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Covid 19 - ma voi, la vostra mamma, ce la mandereste in una RSA?

– di Luca Bergo (*)

La domanda dovrebbero porsela le autorità sanitarie, nonché gli amministratori e i responsabili sanitari delle strutture che, fino a poche settimane fa, ospitavano molti anziani. E sono abbastanza sicuro che, date le enormi falle nella prevenzione dell’infezione,  l’inesistenza di provvedimenti atti a contenere le trasmissione del virus e complessivamente l’inettitudine  e l’omertà dimostrate da molti dei responsabili, la risposta, sarebbe un sonoro “No! Giammai manderemmo le nostre mamme in una RSA!” e che faremmo tutto il possibile per evitarlo!

A prescindere da ogni considerazione, infatti, troppe famiglie hanno dolorosamente scoperto che le RSA, Case di Riposo e le altre strutture per anziani sono state fra le principali fonti di contagio e luoghi di morte per Covid 19 e patologie associate. D’altra parte, la maggior parte delle nostre case e l’organizzazione delle nostre stesse vite non sono fatte per ospitare una persona anziana: non abbiamo gli spazi necessari, i servizi e il tempo, oltre alla disponibilità mentale.  Oggi la convivenza con un anziano è vista per la maggior parte di noi come un problema: di spazi innanzitutto, ma anche organizzativo, perché richiederebbe cambiamenti importanti nelle nostre già affollatissime agende; una disponibilità di calma, tempo e spirito che non abbiamo neppure per noi, perennemente occupati, dalle vite colonizzate dal lavoro, dagli spostamenti, dalle attività extrascolastiche dei figli e dalle nostre. La società odierna non ha più né tempo, né spazio per i vecchi.

Per quanto sia amato, oggi, un vecchio lo preferiamo far accudire da altri. Per questo, fino a poche settimane fa, se pensavamo che il nostro babbo o la nostra mamma non potessero più farcela a vivere da soli, ci tranquillizzava rinchiuderli in una struttura ”protetta”. Pur sapendo che  l’ avremmo privato della casa, dei suoi mobili, dei suoi spazi e della sua routine, ci rassicurava garantirgli con la reclusione e lo sradicamento una maggior sicurezza e, speravamo, una vita più lunga, grazie a cure più assidue e assistenza continua da parte di personale specializzato.

Immani sensi di colpa affliggono oggi chi ha perduto un genitore, se aveva vissuto questa scelta come un conflitto tra il bene “oggettivo” di prolungare la vita del genitore o nonno, contro la sua richiesta di poter invecchiare e morire nella propria casa, tra i ricordi, i significati, i segreti e gli oggetti di una intera vita. Tremende preoccupazioni e poi immenso dolore hanno vissuto tutti coloro i cui genitori o nonni si trovavano in una RSA nelle scorse settimane: perché molti non han più potuto vederli né salutarli quando si ammalarono, e neppure accompagnarli al cimitero.

E gli  altri? i parenti e i sopravvissuti?  Oggi non staranno chiedendosi se portarli fuori di lì, metterli in salvo appena se ne presentasse la possibilità? Ammesso che le case dei genitori non siano già state vendute per pagare le salatissime rette, che poche pensioni consentirebbero di pagare; e i mobili, le stoviglie, e tutti i ricordi gettati o dispersi? 

E chi aveva previsto di ricoverare il genitore rimasto solo, oggi, con che coraggio gli potrà proporre di entrare in un luogo da cui ha una possibilità su due di ammalarsi, e rimanere in solitudine a morire di una morte orribile, senza il conforto dei propri cari, per essere seppellito senza un rito né un saluto?  E, a parte ogni altra considerazione: quale anziano sano di mente oggi accetterebbe di farsi rinchiudere in una RSA? Io, sicuramente, no! E nessuno di voi, credo.

D’altra parte, il problema resta, intatto ed enorme per centinaia di migliaia di famiglie: cosa fare dei propri vecchi? Come resta il problema speculare di centinaia, probabilmente migliaia di strutture sanitarie che hanno perso i propri ospiti, e che vedranno fuggire tutti quelli che potranno farlo. Già oggi i tassi di occupazione delle stanze sono in caduta libera.

Questo significa che, a parità di costi, le entrate delle strutture per anziani sono diminuite drasticamente. Anche senza parlare delle inchieste giudiziarie in corso, che coinvolgono dozzine di amministratori e dirigenti: già oggi i conti economici delle strutture private come di quelle pubbliche, (che operavano comunque seguendo la stessa logica economica) sono gravemente in crisi. E, data la situazione e le considerazioni che stanno facendo i potenziali futuri ospiti, anche le prospettive di rioccupare a breve i posti lasciati liberi dai morti appaiono, francamente, molto scarse.

Non è un mondo per vecchi, ma potrebbe 

Bisognerebbe senz’altro svolgere una riflessione sul nostro modo di trattare i vecchi. Personalmente, l’idea che la cura dei vecchi sia diventata oggetto di un’attività economica di tipo industriale volta al profitto, dà il voltastomaco.  E sono anche convinto, come molti di voi, che l’enorme numero di morti nelle RSA sia solo in parte dovuto all’arrivo inaspettato di un virus sconosciuto: in buona parte, temo insieme a voi che esso sia dovuto al ritardo con cui i responsabili delle strutture hanno dato l’allarme, o non l’hanno dato affatto, per evitare di perdere rette e contributi pubblici.  Perciò credo proprio che dovremmo parlarne, discutere e cercare soluzioni più adatte alle necessità e ai desideri degli umani e dei nostri cari, dato che la RSA non è un dato naturale legato alla vecchiaia, ma una soluzione storicamente determinata, comparsa in epoca neoliberista e che, come tale, può essere migliorata, o anche sostituita da soluzioni migliori e più adatte a salvaguardare la dignità, la gioia e i diritti di quegli esseri umani preziosi che sono i nostri vecchi.

Potremmo, ad esempio, garantire assistenza quotidiana domiciliare a ciascun anziano, a casa sua, invece che rinchiuderlo.  Potremmo attrezzare i quartieri e gli isolati con giardini, circoli, biblioteche, spazi collettivi per attività libere e di aggregazione, com’erano fino ad alcuni anni fa le bocciofile a Milano. Diciamo delle “bocciofile di nuova generazione”? Adeguate alle necessità di noi nuovi vecchi, che sappiamo navigare su internet , chattare e che magari vorremmo riprendere a studiare, fare bricolage o organizzare attività di volontariato, oltre che giocare a carte o a bocce? 

Un servizio di assistenza e prevenzione sanitaria capillare sul territorio, che sia integrato con gli ospedali e i luoghi specializzati nella cura delle patologie più gravi, e permetta la cura e l’assistenza sanitaria della maggior parte dei disturbi e delle malattie meno gravi standosene a casa, giovani, adulti o anziani che siamo, e un’adeguata assistenza sanitaria anche durante l’eventuale convalescenza.  Ma non è nello spazio di un’articolo che potremmo trovare le soluzioni: ci tornerò.

Dato che, comunque, le RSA esistono e impiegano centinaia di migliaia di persone, dato che rispondono ad esigenze che potrebbero non trovare soluzioni adeguate nella prevenzione territoriale, ma potrebbero integrarla in casi particolari:  vediamo se, e come, potremmo ripensarle e riorganizzarle per garantire la salute ed il benessere degli ospiti. Per farlo, iniziare da un piccolo decalogo che non ha la pretesa di essere esaustivo, ma di favorire la riflessione su ciò che potrebbe rassicurare un futuro ospite e i suoi familiari:

  • le strutture per anziani devono assicurare l’assenza di rischi di contagio di ospiti e personale;
  • nel contempo, devono assicurare ambienti e procedure igienicamente sicuri, che prevengano e impediscano la diffusione delle malattie;
  • tutto il personale sanitario e non sanitario, compreso quello di ditte esterne come pulizie, fornitori, manutentori ecc. che accede alle strutture, dev’essere adeguatamente formato alla prevenzione e protezione dei rischi sanitari e del contagio.
  • tutti i protocolli fino ad oggi utilizzati per le diverse attività, sanitarie, di assistenza, pulizia e manutenzione, devono essere sottoposti a completa revisione fino a comprendere tutti i comportamenti e tutte le attività di diagnosi precoce, isolamento, sanificazione, compartimentazione  degli ambienti;
  • tutto il personale dev’essere dotato e usare i DPI necessari a prevenire la diffusione delle malattie per tutto il tempo trascorso dal momento dell’ingresso all’uscita dalla struttura;
  • tutti gli ospiti e tutto il personale, anche di ditte esterne, come pulizie, fornitori, manutentori ecc. che accede alle RSA, devono essere sottoposti a esame periodico per stabilire se sono venuti in contatto con il virus (e, in futuro, ogni altro patogeno epidemico);
  • tutti i parenti e visitatori esterni delle RSA devono essere non infettivi e all’ingresso devono indossare DPI che devono portare fino all’uscita; essi possono accedere esclusivamente ai locali assegnati per la visita;
  • tutti i locali e i percorsi di visita, compresi i bagni per gli ospiti, devono essere separati dagli altri e devono essere sottoposti a sanificazione dopo ogni visita;
  • ogni persona che ha accesso a una RSA, sia membro del personale sanitario, non sanitario, amministrativo, addetto alle pulizie o alla manutenzione, anche appartenente a ditte esterne che, all’esame periodico, dovesse risultare infetta o contagiosa, o che sia entrata in contatto con persone, luoghi o materiali infetti, non potrà più avere accesso alla RSA;
  • eventuali ospiti che all’esame periodico dovessero risultare contagiati, dovranno essere immediatamente isolati in ambienti appositamente predisposti che dovranno essere compartimentali e isolati anche impiantisticamente, e da qui trasferiti percorrendo percorsi separati e isolati in diverse, apposite e adeguate strutture esterne di accoglienza e cura; qualsiasi membro del personale, dal medico all’addetto alle pulizie che, a qualsiasi titolo, entrasse in questi ambienti isolati in presenza di ospiti contagiosi, potrà uscirne solo dopo essersi sottoposto alle più rigorose procedure di sanificazione, per escludere ogni pericolo di contagio;
  • tutte le persone: ospiti, visitatori e personale della RSA o esterno, che fossero anche accidentalmente entrate in contatto con un ospite o anche una persona esterna risultati positivi al contagio dovranno essere sottoposte a quarantena;
  • nessun medico o altro personale, interno o esterno, ivi compresi gli addetti alla manutenzione e alle pulizie, che acceda alle RSA può entrare in contatto con abitazioni, persone, strutture in cui siano presenti infetti o contagiosi; nel caso in cui un membro del personale, un visitatore o chiunque altro acceda per qualsiasi motivo abbia diritto di accesso in una RSA, questo viene immediatamente a cadere al momento in cui egli venga anche accidentalmente a contatto con una persona, struttura o materiale contagioso.

 

(*) Luca Bergo, Architetto 

 

5 commenti per Covid 19 – ma voi, la vostra mamma, ce la mandereste in una RSA?

  • Pietro Enrico Corsi

    Grazie per aver ricordato ed iniziato ad approfondire un problema importante che non sembra aver finora ottenuto l’attenzione dovuta in termini di progettualità futura, ma quanto più prossima possibile.

  • giovanni

    I punti presi in considerazione devono far riflettere seriamente su dove ci ha portato questa società dei consumi politicamente condizionata dalla parte economica:è triste doversene accorgere solo quando ci si viene a trovare in situazioni così drammatiche.Una cosa che mi imfastidisce è il chiamare “vecchi”i nostri “cari “che ci hanno dato tutta la loro vita ed affetto per farci crescere e permetterci di affrontare un mondo in continua evoluzione.Una parola più rispettosa dovrebbe essere utilizzata sottolineando il rispetto che dobbiamo loro per quanto ci hanno dato perchè alla fine potessimo fare la stessa cosa con i nostri figli.

  • Luca Bergo

    Mi dispiace che la parola “vecchi” venga considerata poco rispettosa. E’ un errore. Vecchio è un sostantivo maschile che indica un uomo vecchio o di tarda età. L’evoluzione della lingua modifica il significato delle parole, e il politically correct ha indotto un invecchiamento forzato di termini antichi della lingua italiana e questa sorta di obsolescenza programmata di ogni parola ci costringe a inventare continuamente nuovi termini “meno offensivi”.
    Avendo 66 anni, ricordo bene quando le parole avevano ancora il loro significato, e nessuno si sentiva offeso dal loro uso corretto. Ma mi scuso se questa mia testardaggine linguistica può aver ferito qualcuno involontariamente. o stesso mi considero un vecchio, e purtroppo non credo che chiamarmi anziano migliori la realtà.

  • Luca Bergo

    Mi dispiace che la parola “vecchi” venga considerata poco rispettosa. E’ un errore. Vecchio è un sostantivo maschile che indica un uomo vecchio o di tarda età. L’evoluzione della lingua modifica il significato delle parole, e il politically correct ha indotto un invecchiamento forzato di termini antichi della lingua italiana e questa sorta di obsolescenza programmata di ogni parola ci costringe a inventare continuamente nuovi termini “meno offensivi”.
    Avendo 66 anni, ricordo bene quando le parole avevano ancora il loro significato, e nessuno si sentiva offeso dal loro uso corretto. Ma mi scuso se questa mia testardaggine linguistica può aver ferito qualcuno involontariamente. Io stesso mi considero un vecchio, e purtroppo non credo che chiamarmi anziano migliori la realtà.

  • Luca Bergo

    Su questo e altri temi delicati, come la scuola e i trasporti pubblici, varrebbe la pena ampliare la discussione

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