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Riscaldamento globale e clima: che fare?

Pubblichiamo con piacere le relazioni del Convegno sul Cambiamento climatico e Riscaldamento globale, tenutosi il 13 aprile 2019 presso il Circolo  Fratelli Cervi, Milano. 

Mondohonline contribuisce e partecipa ufficialmente a iniziative sul clima organizzate da qualunque associazione o forza politica democratica, con l’obiettivo di accrescere conoscenza e informazioni sul tema. 

Intervento di Caterina Sarfatti – Head, Inclusive Climate Action – C40 Cities (*)

In relazione al tema dell’incontro  – 12 anni per salvare la terra – faccio quattro considerazioni.

La prima è che la questione del cambiamento climatico non riguarda più il futuro, ma assolutamente il presente, sia per quanto riguarda gli impatti e  le soluzioni, sia per quanto riguarda i bisogni e la necessità di azione puntuale e politica. Non a caso quando si è diffuso il movimento Fridays for future, iniziato da Greta Thunberg,  i giornalisti hanno intervistato ragazzi di 15-16 anni, chiedendo loro perché parlassero di cambiamento climatico non essendo scienziati, non avendo competenze, essendo appena usciti da scuola; si sono sentiti rispondere “perché siamo nati nel 21° secolo” e quindi hanno il diritto di parlarne. Per la prima volta questo problema non viene affrontato da adulti che parlano del futuro dei propri figli e nipoti, ma sono i ventenni che vivono oggi, che sanno che questa sarà la sfida del loro tempo, che sanno di correre il rischio di subire le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Il rapporto dell’IPCC ci dice che il globo terrestre è  già più caldo  di 1 grado  rispetto all’epoca preindustriale, che gli impatti sono già visibili e che abbiamo solo 12 anni per salvarlo. Questo significa che i prossimi 10 – 11 anni saranno chiave  dal punto di vista  delle politiche industriali, economiche, ambientali ma  anche dei comportamenti individuali, saranno fondamentali  per realizzare l’obiettivo non solo definito dall’IPCC, un organo  scientifico, ma anche dall’accordo di Parigi, un documento politico sottoscritto da tutti gli stati del mondo. Ricordo che gli Stati Uniti sono ancora dentro l’accordo fino al 2020, in teoria se cambia il Presidente potrebbero restare nonostante la scelta scellerata di Donald Trump. Quindi non solo un  organismo scientifico ma anche quello politico, ossia gli Stati riuniti a Parigi nel 2015,  hanno stabilito  che anche i governi nazionali vogliono  restare sotto l’obiettivo dei 2° di riscaldamento globale.

Una piccola digressione: tanti dicono, anche Trump, “cosa sarà mai un grado in più o in meno”. Ma la terra è come il nostro corpo, quando abbiamo un grado di temperatura  stiamo male, soffriamo.  E’ esattamente così anche per la terra. Un grande esperto di cambiamento climatico del precedente governo inglese ha definito la differenza tra 2 e 4 gradi di riscaldamento globale come la civiltà come la conosciamo oggi, perché gli impatti  che possono nascere da un riscaldamento globale di più di 2 gradi sono devastanti per il nostro pianeta, talmente devastanti  che si ritiene  che anche le più sofisticate misure di adattamento non saranno  sufficienti  a contrastare il tipo di impatto legato all’innalzamento dei mari nella maggior parte delle città costiere,  legato alla desertificazione, ad  avvenimenti   improvvisi, alle ondate di calore, ecc. Quando sentite dire –  dai negazionisti del cambiamento climatico ma anche  da persone in buona fede – che non c’è più niente da fare, che ci dovremo  adattare, ciò è falso: la buona notizia è che il rapporto dell’IPCC ci dice che possiamo ancora avere un mondo climaticamente salvo, un mondo a 1,5° se non a 2°, è ancora possibile, ma bisogna agire adesso.  Se non agiremo adesso, gli impatti del riscaldamento saranno così impressionanti che anche forme di adattamento più sofisticate non saranno più sufficienti.

Altra questione: spesso si racconta che non c’è consenso nella comunità scientifica, alcuni negano che esista il  riscaldamento globale, ecc. C’è un dato, che fa capire la differenza di percezione tipica di questo mondo iperconnesso e solo apparentemente iperinformato: il 99% della comunità scientifica oggi nel mondo è d’accordo nel dire  che esiste un fenomeno di riscaldamento globale, che è antropocentrico, creato dall’uomo; allo stesso tempo uno studio ha dimostrato che le persone pensano  che sia solo il 50% della comunità scientifica ad essere d’accordo nel sostenere che esista il cambiamento climatico e che sia causato dall’uomo, quindi metà sì e metà no. In realtà è come detto il 99%. Quindi c’è un gap di percezione tra quello che le persone ritengono essere il consenso della comunità scientifica su questi temi  e il reale consenso che esiste.

Un altro aspetto importante riguarda gli impatti del cambiamento climatico: il tema principale non è solo il riscaldamento, la media delle temperature che crescono, la siccità, ma la frequenza degli avvenimenti: ed è questa  la cosa che più spaventa e più preoccupa gli scienziati, una maggiore frequenza  di questi fenomeni negli ultimi 15-20-30 anni.

The Uninhabitable Earth – Life After Warming, by David Wallace-Wells. (Robin Lubbock/WBUR)

C’è un bellissimo libro, il ‘Mondo inabitabile’ di Wallace Wells, che racconta che negli ultimi secoli, ossia da quando gli storici hanno conosciuto questi fenomeni, ci sono state circa 650 guerre legate alla scarsità dell’acqua, e metà di queste guerre sono avvenute dal 2010 in poi.  Poi esistono fenomeni  climatici come le grandi tempeste, i grandi uragani, le grandi inondazioni, che sono definite dalla comunità scientifica come avvenimenti che accadono una volta ogni 500 anni, in un lungo arco della storia dell’uomo. In posti come Houston in Texas, una città del mondo sviluppato, questi avvenimenti  sono avvenuti negli ultimi tre-quattro anni: ciò che dovrebbe avvenire ogni 500 anni  avviene invece ogni 3, l’uragano Katrina è uno di questi. Quindi la sequenza  degli eventi è cresciuta esponenzialmente  negli ultimi dieci anni.

Sempre nel libro citato  c’è un dato relativo alle persone colpite da inondazioni (pioggia, innalzamento dei fiumi, mari, ecc.):  sono 2,4 miliardi nel mondo, quadruplicati dal 1980,  e duplicati dall’inizio del 2000. 2,4 miliardi nel mondo sono tantissime persone, colpite regolarmente da inondazioni o avvenimenti  legati all’acqua. Quindi è una questione del presente, che riguarda noi tutti oggi, gli impatti sono già visibili, sono già sentiti. Il 99% delle nostre città della rete dicono di avere a che fare con gli impatti del cambiamento climatico, i nostri sindaci dicono già di dover gestire questi impatti, anche nelle città come le conosciamo oggi: ondate di calore,  siccità. In Italia qualche anno fa, un rapporto molto interessante della Coldiretti riportava  che negli ultimi dieci anni sono stati più di 10 miliardi i costi dei danni subiti dagli agricoltori  dovuti a siccità e inondazioni, circa 3-4 volte il REI del governo precedente, per fare un paragone: la quantità e l’impatto dei costi sull’economia  e sull’operatività oggi in Italia sono  già toccati dalle questioni legate al cambiamento climatico.

Una seconda questione: del cambiamento climatico spesso si parla come legato alle emissioni, alla scienza, alle grandi politiche, alla grande questione globale e non si sente qual è l’impatto sul nostro quotidiano, sui nostri amici, sulle nostre famiglie.  Il cambiamento climatico è anche assolutamente una questione di equità, uguaglianza, disuguaglianza, cosa che non viene detta spessissimo. Innanzitutto è causato da una piccola fetta della popolazione: il 10% della popolazione mondiale è responsabile del 50% delle emissioni, i più ricchi del mondo sono stati i più responsabili del cambiamento climatico, che al contrario colpisce la maggioranza della popolazione, in particolare le persone più povere e già discriminate, in maniera molto più violenta. Ci sono tanti esempi che si possono fare: innanzitutto, secondo la Banca Mondiale, a causa del cambiamento climatico nei prossimi 10-15 anni ci saranno 100 milioni di poveri in più.

In questo ultimo anno, dopo  che Piemonte,  Liguria, Val d’Aosta, Trentino sono stati devastati da fenomeni ambientali, ho sentito parlare di ambientalismo da salotto, da establishment ed élite, cui piace andare in bicicletta, mangiare sano, ma in realtà ciò significa non essere in ascolto delle esigenze  della popolazione. I problemi del cambiamento climatico sono tutt’altro,  sono proprio i più poveri, i più discriminati, le persone che stanno peggio a soffrire dell’impatto del cambiamento del clima, sono i lavoratori che lavorano all’esterno, sono i bambini, le donne, le persone con disabilità, sono le persone che già sono ‘povere’, oppure sono dove già esistono  discriminazioni: sempre parlando dell’uragano Katrina – negli Stati Uniti – due terzi dei lavori sono stati perduti da donne. Noi abbiamo appena lanciato una ricerca  sulle connessioni tra questioni di genere e il cambiamento climatico:  abbiamo visto per esempio che le violenze casalinghe degli uomini contro le donne aumentano dopo fenomeni ambientali  improvvisi, traumatici, nelle grandi città del mondo. Questo è dovuto a tanti motivi, ma c’è una correlazione tra le violenze sulle donne e gli impatti ambientali.

Poi tanto altro, c’è l’emigrazione di cui si parla spesso. La Banca Mondiale sostiene che entro il 2050 saranno addirittura 200 milioni in più i migranti legati a fenomeni riguardanti il cambiamento climatico. Oggi, credo che i profughi nel mondo siano circa 60 milioni, quindi saranno più del doppio quelli che si pensa essere legati al cambiamento climatico.  Cosa che bisognerebbe raccontare a chi ci governa, essendo la Lega  l’unico partito in Europa che non ha ratificato l’accordo di Parigi, e sta insieme a quei partiti europei  che negano gli effetti del cambiamento climatico. Quando si parla di “aiutiamoli a casa loro”, il modo migliore per evitare  emigrazioni improvvise, traumatiche e violente  è quello di limitare gli effetti del cambiamento climatico e ridurre le emissioni, cosa che penso Salvini non sappia visto che è l’unico partito a non aver firmato l’accordo di Parigi.

Una questione quindi non legata solamente al nostro pianeta, al nostro mondo, alla natura, alla biodiversità  ma legata soprattutto all’essere umano, alle persone, a quelle più fragili. E non solo alle politiche che vengono sviluppate  per affrontare il cambiamento climatico: dobbiamo assolutamente riconoscere e dire che non sempre sono eque, non c’è solo una questione di equità e disuguaglianza degli impatti del cambiamento climatico, ma anche di politiche che affrontano  il cambiamento climatico. Ci sono tanti esempi:  gli incentivi per l’efficientamento energetico, le ristrutturazioni, per riscaldare e raffreddare le nostre case nel modo migliore, spesso non vengono indirizzati alle persone che ne hanno più bisogno.  Le tasse sulla congestione, sulle automobili,  sulla circolazione, possono colpire in modo iniquo  gli abitanti delle città. Ancora di più lo si vede nei paesi del sud del mondo, dove le strutture e infrastrutture che aiutano nell’’adattamento ai cambiamenti climatici sono spesso indirizzate alle fasce più ricche delle città. Quindi c’è anche un tema di uguaglianza nelle politiche: si può pensare quello che si vuole dei gilet gialli e di come quel movimento è evoluto da novembre in poi, ma l’inizio  della protesta è stato per me un campanello d’allarme interessante perché era legato a una  politica di riduzione di emissioni, con una tassa su diesel e benzina fatta, a mio parere, nel modo peggiore possibile per una politica ambientale socialmente sostenibile, ossia fatta in modo tale che i costi ricadono sulle popolazioni  più marginalizzate e allo stesso tempo i ricavati della  tassa non sarebbero andati a investire sulla transizione  energetica, a incrementare  l’accesso del trasporto pubblico, non andavano a beneficiare le stesse persone che pagavano quella tassa bensì altre politiche.

Quindi una misura fatta in maniera particolarmente iniqua.  Da qui le proteste, che poi sono evolute su altri fronti,  non sicuramente su quello solamente ed esclusivamente ambientale.  Se non si sta attenti a gestire le politiche legate alla  transizione energetica in modo equo si rischia di  perdere il permesso di poter agire su queste questioni, perché le proteste sociali possono effettivamente essere in contrasto con il movimento  ambientale e quello ambientalista. Dobbiamo assolutamente evitare che i  due siano in conflitto, dovrebbero invece essere due movimenti che si spalleggiano  a vicenda, proprio perché come detto prima l’impatto del cambiamento climatico va soprattutto sulle persone più povere e socialmente deboli.  E’ una  questione del presente, che riguarda l’equità e l’uguaglianza.

Il ‘Bosco Verticale’ – Milano

Il  terzo tema è il ruolo delle città: il 70% delle emissioni di CO2 è nelle città, non legato  solo all’attività dell’amministrazione pubblica ma a tutto quelle che avviene in una città. Calcolando che le città sono il 2% della superficie terrestre, quindi una parte infinitamente piccola della superficie terrestre che però  emette il 70% di CO2.  Le città sono anche quel posto dove la maggior parte della popolazione crescerà nei prossimi anni: si calcola che fra 30 anni quasi  il 70-80% delle persone vivranno nella città, che hanno quindi un ruolo fondamentale nel poter ridurre le emissioni e fare politiche legate al contrasto del cambiamento climatico. Si calcola che  il 60% delle emissioni nelle città sia dovuto all’inefficienza degli edifici  e nella produzione di energia, il 30-40% dal traffico, da come ci spostiamo e dalla nostra mobilità, il restante dalla gestione dei rifiuti.

Nei settori per i quali i sindaci hanno responsabilità diretta, come l’efficientamento energetico, il trasporto, lo sviluppo urbano, il consumo di suolo e la gestione dei rifiuti, l’azione dei sindaci ha un impatto cruciale sulle emissioni,  i sindaci e tutto il sistema di governo delle città hanno  un ruolo determinante per contrastare il cambiamento climatico. Ed è per questo che  un’organizzazione come la nostra  esiste: ci sono sindaci impegnati su questo fronte, che si stanno interrogando anche su come rendere queste politiche il più eque possibile, il più beneficiarie possibile per la maggior parte della popolazione  e che condividono pratiche, questioni, anche sfide, impegni, ambizioni collettivamente insieme. Mi piace sempre ricordare che un anno prima del rapporto dell’IPCC , che appunto stabiliva un grado e mezzo come obiettivo cruciale per evitare il disastro del cambiamento climatico, a Città del Messico i sindaci della rete C40 hanno  sostenuto e dichiarato che il loro modo di rispettare l’accordo di Parigi era quello di adottare piani e politiche locali che rispettassero l’obiettivo del grado e mezzo, e non di 2° come stabiliva l’accordo stesso. Quindi sono stati in qualche modo antecedenti  ad un rapporto scientifico che ha poi confermato che per evitare l’ impatto più terribile del cambiamento climatico bisognava stare sotto  il grado e mezzo. Quindi hanno in qualche modo alzato l’ambizione rispetto ai  governi nazionali, l’anno prima a Parigi. Ovviamente  non tutte le città sono perfette, anzi esistono enormi sfide da affrontare a livello urbano, però il ruolo dei Sindaci e la loro attività in questo caso sono assolutamente cruciali e importanti.

Quarto e ultimo punto, non servono e non bastano solo le città, la questione del cambiamento climatico riguarda tutti i livelli: quello che possono mettere in campo i governi nazionali, le imprese, la società civile e la pubblica amministrazione, e anche quello che possiamo fare tutti noi, il singolo individuo. Ci sono delle ricerche molto interessanti che stiamo facendo  in questo momento, e che anche altri studi stanno conducendo, sull’impatto delle emissioni legate ai consumi individuali: in questo contesto la storia cambia parecchio. Ci sono grandi città, come le città del Nord europa, che sono assolutamente virtuose nella gestione della politica dei trasporti, dell’efficientamento energetico e dei rifiuti; ma se le si guarda sotto la lente delle emissioni individuali  legate al consumo sono le meno virtuose del mondo: sono quei posti dove le persone viaggiano di più, mangiano più carne , hanno stili di vita con un impatto sulla produzione di emissioni  molto maggiore rispetto ad  altre città del mondo. E’ una lente raramente applicata prima, ma che adesso stiamo cominciando ad utilizzare, sono le città stesse che vogliono capire meglio  quali sono le loro insufficienze. Le Copenaghen  e le Stoccolma del mondo vogliono fare qualcosa per indirizzare questo tipo di consumi.

Quattro sono le aree che abbiamo valutato essere centrali. La prima è il consumo di carne, che ha il maggiore impatto sulle emissioni, la seconda è quella del trasporto aereo – come dice giustamente Greta un volo transatlantico può creare la stessa quantità di CO2 di una grande città – le falle nell’efficientamento energetico e nei trasporti, la questione dell’acquisto di vestiti e di tessuti. Purtroppo le Zara e H&M sono  grandissime responsabili di CO2 per il tipo di indumenti che creano: se ne compra uno, dopo due settimane se ne compra un altro, e dopo un mese ancora un altro, e in generale avviene così per l’acquisto di beni e cose. Il consumo individuale è un grandissimo fattore di emissioni, ed è un sistema che non solo le politiche ma anche le scelte individuali dovranno cambiare.

Ovviamente non è un cambiamento piccolo né semplice, si tratta per le città di avere una rivoluzione ambientale, sociale economica. Non stiamo parlando di piccoli aggiustamenti e di piccoli cambiamenti; però è anche vero che i dati ci dicono che questa rivoluzione ambientale, se fatta bene e in modo equo, può portare a incredibili benefici dal punto di vista della salute, dello sviluppo, della creazione di lavoro. Solo in America si stima che già oggi l’industria solare  e delle rinnovabili produce lavoro 12 volte più velocemente di quanto produca l’industria del carbon fossile. Nel sud-est asiatico sono milioni gli uomini e le donne  che lavorano nell’industria delle energie rinnovabili: quindi già ora si vede che la creazione di lavoro in questi settori è più veloce e quantitativamente più grande, in alcuni casi, di quella che crea il carbon fossile. Dal punto di vista della salute anche: gli impatti che alcune politiche sia locali che nazionali hanno avuto sul miglioramento della salute delle persone e sulla riduzione dei costi sanitari è impressionante, Londra ha alcuni dati sulle proprie  politiche di congestion charges e di mobilità e salute  delle persone molto positivi, quindi  ci sono diversi benefici che si possono ricavare da questo tipo di attività e questo tipo di azione.

Anche perché – e questo è l’ultimo punto – in qualche modo,  nonostante la politica dica altro, l’élite del mondo è molto consapevole di quello che sta avvenendo dal punto di vista climatico e dell’impatto che il cambiamento climatico avrà sulle persone. La transizione energetica  (e questa è una mia personalissima opinione) avverrà comunque. Pare ci sia un advisor industriale di Donald Trump, di cui non si conosce il nome, che secondo voci di corridoio pare abbia detto al Presidente: “Abbiamo guadagnato un sacco di soldi negli ultimi anni sporcando e devastando questo pianeta, lei non ha idea di quanti ne possiamo fare pulendolo.”

Nei corridoi del movimento climatico ambientale si narra anche che ricche famiglie del nord del mondo e dei paesi arabi stanno comprando  terre in Norvegia  per i propri figli e nipoti per i prossimi anni. Quindi c’è sicuramente una consapevolezza molto più profonda di quello che appare, nel discorso della retorica politica, di quello che sta avvenendo  e degli  impatti che ne conseguiranno: in qualche modo la transizione energetica avverrà, il punto vero è come avverrà, lasciando indietro chi, beneficiando chi, quali saranno le conseguenze sulle discriminazioni e sull’uguaglianza e sulle condizioni sociali delle persone.

Per questo dobbiamo essere tutti  estremamente vigili e soprattutto non ci possiamo più permettere di scegliere rappresentanti  che non hanno questa fra le loro priorità e nella loro agenda politica. Ormai è troppo tardi, mancano 12 anni, non di più, sono le persone che oggi ci governano e domani  ci governeranno, non dopodomani, domani, sono quelli che scegliamo noi oggi che determineranno o meno  il successo di questa società. Non ci possiamo più permettere di eleggere persone, a tutti i livelli, che non abbiamo questo come faro  della loro azione politica.

Grazie.

(*) Network internazionale di 94 sindaci delle grandi megalopoli nel mondo fra cui, per l’Italia,  Milano, città vice presidente dell’organizzazione. Questi sindaci sono impegnati nella lotta al cambiamento climatico.

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