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Il futuro di Milano è scritto nell'acqua

– di  Giuseppe Santagostino (*) 

Milano ha due grandi problemi che sono in realtà due grandi opportunità: la risalita del livello di falda ai valori storici a causa della deindustrializzazione e la presenza degli inquinanti nell’acqua e nell’aria, emergenze legate  ad un regime idraulico che deve venire assolutamente riformato e alla scarsa circolazione dell’aria della Pianura Padana.

Presi singolarmente i due problemi rappresentano costi economici e sociali rilevanti, ma è la loro composizione in un disegno unitario che li trasforma nella principale opportunità per il futuro di Milano, grazie anche al momento favorevole della legislazione italiana ed europea e ai grandi finanziamenti oggi in essere.

L’emergenza climatica e gli accordi internazionali porteranno alla scomparsa da qui al 2050 dei fossili non rinnovabili nella produzione di energia, sia quella elettrica oggi ottenuta in larga parte dalla termovalorizzazione del gas, sia quella termica ottenuta dalla combustione diretta; per quest’ultima significherà un progressivo spostamento dalle caldaie oggi impiegate alle pompe di calore.

Proprio le pompe di calore, che sfruttano il potere dei gas contenuti nel loro circuito per ottenere caldo e freddo con rendimenti elevati in progressivo costante miglioramento, hanno nella stabilità termica dell’acqua di falda (16° tutto l’anno)  il loro fluido d’elezione, avendo l’aria esterna (quella usata dai condizionatori ad esempio)  temperature costantemente lontane da quelle richieste in ambiente e quindi con costi elettrici più elevati.

Oggi la risorsa acqua di falda da una parte è legata ad un regime di concessione nel suo utilizzo, che privilegia il primo che ne faccia richiesta escludendo nella zona di prelievo gli altri vicini, e dall’altra vede ben 200 mln di metri cubi ogni anno inviati in fognatura per mantenere asciutte metropolitane e parcheggi interrati.

Se a ciò sommiamo che il nostro sistema fognario (quello che oggi accoglie e depura anche quest’acqua pulita con costi incredibili ed efficienza scarsa) risale ai romani che ne sfruttavano la circolarità quando un tempo gli scarichi erano unicamente organici e favorivano così attraverso Lambro Meridionale e Vettabbia la fertilizzazione del sistema delle marcite, si rivela del tutto sorpassato oggi che quegli scarichi risultano carichi di inorganici inquinanti.

Il grande contenuto termico della falda e la necessità di dividere il sistema fognario portano con sé la soluzione alle due forme di inquinamento che oggi rappresentano il principale problema dell’area metropolitana di Milano: dividere le reti fognarie per depurare solo le acque nere, ricavandone a costi accettabili la ricchezza contenuta e destinando all’impiego diretto le acque pulite oggi inutilmente depurate, e impiegare su di una rete pubblica l’acqua di falda oggi buttata via o impiegata individualmente consentirebbe di ottenere due risultati oggi ineludibili e insoddisfatti dall’ultima grande infrastrutturazione idraulica milanese che risale ai primi del ‘900, quando il Sindaco era Ettore Ponti:

  • Mettere fine all’inquinamento di rogge e fiumi milanesi, parte integrante dell’attuale sistema fognario milanese, che verrebbero finalmente sollevati dal maleodorante compito
  • Fornire a tutta l’area metropolitana l’acqua di falda necessaria ad alimentare le pompe di calore, realizzando così l’obiettivo di eliminare la combustione diretta, diminuire le emissioni, dimezzare i costi di riscaldamento e infine consentire a tutti di accedere al condizionamento.

Su questo, assieme alla vicesindaca Arianna Censi di Città metropolitana, Università Bocconi e Politecnico, abbiamo avviato un piano di ricognizione delle possibilità esistenti nell’area metropolitana, operazione che condurrà alla redazione di un piano di fattibilità per la realizzazione della principale infrastruttura idraulica  per il futuro prossimo di Milano.

Milano senza CO2  (prima parte):

1 – L’acqua nascosta in ostaggio di pochi

Noi siamo abituati a pensare che l’acqua essenziale all’uomo sia quella cosa che esce dal rubinetto e che si beve, tanto che ricorrentemente, non conoscendo la (quasi) perfetta legge italiana, si levano crociate per l’Acqua Pubblica: quell’acqua lì è talmente pubblica che è  affidata ad Enti territoriali, gli ATO, uno per provincia, cui compete assegnare la concessione di distribuzione e depurazione.

Ma se dal rubinetto e dagli scarichi relativi, entrambi oggetto del Servizio Idrico Integrato (SII) il cui ciclo è pubblico, noi allargassimo lo sguardo al vero ciclo integrale dell’acqua (pioggia, fiume, falda sotterranea)  troveremmo un sacco di cose in cui l’uso privato del nostro bene primario acqua crea danni a tutti gli altri: è nel suo ciclo completo che l’acqua deve diventare veramente pubblica.

Prendiamo la prima falda, l’acqua che si trova sotto di noi sino a 40 mt sotto terra, ritenuta dai più un problema perché allaga metropolitane e parcheggi interrati (circa 200 mln di metri cubi all’anno di acqua pulita che finiscono in fognatura): in realtà, senza che quasi nessuno lo sappia, nel nostro sottosuolo avvengono prelievi che estraggono da quell’acqua potere termico per produrre caldo e freddo.

Circa il 15% della città di Milano (i grandi agglomerati da Porta Nuova a City Life) viene già riscaldato e raffreddato usando acqua di falda semplicemente perché è il metodo più economico (e pulito) che ci sia e i ‘ricchi’ sul punto sono attenti assai.

È questo un prelievo privato (su concessione pubblica) innocuo? 

No, perché nascosto nel nostro sottosuolo si consuma una sorta di Far West dove chi prima arriva meglio alloggia, non potendosi prelevare più di tanta acqua per zona: così se gli edifici limitrofi a queste Porta Nuova o City Life volessero passare anche loro al risparmio economico ed ecologico della pompa di calore geotermica, con ogni probabilità non potrebbero farlo perché quella zona è già satura di prelievi.

Se consideriamo che da qui al 2050 i consumi termici andranno decarbonizzati e quindi che le caldaie spariranno e che la stessa energia elettrica andrà prodotta con altro da gas, capiamo subito che la pompa di calore che ci toccherà parte zoppa se non potremo usare l’efficientissima e pulita falda milanese perché  se l’è già accaparrata qualcun altro (che oltretutto paga una cifra ridicola a Città Metropolitana per l’uso esclusivo di questo bene pubblico ignoto ai più).

Ecco che la vera battaglia da qui al 2026 è quella di trasformare tutti i prelievi milanesi metropolitani in prelievi soggetti allo stesso regime di concessione pubblica dell’acqua potabile, ovvero mettendo a disposizione di tutti allo stesso prezzo l’identico bene comune denominato acqua di falda.

L’unica alternativa possibile è quella di realizzare  una rete interconnessa di prelievi e distribuzione secondo un disegno metropolitano.

Ciò permetterà da qui al 2050 di portare l’intera area metropolitana ad avere accesso in modo razionale e sostenibile alla principale fonte termica ecologica che ci è riservata dalla  natura.

 

(*) Giuseppe Santagostino,  Imprenditore,  Milano 

 

2 commenti per Il futuro di Milano è scritto nell’acqua

  • Gabriella Campioni

    Molto interessante e ottimamente spiegato. Mi ha fatto ricordare che, tantissimi anni fa, in certe case c’erano due rubinetti: uno per l’acqua potabile e uno per quella per altri scopi

  • Giovanni Dugnani

    Ottima analisi molto seria e documentata, ne condivido pienamente le conclusioni e i suggerimenti

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