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Opportunità di riutilizzo irriguo delle acque reflue

Il caso di Milano Nosedo nel contesto europeo  

 – di Francesca Pizza (*)

La città di Milano si colloca in un territorio, quello dell’area valliva padana, noto sin dall’antichità per la fertilità dei suoi terreni e per la sua ricchezza idrica. La zona geografica entro la quale si è sviluppata l’area urbana milanese è densa di corsi d’acqua, rogge, canali e fiumi: Milano è in una posizione assai privilegiata da questo punto di vista, essendo equidistante da due importanti fiumi dell’Italia settentrionale, l’Adda ed il Ticino, e trovandosi a breve distanza dal più grande fiume nazionale, il Po, e dai grandi laghi subalpini.

Questa favorevole condizione ne ha permesso un forte sviluppo economico e sociale nel corso dei secoli, in quanto la ricchezza di risorse idriche permetteva di alimentare le principali attività economiche: l’acqua era abbondante per l’agricoltura, la presenza di canali e corsi d’acqua variamente distribuiti favoriva il trasporto di merci e la navigazione, con la stessa acqua derivata dai numerosi canali era possibile far funzionare mulini e fucine, nonché sfruttarla per le quotidiane necessità domestiche.

Milano può quindi considerarsi, a tutti gli effetti, una “città d’acqua”, la cui storia ed evoluzione nel corso dei secoli ha un legame profondo ed innegabile con questa risorsa e con la capacità che i milanesi hanno avuto nel tempo di sfruttare, incanalare, convogliare nella giusta maniera questa notevole ricchezza.

In tale contesto, ruolo essenziale e primario per l’ottimizzazione dell’utilizzo delle acque milanesi è da attribuirsi all’ordine monastico dei Cistercensi[1] : i primi monaci, provenienti dalla Borgogna, s’insediarono in questo territorio intorno al 1135 dando inizio alla fondazione di due importanti monasteri, quelli di Chiaravalle Milanese e di Morimondo, così chiamati a imitazione di due già stabiliti in Francia.

In particolare, lo sviluppo dell’area di Chiaravalle – piccolo borgo che ancora oggi vive all’ombra della sua imponente abbazia, a pochi chilometri dal centro di Milano – è uno dei più importanti esempi di come l’operosità e l’ingegno dell’ordine cistercense abbiano portato, già in epoca medioevale, allo sviluppo di tecnologie assai evolute di bonifica, d’irrigazione e di gestione delle risorse idriche.

In breve, l’attività dei Cistercensi creò ubertosi campi a prati artificiali, le così dette marcite, con un sistema nuovissimo d’irrigazione che prevedeva la geniale utilizzazione delle acque cloacali miste a quelle naturali. La vecchia marcita primitiva consisteva in un campo cinto da un argine, sul quale si faceva stagnare l’acqua di alimentazione durante l’inverno per provocare la decomposizione della sostanza organica ivi accumulata e favorire lo sviluppo di alcune graminacee. Con il tempo e con l’esperienza che si andava accumulando, i Cistercensi perfezionarono la regolazione dell’andamento delle rogge, promossero l’allevamento del bestiame, bonificarono le terre paludose, costruirono mulini, crearono laboratori finalizzati inizialmente all’autosostentamento, fornirono servizi e crearono le premesse per la messa a punto di metodi tecnici sempre più sofisticati. La roggia Vettabbia, antico canale creato in epoca romana con funzioni di scarico di parte delle acque del fiume Seveso e di altri corsi d’acqua minori, fungeva anche da ricettore di gran parte delle fognature di Milano e, attraversando il territorio di Chiaravalle, veniva sfruttato per alimentare le marcite; questa consuetudine rimase viva per quasi un millennio.[2]

E’ all’ombra di così tanto ingegno umano e di queste antiche tradizioni rurali, che si colloca oggi il depuratore di Milano Nosedo, un moderno impianto costruito e messo in funzione tra il 2001 e il 2004 che tratta circa il 50% del totale delle acque di scarico cittadine (portata media 5000 L/s) servendo una popolazione di 1.250.000 abitanti equivalenti (www.depuratorenosedo.eu). Tali acque, purificate con sistemi di tipo meccanico e chimico-biologico, vengono restituite all’ambiente ad un livello qualitativo che ne consente il riutilizzo in agricoltura, secondo quanto stabilito dalle vigenti norme in materia di riuso delle acque depurate (D.M. 185/2003).

In una sorta di continuità contemporanea con quanto messo in atto nei secoli passati dagli operosi monaci cistercensi dell’Abbazia di Chiaravalle e con la forte identità rurale delle zone situate a sud della città di Milano, il depuratore di Nosedo s’inserisce in un contesto già dotato di un proprio articolato sistema irriguo che viene gestito, sin dall’inizio del ‘900, dal Consorzio Utenti di Roggia Vettabbia e che copre un’area di circa 4000 ettari, sulla quale sono presenti ben 90 aziende agricole.

Ma se la città di Milano vanta questa enorme ricchezza di acque, la scarsità di risorsa idrica in molte aree europee (tra cui l’Italia, in particolar modo con il Sud e le isole) ha generato una delle spinte principali verso l’opportunità di recuperare le acque depurate a fini di irrigazione agricola ed industriali. Proprio per fronteggiare l’elevata richiesta da parte di questi importanti settori dell’economia comunitaria, la Commissione Europea ha preso in carico la volontà di molti Stati Membri di giungere ad una normativa comune sul riutilizzo delle acque depurate, che possa costituire una base legislativa condivisa in tutta l’UE e favorire così una virtuosa pratica di recupero e riutilizzo dei reflui purificati. Soluzioni di questo tipo andrebbero a supportare l’agricoltura in aree a forte siccità, dove più è necessario limitare il prelievo di acque naturali ed il conseguente acuirsi di situazioni di stress idrico.[3]

Una recente consultazione sul riutilizzo dell’acqua[4] e la definizione di un piano strategico che punta ad una normativa europea in materia[5], hanno certificato l’importanza del riuso delle acque come soluzione tecnica di grande valore. Tale pratica è utile non solo a fronteggiare la scarsità idrica ma genera anche una serie di connessi benefici: dall’ottimizzazione dei costi del trattamento e della gestione delle reti di distribuzione fino alla promozione dell’innovazione tecnologica di settore, con creazione di nuovi posti di lavoro.

Al momento, però, alcune regole del mercato e spesso l’opinione degli utilizzatori finali in merito alle garanzie di qualità dell’acqua depurata destinabile al riuso, costituiscono ancora una forte barriera all’implementazione delle soluzioni tecnologiche già esistenti e consolidate in molti paesi (si rammenta che alcuni stati membri, quali l’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Francia e la Grecia hanno già proprie normative nazionali che regolamentano il riuso delle acque depurate, praticato da tempo in molte aree).

Per intraprendere un percorso di unificazione delle pratiche di riuso a livello comunitario e ridurre il rischio di possibili disequilibri tra i diversi Stati, nel giugno 2016 la Commissione Europea ha adottato per la prima volta proprie linee guida sul riutilizzo delle acque[6], con lo scopo di fornire un primo strumento documentale utile a supportare una corretta implementazione dei progetti di riuso in tutta l’UE.

Una seconda e fondamentale parte del piano d’azione della Commissione Europea, rispetto al water reuse, è lo sviluppo di standard minimi di qualità[7] per il riutilizzo delle acque nell’irrigazione e nei casi di ricarica della falda. L’incarico di definire questi requisiti minimi di qualità è stato affidato al Centro Comune di Ricerca (JRC – Joint Research Centre), che ha sede ad Ispra, e la stesura del relativo documento tecnico ha richiesto quasi due anni di lavoro, passando attraverso varie revisioni e gradi di valutazione, fino alla versione finale pubblicata a gennaio 2018. Le indicazioni di natura tecnica e i requisiti di qualità riportati nel documento del JRC saranno oggetto di una proposta legislativa che dovrebbe essere presentata entro la prima metà di quest’anno, per poi essere sottoposta al vaglio di Parlamento e Consiglio europeo. Al termine dei necessari processi legislativi e approvativi, si perverrà ad un vero e proprio testo normativo che costituirà la base comune per le attività di recupero e riutilizzo delle acque depurate in tutt’Europa.

Nell’ambito di questi complessi processi tecnico-normativi, la realtà di riutilizzo dei reflui depurati nelle aree agricole peri-urbane di Milano ha rappresentato un concreto e virtuoso caso di studio, richiamato in vario modo nei testi redatti dalla Commissione Europea e dal Joint Research Centre, di cui si è poc’anzi detto. Il caso di Milano e dell’impianto di depurazione di Nosedo, in particolare, hanno suscitato interesse e apprezzamento in ambito comunitario proprio per la forte integrazione tra gli elementi storici e di tradizione del territorio e la moderna realizzazione di un efficiente sistema di trattamento delle acque reflue urbane, che favorisce il sostentamento idrico di un intero comprensorio agricolo a pochi passi dai confini urbanizzati della città.

 

(*) Responsabile Processi e Controlli analitici, Vettabbia S.c.a r.l. e Ing. Roberto Mazzini, Presidente MilanoDepur S.p.A.

Questa relazione è stata presentata il 22 marzo 2018 al convegno di Mondohonline “Nuove resilienze metropolitane da patologie ed emergenze dell’acqua” – Video 

[1] E. De Fraja Frangipane, 2012. I primi ingegneri sanitari: I monaci Cistercensi, IA-Ingegneria Ambientale, CIPA Editore, vol. XLI n. 1: 3-11.

[2] M. Brown, P. Redondi (a cura di) “Dalle marcite ai bionutrienti. Passato e futuro dell’utilizzo agricolo delle acque usate di Milano”, Ed. Guerrini e Associati, 01/2017.

[3] http://ec.europa.eu/environment/water/reuse.htm

[4] http://ec.europa.eu/environment/consultations/water_reuse_en.htm

[5] http://ec.europa.eu/environment/water/reuse-actions.htm

[6] http://ec.europa.eu/environment/water/pdf/Guidelines_on_water_reuse.pdf

[7] https://ec.europa.eu/jrc/en/publication/eur-scientific-and-technical-research-reports/minimum-quality-requirements-water-reuse-agricultural-irrigation-and-aquifer-recharge

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