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Web poetry lab: Spleen della domenica

– di Biagio Longo (*)

Non so com’è questa domenica…mi ha preso uno spleen che non capisco.

Dal cuore fino alla gola, se interpreto bene, è depressione; mi sforzo e giro intorno alle faccende domestiche…e così braccia e gambe sono occupate; la testa invece rimugina…e non sempre la mente corrucciata mi sembra andare d’accordo con lato sinistro e destro, ognuno per i fatti suoi: non un pensare, una riflessione…ma pensieri isolati, sparpagliati, senza nesso, mi sembra. 

Disorientato?!? È dir poco…

Mi ero appena rasserenato, a sentire il mio amico in ripresa, con quella voce raspante, tremenda, come se il fiato rimbombando grattasse tutti i polmoni prima di uscire; e che giorno dopo giorno sento schiarirsi, riprendere il suo tono e…mi sentivo sollevato, quasi una gioia, se pur timida per non mollare la guardia. 

Ma poi di nuovo mestizia, per un caro amico. Sua mamma, già a febbraio si sentiva male e suo papà, anche con la sua bella età non aveva voluto sentir ragioni ed era andato a trovarla. Da lì a poco si è ammalato anche lui. Ed ieri è mancato. Sì, al mio amico, innamorato (come forse siam tutti) dei genitori faccio le condoglianze…ma con che parole? dove trovarle? 

L’ esitazione non sta tanto nella scomparsa (come orrendamente si sta calcolando con il virus) di un  genitore comunque anziano …perchè appena adulti ci si comincia a preparare…e quindi ad accettare anche la morte. 

No. Non è questo. 

Il mio cruccio, e il mio dolore in questa epidemia è ancora in questa domenica (oltre per le continue lancinanti sirene), scatta per il modo. 

Per la cancellazione degli addii. È la loro imprevista, inattesa, sconcertante impossibilità: questa è la sciagura della sciagura che stiamo vivendo. E che segnerà per sempre i sopravvissuti. 

Sì, è vero: la mediatica banalità ha fatto anche qui spudorata irruzione. Abbiamo visto qualche malato con il respiratore fare ciao con la mano e nella cornice bluetta di un iPad o di un telefonino rispondere con la mano di qua dal vetro. 

Ma la maggior parte, o quasi tutti, hanno lasciato entrare il proprio caro, senza la certezza della malattia, e quindi speranzosi ancora di rivedersi, senza neppure pensare ai saluti. 

E tanti, che magari da tempo non passavano dalle residenze, hanno saputo al telefono che il proprio caro non c’era già più. Né si può andare. E per le ceneri si vedrà. Forse. 

Voi, che siete più forti, meno fragili e più lucidi di me, ditemi: ma che parole si possono usare per le condoglianze, come posso esprimere il cordoglio all’amico, al parente, che ha visto così volatilizzarsi, dispersi nei numeri statistici, i propri cari? 

Inavvertitamente, nell’ora d’aria sul balcone, ho schiacciato una formichina solitaria…Non ho fatto in tempo a leggere due righe che, con movimenti stocastici inconsulti di rapide linee ezzate sovrapposte, vedo dozzine di formiche accavallarsi e concentrarsi attorno a quelle (mi vien da dire spoglie, ma è una formichina…e forse è esagerato) a quei due puntini quasi invisibili prima calpestati. 

Non è la prima volta che osservo. Ed ogni volta resto attonito e stupefatto. 

Una volta quelle schiere di formiche erano attorno ad una di esse calpestata ma che ancora aveva piccoli movimenti, e perciò si avvicendavano una dopo l’altra quelle giunte in soccorso a trascinarla, a portarla via… 

L’ estate scorsa ero al mare. 

Pranzare all’aperto è sempre un problema se ci son le vespe…

Le scacciavo dal piatto con un giornale arrotolato. Quelle cadute a terra le scostavo con il piede verso il muro. Neppure avevo finito di mangiare una frisa, non molti minuti, e noto una straordinaria riga nerissima in movimento lungo il muro: formiche!! 

Così numerose e incolonnate e veloci da richiamare l’attenzione e quindi da scatenare la mia mania di fotografare. Come al solito memoria piena!! Un rammarico enorme perché sono certo che il filmato sarebbe stato da Premio Pulitzer. 

Non ci crederete, ma fu una cosa epica e per me di grandissima emozione. 

Per fare le riprese avevo attivato l’ingrandimento. Una delle vespe, da me scacciate e schiacciate, era stata attorniata da decine di formiche e veniva trascinata in colonne quasi militari, lungo quei filari neri con una velocità tale da restare a bocca aperta. Sempre tramite l’obiettivo dello smartphone vedo che la vespa a terra, mentre viene trascinata, muove le ali, ancora viva, come se volesse divincolarsi, da quelle decine di formiche non più grandi di una sua zampa. Non faccio a tempo di mettere a fuoco che avverto da un ronzio veloce la presenza di un’altra vespa, velocissima, che su e giù fa delle ronde attorno alla fila che continua imperterrita il suo lavoro di trascinamento. La vespa volante scende in picchiata avventandosi sulla fila, come se volesse sgominare quelle formiche. Che invece avvicendandosi e accumulandosi al traino vanno ancora più veloci. Una, due, tre, quattro volte la vespa volante va in picchiata, finché riesce a prendere tra le zampe la vespa ferita, a sollevarla a fatica prima, e poi con uno scatto rotante a portarla via e, inseguendo con gli occhi, vedo che posa la vespa ferita sul tronco d’ulivo: in salvo! 

Riguardo giù la fila. Vedo delle formiche ferme, altre che si rotolano, evidentemente ferite o uccise durante l’incursione, e tutt’intorno di nuovo  che si concentrano e si accumulano e tutte a schiera che le spingono, le prendono….e in qualche minuto al piede del muro resta tutto pulito. Neanche l’ombra delle formiche colpite. 

Non datemi del matto!! 

Credo di avervi parlato di ciò, forse suggestionato da tutti questi avvistamenti di specie animali che si riprendono spazi e luoghi anche nei centri urbani. 

Conigli usciti da chissà quale cappello, scoiattoli fin  sulle panchine dei parchi, aquilotti che covano (in diretta) sul terrazzo del Consiglio della Lombardia (!!!);

cervi a Lucugnano (!!), balenotteri bianchi nello stretto di Messina, e – come potete vedere nel video qui allegato – delfini, i liberi socievoli intelligenti delfini…nel porto di Bari(!!). 

Al netto delle fake: credo sia chiaro che se l’uomo si ritira, il pianeta finalmente respira e dà spazio ad altre specie, e queste altre specie sono già tra noi, e forse anch’esse saranno sapiens, come e forse più della nostra….

Quindi si avvera la profezia del grande Clifford Simak? 

Non lo so. 

Magari non ne saremo testimoni con le nostre brevi, incerte vite alle mercé di qualsiasi virus sconosciuto; se consideriamo però Anni Senza Fine…. 

Letto in gioventù, mi aveva creato molta inquietudine, consolidando e rendendo certe tutte le mie incertezze. 

Un pianeta desertificato dal grande calore, avanzi di città e di abitazioni custodite dalla specie canina, a cui sapiens prima di disperdersi sciamando su altri pianeti meno devastati, aveva dato la parola; e poi le formiche, per l’appunto! 

Le formiche, che nell’evoluzione si erano miniaturizzate per il necessario, erano riuscite a utilizzare i meccanismi dell’intelligenza artificiale, entrando nei meccanismi dei computer e così gestendo la loro società terrestre ereditata dall’uomo sapiens. 

Non so perché, ma mi sembrava spaventevole questo scenario. Ma mi procurò una particolare attenzione per questa specie, le cui numerosissime multiformi società sono già tra noi. 

E non mi spaventa più!

Anzi, devo confessarvi una cosa. 

Da adulto, e soprattutto adesso dopo questa esperienza coronavirus, preferisco che sia come dice Simak: che siano esse le formiche a prendere il nostro posto. Perché?!? 

Perché sono certo – cioè: considero acquisizioni certe le mie osservazioni casuali – che esse, le formiche, sapranno tramandare uno dei nodi essenziali della società umana: la cura dei feriti e, soprattutto, l’accompagnamento, l’ultimo addio e la sepoltura dei morti. 

Attraverso cui soltanto ci può essere memoria delle singole esperienze di vita e costruzione dei rapporti sociali su cui si basa la civiltà dell’uomo. 

Non biasimatemi. 

Ma in quest’isolamento forzato trovo bello e rassicurante che sia così. 

Non soltanto – come dice il poeta – finché il Sole brillerà sulle sciagure umane, ma anche dopo!

 

(*) Giornalista

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