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L'impatto economico di Ebola

Ebola: l’emergenza è anche economica da Microcammino (*)

OL’epidemia di Ebola che ha colpito l’Africa occidentale non può essere considerata solo un’emergenza sanitaria. Il virus, che ha già fatto più di quattromila vittime e ne ha infettate ottomila, sta provocando profonde conseguenze anche in campo economico. Conseguenze così profonde da costringere Fondo monetario internazionale e Banca mondiale (Bm) a scendere in campo per lanciare un appello ad accelerare gli sforzi nella lotta all’ebola. Il rischio è il tracollo dei sistemi economici. «Secondo una nuova valutazione dell’impatto economico da parte della Bm – ha detto Jim Yong Kim, il presidente dell’istituto -, se l’epidemia non è contenuta in modo rapido e se si diffonde in altri paesi, l’impatto a livello regionale nei prossimi due anni potrebbe raggiungere i 26 miliardi di euro entro il 2015. Sarebbe catastrofico».

Le più colpite sarebbero le fragili economie di Guinea, Liberia e Sierra Leone. Per queste due ultime nazioni il colpo è stato particolarmente duro perché si stavano riprendendo dalle spoliazioni e dalle distruzioni causate dalle guerre civili. Proprio la Banca Mondiale ha stimato che nel medio termine la Liberia potrebbe subire un calo dell’11,7% del Pil e la Sierra Leone dell’8,9% (la Guinea del 2,3%).

L’emergenza è così sentita che le istituzioni finanziarie internazionali, solitamente rigide nel chiedere agli stati il rispetto degli equilibri finanziari, si sono dette disponibili a chiudere un occhio di fronte alle crescenti esigenze dei paesi colpiti dall’epidemia. «Siamo pronti a fare di più – ha detto Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale – È assai raro per la nostra istituzione dire questo, ma in questa occasione lo dirò: va bene aumentare il deficit fiscale quando si tratta di curare le persone, di prendere precauzioni per tentare di contenere la malattia».

Quella economica è un’emergenza che viene avvertita a tutti i livelli della società. «Il primo impatto è a livello domestico – osserva Paterne Mombe, gesuita, direttore dell’Ajan, il servizio della Compagnia di Gesù che si occupa dell’Aids e che in questi mesi si sta occupando anche di ebola – Per evitare il contagio, le famiglie non riescono più a portare avanti le attività che garantiscono loro un’entrata. Chiudono mercati,  negozi, piccole attività artigianali. I contadini hanno smesso di coltivare i campi perché il virus si è diffuso soprattutto nelle aree rurali. Con la parziale chiusura di porti e aeroporti i prezzi stanno crescendo in modo esponenziale. Si è fortunati se si riesce a trovare qualche bene di prima necessità nei mercati. Il riso, alimento base delle popolazioni locali, ha raggiunto prezzi fuori dalla portata della gente comune. Molte medicine sono sparite dalle farmacie».

Ma è l’intera economia a risentirne. Molti eventi culturali e commerciali nell’Africa occidentale sono stati cancellati. A rimetterci sono stati i settori del trasporto e dell’accoglienza. Anche i bilanci statali sono stati travolti dalla crescita esponenziale delle spese sanitarie. «Gli investitori stranieri – aggiunge Peter Bayuku Konteh, ministro del Turismo e della Cultura della Sierra Leone e un lungo periodo vissuto in Italia – stanno scappando dal paese, alcune compagnie aeree hanno sospeso i voli da e per la Sierra Leone, altri arrivano vuoti, alcune Ong hanno evacuato il loro personale, gli alberghi sono praticamente vuoti: tutto questo provoca anche il licenziamento del personale perché non c’è lavoro. Potete capire che anche il turismo ha subito un gravissimo colpo». Il rischio è che la Sierra Leone scivoli nella spirale della miseria.

Per sostenere le economie dei tre paesi maggiormente colpiti la Banca Mondiale ha messo a disposizione aiuti per 400 milioni di euro: 230 per l’emergenza, 170 per progetti a medio e lungo termine. L’Unione europea ha stanziato circa 200 milioni di euro, mentre gli Stati Uniti hanno inviato tremila soldati e centinaia di ingegneri militari, accompagnati da decine di specialisti che si aggiungeranno ai 100 già in zona. «Se non si mettono in campo strategie mirate che permettano di aumentare i centri d’isolamento e di fare campagne informative e preventive di base – conclude Roberto Scaini, medico italiano, volontario di Medici Senza Frontiere in Liberia, l’epidemia si espanderà ulteriormente. Se questo accadrà, i sistemi sanitari collasseranno e con essi i sistemi economici. In una spirale che porterà a un aumento della miseria e delle malattie».

Enrico Casale, redattore di Popoli – 16 Ottobre 2014

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