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Riscaldamento globale: il trauma atteso

Pubblichiamo con piacere le relazioni del Convegno sul cambiamento climatico e riscaldamento globale, tenutosi il 13 aprile 2019 presso il Circolo  Fratelli Cervi, Milano. 

Mondohonline contribuisce e partecipa ufficialmente a iniziative sul clima organizzate da qualunque associazione o forza politica democratica, con l’obiettivo di accrescere conoscenza e informazioni sul tema. 

– di Carlo Alberto Rinolfi  (*)

Cosa ci è sfuggito? Le conseguenze del riscaldamento globale sono così catastrofiche da mettermi in difficoltà a farmi guardare il presente con gli occhi di mio nipote dodicenne. Alla sua età non ho mai pensato che il mondo fosse prossimo alla fine, il mio percorso di vita era programmato e anch’io ho contribuito a sviluppare un’economia che è andata oltre le disponibilità della biosfera. Sento il dovere di guardare in faccia il pericolo che ci sta di fronte.

Come fare di fronte al trauma della sopravvivenza dell’umanità che sta per arrivare?

Chi nella sua vita ne ha già subito uno vitale e disabilitante sa di doverlo affrontare senza cadere nel rifiuto, nel terrore o nella depressione che rendono più difficile trovare le soluzioni.

L’esigenza di rivedere i paradigmi di pensiero

Questa volta il trauma atteso  e provocato da noi umani ci costringe a risalire a qualcosa di molto profondo, alla visione del mondo che lo ha partorito e che affonda le sue radici nel linguaggio occidentale nato da importanti filosofi dell’antica Grecia.

Da loro abbiamo imparato a staccarci dalle tradizioni mistiche e religiose e a superare ogni limite con la scienza sperimentale. Ma la scienza attuale non è la “Verità buona , assoluta stabile e immutabile”, lei si fonda su una ipotesi teorica probabile che poi verifica con l’esperimento e, se non funziona, la confuta e sostituisce con una nuova, lo fa in continuazione sotto la spinta di una illimitata volontà di potenza. Ci può offrire quindi delle possibili soluzioni che però possono anche non funzionare o non arrivare in tempo utile.

Proprio i risultati di questo modo di pensare, utilizzato come abbiamo fatto sino ad ora, ci stanno già dicendo che abbiamo squilibrato un sistema e messo a rischio la sopravvivenza della nostra specie.

Il problema è molto serio e costringe a riconsiderare la fede nel progresso che ha portato benessere e welfare, in cui la mia generazione ha creduto e al quale anch’io ho contribuito con il mio piccolo impegno professionale e sociale.

Ma adesso neppure questo impegno sembra sufficiente, adesso viene messa in discussione un’idea del mondo che ritroviamo incarnata nei modi di vivere di tutti noi. Oltre ai rimedi tecnologici di cui ha parlato  Mario Giorcelli, che pure vanno attivati al più presto, dobbiamo dunque rivedere le fondamenta, i paradigmi di base del nostro pensiero e anche le teorie sociali e politiche che ci hanno guidato. Come fare?

Questo trauma climatico ci sta dicendo innanzitutto e con brutale semplicità che tra la mia persona e la bottiglia di plastica posata sul tavolo di fronte a me non esiste la “separazione” che pure il mio modo di vedere abituale mi porta a percepire come reale.

La plastica che ho inventato io è un “prolungamento tecnologico di me stesso” e mi sta tornando indietro nei fiumi, negli oceani, inquinando l’acqua che bevo e le altre specie di cui mi nutro.

La bottiglia pensata come “cosa separata da me” è una illusione, così come illusorio è pensare che il soggetto “uomo” sia davvero separato dall’oggetto “natura” e che la “mente ” sia distinguibile dal “corpo “.

Dunque la bottiglia è diversa da come appare “inanimata e separata da me” poiché è invece “parte integrante di me”

Quello che mi appare come “mondo esterno” e la mia “persona” sono aspetti di un unico sistema fatto di processi con precisi cicli che  si autoesaltano  e retroagiscono tra di loro e con me sino al punto di stravolgere la mia vita.

Se è così, c’è qualcosa che in questi anni non ho ben considerato e non ho controllato,  forse perché ero convinto che la “cosa “dopo essere stata da me prodotta fosse “morta”, cioè fuori da me e dalla mia vita.  Ero convinto di essere io l’unica forza vitale che contava e che tutta la natura non fosse che uno sfondo.

In effetti, se osservo attentamente la bottiglia, lei ai miei occhi appare separata da me pur essendo parte di me, cosa mi sfugge? Tra la mia persona e la bottiglia c’è innanzitutto dello “spazio” e, se penso che è stata prodotta tempo fa e che durerà molto più della mia generazione, c’è anche di mezzo del “tempo” incorporato in questo banale manufatto.

Ma questo spazio non è il nulla, in questo spazio c’è dell’aria. Cos’è l’aria a cui di solito non penso? E’ ciò che respiro, dunque mi è vitale, ma come l’acqua che bevo e le superfici su cui cammino, rientra tra quelle “cose” che non ho considerato a sufficienza come “essenziali” e tuttalpiù, nell’impresa,  le ho considerate beni  da acquistare a basso prezzo o esternalità negative da sostenere quando mi è stato impossibile usarle a costo zero.

Eppure l’aria è un bene di  tutti che non abbiamo considerato a sufficienza e anzi abbiamo saccheggiato allegramente. Acqua, aria, energia, spazio sono tutti i vitali di me e le future generazioni. Cosa sono?

Il valore dei  beni comuni

L’economia li chiama “common” o “beni comuni”, in questo caso sono detti “di merito” perché vitali. Sono risorse/processi in gran parte naturali ma non solo, che possono essere gestiti da privati o dal pubblico, o da comunità locali e non, come ci insegna il Premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom. Adesso è il loro stato di salute a rappresentare il nostro grande rischio.

Come abbiamo fatto? Un’economia che ha dominato il mondo realizzando straordinari sviluppi umani e creando città sempre più belle e grandi lo ha fatto senza considerare nel modo corretto il bene comune dato dal capitale naturale che ci è stato dato da quando la terra esiste.

E’ la massima organizzazione degli Stati, l’ONU, e non un semplice gruppo di climatologi  a prevedere che molto presto intere popolazioni migreranno e si scontreranno per la disperazione sotto le pressioni di stravolgimenti permanenti in tutti i territori legati a innalzamento delle acque, siccità e eventi atmosferici dirompenti.

Di questi disastri in probabile arrivo, comunque la pensiamo sui cicli naturali della terra, siamo costretti a prendere atto. Al di là della buona volontà dei singoli cittadini ai quali si chiede di cambiare abitudini di consumo, c’è da chiedersi se l’ ONU e le istituzioni statuali e internazionali  del mondo siano in grado di affrontare un simile problema in tempo utile.

Difficile stare tranquilli se si pensa che  anche nella nostra bella Costituzione questi beni non sono disciplinati se non per l‘articolo 43, che li tratta in modo parziale. Tutto il mondo dovrebbe avere a fondamento della sua Costituzione globale la disciplina e la salvaguardia dei “Beni Comuni”, ma così non è.

Tra questi, oltre ai beni naturali, vi sono anche quelli condivisi e sociali legati al welfare e alla salute e sicurezza, che vanno considerati come  essenziali per l’economia, ma che spesso si ritengono improduttivi e si tende ad utilizzarli senza sostenere gli investimenti necessari alla loro rigenerazione e corretta valorizzazione.

E’ come se fossimo in un enorme condominio nel quale ciascuno cerca di evitare di pagare le spese comuni. Non investiamo in manutenzione ma consumiamo comportandoci come “free riders” convinti di non dover pagare, poiché l’aria e l’acqua ci appaiono “cose” disponibili, al massimo saranno problemi delle prossime generazioni.

Verso una cosmopolitica istituzionale

Proseguire ancora su questa strada diventa rischioso e lo sforzo richiesto è tale da modificare anche il nostro modo di fare le politiche ambientali locali.

Il cambiamento climatico per concentrazione di CO2 ci dice infatti che tutto è correlato nello spazio e nel tempo, e che le città non inquinano solo i loro distretti elettorali. Si sa ad esempio che imponendo il passaggio alle auto elettriche nelle città si genera inquinamento per il litio estratto e lavorato in altre parti del mondo e si favorisce la produzione di CO2 nelle centrali termoelettriche a combustibili fossili  che la stessa IPCC prevede ancora per molti decenni.

Siamo quindi costretti a guardare in modo più ampio anche a fonti di inquinamento cittadino che un assessorato ai trasporti in genere non considera e che sono anche più dannose delle autovetture.

Non solo vanno considerate le conseguenze sull’area di attrazione metropolitana, come ci ricorda  Ostelio Poletto, ma occorre aver presente che anche Milano, come tutte le città, attrae un intenso traffico aereo e richiede molte navi cargo per il rifornimento dei suoi consumi quotidiani. Sappiamo che aerei e navi inquinano molto più dei palazzi e delle auto della città. E’ infatti noto da tempo che 20 navi cargo inquinano come tutto il parco auto del mondo e che un aereo inquina molto più di centinaia di auto euro O, eppure i traffici aerei e navali non rientravano tra le fonti inquinanti da controllare secondo il protocollo di Kyoto.

Cosa dico a mio nipote quando mi chiede per quale motivo devo spendere soldi per cambiare la mia auto euro 6, che inquina poco o nulla, con una elettrica che inquinerà ancora e che probabilmente dovrò sostituire tra non molto con una a celle di idrogeno? Per quale motivo non mi impegno attraverso il mio comune e con i C40 a far semplicemente cambiare il carburante-spazzatura (bunker oil) di sole 20 navi cargo? 

Qualcosa si sta forse iniziando a fare per il traffico aereo,  ma perché non si affronta seriamente questo problema attraverso le organizzazioni internazionali del mare e dei cieli? L’urgenza degli interventi non lo impone?

 Ci manca evidentemente qualcosa di decisivo. Oltre all’affermazione di una coscienza generale dei beni comuni globali, qui serve anche un potere sovranazionale che sia in grado di imporre e far rispettare delle regole anche alla flotta di navi che batte bandiera mongola.

Le grandi metropoli associate nel C40 cities , di cui ci ha parlato Caterina Sarfatti, possono indicare una via positiva prefigurando un mondo in cui non valgono più come un tempo i confini nazionali. Anche loro risultano illusori e sfondati come lo sono i confini della “cosa” rappresentata dalla mia bottiglia d’acqua.

Non si tratta quindi di chiedere soltanto la soluzione tecnica migliore alla comunità scientifica, si tratta di impegnarci come cittadini di questo mondo per convincere  i politici di tutti i partiti, le confessioni religiose, le associazioni di imprese, lavoratori e consumatori, che è indispensabile concordare un nuovo ordine mondiale e che occorre farlo in modo che  possa essere controllato dagli stessi cittadini.

Come controllare e interagire con un sistema così grande?

Algoritmocrazia o democrazia  digitale?

Oggi c’è una possibilità in più rispetto a chi è venuto prima di noi e paradossalmente è insita nella entropia o dispersione che si sta generando nell’informazione. 

Tutti i popoli d’oggi sono interconnessi costantemente in un modo così intenso e industrializzato che può togliere loro l’abitudine ad attivare processi di decisione in autonomia. La connessione continua all’algoritmo può eccedere e de-individualizzarci generando i gilet gialli, ma può anche attivare aggregazioni di giovani e ragazzini che incominciano a prendere in mano il loro futuro portando i mappamondi in barella.  Ancor di più può mobilitare i giovani contro il razzismo e che a Milano dicono “siamo prima umani e poi italiani”. Questi ultimi hanno già compiuto una scelta di individualizzazione collettiva che si oppone ai processi alimentati dall’algoritmo, ma anche alle politiche di chiusura nazionalistica degli Stati. Quei ragazzi e quei giovani stanno contrastando la dispersione dell’informazione e affermando una gestione creativa e sociale dei processi decisionali nel web.

A modo loro affrontano il grande problema politico e democratico di questo mondo digitale in cui le “Big Four “(Facebook, Amazon, Google, Apple) coi loro algoritmi guidano non solo i mercati ma tutto il cambiamento sociale del pianeta utilizzando un altro bene comune costituito dall’informazione e, ancora di più, dai desideri, dalle emozioni e dalle scelte quotidiane che  miliardi di persone inviano nel web .

Neppure questo tipo di “bene comune in forma digitale” è presente direttamente nelle Costituzioni, sfugge anche al controllo delle municipalità più efficienti come la nostra, che pure un tempo aveva creato una sua azienda, Fastweb, per poi venderla ai privati e limitarsi a far pagare la posa fisica dei cavi a banda larga.

Così, a tutt’oggi, è del tutto assente la partecipazione collettiva dei cittadini al valore dell’oro informativo che scorre in quei cavi e che viene da loro stessi prodotto gratuitamente. Un capitale intellettuale che si accresce di continuo e che, come l’acqua che scorre sotto il Duomo, è un patrimonio da tutelare e valorizzare per loro e per le future generazioni.

Dall’acqua di falda si sa sta già estraendo preziosa e pulita energia geotermica che ha un preciso valore economico, allora perchè non pensare che anche dalle informazioni prodotte si possono ricavare altre risorse economiche per sostenere gli enormi investimenti ambientali e sociali richiesti dal percorso forzato che ci viene imposto?

La gestione di questi patrimoni intergenerazionali esce però dalla logica dell’annualità che guida l’attuale bilancio comunale, spingendolo a concentrarsi sulle entrate e le uscite di breve periodo.  Anche per questo disciplinare i beni comuni seguendo una logica economica e non solo giuridica può favorire la vita dei cittadini non solo della nostra generazione.

 

(*) Presidente Mondohonline

 

1 commento per Riscaldamento globale: il trauma atteso

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