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Digital Week-post Covid19: ripartire dal valore strategico delle fragilità

intervento di Carlo Alberto Rinolfi (*) 

Dal convegno “Una Città aumentata ‘Civitas Oriented’ – 29 maggio 2020

Molti degli obiettivi fissati dall’ONU per assicurare la salute del pianeta sono usciti malconci dall’impatto col Covid 19. Il temporaneo blocco dell’attività e delle libertà di comportamento ha ridotto la produzione di CO2 e il consumo di energia. Anche le alterazioni meteorologiche sembrano essersi ridotte e la pressione sulle altre specie viventi si è momentaneamente allentata.

Per il prossimo futuro si prevede però una diminuzione generale dei PIL e un aumento del livello di povertà; la messa in discussione del lavoro dignitoso e della crescita economica; un rallentamento delle infrastrutture dell’innovazione sostenibile e il peggioramento delle disuguaglianze che riguarderà in maniera particolare le fasce più deboli della popolazione come risulta dal  recente rapporto ASVIS. 

Lo scenario dunque non è affatto rassicurante soprattutto se si pensa che si prevede l’arrivo di altri fenomeni con analoga portata dirompente. Siamo quindi chiamati a guardare in volto i nuovi rischi in arrivo facendo tesoro dell’esperienza compiuta.

Questa occasione ci invita a interrogarci su come siano uscite dall’esperienza del Covid 19 le infrastrutture che trattano i dati e come ne abbiano fruito i cittadini più fragili.

In Italia si sono registrati comportamenti informativi delle strutture istituzionali distinti da quelli che si sono attivati in modo autonomo e informale nella società.

Le Infrastrutture digitali istituzionali locali o nazionali hanno reagito a una pressione che le ha spiazzate e sorprese anche in ragione della non applicazione di normative operative già da anni previste per evenienze analoghe. Sono prevalse le modalità di relazione di emergenza con disposizioni non sempre chiare e univoche. Le informazioni ufficiali sono parse in difficoltà, i dati disponibili sono risultati incerti e in parte mancanti con ritardi e problemi di rilevazione. Gli apparati sanitari hanno risentito dell’orientamento alla cura ospedaliera e non al territorio e le burocrazie regionali e nazionali sono entrate in affanno con tempi e qualità di risposta spesso inadeguati e poco empatiche. Tutti i sistemi informativi hanno risentito dei data base separati e condizionato il monitoraggio e quindi la velocità di comprensione anche statistica del fenomeno.

Le infrastrutture digitali non istituzionali  sovranazionali  in tutto il pianeta hanno svolto un ruolo particolare sconosciuto nelle precedenti pandemie velocizzando la diffusione delle informazioni e allertando cittadini e Nazioni, e hanno poi svolto una funzione essenziale nelle fasi di isolamento forzato.

Si è registrato un picco di produzione mondiale di dati in rete analogo al pauroso picco iniziale della diffusione del virus. E’ stata una risposta tecno informativa a carattere virale paradossalmente scatenata da una microscopica particella portatrice di una bio informazione altrettanto virale ma per noi nociva.

Nel periodo dell’isolamento forzato sono cresciute un modo esponenziale le transazioni online e il web ha svolto funzioni di supporto a interazioni sociali empatiche, produttive, di acquisto e formazione che tenderanno in parte a mantenersi nel futuro. Le informazioni veicolate dai social, pur essendo spesso poco attendibili, sono però state sempre veloci e copiose anche all’interno di gruppi specialistici di personale sanitario e medico che hanno così potuto supplire a carenze informative istituzionali.  Si sono accentuati gli scambi empatici con funzioni antistress da isolamento e di  ricerche di possibilità di auto cura anche se in modo non certificato e in carenza di un orientamento sanitario alla prevenzione.  In questo contesto le pratiche di accesso al digitale sono state lasciate alla libera iniziativa dei cittadini ma poco agevolate per i più a rischio. In generale la nuvola ha assorbito l’urto informativo ma le interazioni sono risultate non controllabili e non adeguate per una assistenza online di carattere sanitario indispensabile per gli stati di emergenza.

A differenza delle altre pandemie, questa è avvenuta in un mondo iperconnesso. Le tecnologie in pochissimi anni hanno trasformato il modo di interagire tra le persone ma, nel contempo, hanno creato distanze culturali e linguistiche di carattere generazionale che hanno svantaggiato proprio le categorie più colpite.   

Per avere un’idea di quanto sia stato accelerato il cambiamento sociale mondiale si pensi che sono stati sufficienti solo 13 anni per l’affermazione totale dello smartphone, mentre il telefono ne ha richiesto 86.

Le diseguaglianze da pandemia 

Nell’esperienza italiana il Covid 19 ha discriminato la popolazione per classi di classi di età. Gli over 65 e i disabili sono risultate le categorie più esposte condividendo una maggior fragilità immunitaria e una minor capacità autonoma di affrontare gli stati di emergenza legati ai rischi globali in generale.

Il problema è molto serio dato l’invecchiamento della popolazione, che ha visto in Italia gli over 60 superare gli under 30 nel 2018, a conferma di una tendenza europea che  porterà nel 2060 gli italiani over 60 al 39,4% e fermerà gli under 30 al 26%.

Le disuguaglianze da pandemia non si limitano però alle sole classi di età.  Oltre alle evidenti differenze tra la città e il suo hinterland, al suo interno sono emerse nuove fragilità e fasce a rischio che meritano di essere approfondite.  La mappa che riporta la distribuzione del contagio per CAP evidenzia una disomogeneità da porre in relazione a un insieme multiplo di fattori come: livelli di reddito, tipologie di lavoro, possesso di seconde case, attività connesse con precise aree produttive  dell’hinterland, differenti accessi a luoghi affollati, tipi di servizi di mobilità, flussi di traffico, ecc.

E’ inutile osservare quanto in situazioni di emergenza sia importante disporre di un sistema urbano di rilevazione e monitoraggio che permetta di individuare velocemente i focolai e le aree a maggior necessità di intervento a livello di singoli municipi e quartieri. Si pensi che i residenti del solo quartiere Gallaratese sono 80.000, ben più dei 50.000 della zona rossa del Lodigiano.

Per i disabili e gli anziani che hanno più difficoltà di accesso a internet e sono i più colpiti dall’ emergenza pandemica i rischi di una carente digitalizzazione istituzionale ma anche di un suo sviluppo  verticale (top-down), impersonale, non facilitato e poco empatico sono evidenti.

In un contesto di ripresa non sostenibile, di sistemi burocratici istituzionali in difficoltà, di rischi pandemici e climatici e di carenza di approcci sanitari preventivi, una digitalizzazione invasiva, non agevolata e partecipata può accrescere le diseguaglianze, spersonalizzare i rapporti e rischiare l’inaffidabilità dei servizi sanitari on line.

Che fare dunque?

Di certo la progettazione dei servizi online, se fatta a partire dalle categorie con il maggior numero di bisogni e di eccezioni o disabilità, non può che essere utile a tutta la popolazione. Progettare correttamente i sistemi però non basta, occorre mettere rapidamente a punto interventi specifici che vanno dalla applicazione delle politiche ONU e strategie UE per la riduzione delle disabilità da rischi globali alla costruzione di un sistema digitale  cittadino per la gestione e prevenzione dei rischi con attenzione particolare alle disabilità e alle classi di età più avanzate.

Sembra altresì indispensabile procedere nella direzione di una alfabetizzazione digitale differenziata per disabili studenti e in età lavorativa e per anziani in generale. 

L’obiettivo generale è di supportare lo sviluppo di una telemedicina metropolitana protetta e facilitata da badanti e familiari addestrati.

Proprio per la delicatezza e importanza vitale dei dati trattati diventa essenziale il controllo pubblico della sicurezza dei sistemi informativi per la tutela della dimensione del privato (privacy) e la corretta applicazione della Protezione e Regolazione Generale dei Dati UE (GDPR).

E’ infine giunto il momento di porre mano a una Costituzione digitale cittadina e alla promozione e sviluppo di piattaforme urbane informative  interattive e di reti cittadine Smart  ( Specifiche-Misurabili- Raggiungibili  in Tempo reale ) protettive con mini nodi di associazioni e cittadini a livello di quartiere per l’inclusione delle fragilità e lo sviluppo di relazioni umane autonome e resilienti.

 

(*) Presidente Mondohonline

clicca qui per guardare  il video 

 

 

1 commento per Digital Week-post Covid19: ripartire dal valore strategico delle fragilità

  • Gabriella Campioni

    A mio avviso, il virus ci ha sbattuto in faccia due lezioni. La prima è che tutto è interconnesso (abbiamo visto la cascata di “effetti collaterali” del lockdown su tutti i settori). La seconda è che non ne stiamo facendo tesoro. Non abbiamo evidenziato che chi paga il prezzo più alto sono le persone più fragili: non solo disabili, ma ad esempio donne e bambini in contesti domestici violenti e, certo, gli anziani (non so se siamo ancora il secondo Paese più anziano al mondo dopo Giappone e quasi a pari merito con la Germania). Non stiamo tenendo in debito conto gli effetti “positivi” del lockdown sulla situazione ambientale,li stiamo dimenticando; per giunta stiamo inondando più di prima il pianeta di plastica con mascherine, guanti e altri presidi monouso. Molti non vedono l’ora di riprendere “come prima, più di prima” a fregarsene del resto del mondo umano e non.
    Una politica seria e lungimirante dovrebbe spendersi al massimo per “convertire” certe imprese, innovare (anche nell’educazione), promuovere fonti energetiche alternative e quant’altro. Meglio ancora se insieme ai cittadini o sotto la loro spinta e con l’aiuto di gente che lavora sul campo.
    E, perché no, ascoltare con più attenzione le voci “alternative” di cui (fortunatamente) ci hanno bombardato i social. Chi diffonde notizie “ufficiali” è davvero qualificato? Perché non si sono ascoltati o addirittura sono stati oscurati medici che operavano in prima linea?
    Per me il vero problema non è il covid, che è un sintomo, ma quello che lo ha permesso, nella fattispecie il “terreno” con le nostre indebolite difese immunitarie individuali, sociali, nazionali, mondiali. Siamo tutti più fragili: alimenti poco “nutrienti”, inquinamento, separazione sociale, paura indotta, etc. Siamo tutti dis-abili nel mondo che si va creando per il semplice fatto che non sappiamo quale sia.
    Una prevenzione efficace non sta quindi nei vaccini, nei farmaci o altro, bensì nella ricostruzione di quel “terreno” con particolare attenzione alla salute dell’ambiente, ricordando che ne siamo parte integrante.
    Non mi piacciono e credo poco nei tracciamenti o nelle mappe: finora non ho visto dati numerici con un quadro di riferimento corretto o univoco (n. popolazione, n. tamponi fatti, etc.)E ci vedo un attentato troppo grande alla nostra libertà anche di cura, sancita dalla Costituzione. Mentre sì, sono d’accordo sulla progressiva alfabetizzazione digitale, aiutando chi ancora non l’ha conseguita.
    Una piccola nota “naif”: con quelle macchie rosse, la pianta di Milano assomiglia ancora di più a un cuore… Non si diceva una volta “Milan cunt’el coeur in man?” (chiedo scusa per il mio dialetto). Recuperare quel cuore è la cosa più urgente di tutte.

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