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Una bussola per il Green Deal+Recovery Fund

La bussola che i nostri governanti hanno perso

di  Giuseppe Longhi (*) 

Sempre più lontani dal capire che i denari che ci arrivano dalla UE hanno una condizione: saperli usare in aderenza agli indirizzi comunitari.  Anche in Italia c’è chi saprebbe come fare: inascoltato.

Dopo la presentazione di “Iniziative per il rilancio dell’Italia”, ad opera della Commissione di esperti coordinata dall’ing. Vittorio Colao, è calato il silenzio sull’impegno dell’Italia alla riconversione radicale della società, dell’economia e della governance, impliciti nei provvedimenti combinati Green Deal+Recovery Fund.

Nei tre mesi passati dalla presentazione delle ‘Iniziative’, tutte le grandi nazioni ed una serie numerosa di città hanno presentato i loro documenti programmatici; da questi risulta evidente l’anomalia italiana riconducibile a due principali fattori: assenza di sinergia fra Green Deal e Recovery Fund (infatti il documento ‘Colao’ parla solo di Recovery Fund), da cui l’evidente propensione ad evitare le radicali riforme richieste dai cambiamenti in atto ed una narrazione lineare, che procede per semplici schede, con un atteggiamento refrattario alla complessità.

A fornire una bussola a chi è in difficoltà provvede il Club di Roma con il supporto di SUN (fondazione delle poste tedesche), SYSTEMIQ (un think and do anglo tedesco) e MAVA (fondazione ambientalista francese) attraverso il rapporto “Una bussola per il cambiamento di sistema” (vedi allegato), una vera e propria guida operativa per chi non ha ancora capito o finge di non capire la portata dei provvedimenti.

Nell’introduzione la Presidente della Commissione europea Ursula Von Leyden è perentoria: “…. dobbiamo adottare un approccio sistemico in cui gli elementi di sviluppo sono coerenti con i limiti dei confini planetari.” Questo implica:

1 –  che la Commissione Europea adotti un approccio sistemico alla progettazione, quindi tratti la ripresa dalla crisi ambientale e sanitaria come due facce della stessa medaglia, da cui gli interventi per la ripresa (facenti capo al Recovery Fund) devono essere sinergici con il Green Deal grazie ad un approccio non settoriale ma ecosistemico;

2 – che ogni progetto non deve compromettere i “confini planetari”, anzi deve contribuire a migliorare la loro condizione. I confini planetari sono dati da:

  • Cambiamento climatico: a causa delle emissioni di carbonio e di metano che generano il riscaldamento globale;
  • Acidificazione degli oceani: per effetto delle emissioni di carbonio;
  • Inquinamento chimico: per effetto dei materiali tossici rilasciati negli ambienti naturali;
  • Eccesso di azoto e fosforo negli ambienti naturali: a causa dei fertilizzanti;
  • Prelievi di acqua dolce: con tendenziale esaurimento delle sorgenti d’acqua dolce;
  • Conversione degli usi della terra: causata dalla sottrazione di ambienti naturali per attività economiche e insediative;
  • Perdita di biodiversità: causata dalle attività economiche con effetto della riduzione o dell’estinzione delle specie;
  •  Inquinamento atmosferico: generato dall’emissione di aerosol con effetti sulla salute delle specie e sulle precipitazioni;
  •  Impoverimento dello strato di ozono: per effetto delle sostanze chimiche.

Dunque, l’Unione Europea per realizzare gli obiettivi del bilancio pluriennale e del pacchetto per la ripresa:

– parte dai fattori umani e dalla pressione che essi esercitano sui sistemi della Terra, per comprendere meglio il cuore ed i sintomi della crisi degli ecosistemi;

– assume i sistemi naturali come punti di riferimento per la progettazione di nuovi sistemi economici integrati, interdipendenti, efficienti, resilienti e adattivi. Il futuro sistema produttivo ed insediativo europeo dovrà simulare i sistemi ecologici rigenerativi naturali, piuttosto che i sistemi basati sulla sottrazione e consumo di risorse;

– propone una prospettiva olistica: poiché l’uso eccessivo delle risorse naturali è una delle cause profonde del cambiamento climatico, della perdita di biodiversità, dell’inquinamento e degli effetti negativi sulla salute umana, un disaccoppiamento radicale del consumo delle risorse dallo sviluppo economico e la sostenibilità sono la risposta alle principali sfide ambientali, sociali e sanitarie;

– identifica una serie di principi coerenti con la realizzazione degli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 dell’ONU, per assicurare una giusta transizione;

– offre una prospettiva sistemica, grazie ad un approccio che supera la visione settoriale.

Per raggiungere questi obiettivi occorre essere consapevoli che, nell’epopea liberista, la sopravvalutazione del capitale fisico (e finanziario) ha portato a una sottovalutazione del capitale umano e di quello naturale, infatti tra il 1992 e il 2014 mentre il capitale fisico e finanziario sono quasi raddoppiati, il capitale umano è aumentato solo del 25% e il capitale naturale è diminuito di quasi il 40%.

Di conseguenza il Club di Roma rivaluta un principio consolidato della contabilità europea: quello del ‘decoupling’ o disaccoppiamento tra sviluppo economico e incremento del consumo delle risorse. Un principio che implica la trasformazione dei fondamenti del nostro attuale sistema socioeconomico (in coerenza con quanto sostengono gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU).

Il superamento dei confini planetari (e tutti i guai che ne sono derivati in termini di salute) rende evidente che i nuovi programmi non devono essere destinati a mitigare un sistema socio-economico ormai compromesso, ma, come sostiene la Presidente della Commissione, favorire un cambiamento radicale secondo una nuova logica sistemica fondata sui bisogni della società, anziché sui settori convenzionalmente usati per descrivere l’economia. Si propone quindi una visione ecosistemica, in cui il funzionamento dell’economia è sinergico con quello degli ecosistemi naturali. Questo principio implica un doppio cambio di mentalità, oltre al cambiamento correlato al disaccoppiamento, occorre considerare quello legato al principio di sufficienza, dove lo scopo dello sviluppo è migliorare il benessere delle persone invece del consumo pro capite. Questo non implica la negazione di un ulteriore sviluppo economico, ma l’esigenza di modelli di consumo che rispettino i confini planetari.

L’idea base è semplice: le persone non hanno bisogno di prodotti e servizi; esse hanno bisogno di soddisfare le loro esigenze sociali. Quindi, ad esempio, non hanno bisogno di auto, ma di mobilità; non hanno bisogno di frigoriferi, ma di cibo fresco e sano; non hanno bisogno di una casa di proprietà, ma di uno spazio vitale sicuro, di alta qualità, e conveniente.

I progetti del Green Deal e del Recovery Fund devono rispettare i confini sociali e planetari

Così il principio del disaccoppiamento, nella ‘bussola’ proposta dal Club di Roma, dà luogo a un modello operativo di sviluppo articolato in otto ecosistemi economici:

  • quattro riguardano la ‘robustezza del sistema’ e quindi la conservazione e implementazione delle risorse primarie (beni della natura, materia, energia, informazioni). Essi sono codificati secondo il codice cibernetico, perciò il fattore propulsivo è costituito dalle informazioni (la cui produzione e manipolazione è un bene ‘non rivale’ in quanto non consuma risorse naturali) mentre i restanti tre sono i fattori il cui consumo deve tendere a zero.

In particolare, riguardo all’informazione, la transizione digitale, come ricorda la Presidente della Commissione, “riguarda la sovranità dell’Europa”, quindi dovrebbe diventare l’acceleratore e l’abilitatore di cambiamento e innovazione sotto la guida pubblica. Infatti, per agire a servizio dello sviluppo sostenibile, le tecnologie digitali dovranno essere guidate e controllate da regole politiche e confini chiari con un ancoraggio particolare nell’equità sociale, nella distribuzione del reddito e nella tutela ambientale, senza sottovalutare i rischi elevati per il capitale sociale (a causa della competizione dei robot per l’occupazione) e l’ambiente (per l’alto consumo energetico);

  • quattro riguardano la resilienza e l’efficienza e quindi trattano la manipolazione dei primi quattro ecosistemi al fine di soddisfazione i bisogni sociali (cibo, ambiente costruito, mobilità e beni di consumo). Queste quattro esigenze della società insieme rappresentano oltre l’80% del consumo energetico in Europa, così come la maggior parte della sua impronta dei materiali.

Gli otto ecosistemi sono in grado di recepire tutte le azioni previste sia dal Green Deal sia dal Recovery plan e sono in sinergia con gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile

Ecosistema

Ecosistemi ‘primari’

Beni della natura

(sole, aria, acqua, clima…)

Materia

Energia

Informazione

Ecosistemi destinati alla soddisfazione dei bisogni sociali

Cibo

Beni di consumo

Casa

Trasporto

Azioni Green Deal+Recovery Plan

Patto per il clima

Legge per il clima

Decarbonizzazione dei settori chiave

Eliminazione dell’inquinamento

Riqualificazione patrimonio edilizio

Riduzione consumo energetico degli edifici

Progetto transizione digitale

Progetto replica digitale

Progetto dalla fattoria alla forchetta

Progetti Recovery Fund

Progetti ‘sharing economy’

Progetti recovery Fund

Progetto ‘una casa decente per tutti’

Progetti Recovery Fund

Progetto logistica integrata

Progetto O emissioni

Bisogna ammettere che una classe politica ben informata dovrebbe essere in grado, su queste basi, di elaborare linee di sviluppo armoniche in grado di avviare il processo trasformativo implicito nel Green Deal+Recovery Fund, grazie ad una politica di riforme capace di integrare gli obiettivi locali con quelli globali, risparmiandoci così l’umiliazione di un elenco casuale di interventi destinati a non superare lo stress test cui verranno sottoposti in sede comunitaria.

Ad oggi bisogna rilevare una serie di ostacoli strutturali per l’avvio dei nuovi strumenti:

– la mancanza di orientamenti politici condivisi ai diversi livelli di sistema: locale, nazionale, comunitario;

– la mancanza di interlocutori per l’avvio di una riforma ecosistemica dell’economia e della società;

– infine, l’assenza di un’agenda di marcia per un’evoluzione virtuosa verso uno sviluppo compatibile con i confini planetari, determinata dalla mancanza dei due elementi precedenti.

Da qui l’esigenza che i programmi ed i progetti che verranno presentati superino tre stress test:

– un test di coerenza, che valuti se e come le varie proposte sono interconnesse per fornire una visione sistemica dei diversi programmi. Oggi, i pochi programmi che si sono visti sembrano operare all’interno dei silos in cui sono stati scritti;

– un test di efficacia, per verificare come i programmi affrontino tre obiettivi fondamentali: neutralità climatica, circolarità economica e progresso sociale. A questo fine i programmi, come ribadito, seguiranno il principio del disaccoppiamento fra sviluppo e consumo di risorse e si occuperanno di come ri-accoppiare lo sviluppo economico e umano;

– un test di accettabilità, per verificare la capacità dei programmi di offrire a breve termine rimedi agli effetti della crisi COVID-19, incentrati sul supporto all’occupazione a breve termine, sull’impatto sui beni non rinnovabili, sulla riduzione delle dipendenze strategiche, sul bilancio sociale. L’accettabilità implica anche la capacità di comunicare efficacemente la strategia e i suoi vantaggi al grande pubblico ed agli stakeholder.

Conclusione (provvisoria). La programmazione comunitaria, la Presidenza della Commissione, il Club di Roma, importanti think tank, per affrontare i cambiamenti dirompenti che sono sotto i nostri occhi sollecitano una ridefinizione dei fondamenti e delle determinanti della nostra società, per questo occorre una leadership capace di individuare gli elementi di robustezza e di resilienza del nostro impianto socioeconomico democratico per avviare una politica di trasparenza, collaborazione, preparazione, sulla base di un nuovo contratto sociale intergenerazionale per realizzare i cambiamenti di vasta portata impliciti nell’attuazione del Green Deal e degli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 dell’ONU.

Senza questi requisiti, gli sforzi dei governi, dei cittadini e delle imprese rischieranno di concentrarsi esclusivamente sui sintomi e non saranno in grado di contrastare gli eventi dirompenti che ci sovrastano.

La prima tappa per l’attuazione del Green Deal dovrebbe essere dunque la definizione del percorso verso una forma sistemica di governance: informata dalla scienza, in grado di affrontare le cause profonde dei problemi, e basata su un processo decisionale deliberativo che porti alla condivisione della sovranità con i cittadini.

 

(*) Urbanista Docente Universitario

Articolo pubblicato da Arcipelago Milano, 15.01.2021

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