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Denutriti e Obesi: tutti figli di un destino minore - 1/5

>Denutriti e Obesi: tutti figli di un destino minore1/5di Carlo Alberto Rinolfi (Conferenza sulla Nutrizione verso Expo 2015 – Circolo Fratelli Cervi di Milano, 28 settembre 2014).

Prima di cinque parti

Noi parliamo di nutrizione sapendo che il diritto al cibo non è rispettato per circa 860 milioni di persone. E’ un dato che difficilmente diminuirà nel 2015, anno in cui Milano farà EXPO, una irripetibile iniziativa di carattere “universale” proprio su questo tema. Anche se gli accenti fieristici prevarranno, sarà comunque il momento in cui Milano dovrà dire qualcosa su come sia possibile nutrire il mondo e si troverà di fronte a questo dato, nonostante le azioni della FAO e di tutti gli organismi che sono intervenuti nel corso degli ultimi vent’anni.

Che cosa è successo? Sappiamo che negli ultimi decenni la popolazione è aumentata ed anche il suo benessere medio. Il miliardo di persone affamate non è aumentato ma non è neppure diminuito molto in termini assoluti, anche se lo è in termini percentuali sul totale della popolazione mondiale. Gli interventi attivati con la rivoluzione verde che ha aumentato la produttività delle colture hanno evidentemente contenuto il fenomeno ma non sono stati sufficienti a ridurre il numero dei denutriti. L’obiettivo che si era posta la FAO era di ridurre del 50% questa quantità. Probabilmente questa spiacevole constatazione implicherà, come in ogni azienda dovrebbe avvenire, una revisione profonda delle politiche degli Stati e della FAO.

La soluzione del problema non è semplice. Per capire “cosa” continui a produrre questa enorme quantità di denutriti sembra necessario un nuovo modo di “guardare” al problema. Quando Mondohonline ha iniziato a occuparsi di questo argomento, l’ha affrontato in termini di handicap sociali. Non l’ha fatto per motivi filantropici o caritatevoli, ma perché sa bene che ogni handicap è il frutto della società e nasconde grandi opportunità. Forse è proprio questo è uno dei modi nuovi di “guardare” che abbiamo a disposizione per affrontare questo dramma umanitario.

Trasformare l’handicap in opportunità fa parte della nostra natura essendo noi un’associazione di persone che si occupa dell’inclusione sociale dei disabili nella convinzione che molte persone e ragazzi con disabilità possono contribuire a risolvere i problemi del mondo creando delle soluzioni proprio per contrastare gli handicap sociali.  In questo caso ci troviamo di fronte all’handicap più macroscopico che si possa immaginare: l’handicap della fame. Ce ne stiamo occupando dal 2009  perché c’era l’Expo a Milano, ma lo seguiremo anche dopo.

Approfondendo l’analisi del fenomeno siamo arrivati a concludere che questo miliardo di disperati denutriti non diminuisce semplicemente perché è il “prodotto”, il “risultato” di una serie di distorsioni e squilibri del sistema in cui ci ritroviamo.

Ci siamo poi accorti che questa è solo una faccia della medaglia di un unico processo di nutrizione. Sull’altra faccia della medaglia ci sono 550 milioni di obesi, un numero in continua ascesa.  Per la prima volta nella storia di un’umanità che da sempre identificava la fatica con la fame (si veda “Storia della fatica” di Sergio Ricossa, Armando editore), l’obesità entra in scena col suo carico d’implicazioni sociali ed economiche ed è a tutti gli effetti un handicap sociale di cui dobbiamo ancora scrivere la storia; una storia che porta in scena il distacco dalla fatica fisica da un lato e l’affermazione della civiltà dei consumi e della tecnologia dall’altro.

L’handicap rappresenta sempre una limitazione umana non risolta dalla società e l’obesità rientra pienamente in questa categoria. Si tratta di un handicap sociale  poiché ogni comportamento individuale entra a far parte di un “fenomeno sociale” quando è condiviso da milioni di persone e la sua evidenza è tale da suscitare attenzione se non indignazione da parte della comunità.

Denutriti e obesi condividono dunque il fatto di essere i frutti evidenti delle nostre società, entrambi vivono dei limiti poiché non riescono a lavorare, a vivere autonomamente, sono più soggetti al rischio di patologie debilitanti e mortali e spesso sono posti ai margini della comunità. In un mondo in cui crescono i consumi e si allunga la durata media della vita, le implicazioni per la sanità relative all’obesità sono enormi e accentuano le necessità assistenziali collegate ai problemi di mobilità fisica, cardiologici, fisiologici,ecc.

Parimenti in un mondo che si regge ancora sull’accaparramento delle risorse naturali altrui, l’esistenza di uno stuolo di Paesi “affamati” senza la sovranità della propria terra neppure sotto il profilo alimentare può sembrare un prezzo più che “sopportabile“ per chi ha la pancia piena e può permettersi persino l’eleganza dell’estetica filantropica. Un’estetica in cui però l’immancabile testimonial buongustaio, pur di non mettere in discussione il suo brasato al barolo rigorosamente made in Italy, sentenzierà che il problema vero è quello della denutrizione e non dell’obesità. Si appellerà a un giudizio morale in base al quale è “cosa buona e giusta” portare l’attenzione solo sull’umano  denutrito.

Come le moltitudini di denutriti, anche quelle degli obesi sono però il frutto di una cattiva nutrizione e le radici di entrambi affondano negli squilibri sociali. E’ un errore grave separarli concettualmente sulla base del fatto che gli affamati non avrebbero scelto loro di essere tali mentre gli obesi lo farebbero di loro spontanea volontà. E’ un modo di pensare di carattere morale-individuale che non considera i condizionamenti e le etiche economiche/culturali presenti sia nella società dei consumi che in quelle tribali soggette al collasso per confronto di civiltà (“Il mondo fino a ieri”- Jared Diamon, Einaudi).

In un caso è la carenza a prevalere e nell’altro prevale l’eccesso ma entrambi gli handicap sono prodotti dalla società. Mentre la fame è però un dato molto antico per l’umanità, l’obesità si è presentata in forma così nuova ed esplosiva da costringere l’Organizzazione Mondiale della Sanità a dichiararla esplicitamente un’epidemia nei confronti della quale ha fallito per non averla saputo neppure prevedere.

Semplificando molto e non tenendo conto delle malnutrizioni (un altro miliardo e mezzo di persone), siamo di fronte a due enormi problemi della nutrizione con andamenti difformi: mentre quelli che non mangiano a sufficienza si stanno stabilizzando a poco meno di 900 milioni, quelli che mangiano in eccesso superano il mezzo miliardo e sono in rapida e preoccupante crescita.

Questi handicap hanno la caratteristica di essere presenti ovunque seppure in proporzioni e forme differenti a seconda dei sei diversi  mondi della nutrizione che risultano dall’elaborazione fattoriale disponibile sul sito dell’associazione. Li ricordiamo brevemente riportando per ciascuno le percentuale sulla popolazione del pianeta e i principali alimenti che sono consumati in misura superiore alla media :

 mondi della nutrizione 2

1)“Insicurezza alimentare e bisogni di sovranità ”(sorgo, manioca, mais)

2)” Biodiversità e potenzialità di sviluppo” (mais, frutta e  pollame) 

3)“Tra petrolio e turismo”  (zucchero , pollo, pesce)

4)“Biodiversità, ineguaglianza e crescita” (riso, pesce e suini) 

5)“Varietà di consumi e sviluppo economico” (vino, burro , latte , grassi, suini) 

6)“Scarsità d’acqua” (frumento, ovini e vegetali)

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