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Nutrizione e omotossicologia

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D. Mainardi: 

Disbiosi intestinale: probiotici e prebiotici

Mutazioni e Resilienza . E se...?

– di Gabriella Campioni (*)

In risposta all’articoloDisabili mutanti nella società dei rischi” di Carlo Alberto Rinolfi   

Ho capito che cos’è per me la resilienza anni fa, durante una gita sull’Etna, vedendo un fiore che si faceva orgogliosamente strada in mezzo a una distesa di lava nera e indurita. E un’altra volta, vedendo un albero rigogliosissimo e pieno di uccelli canterini pur avendo quasi tutte le radici praticamente nel vuoto.

Per me, resilienza non è vivere nonostante condizioni avverse o un cataclisma, né sforzo di tornare alla “normalità”: è vivere con un mutamento avvenuto o in atto, armonizzandosi con esso in bellezza e grazia, creando ecosistemi inediti. Forse, chissà, siamo noi ad attribuire sofferenza agli alberi sradicati da un’alluvione: per la Terra potrebbe essere solamente un mutamento, per quanto radicale. Magari un “rinnovamento della casa” che avviene sempre, anche se a volte gradualmente, a volte tutto in un colpo. Panta rei: la Natura – la Vita – non si ferma mai. Un antico inno alla Dea Madre recita: “a niente e a nessuno è consentito rimanere quello che era”.

Chi ha a che fare con una disabilità, “mutante” più dei “normodotati”, è maestro in ciò e può insegnarci molto su un pianeta mutante esso stesso. Ogni volta che una certa situazione ci affligge o ci ritroviamo incapaci di affrontarla, possiamo scegliere di torcerci le mani piangendo oppure di fare della nostra vita un paesaggio nuovo. Il che, in ultima analisi, richiede di trasformare le “disabilità” o le mutate condizioni in risorse, ma richiede anche l’interazione con gli altri elementi del paesaggio, nella fattispecie gli esseri umani… cosa che sembra diventata non troppo facile a dispetto dell’imperversare dei social.

Ad avviso non solo mio, quello che oggi ci sbigottisce di più è che sta cambiando tutto, ma proprio tutto, e tutto insieme e a velocità siderali, mentre in passato cambiava qualcosa ma qualcos’altro restava immutato fornendoci un punto d’appoggio. Nulla è più “normale”… ma qual è la norma e chi l’ha stabilita o ha deciso che sia immutabile? E se fossimo chiamati a una “nuova normalità” consistente proprio nella abilità di mutare attimo dopo attimo, senza dare più nulla per scontato?

Dopo tutto, senza una crisi a nessuno verrebbe mai in mente di cambiare una sola virgola della sua vita. Non arriverei mai a disfarmi di quelle scarpe che mi vanno tanto comode se non fossero ormai sfasciate o non fossero diventate fuori moda o semplicemente anacronistiche… come certi modelli di pensiero o comportamenti attuali?

D’accordo, quella di oggi è più di una crisi: sembra un cataclisma. E se fosse un escamotage della nostra stessa coscienza per costringerci a guardare ben bene in faccia le conseguenze di anni di cecità e sordità nei confronti del pianeta e dell’umanità? E se fosse un escamotage di Madre Vita per costringerci a mettere in moto il libero pensiero per creare un mondo finalmente senza guerre, soprusi, egoismi e quant’altro?

Uno dei grandi accusati per la situazione è la politica – chiedo perdono, oggi preferisco chiamarla partitica (da partire, ossia “dividere”), un inqualificabile ping-pong di voti e insulti in cui i problemi del Paese passano sullo sfondo. Vogliamo dimenticare chi li ha eletti, quei signori, e che il vero sovrano sancito dalla Costituzione è il popolo, ossia tutti noi, ciascuno di noi? A me sembra che ogni governo di qualunque stato sia lo specchio della popolazione… quindi è a noi stessi che dobbiamo guardare se le cose non vanno come vorremmo.

Vero è peraltro – e lo si ritrova in qualche report sovranazionale – che la mutazione è così totale, che le leggi in atto non sono più funzionali, per cui non si sa più che pesci pigliare. Per fare un unico esempio un po’ grossolano, muta la composizione demografica – più anziani e meno bambini, aumentano le “malattie da progresso”  e l’inurbamento – per cui lo stato “mamma” (o mucca da mungere) non ce la fa più a gestire le risorse finanziarie allo stesso modo di prima. Come cambiare? Non ci sono precedenti, dicono quei report, quindi… dobbiamo inventarcelo. Ci serve la determinazione a una resilienza davvero vitale per la sua capacità di armonizzarsi con le mutate condizioni. Ci serve una visione, l’abilità e il coraggio di guardare oltre ciò che appare davanti ai nostri occhi sgomenti.

Non vorrei che il mio tono acceso di poco fa facesse pensare che sono contro la democrazia. Tutt’altro! Penso però che anch’essa, come tutto, abbia bisogno di un rinnovamento, magari diventando ancor più concretamente “governo del popolo”. Forse, votare, che è stato una conquista fondamentale, ora non basta più anche perché, in fondo, è un delegare pur se a persone che sono o dovrebbero essere esperte e di specchiata onestà. Fino a dove possiamo o vogliamo delegare?

Credo di poter affermare che le grandi mutazioni sociali – come si suol dire, nel bene e nel male – sono partite da qualcuno che aveva una visione, che immaginava il mondo in un certo modo con tanta intensità (e forse al momento giusto), che quella visione smise di essere un’utopia per diventare un modello che si concretizzò grazie all’azione. Oggi sembriamo non averne, di grandi visionari. E se fosse perché è richiesto a ognuno di creare una propria visione e diventare artefice del cambiamento stesso, e non più un mero consumatore passivo? Se l’individualismo nel quale sembriamo piombati fosse una premessa per la formazione di liberi pensatori? Certo, ci vorrebbe un’educazione ad hoc… Ma se l’educazione fin qui attuata non funziona più, che fare? Il problema è molto, molto complesso, variegato e fittamente interrelato. Ma a mio avviso l’unica è davvero rimboccarsi le maniche, ognuno di noi, nel suo piccolo o minuscolo. Personalmente, penso che prima o poi le idee si diffondano per vie misteriose, “eteriche”, e conto sulla silenziosa ma inarrestabile costruzione di una “massa critica” che un bel giorno (possibilmente presto, ma dipende da noi) faccia scoppiare una vera pace e una vera presa di coscienza. Sembra quasi una questione di mercato: l’offerta di leggi che affrontino concretamente il disastro arriverà quando ci sarà una domanda pressante. Un po’ come la domanda/offerta di “bio” nei supermercati… Se noi non domandiamo, nulla verrà fatto.

Vero è, peraltro, che ci sono sempre più “piccoli visionari” che si rimboccano le maniche negli ambiti più disparati. E noto con piacere che qualche testata giornalistica comincia a pubblicare le cosiddette “buone notizie”. Un ottimo primo passo, ma a mio parere lo si può ulteriormente adeguare alla grande mutazione in atto. Per fare un esempio, immagino una pagina di giornale su un cui lato si riporta un episodio di razzismo, ma a fianco, possibilmente più in grande, si riportano iniziative che parlano di integrazione: “buone notizie” specifiche rispetto alle “cattive”, nello stesso ambito, insomma. Sarebbe un po’ come dire: “questo no, ma questo sì, è praticabile”, che poi è il metodo per educare un bambino. Usare, come spesso si è fatto in passato, solo i “questo no, ti è proibito” può portare alla nevrosi, a una perdita di autostima… o alla voglia di infrangere le leggi. Forse molti di noi “non più giovanissimi” sono stati tirati su in questo modo…

I vantaggi che se ne ricaverebbero sono diversi, ovviamente sempre a mio avviso, a parte l’offrire modelli praticabili specificamente a fronte di quelli che si stanno dimostrando obsoleti e improduttivi. Diminuirebbero la paura e il senso di impotenza, fautori di pericolose derive reazionarie e di violenze. Si capirebbe che sì, stiamo attraversando un periodo difficile, che però potrebbe anche essere straordinario perché ci offre l’opportunità di rinnovare questa casa comune che chiamiamo mondo. Si capirebbe che non siamo prigionieri di un fato ineluttabile, stiamo comunque facendo un po’ di strada in prima persona. Mi immagino persino i giornalisti a caccia di scoop di stampo ben diverso dall’attuale. Stimo profondamente il loro lavoro, tuttavia penso che, per quanto obiettivi e devoti alla verità siano, sono pur sempre esseri umani, dotati di un loro modo di pensare, e che per forza di cose esprimano e stimolino opinioni. Non sarebbe bello se stimolassero fiducia, voglia di impegnarsi, determinazione a costruire anziché paura e sconforto?  Se aiutassero a passare da una mentalità problem-oriented a una solution-oriented?

Infatti la vera protagonista da chiamare in scena è, oggi più che mai, la mentalità, ovvero la coscienza. Riporto tre frasi dette da Einstein (o attribuite a lui): un problema non può essere risolto con la stessa mentalità con cui è stato creato; è follia sperare di ottenere risultati diversi facendo le stesse cose; la ragione vi porterà da A a B, l’immaginazione vi porterà ovunque. Oltre alla razionalità, che pure è preziosissima e imprescindibile, abbiamo altre facoltà tra cui l’immaginazione, madre della creatività, indispensabile per evocare l’inedito. Ebbene, usiamole, risvegliamole! Oggi esistono persino tecniche per re-imparare a farlo. Dopo tutto, dalla tappa pur fondamentale dell’Illuminismo è passato un po’ di tempo…

I “piccoli visionari” di oggi sono persone che – ma sono solo esempi – realizzano orti o aiuole sui tetti dei grattacieli o nelle strade; vanno a ripulire le rive dei mari, dei laghi o dei fiumi; lasciano la città e il consumismo per rivitalizzare vecchi edifici o borghi; inventano biblioteche condominiali; trovano vie impensate per il recupero, il riciclo o il riuso della plastica o di altre materie; proclamano il diritto ad avere oggetti non “a obsolescenza programmata” e istituiscono luoghi in cui aggiustarli per darli a chi ne ha bisogno… Alcuni di loro sono pensionati, altri giovani o giovanissimi, come ad esempio Greta Thunberg. Come “effetto collaterale” tutte queste iniziative, alla fine o all’inizio, diventano modi per fare gruppo, per ritrovare il gusto del contatto umano diretto.

Esistono anche “bandiere” che identificano il bisogno di novità. Si chiamano democrazia partecipativa, cittadinanza attiva, gestione sussidiaria dei beni comuni e altro ancora. Alcuni dei report sovranazionali lo chiedono, riconoscono che i governi non ce la fanno più. Ed esistono organizzazioni che raggruppano ed esaltano le iniziative di cui sopra. Su Internet ce ne sono diverse, basta volerle cercare.

Nel suo articolo, Carlo Alberto Rinolfi si dichiara scettico riguardo alla possibilità che queste iniziative possano “anche solo fronteggiare in tempo utile l’enorme impatto dei cambiamenti in corso.” Condivido i suoi timori, ma al tempo stesso ho una grande fiducia nella capacità di resilienza del nostro Pianeta e – ebbene sì – negli esseri umani nonostante tutto… anche se riscontro più volte che non ci decidiamo a prendere posizione o ad agire finché non siamo con il sedere davvero per terra. Ho ben presente che, con tutto l’internet e la TV, quella che ci arriva è solo una fetta della realtà. L’altra fetta, quella della gente che fa o semplicemente continua a credere nella possibilità di un futuro, viene bellamente ignorata. Perché? A chi giova?

Lo credo vero: stiamo navigando a vista in acque inesplorate. Ma non è forse così che sono stati scoperti nuovi mondi? Dando loro la giusta attenzione e creando modi per collegarli, quei “piccoli visionari” potrebbero diventare una rete di fari e di sirene che aiutano a superare in grazia e bellezza le nebbie, gli incagli e gli insabbiamenti. Se l’unione fa la forza, ne consegue che la separazione fa la debolezza. E che cos’è più separativo della paura? L’etimo della parola diavolo, la personificazione del male e della paura, è proprio “separare”… E se domani i nostri figli e nipoti ce ne chiedessero conto?

(*)  Educatrice – Istituto Cosmòs e MondoHonline

 

Non dite che siamo pochi

e che l’impegno è troppo grande per noi.

Dite forse che due o tre ciuffi di nubi

sono pochi in un angolo di cielo d’estate?

In un momento si stendono ovunque…

Guizzano i lampi, scoppiano i tuoni

e piove su tutto.

Non dite che siamo pochi,

dite solamente che siamo.

                                             (Lee Kwang Su)

 

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