Newsletter

Vuoi essere aggiornato sui nuovi articoli e sulle nostre attività?

Iscriviti alla nostra Newsletter

L'editoriale

barra1

 

C. A. Rinolfi: 

Gilet gialli a Parigi e giovani volti a Milano

 

Green Economy

barra1

 

franca castellini_2F. Castellini Bendoni: 

Un nuovo alfabeto per la scuola

 

Nutrizione e omotossicologia

barra1

 

D. Mainardi: 

Disbiosi intestinale: probiotici e prebiotici

Glutine? sì, grazie …ma quello dei nostri grani antichi

di Aurelio Viglia (*)

Sappiamo ormai da tempo che la celiachia, sindrome da intolleranza al glutine, è in forte aumento e che negli ultimi cinquanta anni essa è addirittura quadruplicata. Poiché la sindrome è strettamente collegata a carenze enzimatiche in grado di metabolizzare correttamente questo complesso proteico contenuto nelle farine del frumento, un così drammatico aumento non è spiegabile con fattori genetici.

Le cause sono state rintracciate nelle modificazioni intervenute in molte cultivar di grano, a seguito delle selezioni e delle modificazioni genetiche operate dall’uomo per ottenere specie più confacenti all’interesse economico degli operatori della filiera cerealicola e che hanno condotto da una parte a specie a ciclo colturale breve, resistenti all’allettamento, con alte rese per ettaro, resistenti ai parassiti animali e vegetali e contenenti amidi con tenacità e plasticità tali da fornirci farine per qualsiasi impiego e impasto a seconda delle esigenze dell’industria delle paste alimentari.

Accanto a questi successi, le selezione e le modifiche genetiche hanno condotto a grani con tenori di glutine altissimi, a glutini sempre più complessi, difficili da metabolizzare e quindi in grado di trasformare i celiaci border-line in celiaci conclamati con tutti i rischi di shock anafilattico che la celiachia comporta.

Ora, se ci fate caso, l’industria alimentare per soddisfare certi requisiti della filiera granicola ha dato vita a un secondo (ma non per importanza) filone di prodotti dietetici farmaceutici o parafarmaceutici per andare incontro ad un bisogno che essa stessa ha creato, ossia la celiachia. E così la macchina economica continua a macinare profitti su profitti  sulla pelle dei portatori di questo handicap.

Venendo al concreto, in Italia da indagini svolte dallo stesso autore di questo articoletto, il grano antico più richiesto è il Kamut, brevettato negli USA ma di origine mediorientale. In Italia, fra gli oltre 100 di cui disponiamo, abbiamo un antico grano siciliano, il Tumilia o Tumminia che ha caratteristiche generali di gran lunga superiori e un glutine molto interessante anche per i celiaci. Nonostante questo, la politica commerciale di chi detiene il Kamut fa sì che la clientela sia fortemente fidelizzata e richieda quasi soltanto Kamut.

Ma il fiore all’occhiello dei grani antichi italici è il Monococco

                          Grano monococco

che è comunemente conosciuto come “piccolo farro” ed è l’unico cereale che, nonostante contenga glutine, non scatena le classiche reazioni allergiche in soggetti celiaci o con gravi intolleranze alimentari. Infatti, rispetto al grano tenero, il Grano Monococco contiene un glutine più digeribile e meno tossico per l’organismo.

Fino all’età del bronzo, questa varietà di grano ha costituito la base della dieta per le popolazioni agricole fino all’arrivo di prodotti più produttivi e di facile trebbiatura. È stato recuperato in anni recenti quando ha cominciato a diffondersi un concetto sostenibile di agricoltura nel rispetto della biodiversità e dei prodotti tradizionali locali.

Gli studiosi attribuiscono a questo grano una presenza continuativa nel bacino del Mediterraneo  di oltre trentamila anni, ma più che gli anni contano tutte le proprietà generali di questo grano che potrebbe entrare nella dieta dei celiaci come prodotto normale e non farmaceutico.

               Grano duro

Per concludere, sui grani duri, sui grani antichi e sul glutine torneremo ad aprire un’ampia finestra dialettica e informativa perché si ritiene che l’indipendenza di un Paese passi non solo attraverso  l’autosufficienza alimentare ma soprattutto fornendo agli alimenti una qualità di filiera e non quella surrogata dell’industria.

 

 

(*) Pharma & Biotech Consulting  –  Comitato Scientifico Mondohonline

 

 

Commenta

  

  

  

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.