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Città aumentata - Civitas oriented

Gian Pietro Bassani in Africa

Commento di  Gian Pietro Bassani (*) al convegno   Città aumentata ‘Civitas Oriented’ – 29 maggio 2020  nell’ambito della Milano Digital Week 2020

Quando sento parlare di Civitas il mio pensiero va immediatamente a una comunità di persone e a questo associo l’idea di complessità. Complessità data da tutti i suoi elementi, percepiti in maniera chiara o che esistono nel mio inconscio (so che ci sono, ma non riesco a distinguerli, individuarli). L’elemento centrale di questa complessità è l’uomo, la persona, lui stesso sistema complesso, complessità nella complessità. Complessità, non complicazione.

Con questa premessa il dar vita a gruppi interdisciplinari è un passo fondamentale: mi permette di affrontare molti elementi di questa complessità e comprenderne le connessioni.

Ho seguito con interesse la discussione, sono stati affrontati vari elementi di questa complessità in maniera più o meno approfondita. Ma ho avuto la sensazione che ci si sia fermati alla superficie. C’è stato qualche timido tentativo di affondare il coltello nella piaga. Forse perché in questo gruppo manca qualcuno il cui “mestiere” sia affondare il coltello nella piaga? Forse perché tutti sono abituati a non invadere il campo altrui? Io faccio il patologo, io faccio l’urbanista, io faccio il politico, io faccio il pianificatore, ecc. Ma l’oggetto dell’indagine è fatto di elementi così distintamente separati?

Secondo me, per affrontare una questione il cui centro è la persona che vive la civitas, ci si è dimenticati di chi per mestiere indaga l’uomo nelle sue relazioni più intime.

Il prof.  Giuseppe Longhi ha citato Sciascia: “I soldi ci sono, ma la mente, la mente?” Voleva dire che per far fruttare i soldi ci vuole la mente? Io l’ho interpretata in un modo leggermente diverso: l’uomo, nella sua complessità, è la struttura della civitas, il resto è sovrastruttura; e noi stiamo guardando alla sovrastruttura (i soldi, i mezzi fisici), importante, ma sempre sovrastruttura. Dovremmo adattare la sovrastruttura alle esigenze della struttura.

È forse questo il richiamo  fatto da Carlo Alberto Rinolfi nel suo intervento, quando parlava di empatia, che richiama la parte non razionale (non irrazionale) della persona.

La prof.ssa Margherita Rossaro parlava di “stretta di mano” per marcare la fondamentalità del contatto fisico nella crescita della persona, contatto fisico che scatena un’infinità di emozioni e di reazioni. Solo accenni, l’analisi l’ho percepita sviluppata quasi esclusivamente sull’hw, e il sw?

La questione amletica (?) non è che cosa sia più importante, perché la questione è stupida! Sarebbe porre con termini moderni se è più importante il corpo o l’anima o se comanda il corpo o l’anima (sotto mentite spoglie il buon Menenio Agrippa imperversa sempre).

È un vecchio dilemma; è il pendolo che non raggiunge l’equilibrio; il dramma delle due culture, descritto da Peter Snow, fisico e romanziere, nel 1962 tra cultura umanistica e cultura scientifica. Riproposto da E. Morin in un libro del 2011. Dice Morin: “L’aumento spropositato delle informazioni e la diversificazione dei saperi sono tali per cui abbiamo bisogno di strumenti che ci permettano di trasformare informazioni e saperi in conoscenza padroneggiata e integrata. Inoltre, il sapere formalizzato è sempre più appannaggio degli specialisti e i problemi umani diventano sempre più materia sella competenza dei tecnici ed esperti. Il cittadino è spossessato. Questa deprivazione del sapere è compensata molto male dalla volgarizzazione mediatica e ciò pone il problema ormai capitale della necessità di una democrazia cognitiva.

È ormai essenziale superare il fossato che si è venuto a creare tra la cultura classica e quella scientifica. La cultura scientifica rifiuta sistematicamente le questioni filosofiche e non possiede strumenti per pensare se stessa. Quanto alla cultura umanistica tradizionale e alla filosofia, esse ignorano la scienza di oggi che può invece fornire loro la più importante materia di riflessione e di meditazione sull’universo, la vita, l’umano.”     Fine della lunga citazione.

In questo incontro si è materializza questa dicotomia! … e non ci sono stati molti sforzi per superarla. Dove sono i filosofi, non solo quelli accademici, dove i narratori (Cervantes, Manzoni, Dostoievski, Achebe, san Giovanni della Croce, e chi più ne ha più ne metta) che sono stati capaci di presentare la complessità e le contraddizione dell’uomo in maniera così profonda e comprensibili a tutti i lettori; capacità che manca a moltissimi uomini di scienza.

Si è parlato di velocità dell’innovazione e, quando Carlo Alberto Rinolfi ha presentato il  relativo grafico, mi sono ricordato la chiacchierata fatta in Costa d’Avorio con un tecnico del villaggio dove mi trovavo: gli avevo portato il pc a riparare e tra una chiacchiera e l’altra  mi ha detto che nel giro di una generazione erano sì passati dal tam-tam allo smartphone, però gli spiriti governavano ancora la nostra vita! ha aggiunto.

L’innovazione hw è stata velocissima, ma quella sw sembra avere tempi diversi; forse perché richiede un impegno e una convinzione personale? Non puoi comprarla al supermercato! Questi cambiamenti devono essere vissuti e il vivere richiede tempo, elemento del quale abbiamo perso il reale valore: in realtà il tempo è la nostra vera ricchezza, è solo nostro, ma una volta usato, bene o male che sia, non c’è più!

Ci vuole tempo per costruire l’uomo nuovo e qui entra in gioco l’educazione, di cui l’istruzione è parte. E l’educazione sta nella stretta di mano di cui parlava la prof.ssa Margherita Rossaro. E lì ci si è fermati!

L’innovazione ha bisogno d’istruzione, ma non è che creiamo automi? Perfetti conoscitori dei mezzi ma scarsi utilizzatori degli stessi al di là delle informazioni concesse? Rischiamo di creare dei modelli che si ritorceranno contro!

Lo vediamo nelle periferie: abbiamo fornito l’hw, molte volte un po’ grezzo, ma non il sw e i risultati sono sotto gli occhi di tutti (quelli che vogliono vedere). I boschi verticali, sempre che siano un modello, non sono disponibili per persone che in un anno di lavoro si possono comperare un solo metro quadro di questo modello (niente cibo, vestiti e altro per favore).

Devo ammettere che talora ho trovato fastidio: CIVITAS ORIENTED, la nuova luna. Ci viene proposta, ma l’attenzione è stata continuamente portata sul dito. Il vivere quotidiano, nei suoi aspetti, l’educazione (non l’istruzione) ci portano al contingente, all’immediato (basta vedere come l’economia che ci ha pervaso guardi all’adesso e subito); anche la pianificazione della quale ho sentito parlare, l’ho percepita come pensare non al domani, ma a questa sera, importante, ma limitante in questo progetto.

Per tornare al prof. Longhi: la mente, “questa sconosciuta”. Questo mi richiama  un opuscoletto di Severino “Cervello, mente, anima”; l’incipit è fantastico: “Davanti alla filosofia molti scienziati alzano le spalle”. Poi li giustifica, anche. Interessante comunque il richiamo ai concetti del titolo che richiedono una interazione tra filosofi e scienziati.

Percepisco questa carenza nell’incontro, che peraltro è stato molto utile per me; ha posto un percorso, presentato da angolature diverse, stimolando il pensiero.

Ho divagato, ma l’argomento è complesso e mi giustifico con una frase di un romanzo di Nooteboom: “L’arte della divagazione consiste in una intuitiva approssimazione alla complessità del reale.

Civitas oriented è anche un sogno e niente come l’affermazione di Wilde mi rende positivo: Vedo le cose e mi domando perché! Sogno le cose e mi domando perché no?

Grazie a chi l’ha organizzato e grazie a chi è intervenuto migliorando, spero, la mia educazione. La verità è fatta di tanti granelli, ne ho ricevuti un po’: compito mio metterli insieme!

 

 

(*) alias Tex Willer…

 

 

 

 

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