to flour) per altri confronti.  E’ stato isolato l’amido per l’analisi dell’amilosio, del swelling power, X-ray diffraction, pasting e delle proprietà morfologiche. Il riso lavorato (Milled rice) ottenuto con OF ha evidenziato un maggiore peso unitario e un maggiore rapporto lunghezza/larghezza,  ma un inferiore contenuto proteico. Il riso cotto ha avuto una maggiore tendenza all’allungamento e rapporto di espansione. Il contenuto in amilosio è risultato più basso con metodo convenzionale.

Nella bibliografia internazionale esistono molti lavori focalizzati sulle caratteristiche del granello e sui possibili effetti dei molteplici fattori che, nel post-raccolta, ne possono ridurre la qualità. Qui possiamo solo riflettere su alcuni interessanti risultati, che ci indicano come è ampio il quadro che si apre.  Nel corso di prolungati periodi di permanenza di risone o di riso lavorato all’interno di locali di stoccaggio, i caratteri sensoriali possono alterarsi per diversi processi e si possono verificare attacchi parassitari. Un recente lavoro di Tananuwong e Malila (2011) dimostra come sia possibile adottare efficaci pratiche di immagazzinamento, efficaci tecniche di packaging e interessanti tecniche di analisi di laboratorio per individuare i possibili cambiamenti di proprietà del riso prodotto con metodi di organic farming.

Come già sottolineato, gran parte di queste ricerche è stata condotta con lo strumento della parcella o dell’appezzamento nell’ambito di studi ancora generalmente mono-disciplinari. Ancora rari, infatti, risultano gli studi condotti su scala aziendale o territoriale con approccio interdisciplinare o multidisciplinare, più adeguati per indagare approfonditamente sulle differenze tra Organic Farming e Convenzionale.

A questo proposito si devono segnalare alcune recentissime esperienze che riguardano progetti di conversione all’agricoltura biologica sviluppati a scala regionale, di distretto, di paesaggio o di bacino. Da queste scale emerge chiaramente l’aspetto che oggi viene definito di sistema di innovazione, che richiama i diversi attori che operano all’interno dei sistemi produttivi territoriali a individuare comuni obiettivi e azioni integrate, che invitano quindi privati e istituzioni a collaborare.

L’intervento pubblico in diverse aree del mondo tende oggi a individuare e sviluppare politiche d’integrazione fra le diverse attività di un territorio o di una bioregione. La cosiddetta food policy, in termini attuali, è proprio il tentativo di integrare azioni del settore pubblico e privato per trovare soluzioni sostenibili e qualità della vita, a partire dal sistema agro-alimentare locale (Bocchi, 2015). All’interno di alcuni di questi interventi si promuove il Rice Organic Farming o, meglio l’Organic Farming in generale, a partire da quelle aree vulnerabili, ove si voglia affrontare alla radice il problema dell’inquinamento delle acque; si riconosce all’agricoltura biologica la capacità di prevenzione di forme d’inquinamento diffuso e se ne propone la diffusione. 

I presupposti teorici sono indicati dalle numerose pubblicazioni recentemente comparse nella letteratura scientifica relative alla possibilità di ridurre i processi d’inquinamento delle acque, attraverso un rilevante cambiamento delle agrotecniche a scala territoriale, con particolare riferimento alla gestione dei macro-elementi principali. E’ stato messo in luce come, nella media, l’Organic Farming sia in grado di ridurre i processi di lisciviazione dei nitrati rispetto all’agricoltura convenzionale (Mondelaers et al., 2009; Tuomisto et al., 2012). Tale riduzione varia nelle diverse condizioni tra 30–35%, con situazioni ove raggiunge e supera il 50% (Haas et al., 2002; Hansen et al., 2000; Stolze et al., 2000; Stopes et al., 2002). Ciò è spiegato dal più basso e meglio distribuito livello di azoto totale che facilita il raggiungimento di una situazione di equilibrio tra azoto disponibile e azoto assorbito dalle colture.  Ciò è verificato in particolare quando aumentano proporzionalmente le colture foraggere e i cereali vernini all’interno delle rotazioni (Halberget al., 1995; Knudsen et al., 2006; Korsaeth, 2008; Korsaeth andEltun, 2000).

Anche i rischi di perdite di fosforo risultano minori in condizioni di organic farming (Tuomisto et al., 2012). In realtà le concentrazioni di fosforo assimilabile sono generalmente minori nelle aziende biologiche semplicemente per i minori apporti che queste aziende effettuano (Gosling and Shepherd,2005; Thomassen et al., 2008). Alcuni studi effettuati a scala territoriale dimostrano quanto sopra riportato, come ad esempio quello condotto per la città di Monaco, che mostra come lo sviluppo e la diffusione dell’organic farming migliori significativamente la qualità delle acque potabili utilizzate in città (Barataud et al., 2014a; Grolleau and McCann, 2012). Anche in Francia sono stati avviati interventi di difesa delle acque, promuovendo l’organic farming, in particolare nel bacino di Vittel, dove si stanno pianificando profondi cambiamenti delle pratiche agricole, che prevedono l’esclusione dell’uso di fitofarmaci o l’adozione di disciplinari piuttosto restrittivi nell’uso di fertilizzanti (Barbier, 2008; Gafsi and Brossier, 1997).

Le autorità preposte alla salvaguardia delle acque si sono dimostrate interessate all’organic farming anche per un secondo ordine di ragioni, generato dai non sempre soddisfacenti risultati ottenuti con l’applicazione delle misure agro-ambientali tese a ridurre l’inquinamento diffuso di origine agricola, basate su incentivi per diffondere pratiche meno impattanti sulla qualità dell’acqua.  Diversi autori hanno fatto notare come questi meccanismi in realtà abbiano avuto risultati deludenti, sia in termini di reali cambiamenti delle agrotecniche sia di miglioramento delle acque (Busca, 2010; Kersebaum et al., 2006; Lerner and Harris,2009; Sohier and Degré, 2010). Quindi oggi è considerato più efficace e conveniente promuovere cambiamenti più netti sia della land use sia delle pratiche agronomiche. Questi cambiamenti sono da prevedere laddove si voglia realmente ottenere quanto previsto dalla direttiva quadro delle acque European water framework directive (Fiquepron et al., 2013; Thieu et al., 2011; Volk et al.,2009; Bocchi et al 2011).

Vincent e Fleury (2015) confrontano i risultati di quattro progetti territoriali attivati in diverse aree rurali e periurbane francesi. Essi rilevano le due diverse logiche d’intervento: una sviluppata da operatori coinvolti nella gestione del bene pubblico che intendono migliorare la qualità dell’acqua potabile e che si concentra sui bacini; un’altra ricollegabile prevalentemente a iniziative di operatori privati coinvolti nella produzione agraria che si focalizza sulla promozione dell’agricoltura biologica in aree distrettuali.  Le reti (actor networks) coinvolte nei progetti differiscono in funzione del contesto locale, dei presupposti e degli obiettivi stabiliti. Le reti comunque si evolvono per diventare, in entrambi i casi, sempre più complesse e per includere, col tempo, un crescente numero di operatori presenti nel territorio. Vincent e Fleury descrivono quattro casi-studio di applicazione e sviluppo dell’agricoltura biologica a scala territoriale.

Nell’area di Villefranche-sur-Saone  del dipartimento del Rhône si erano individuati rilevanti problemi d’inquinamento da nitrati e fitofarmaci. Già negli anni ’90 erano stati avviati programmi d’intervento e di applicazione di nuove pratiche agronomiche che gli agricoltori non adottarono, e quindi non si ottennero i risultati sperati di miglioramento della qualità idrica.  L’area fu classificata come sito prioritario di Grenelle e avviato nel 2010 un progetto che abbraccia l’intero bacino, promuove la produzione biologica, indirizza gli ordinamenti colturali degli agricoltori in funzione delle filiere locali.

Il secondo progetto riguarda l’attivazione di una filiera biologica per la produzione di farina nell’area di  Burgundy coinvolgendo numerosi agricoltori della zona ai fini di alimentare il mulino con produzioni di frumento locali provenienti entro un perimetro di 100 km. E’ stata creata una partnership tra le cooperative e i vari attori della filiera interessati alla conversione all’agricoltura biologica. L’intero progetto ha il supporto dell’Agenzia dell’acqua.

Il terzo progetto, sopra già citato, è stato avviato dalla municipalizzata Eau de Paris, che ha la responsabilità di assicurare la risorsa idrica alla città di Parigi. Nel bacino di provenienza delle acque, collocato nella valle Vanne ove la risorsa era contaminata da fitofarmaci, dal 2008  è stato avviato un progetto organico di intervento, che comprende incentivi per gli agricoltori che intendono convertire la propria azienda. Il quarto progetto è stato avviato da un gruppo di 50 aziende agricole del dipartimento di Ardèche con l’intento di passare da una “logica del vincolo ad una logica dell’opportunità” e con una forte propensione a ottenere livelli crescenti di  sostenibilità e  autosufficienza. I cinquanta agricoltori hanno formalmente fondato l’associazione Develop Sustainable Agriculture (DSA), con l’obiettivo prioritario di ridurre fortemente gli impatti agricoli; il progetto di DSA ha ricevuto e riceve fondi anche dall’Agenzia dell’acqua.

In Italia, il progetto Agrocambio, appena avviato con il finanziamento del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali italiano, prevede diverse sperimentazioni su riso, con applicazione di modellistica e simulazione di scenari futuri, sulla capacità dei sistemi colturali di far fronte ai futuri cambiamenti climatici. I risultati potranno essere proiettati su una scala territoriale.

Affidabilità/credibilità, scientificità e altri aspetti complessi  dell’organic farming

L’affidabilità/credibilità è un carattere particolarmente importante per il sistema produttivo agro-alimentare in generale e per quello biologico in particolare. Ciò perché essa riguarda aspetti che, secondo gli autori di un recente articolo (Thorsoe M.H.,2015)   sussistono solo marginali differenze sensoriali tra i prodotti secondo i metodi convenzionali e quelli biologici. Ciò richiede che il consumatore continui a porre fiducia sulla qualità dichiarata dai produttori e dagli operatori della filiera. L’affidabilità è generata da una serie d’interpretazioni, esperienze personali e da varie fonti d’informazione. Elementi come la vicinanza geografica, funzionale o personale, moderni sistemi d’informazione riguardante il processo produttivo e il prodotto, azioni svolte da organismi preposti ai controlli, svolgono un ruolo importante nel mantenere l’affidabilità. Nell’articolo, Thorsoe propone una sorta di analisi allargata di quelle che possono essere considerate fonti di sfida all’affidabilità del sistema biologico, considerato che per molti Paesi, incluso quello del caso studio del mercato Danese che l’autore prende in esame, sono in continuo aumento il mercato e le importazioni di prodotti bio dall’estero. Le otto sfide che il mercato dei prodotti bio dovrà affrontare sono: irrealistiche aspettative da parte dei consumatori; cieca fiducia e/o bassa motivazione di approfondire le proprie conoscenze; valutazione generica e complessiva di tutti i prodotti bio; principi etici troppo ambiziosi; nuovi gruppi di consumatori che introducono nuove aspettative; richieste costanti in un mondo in cambiamento; importazioni e etichettatura; versioni multiple del mondo bio con diversità crescente. L’autore individua i quattro aspetti-base che potranno, se consolidati, mantenere l’affidabilità del settore: coordinamento delle attese; comunicazione delle informazioni richieste; riforma istituzionale; aperta comunicazione dei punti di forza e di debolezza del biologico.

Questi aspetti rappresentano anche una sfida per il futuro che, considerata la dinamica di mercato a livello locale e internazionale, vedrà affacciarsi nuove tipologie di consumatore. Freyer et al (2014), considerate le motivazioni, le abitudini, le percezioni relative al prodotti biologico, classificano la “consumer trust” nelle seguenti tre tipologie: quella del consumatore non informato e  non  particolarmente interessato  (primariamente basata sulle informazioni dell’etichetta); quella del consumatore informato (basata su informazioni scritte sull’etichetta, sui certificati di controllo, sulle informazioni ottenute dai media); quella del consumatore informato e coinvolto (basata sull’esperienza personale, di comunicazione con le aziende agrarie, di attiva partecipazione a network). Per ogni tipologia di consumatore sarà sicuramente utile che siano sempre più efficaci i controlli tesi a individuare e combattere i casi di cosiddetto “falso biologico”. La falsificazione, presente peraltro in ogni settore produttivo, è per il biologico un carattere particolarmente negativo. Bastano pochi casi di falso bio riportati dai media per ridurre, ingiustificatamente per tutto il sistema, la fiducia del consumatore.

Il dibattito si può allargare su aspetti ancora ampi e complessi. Ad esempio, tra sostenitori del biologico e quelli del convenzionale, esiste una reciproca accusa di debolezza nel carattere d’innovazione scientifica e capacità di rispondere alla crescente necessità di aumento di produzione sostenibile.  Banerjee (2010) sostiene che l’organic farming oggi non è agricoltura tradizionale e che i principi ispiratori dell’OF sono più scientifici rispetto a quelli su cui si basa la moderna agricoltura convenzionale. Su un altro fronte, in alcuni ambiti scientifici ancora legati al paradigma della green revolution, si tende invece a vedere nell’organic farming un insieme di tecniche del passato e con insufficienti connotati scientifici.

 

(*) Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali – Università degli Studi di Milano

L’articolo è stato pubblicato in occasione del II Convegno ORP  (Organic Rice farming and Production Systems)  tenutosi a Pavia nel settembre 2015.

 

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