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Società umane e crisi energetiche

Pitture rupestri rappresentanti importanti eventi della società tardo-paleolitica e neolitica: cerimonie religiose, scene di caccia e raffigurazioni di divinità (Grotta di Magura, Bulgaria)

 – di Agnese Visconti (*)

I primi consumatori di energia

Possiamo ragionevolmente far risalire la prima crisi energetica dell’umanità all’età neolitica (circa 12.000 – 8.000 anni fa) quando alcune società umane, sospinte dalla scarsità di produzione energetica spontanea (raccolta, caccia, pesca, legna) e dalla conseguente necessità di effettuare tragitti sempre più lunghi, difficoltosi e malsicuri per alimentarsi e scaldarsi, si trasformarono progressivamente da nomadi a stanziali, iniziando per la prima volta nella storia a produrre, con la coltivazione delle piante (energia chimica) e l’addomesticamento degli animali da lavoro (energia meccanica), l’energia di cui avevano bisogno, segnando così il passaggio dalla preistoria alla storia.

Consumare e produrre

Da allora la densità della popolazione aumentò, la struttura sociale delle comunità divenne sempre più complessa, nacquero villaggi e poi città, furono avviati i primi commerci e le prime forme di amministrazione politica. E soprattutto si andò intensificando ed estendendo la capacità delle società di intervenire sull’ambiente a proprio vantaggio.

I più antichi esempi finora noti di società agricole organizzate ebbero luogo nella mezzaluna fertile sulle rive del Nilo, del Giordano, del Tigri e dell’Eufrate.

Per millenni l’utilizzo del suolo fu alla base della crescita economica, politica e demografica delle società. In particolare in Europa esso portò ad alti livelli produttivi e commerciali e a una organizzazione sociale composita e diversificata, in grado di dare nuova forma al territorio attraverso la coltivazione delle piante, in particolare cereali, per l’alimentazione, attraverso la deforestazione per l’approvvigionamento di legna per scaldarsi, cuocere e lavorare i metalli, e attraverso l’utilizzo degli incolti per il pascolo del bestiame da lavoro, e in grado inoltre di costruire macchine, quali le navi e i mulini a vento e ad acqua, trasformatrici di energia cinetica in energia meccanica.

Ma tra il XVII e il XVIII secolo l’equilibrio tra campi, pascoli e boschi, noto come agro-silvo-pastorale, sul quale si reggeva l’uso del suolo da parte delle società europee cominciò a vacillare di fronte alla crescente domanda energetica dovuta all’incremento demografico e al maggior benessere della popolazione. In un primo tempo si tentò, con l’aiuto degli scienziati, di apportare modifiche migliorative alle risorse provenienti dallo schema del campo, del pascolo e del bosco, ma tali sforzi non furono sufficienti a fronteggiare la crisi.

Dal suolo al sottosuolo

La città industriale
(Ecomusée Creusot-Monceau)

La soluzione fu allora trovata, grazie all’intervento della scienza, nel sottosuolo, prima con la torba e poi con il carbon fossile. Si trattò di una svolta fondamentale, meglio di una vera e propria cesura: il carbone, che si sostituiva alla legna, consentiva una più accentuata deforestazione e una conseguente maggior estensione dei campi e dei pascoli. Inoltre per la prima volta le società europee si rivolgevano per i loro consumi energetici a una fonte di energia non rinnovabile. Il carbone, che aveva una resa energetica più alta a parità di costo di quella della legna, venne utilizzato per la fusione e la lavorazione dei metalli, in particolare del ferro che nella seconda metà del XVIII secolo iniziò a sostituire la pietra nell’edilizia.

Con la successiva invenzione della macchina a vapore divenne inoltre possibile utilizzare il carbone per produrre non solo energia termica, ma anche energia meccanica applicabile in un primo tempo alle manifatture, e in seguito anche alle navi e alle locomotive.

L’energia elettrica

Fu poi la volta dell’elettricità, prodotta sia mediante un generatore azionato da una macchina a vapore (termoelettrica) sia mediante una turbina messa in moto dall’energia di una caduta d’acqua (idroelettrica).

Energia idroelettrica – La diga di Kariba, completata nel 1977 sul fiume Zambesi al confine tra Zambia e Zimbabwe, oggi mostra fenomeni erosivi alla base

Con il XX secolo iniziava l’era della tecnologia: telefoni, illuminazione, ascensori, radio elettrodomestici, ecc., fino ai computer e ai cellulari di oggi. E iniziavano anche le prime catastrofi ambientali, con la costruzione delle grandi dighe che tuttora sono oggetto di aspri contrasti per l’uso dell’acqua e per il degrado degli ecosistemi circostanti.

Petrolio e gas

Contemporaneamente, a seguito della invenzione del motore a scoppio, veniva resa utilizzabile per fini energetici un’altra fonte energetica fossile proveniente dal sottosuolo: il petrolio, che da allora è diventato il protagonista energetico mondiale, nonché la causa del ripetersi di catastrofi sempre più ravvicinate e preoccupanti.

A cominciare fu lo shock petrolifero del 1973, quando i Paesi produttori di petrolio uniti nel cartello dell’OPEC alzarono il prezzo del greggio da 3 a 12 dollari al barile al fine di contrastare il predominio economico delle aziende petrolifere occidentali, principalmente americane e inglesi che esercitavano un controllo praticamente assoluto sulla filiera produttiva, definendo in modo unilaterale le quote di estrazione e il prezzo del petrolio. Seguì poi l’aumento del 1979 a seguito della destituzione dello scià dell’Iran, della rivoluzione di Khomeini e della guerra tra Iran e Iraq. Le reazioni furono diverse nei Paesi in via di sviluppo non detentori di risorse energetiche e in quelli industrializzati. I primi si trovarono in gravi difficoltà e furono costretti a indebitarsi fortemente per pagare il petrolio che importavano, impoverendosi così ulteriormente. I secondi, basandosi sulle conoscenze scientifiche, migliorarono le tecniche di estrazione rendendo utilizzabili nuovi giacimenti (Mare del Nord, mari al largo dell’Africa occidentale, del Brasile, del Canada, della Groenlandia e della Siberia) e avviando l’utilizzo del gas, fino ad allora ritenuto troppo costoso: ancora una volta una fonte energetica fossile.

 A tali scelte, basate su una tecnologia molto avanzata, seguirono varie, gravi catastrofi ambientali dovute principalmente al rilascio di grandi quantità di petrolio dalle navi e dalle piattaforme petroliere, con gravissimi danni alla fauna e alla flora marina e con elevati costi per la bonifica degli ambienti inquinati.

Il clima

Ancora più allarmante si rivelò, a partire dagli anni Ottanta, con il crescente aumento dell’uso dei combustibili fossili, l’incremento dell’emissione in atmosfera dei cosiddetti gas a effetto serra, in particolare anidride carbonica (CO2), che sono trasparenti alla radiazione solare, ma che trattengono sul pianeta la radiazione infrarossa con l’effetto di innalzarne la temperatura. Un fenomeno in crescita che ha gravi ripercussioni sul clima del pianeta. I futuri scenari climatici sono molto difficili da prevedere perché le variabili in gioco sono numerosissime e in continua evoluzione. Tuttavia gli scienziati riuniti nell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), foro scientifico delle Nazioni Unite fondato con lo scopo di studiare il riscaldamento globale, prevedono un possibile aumento della temperatura media della terra da un minimo di 2°C a un massimo di 5,7°C, con conseguente maggior estensione delle aree soggette a malattie tropicali, innalzamento del livello dei mari, intensificazione degli eventi meteorologici estremi e scarsità d’acqua. Ne risulta la necessità di diminuire l’uso dei combustibili fossili al fine di contenere le emissioni di CO2 e consentire così il loro assorbimento nell’atmosfera. Da allora si sono susseguite in tutto il mondo conferenze governative intese ad accordarsi sulle strategie da mettere in atto per arrestare, o quanto meno mitigare, le future minacce ambientali e i loro preoccupanti risvolti sociali per milioni di persone (malattie, spopolamento delle aree colpite e massicci trasferimenti di popolazioni verso zone più sicure). Tra esse particolare rilievo ebbe quella di Kyoto (1997) nel corso della quale venne redatto l’omonimo protocollo che prevedeva l’obbligo di contenere le emissioni di CO2 al fine di riportarle entro il 2012 ai livelli del 1990. Nell’ultima conferenza, tenutasi a Katowice in Polonia nel 2018 i governi dei Paesi industrializzati si sono impegnati ad aiutare finanziariamente e tecnicamente i più poveri a rispettare gli impegni presi.

Ricchi e poveri

Oggi il consumo di energia nel mondo è pari a circa 40-50.000 Calorie pro capite al giorno, corrispondente a un totale di 9 miliardi di Tep (Tonnellate equivalenti di petrolio); esso raggiunge circa 110.000 Calorie pro capite al giorno nei Paesi industrializzati che comprendono circa il 25% della popolazione mondiale, mentre è quasi dieci volte più basso nei Paesi in via di sviluppo, dove in parecchi casi le popolazioni non riescono neppure ad aver accesso al mercato dell’energia. Si tenga inoltre conto che anche nei Paesi industrializzati una parte della popolazione consuma una quantità di energia molto inferiore alla media. Tale parte di popolazione è cresciuta negli ultimi anni in alcuni Paesi, tra cui l’Italia.

Dal momento che la differenza nei consumi energetici è uno degli indicatori principali del divario tra Paesi ricchi e Paesi poveri, ne consegue che tra gli obiettivi intesi ad annullare, o quanto meno a ridurre questo divario, non possa mancare quello di un aumento delle disponibilità energetiche nei Paesi in via di sviluppo che comprendono circa il 70% della popolazione mondiale.

Prospettive

Tale incremento implica tuttavia la consapevolezza dei danni ambientali che ogni aumento dell’uso delle risorse energetiche comporta. Pertanto le decisioni relative agli investimenti necessari per incrementare la crescita economica dei Paesi poveri si presentano in maniera estremamente complessa e problematica. Occorre quindi avviare il tentativo di perseguire la strada dello sviluppo sostenibile che consiste nell’integrare economia, giustizia sociale e ambiente.

Un primo passo è quello del riciclaggio che consente di non produrre e non inquinare. Inoltre va avviata la costruzione di un nuovo sistema energetico basato sull’uso di fonti non inquinanti, rinnovabili e largamente disponibili (acqua, idrogeno, aria, sole, geotermia), tenendo tuttavia presente che ognuna di queste fonti energetiche può comportare risvolti negativi per l’ambiente e per gli uomini, e che di conseguenza deve essere analizzata e valutata dal potere politico con estrema attenzione e accortezza.

Fattori decisivi da cui dipende la possibilità di costruire un nuovo sistema energetico non sono tanto gli sviluppi tecnologici quanto piuttosto le scelte di politica energetica, attualmente influenzate dagli interessi legati all’uso di carbone, petrolio e gas. Le scelte politiche si rivelano essenziali anche alla luce del rischio che la tecnologia possa diventare strumento di dominio e non di liberazione quando non viene utilizzata all’interno di forme di controllo democratiche, consapevoli e costantemente vigili.

 

(*) già Università di Pavia – Attualmente si occupa dello studio dei rapporti tra storia degli ambienti e storia degli uomini.

 

 

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