Newsletter

Vuoi essere aggiornato sui nuovi articoli e sulle nostre attività?

Iscriviti alla nostra Newsletter

L'editoriale

barra1

 

C. A. Rinolfi: 

Gilet gialli a Parigi e giovani volti a Milano

 

Green Economy

barra1

 

franca castellini_2F. Castellini Bendoni: 

Un nuovo alfabeto per la scuola

 

Nutrizione e omotossicologia

barra1

 

D. Mainardi: 

Disbiosi intestinale: probiotici e prebiotici

Facciamo il punto sul riscaldamento globale - 2a parte

Il rapporto  tra agricoltura e cambiamenti climatici   

 – di Mario Giorcelli (*)

“Il 95 per cento della soia prodotta nel mondo è consumata dagli animali d’allevamento – in particolare bovini – dopo essere stata trasformata in mangime”. Ecco perché per produrre un solo chilogrammo di carne bovina bisogna imporre all’atmosfera emissioni per circa 200 chilogrammi di CO2, secondo lo studio della scuola politecnica svedese Chalmers di Göteborg. E solo in Cina vivono 700 milioni di maiali, uno ogni due abitanti, pari alla metà di tutti i suini allevati al mondo. Per sfamare questi animali, che vivono chiusi in gabbie all’interno di capannoni industriali, solo Pechino importa ogni anno 80 milioni di tonnellate di soia, soprattutto dall’America Latina, in particolare dall’Amazzonia brasiliana dove le sconfinate monoculture di questa leguminosa stanno distruggendo uno dei luoghi con il più alto tasso di biodiversità al mondo. Uno dei polmoni del pianeta.

Concludendo questo giro del mondo nel Vecchio Continente, il già citato studio della Chalmers di Göteborg indirizza verso una soluzione precisa per cercare di centrare i target di riduzione delle emissioni di CO2 che si è posta l’Unione europea: bisogna diminuire i consumi di carne bovina e di latticini. Perché la tutela del clima non può prescindere da un cambiamento delle nostre abitudini alimentari.

L’industria agricola e gli allevamenti intensivi, infatti, rappresentano circa un quarto delle emissioni europee” (4).

Le prospettive delle fonti rinnovabili in Italia e le possibili alternative

In Italia, negli ultimi 20 anni, la produzione di energia idroelettrica è diminuita, ma gli impianti di energia eolica e  solare hanno avuto un’elevata diffusione, sostenuta da un vasto consenso. Tali tecnologie infatti  hanno consentito di migliorare la qualità della vita, in particolare nelle piccole comunità delle zone rurali, nelle valli e nelle nostre isole minori.

Riguardo al futuro, nel documento del MISE “Strategia Energetica Nazionale” del 2017,  si legge che “il significativo potenziale residuo tecnicamente ed economicamente sfruttabile e la riduzione dei costi di fotovoltaico ed eolico prospettano un importante sviluppo di queste tecnologie, la cui produzione dovrebbe più che raddoppiare entro il 2030.”

Da qualche tempo tuttavia il consenso nei confronti di questo tipo di impianti si è ridotto, principalmente a causa della loro limitata compatibilità con l’ambiente e, per il fotovoltaico, anche per l’elevato consumo di suolo (5). Gli impianti fotovoltaici di grande scala, infatti, necessitano di vastissime superfici, sottratte all’agricoltura e alla possibile forestazione, mentre le pale eoliche debbono necessariamente essere collocate nei luoghi più esposti, alterando il paesaggio.  

In futuro le pale eoliche saranno ammesse solo in luoghi selezionati, eliminando gli impianti in siti poco ventosi o in aree di elevato valore paesaggistico.  L’energia eolica  prodotta sarebbe comunque incrementata per la maggior efficienza dei nuovi impianti e a seguito di  nuove  installazioni marine.

Per  il fotovoltaico invece “andranno  sfruttate prioritariamente le superfici di grandi edifici e di aree industriali dismesse, le superficie adiacenti alle grandi infrastrutture e alle aree produttive e quelle già compromesse per pre-esistenti attività produttive”, fatta comunque  salva l’incentivazione di installazioni da parte di produttori-consumatori.   

 Le misure riferite al fotovoltaico per i grandi impianti potrebbero rallentare l’indispensabile contributo dell’energia solare nella riduzione dell’effetto serra, se non compensate con politiche alternative.

Una possibile alternativa, ad esempio, potrebbe essere quella di partecipare come Paese associato, previe le necessarie valutazioni, al progetto TuNur (6), che prevede  la realizzazione di una grande centrale elettrica a energia solare in Tunisia.  Inoltre l’Italia potrebbe promuovere iniziative simili in altri Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, come l’Egitto e in prospettiva la Libia.  A parità di superficie degli impianti la raccolta di energia solare nel Sahara risulterebbe infatti molto superiore, senza generare conflitti con altri usi del suolo.

Si potrebbero inoltre formare nuovi legami commerciali utili per favorire la crescita del nostro mezzogiorno.

 I provvedimenti e la struttura amministrativa

In Italia si occupano del tema riscaldamento globale il Ministero dello sviluppo economico (MISE), il Ministero dell’Ambiente (MATTM) e il Ministero dei Trasporti.

Il 9 Gennaio 2019, come previsto dal Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio sulla Governance dell’Unione dell’energia, il MISE ha inviato alla Commissione europea la Proposta di Piano nazionale integrato per l’Energia ed il Clima (PNIEC), redatto congiuntamente dai 3 ministeri sopracitati. Il documento, molto interessante e complesso, è disponibile in rete.

 Altri provvedimenti  rilevanti, ai quali si rimanda, sono:

–  il “Documento di inquadramento e posizionamento strategico – Verso un modello di economia circolare per l’Italia ” 2017  elaborato dal MISE e dal MATTM – approvato il 7 dicembre per passare dall’attuale modello di economia lineare a quello circolare, con un ripensamento delle strategie e dei modelli di mercato, anche per salvaguardare la competitività dei settori industriali e il patrimonio delle risorse naturali;

– la Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, approvata con Decreto del Ministero dell’Ambiente il 16 giugno 2015  con l’obiettivo di definire come affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici, comprese le variazioni climatiche e gli eventi meteo-climatici estremi, e individuare un set di azioni e indirizzi finalizzati a  ridurre al minimo i rischi derivanti dai cambiamenti climatici, proteggere la salute e il benessere e i beni della popolazione, preservare il patrimonio naturale, mantenere o migliorare la capacità di adattamento dei sistemi naturali, sociali ed economici.

Anche i temi del consumo di suolo, della forestazione e dell’agricoltura sostenibile, di grande importanza per affrontare in modo olistico il tema del riscaldamento globale, sono stati oggetto di vari provvedimenti legislativi da parte delle Regioni.

Ma, su scala locale, i veri protagonisti dell’obiettivo emissioni zero non potranno essere che i comuni e le città metropolitane. Infatti spetterà a loro, attraverso norme e regolamenti, recuperare le emissioni che si possono evitare migliorando la coibentazione degli edifici, distribuendo nelle case l’energia prodotta a emissioni zero, incentivando l’utilizzo di energia solare o eolica per i fabbisogni di condomini,  eliminando l’utilizzo di combustibili fossili per il trasporto pubblico e privato. A Milano (e forse in altre città) già circolano autobus alimentati a idrogeno: siamo sulla strada giusta, anche se non ancora vicini alla meta di una città intera a emissioni zero. Abbiamo davanti a noi solo 30 anni per arrivarci. 

(*) Architetto

 

NOTE

(4) Tratto da un articolo di  Tommaso Perron –   AMBIENTE  LIFEGATE – Pubblicato  il 18/6/2017                                                                    

(5) Secondo il documento sopracitato circa 150 km2 classificati agricoli sono stati occupati dal fotovoltaico.

(6) Il progetto TuNur nasce come seguito della gigantesca iniziativa tedesca Desertec, che puntava a produrre energia solare su larga scala in Nord Africa, sufficiente a fornire il 15% dell’energia dell’Unione europea entro il 2050, fallita per mancanza di fondi. La società britannica leader nel settore delle rinnovabili TuNur Limited ha depositato presso il Ministero Tunisino dell’Energia, delle Miniere e dell’Energia Rinnovabile la richiesta per la realizzazione di una grande centrale a specchi e pannelli solari convergenti nel deserto tunisino denominato TuNur.

Parte dell’energia elettrica prodotta sarà esportata verso Malta, Italia e Francia tramite tre distinti cavi sottomarini. Dai rispettivi punti di approdo, l’elettricità verrà poi ridistribuita nel Regno Unito, in Germania e in Svizzera.

Il progetto sarà realizzato da un consorzio di aziende al 50% tra Nur Energie e alcune società di investimento di Tunisia e Malta. La produzione di elettricità del complesso è stimata in circa 4,5 gigawatt. La prima fase del progetto, del valore di circa 1,6 miliardi dollari, potrebbe essere operativa già entro il 2020 con l’approdo di un cavo sottomarino a Malta.

Commenta

  

  

  

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.