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Denutriti e Obesi: dalle patologie da sviluppo ai possibili interventi - 3/5

Denutriti e Obesi: dalle patologie da sviluppo ai possibili interventi  – 3/5 – di Carlo Alberto Rinolfi (Conferenza sulla Nutrizione verso Expo 2015).

Terza di cinque parti

E’ bene quindi considerare entrambi gli handicap della nutrizione (denutrizione e obesità) come uno dei frutti amari dello sviluppo squilibrato delle nostre società.

Sono squilibri che non si può pensare di risolvere semplicemente invitando a ridurre i consumi personali dei cittadini. Il problema non si limita al nostro frigorifero. E’ sicuramente molto importante affrontare il tema dello spreco, ma lo dobbiamo fare senza illuderci che il risparmio del nostro consumo si traduca automaticamente in beni alimentari per l’Africa sub-sahariana.

spreco_alimentareLo spreco non è la radice del problema. Lo spreco è  il risultato finale più macroscopico di uno squilibrio profondo. Tagliare la  coda del problema è importante ma non è sufficiente per bloccare il processo che genera gli squilibri nutrizionali.

Mi riferisco alla importante proposta avanzata da Barilla che Mondohonline condivide e sostiene con convinzione anche perché ha il merito di essere un primo tentativo di uscire dall’analisi e arrivare alle proposte. Il Protocollo di Milano è, infatti, una proposta molto interessante sollecitata da un’impresa che ha lavorato molto bene per approfondire questi problemi. Tra le altre importanti indicazioni che contiene, c’è l’invito a utilizzare l’Expo per unire tutte le volontà del mondo nella lotta contro gli sprechi. Benissimo, è bene che abbia l’appoggio convinto di tutti. Bisogna però evitare il rischio di semplificare e diffondere una interpretazione riduttiva del  problema, va evitato cioè di  ridurre tutto alla lotta sprechi di casa nostra. Va perlomeno  considerato attentamente  un dato che anche il Protocollo riporta e cioè che molta parte degli sprechi avviene per carenze di filiera (raccolta – trasporto – conservazione – distribuzione) nei paesi in via di sviluppo. Molti sprechi avvengono “a terra” sui campi in Africa e nell’ Asia sud-orientale, in India, in Birmania.

Se lo spreco non si concentra soltanto al termine della filiera che coinvolge il consumatore, diventa  fondamentale affrontare i problemi dello sviluppo dell’agricoltura e della filiera di questi Paesi.

Si tratta di un’opportunità enorme che dischiude nuove prospettive alle imprese innovative e alle nuove professioni del futuro, perché non coglierla? Se, oltre che intervenire sulla coda del problema, ci occupiamo delle sue radici scopriamo  nuove opportunità economiche molto utili per uscire dalla crisi attuale.

Già, ma come possono i cittadini intervenire a un livello che esula dal proprio frigorifero? In fondo non sono solo dei “consumatori finali”?

Che sia proprio così è vero solo in parte. Con le nuove tecnologie i cittadini hanno, di fatto, la possibilità di diventare dei produttori-consumatori. Dei “prosumer” che possono influenzare anche lo sviluppo dei prodotti intervenendo attivamente sulla produzione e distribuzione. La stessa interazione si può instaurare con i centri di decisione politica e istituzionale.

Mario Giorcelli ci ha ricordato che i cittadini possono certamente intervenire sull’aspetto produttivo e ne ha limitato l’ambito al livello locale di filiera con gli orti urbani e coi consumi Km O pur riconoscendo che i GAS (Gruppi di acquisto solidali) attivano scambi a grandi distanze. Da questa impostazione deriva un invito a porre più attenzione al nostro territorio ma può anche nascondere la convinzione che i problemi delle filiere alimentari dei paesi poveri siano talmente grandi e lontani da essere al di fuori della nostra portata. Il rischio è di concentrarsi unicamente sulle esigenze di un target evoluto di consumatori che è mediamente benestante, usa internet e può permettersi di selezionare i cibi più in base ala qualità che alla quantità . Questo target esiste ed è un crescita soprattutto nei paesi occidentali e nelle classi più agiate dei PVS , ma  non rappresenta la grande massa della popolazione che , anche in occidente, è sempre alle prese con una caduta consistente  dei suoi redditi .

Una caduta che ormai spinge anche i cittadini di Milano a ridurre le spese alimentari che abitualmente fanno presso i supermercati. Non è azzardato immaginare che questo stato di difficoltà sia  destinato a peggiorare nei prossimi anni . Si ingrandirà cioè l’esercito di chi risparmierà sull’acquisto del cibo e delle nuove povertà rappresentate dagli anziani che cercano gli scarti dei mercati e dalle persone che affollano le mense della Caritas e si servono del banco alimentare. Anche a Milano si tratta di numeri preoccupanti  che ormai sono nell’ordine di molte decine di migliaia di persone .

Nuovi poveri in occidente e poveri del sud del mondo non possono essere semplicemente affidati alle cure volontariato che pure sta facendo moltissimo .  Il volontariato arriva anche dove l’intervento organizzato dello Stato non arriva e merita tutto l’appoggio possibile ma non va lasciato solo. Il problema  è che la spinta a fare qualche cosa di utile per motivi filantropici o morali non scalfisce il retro pensiero che giustifica molti a giustificare la propria indifferenza poiché  : “in fondo, la soluzione di questi problemi non mi compete personalmente e io non ci ricavo nulla”.

Se però non si risolvono i problemi alimentari di casa nostra e delle vicine popolazioni africane nei luoghi di origine, la vecchia Europa sarà presto sommersa da eserciti di affamati in cerca di benessere. Se poi non si decide in modo serio e moderno cosa coltivare sulle terre d’Europa per alimentare le sue metropoli, in poco tempo si metterà a serio rischio l’indipendenza e la sicurezza alimentare di tutti i cittadini.

Invasioni bibliche e insicurezze o blackout alimentari, queste prospettive sono reali e non attengono né alla dimensione della filantropia né a quella dell’etica laica o religiosa. 

E’ un nostro preciso interesse  personale trovare le soluzioni a questi problemi sul duro terreno dell’economia. Perché non farlo e lasciare che questo tema sia trattato da esperti di singole discipline che fanno fatica a parlare tra loro?

Giorcelli ha giustamente osservato che l’accesso al cibo non è  tanto legato alla mancanza di alimenti, tant’è che ce n’è addirittura in esubero e in spreco a seconda di come è consumato, e aggiungerei “a seconda di come è economicamente valorizzato”. Ovvero a seconda del prezzo che l’alimento assume nel tempo e nei luoghi del mondo.

Anche se conveniamo sull’esistenza di una quantità sufficiente di cibo, ci accorgiamo che essa è maldistribuita e questo segnala un problema di accesso diseguale che dipende molto dall’andamento dei mercati e dalla forza delle economie. Cioè dai prezzi delle materie prime alimentari, che si comportano in modo differente da quelli delle materie prime non alimentari.

soft commoditiesPer loro natura le materie prime (semilavorati) alimentari, dette anche soft commodities, sono più incerte e più deperibili e quindi necessitano di più speculazione, cioè bisogna prevederne il futuro per ridurne il rischio. L’hard commodity (metalli, petrolio, ecc). ha invece un andamento di mercato diverso. Il grano, a differenza dell’oro (che non si mangia), ci fornisce la vita ma è meno stabile e se si acquista per poterlo rivendere sul mercato in futuro, si corre il rischio di una caduta di produzione per un cambiamento del clima o di altri fattori che sono da prevedere.

Tutto ciò favorisce comportamenti di mercato, difficili da regolare, che innalzano o abbassano i prezzi interagendo con l’andamento reale delle produzioni. Un intervento in questo campo è apparso drammaticamente urgente all’epoca delle primavere arabe in cui i prezzi di pane e farina si erano improvvisamente impennati. Oggi si assiste all’andamento opposto e la picchiata verso il basso toglie la vita a molti produttori che vedono drammaticamente crollare le proprie prospettive economiche.

Il  problema è serio soprattutto per i paesi economicamente più deboli e soggetti a  una accentuata volatilità dei prezzi, che però colpisce anche molti Paesi dell’Europa dell’Est.

Anche questi sono problemi impossibili da affrontare? Perché non possiamo tentare di farlo? Se scopriamo una delle radici che ci danneggia e fa soffrire, non possiamo usare e unire le nostre intelligenze e volontà per contribuire a estirparle?

Forse in questo modo scopriamo nuove opportunità. E’ questa la via maestra che tutti noi abbiamo quando vogliamo trasformare un nostro handicap in un’opportunità. Perché ci dobbiamo limitare all’orto di casa e a qualche piccola donazione e non possiamo impegnarci per immaginare soluzioni per migliorare l’accesso mondiale al cibo? Ci dobbiamo limitare ad essere cittadini impotenti, capaci solo di produrre zucchine sul nostro balcone , innaffiare l’insalata sui tetti dei palazzi e aggrapparci a un GAS? Tutto questo è bene ma non basta. Anch’io ho piantato dei pomodorini sul balcone, e me li sono anche mangiati con sommo piacere. Lo faccio, non bado al costo, mi diverto, sono contento. Sono però consapevole che si tratta di un lusso e che oltre il mio balcone c’è una città  da sfamare ogni giorno,  proprio come le 400 metropoli che stanno spuntando come funghi nei paesi in via di sviluppo: Un’altra enorme opportunità da cogliere proprio come si fa coi pomodorini di stagione.

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