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Crisi Covid-19, siamo stati lasciati soli

Lockdown a Milano (foto Corriere della Sera)

Dov’era lo Stato? Dove la Regione? Dove la Città Metropolitana?

 – di Giuseppe Longhi (*)

In tutte le circostanze più importanti, in tutte le crisi mondiali, in tutti i progetti d’innovazione, restiamo sempre ultimi. Ignoranza, incapacità e lentezza sono i difetti dai quali non riusciamo a correggerci.

A conclusione di Milano Data Week, vi propongo la mia relazione alla sessione “Una città aumentata civitas oriented” organizzata dal Center for Complexity Systems & Biosistems dell’Università Statale di Milano, con l’adesione di MondoHonline. Siamo stati lasciati soli dallo Stato e dalla Regione, senza attendibili dati sanitari e ambientali, e siamo stati lasciati soli dalla Città Metropolitana, sempre senza alcun dato a scala territoriale, sociale e ambientale.

Questa mancanza è il risultato di una serie di carenze culturali e politiche:

– poiché viviamo in sistemi, interconnessi, la cui materia prima è l’informazione, senza dati non c’è informazione, non c’è interconnessione. Siamo condannati all’isolamento di cui il lockdown è stata l’inevitabile conclusione;

– senza informazione non c’è predittività, per cui saremo sempre travolti da prevedibili e previsti eventi dirompenti;

– senza interconnessione e predittività non c’è resilienza, ossia capacità di gestire socialmente eventi complessi, da cui il cinico salto acrobatico dalla fase 1 alla fase 3, salviamo la vecchia produzione (forse), i cittadini anziani, poveri e con disagi siano sacrificati sull’altare di un’idea malata di economia.

In sintesi senza dati, informazioni, interconnessione, predittività e resilienza non c’è empatia, quindi c’è frattura fra gestione pubblica e cittadini.

Chi ci accompagnerà nei futuri eventi dirompenti?

Forse la Comunità europea, a condizione di comprendere il suo palinsesto fondato sul Green Deal, da attuarsi con il bilancio settennale 2021-2027 “EU Budget for the Future” e il programma straordinario per il 2020-2021 “Next generation”, destinato a favorire la ripresa dopo il crollo economico-sociale-ambientale causato dalla pandemia, dal cambiamento climatico, dalla perdita di biodiversità.

La Comunità dunque propone azioni eccezionali di stimolo, sollecitate dai Ministri dell’Ambiente di 17 paesi, che vanno oltre la ripresa fondata sull’usuale, con lo scopo di contrastare tre pandemie: sanitaria (una è in corso, ma altre sono prevedibili con aumento della frequenza), ambientale (per contrastare gli shock in corso del cambiamento climatico, e per affrontare il previsto collasso della catena alimentare entro 20 anni a causa della perdita di biodiversità), sociale (a causa del probabile collasso delle vecchie strutture gerarchiche di governo).

La programmazione comunitaria si basa sul Green Deal, un difficile tentativo di rendere operativi i parametri delle Convenzioni Internazionali sull’Ambiente, promosse dall’ONU, e sulla messa a punto delle opportunità del digitale in chiave civica (tentativo ancora più difficile). Le risorse con cui dare attuazione a tali programmi sono un ‘recovery’ immediato, per contenere i danni della pandemia, una quantità eccezionale di prestiti a condizioni ultra agevolate, per accelerare la realizzazione del Green Deal, cui si aggiunge il sistema resiliente di investimenti previsti dal bilancio ordinario settennale “EU Budget for the future”.

I processi che intende avviare la Comunità sono dirompenti e presuppongono, secondo il Green Deal, l’elaborazione nel periodo 2020-2021, di una serie impressionante di programmi operativi:

Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici;

Elaborazione della strategia per la biodiversità al 2030;

Piano inquinamento ‘zero’ di aria, acqua, e suolo;

Piano nazionale per l’energia e il clima;

Piani per la ristrutturazione edilizia e nuove normative per l’uso del suolo;

Piano nazionale di accorciamento della filiera “dal produttore al consumatore”;

Piani settoriali per l’economia circolare, con priorità ai settori tessile, edilizia, elettronica, materie plastiche;

Piano emissioni O per la siderurgia;

Strategia sostenibile e ‘smart’;

Piano di potenziamento delle ferrovie e della navigazione;

Piano di riforma della sanità per aumentare l’efficacia della risposta pandemica. Questo per accedere al Pandemic crisis support;

Piano di replica digitale in attuazione del programma “Ripartenza digitale”.

E’ facile osservare che il Green Deal presuppone un sistema organico di piani-riforme che coincidono con le riforme che non siamo stati in grado di realizzare finora, se è sempre utile ricordare il principio comunitario: no programma, no fondi, è da chiedersi come i nostri apparati culturali, amministrativi e politici potranno tenere il passo di tale organico sistema programmatorio, vista la loro storica inefficienza. Infatti, stiamo parlando di programmi la cui urgenza data almeno dall’inizio degli anni ‘70’ (Conferenza di Stoccolma sul Clima).

Il Green Deal è elemento noto, lanciato nel 2010 alla Conferenza di Toledo, con la mia relazione “Una rigenerazione urbana integrata”, ripreso da Mariana Mazzuccato durante la sua permanenza al CISE, e oggi dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, propone il passaggio da criteri di produzione meccanica a biologica, quindi una ristrutturazione sostanziale della base produttiva.

Chi nel nostro paese realisticamente è in grado di gestire tale passaggio? Chi ha tale volontà?

Sulle opportunità del digitale la Comunità intende chiudere il cerchio con il concetto di ‘Digital twin’, ossia di replica in digitale delle infrastrutture. E’ un avanzamento sostanziale per la democrazia, perché offre l’opportunità di una risposta civica sistematica alla predatoria azione delle major della comunicazione.

Ancora, chi nella nostra metropoli si farà carico di un processo d’innovazione di tale portata?

Parafrasando Sciascia: i programmi ci sono, i soldi anche, ma la mente, la mente….

Come ce la caveremo?

Ho chiarito che il centro della strategia della Comunità europea è la realizzazione di azioni strutturali per il cambiamento ambientale, economico e sociale per contrastare pandemie in corso e prevedibili, alla realizzazione di queste azioni è subordinata la concessione di finanziamenti. Questi ultimi, se pur a condizioni agevolate, sempre finanziamenti sono, quindi destinati a incidere pesantemente sul nostro debito, se non realizzano adeguati livelli di produttività. E’ bene ricordare che esistono anche contributi a fondo perduto, ma sono sempre subordinati alla realizzazione di riforme qualificanti.

Per cui, l’efficacia dell’azione comunitaria dipende dalla nostra autonoma capacità di avviare virtuose politiche dirompenti. Qui la realtà è amara, come ci insegna la storia:

  • nel 1947 c’è il Piano Marshall, l’Italia è l’unico paese fra i partecipanti (tutto il mondo occidentale) che non è in grado di sviluppare il proprio piano, verranno in soccorso i proff. Chenery e Clark dell’Università di Harvard;
  • nel 1969-1971 c’è il Progetto ’80, Ministero della programmazione economica. Accolto con il massimo scetticismo non vedrà mai un’applicazione operativa;
  • nel 1989 abbiamo la caduta del muro di Berlino, urgenza di una programmazione in base ai cambiamenti storici legati a quell’evento: progetto mai avviato;
  • nel 2000-2009 c’è il Quadro comunitario di sostegno per le regioni del Sud: circa il 50% dei fondi viene restituito;
  • nel 2020 ecco il Programma Green Deal e strumenti attuativi Piano Next Generation e EU Budget for the Future. Stiamo attendendo, se pur con ritardo, un adeguato livello di organizzazione e di risposta (e l’inciampo Colao non promette nulla di buono).

Data la storica ‘inefficienza’ nazionale, prevarrà la logica delle interdipendenze comunitarie, da cui dovremo affidarci a un tutoraggio della Germania?

Oppure, prevarrà la logica dei creditori finanziari, da cui un tutoraggio di Draghi, ma con l’incognita della lacuna operativo/programmatoria, che è stato il punto dolente del quantitative easing?

Un’utopia: prevarrà la logica della responsabilità nazionale, per cui i nostri operatori istituzionali faranno un passo indietro a favore di soggetti creativi, capaci di affrontare realtà impensabili?

Una speranza: impareranno i politici a imparare, quindi con modestia affronteranno il problema della loro educazione, per evitarci i quotidiani errori della loro obsoleta formazione lineare?

Sarà di tutto un po’, in un futuro sicuramente difficile, noi educatori possiamo offrire rigenerazione grazie a divulgazione del sapere e messa in rete di soggetti creativi, di cui l’incontro a Milano Data Week è un piccolo campione.

E’ tempo di costruire.

La realtà della pandemia ha ribadito una forza storica della metropoli lombarda, la ricchezza delle sua reti sociali (di volontariato, di non profit,….) e la capacità di collaborare fra cittadini, ma purtroppo questa forza non si è ancora consolidata in forme innovative di leadership, capaci di rigenerare un sistema democratico in forte affanno.

Ma l’adesione al Green Deal e ai suoi strumenti operativi (Bilancio 2021-2027 “EU Budget for the Future” e sua anticipazione “Next generation UE”), pone severi problemi di evoluzione dei modelli di governance, che sembrano fuori dalla portata dei soli apparati amministrativi, a livello politico e burocratico.

Almeno a scala metropolitana è auspicabile quindi da parte della pubblica amministrazione un’apertura coraggiosa alla capacità di gestione delle istituzioni non profit perché supportino:

  • una campagna di divulgazione delle implicazioni delle tre pandemie: sanitaria, climatica, della perdita di biodiversità;
  • azioni di supporto alle istituzioni nel collegamento operativo con l’UE, al fine di facilitare l’enorme lavoro programmatorio imposto dagli strumenti del Green Deal, “Next generation UE” e bilancio settennale;
  • azioni a supporto dei ‘silos’ finanziari chiamati ad attrarre e gestire risorse. Un’occasione unica per avviare una politica di investimenti sociali con priorità al coinvolgimento del risparmio dei cittadini, che assumerebbe così il ruolo virtuoso di bene comune.

L’adesione ai programmi comunitari richiede indubbiamente un ruolo attivo di supporto ‘civico’ alle amministrazioni centrali (non facile da gestire), ma sopratutto creatività nell’adattare gli obiettivi generali a quelli di un’auspicabile evoluzione della città metropolitana.

Rispetto a questo si possono individuare alcuni momenti:

  • ridefinizione della dimensione della metropoli, che non può essere ridotta al suo perimetro amministrativo, ma deve essere integrata con la dimensione dei flussi delle risorse naturali. Viene spontaneo quindi il riferimento del segno dell’acqua, naturale motore storico delle relazioni e della ricchezza metropolitana. Questa integrazione ricollega naturalmente la città metropolitana con la strategia UE, basti pensare all’indispensabile rilevazione del patrimonio della biodiversità, o alla rilevazione dell’autonomia alimentare metropolitana, che definirebbe nuovi livelli d’integrazione fra industria e natura;
  • sviluppo del sistema culturale metropolitano, con l’allargamento e il rinnovo delle reti di sapere, per superare uno stato di decennale stagnazione e contribuire attivamente allo sviluppo delle risorse umane;
  • abbassare l’impronta ecologica per riconciliare lo sviluppo metropolitano con la biocapacità e riscattare la folle corsa dell’aumento delle densità edilizie, che tanto ha contribuito al peggioramento delle condizioni ambientali metropolitane.

All’interno di questo si collegheranno i progetti prioritari per l’UE:

– della rigenerazione edilizia, destinata a chi ne ha veramente bisogno e con insediamenti a impatto zero;

– della rigenerazione del sistema sanitario, con la visione di nuove infrastrutture basate sulla miniaturizzazione – portabilità e accessibilità delle cure;

– delle smart grid, per un’accessibilità energetica a fonti rinnovabili di quartiere, che superi l’ottocentesco modello delle reti ‘pesanti’ di distribuzione;

– aumentare la democrazia: grazie all’attuazione dei processi “Digital Twin” la città metropolitana deve proporsi una evoluzione proattiva dei rapporti fra amministrazione e cittadini e garantire una gestione pubblica della ricchezza costituita dai dati.

L’adesione ai programmi comunitari diverrebbe così l’occasione per gli operatori sociali di definire una metropoli capace di nuove relazioni fra tutti gli ecosistemi, naturali, sociali, economici, per un rinnovo collaborativo della nostra democrazia.

(*) Urbanista Docente Universitario

Articolo pubblicato da Arcipelago Milano, 15.06.2020

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