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Gilet gialli a Parigi e giovani volti a Milano

 

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Gilet gialli a Parigi e giovani volti a Milano

Opposti volti di un’unica mutazione – di Carlo Alberto Rinolfi (*)

Tutti possediamo quel giubbotto di sicurezza ad alta visibilità per quando la nostra vettura è in panne e vogliamo evitare di essere investiti dalle auto in corsa.

I nostri cugini d’Oltralpe lo hanno indossato inizialmente per non essere investiti da una tassa sui carburanti e schivare le multe legate ai nuovi limiti di velocità sulle strade extraurbane. Poi i giubbotti sono arrivati in città, e da mesi li vediamo negli assalti e scontri urbani con la polizia.

La protesta è dilagata a partire da una Francia extraurbana, quella che vive e lavora grazie all’automobile, non arriva a fine mese e si sente esclusa da città ben servite ma con affitti e costi della vita troppo alti. L’automobile, il primo simbolo di libertà individuale su cui si è fondata la fiducia nella società dei consumi, ha innescato una carica socialmente così esplosiva da far tremare il governo di Macron.

“Disporre di un reddito minimo adeguato… poter consumare come chi sta meglio…zero tasse per i carburanti… libertà di uso dei mezzi privati per lavorare, accedere ai centri commerciali, parcheggi gratuiti … ”  Queste le prime rivendicazioni alle quali si sono via via aggiunte tante altre da prefigurare quasi un  “cahier de doléances “ da Francia prerivoluzionaria. Così da mesi ormai una folla senza bandiera, partito e ideale offre il fianco alle strumentalizzazione delle estreme e rinnova a Parigi l’assalto ai forni del Manzoni.

Sono richieste e comportamenti in netto contrasto con quelli espressi dai ragazzi scesi in piazza a Milano e in altre città del mondo per salvare il pianeta e ridurre il riscaldamento globale.

“Abbiamo un solo pianeta… i polmoni sono rotti…  che i politici ascoltino gli scienziati… mancano 1,5 gradi alla fine del mondo”

Non maschere sul viso e giubbotti che uniformano, ci sono solo i volti di giovani e giovanissimi umani sui quali stentano ad apparire i sorrisi che quell’età meriterebbe. 

Da un lato umani mascherati e dall’altro ragazzini e  mappamondi in barella.

Eppure entrambi i fenomeni in questione fanno parte di una unica Era, quella dell’Antropocene.

Due aspetti contrastanti di un’unica realtà globale che si accentua nella vecchia Europa ma riguarda tutto il pianeta e punta il dito d’accusa contro i politici in generale.

Quali sono le radici di modi d’espressione così difformi?

Da un lato adulti appartenenti a “generazione X e parte dei millennials” esclusi e in difficoltà. Sanno usare bene internet e le tecnologie web che facilitano una vita sempre più frenetica, il lavoro flessibile e i consumi del proprio target.  Soffrono l’abisso esistente tra le prestazioni della rete e quelle delle strutture burocratiche o industrializzate. In gran parte deideologizzati, non si riconoscono in un partito, cambiano opinione e personalità alla bisogna e sembrano comportarsi in modo de–individualizzato.

Dall’altro lato giovanissimi e adolescenti della “Z generation”. Sono nativi web che sembrano tentare una re-individualizzazione con un agire pratico e creativamente collettivo ma, nell’uscire dal mondo virtuale e superinformato in cui giocosamente sono nati e cresciuti, si accorgono che quello reale sta per giungere alle sue battute finali.

Entrambi vivono a contatto quotidiano con l’algoritmo web industrializzato che tende a omogeneizzare i comportamenti e i pensieri, entrambi fanno politica nelle piazze delle città saltando i corpi intermedi e puntando il dito sull’establishment reo di non possedere idee, volontà e istituzioni adeguate.

I primi guardano però più in basso, sul loro presente e sul loro spazio, pronti a far saltare qualsiasi governatore che adotti scelte restrittive nei confronti della libertà di movimento garantita dall’autovettura personale e qualsiasi governo in odore di austerità. Sembra quasi che la loro speranza sia di poter ottenere ancora il necessario per evitare di finire sotto i ponti. In questo senso i gilet sono ovunque e pronti a reagire anche per provvedimenti che, in nome della qualità ambientale di una città, aumentano le tasse o aggravano le condizioni materiali di chi proviene dal suo esterno.

I secondi, alla evidente ricerca di una loro individualità, guardano nel tempo plurigenerazionale e nello spazio globale spiazzando completamente anche i più grandi politici del pianeta. Li denudano politicamente guardandoli dal basso in alto. Con poche frasi evidenziano la profonda dissonanza cognitiva loro e delle istituzioni che rappresentano, ONU e UE, OMS, Stati e Municipalità comprese. Tutti i poteri appaiono di cartapesta e responsabili del disastro finale al punto da rendere stonata la loro semplice presenza nelle piazze dei ragazzi.  Sembra che la loro speranza sia riposta in quella parte negli insegnanti che li hanno incoraggiati e soprattutto nella comunità scientifica che fa modelli di un disastro al quale una parte di lei stessa ha collaborato.

Ma mentre Parigi trema, cosa fa Milano oltre ad accogliere gli scout e i giovani impegnati nelle Associazioni di volontariato e Onlus che chiudono il circolo virtuoso della re-individualizzazione con un’azione pratica e umanitaria?  

Anche in questo caso ogni confine nazionale è sfondato dal “siamo persone umane prima di essere italiani”.  Il messaggio è chiaro, non esiste più un territorio, una comunità, un umano isolabile e separabile dalla dimensione planetaria. La partita si gioca tra chi si illude di poter alzare i ponti levatoi e chi sa che la via dell’integrazione è l’unica scelta virtuosa disponibile. Chi pensa che l’intento umanitario sia scisso dalle necessità a un tempo cosmiche e apolitiche dell’Antropocene commette un grave errore.  Il rischio climatico, come quello migrazionale, sfonda ogni confine territoriale va oltre gli usuali tempi elettorali o generazionali.

Vale anche per Milano e per l’esercito delle mastodontiche piovre urbane che sul loro un piccolissimo spazio generano il 70% del riscaldamento e dell’inquinamento globale con i loro consumi, abitazioni e trasporti diretti e indotti.

Sui trasporti a terra Milano sta promuovendo la sostituzione del parco macchine in entrata e in uscita con la istituzione di aree ad accesso limitato che, in carenza di servizi pubblici sostitutivi, rischiano però di costringere chi possiede auto più datate, e redditi meno elevati, a sostenere il rilevante costo di un rinnovo accelerato.

L’amministrazione cittadina dovrà affrontare il sovraccarico economico richiesto ai residenti sui quali graverà anche il potenziamento di trasporti urbani elettrificati e ai non residenti che rischieranno nuove multe e ulteriori tempi di attesa prima che gli annunciati nuovi mezzi, tranvie e treni siano in grado di raggiungere i piccoli comuni limitrofi.

L’inquinamento globale imputabile ai trasporti a terra di Milano cambierà però in misura molto relativa sia per l’elettricità che proverrà ancora in grande misura da fonti non rinnovabili, sia per gli ancora irrisolti problemi di produzione e smaltimento delle batterie dei veicoli elettrici. Effetti che si scaricheranno su comunità e paesi lontani dalle mura della città.  

Lo sforzo sarebbe però inutile senza un serio intervento sui riscaldamenti cittadini rei di emettere più polveri sottili di tutte le auto circolanti in città ed infatti il Comune prevede interventi in questa direzione.  

Auto e palazzi, dunque, due formidabili corni di uno stesso problema energetico che pone di fronte a scelte strategiche sul piano delle tecnologiche. Un errore in questo caso sarebbe difficile da recuperare, sembra  quindi opportuno fare i conti con il passaggio all’Economia all’idrogeno di Jeremy Rifkin di cui la UE si sta occupando con la poco nota Hydrogen Roadmap Europe ”.

Ma i palazzi e i trasporti sono solo fonti inquinanti “visibili” dai milanesi; ad essi vanno aggiunte due altre formidabili idrovore “poco visibili” ma ad altissimo impatto, ben più dannose delle prime ma poco normate, neppure considerate  da Cop20  e poco percepite dalla cittadinanza.

Sono le navi cargo che solcano i mari per rifornire Milano di merci e alimenti a basso costo coi loro carburanti massimamente inquinanti a cui si sommano le emissioni dei trasporti aerei che fanno capo a Malpensa e Linate.

Se è vero che il decollo di un solo areo di linea a Linate inquina quanto centinaia di auto euro zero, e che poche decine di super cargo inquinano come tutto il parco macchine mondiale,  queste voragini inquinanti indotte dagli scambi delle città rientrano negli impatti a loro carico.

Inutile osservare che lo sviluppo di questi trasporti è essenziale per gli scambi mondiali e che la loro crescita è in grado di annullare tutti gli sforzi che Milano è impegnata a realizzare.

In questo caso il tipo di intervento sembra esulare dalle variabili istituzionali tradizionali e sembra richiedere ulteriori iniziative politiche, di advocacy, tecniche, giuridiche per supportare l’azione degli organismi internazionali. E’ la realtà cosmopoliticizzata – non normata – che sfugge alle Nazioni ma che attiene ai beni comuni globali più vitali per l’umanità.

La dimensione degli impatti e i tempi scanditi dall’ultimo rapporto IPCC, non consentono di passare la palla o di limitarsi a invitare i milanesi a preferire alle banane delle Americhe le ciliegie di Bareggio, non far più crociere e volar di meno.

Milano può portare avanti anche questa battaglia e continuare a giocare il ruolo di città aperta e globale gioiosamente apparso all’ombra della Madonnina. Far parte attiva di C40 Cities” ( l’associazione che collega 90 delle più grandi città del mondo e rappresenta oltre 650 milioni di persone e un quarto dell’economia globale)  è un ottimo passo in questa direzione anche se sembra esserci ancora del lavoro da fare per integrare ulteriormente il focus dell’attenzione degli interessi locali con una altrettanto adeguata attenzione alla natura globale dei danni dell’Antropocene.

(*) Presidente Mondohonline

ArcipelagoMilano ha pubblicato l’articolo il 1° aprile 2019

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