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Agricoltura su rotelle

agricoltura su rotelle 1Agricoltura su rotelle : handicap  della  nutrizione e disabilità umane,  verso l’era della disability-coltura – di Carlo Alberto Rinolfi (*)

Anche un  bimbo “normodotato” può capire i bisogni della mela che sta per addentare.  Lui  vuole accrescere la sua energia e lei ha bisogno della mente esperta  di un agricolture che la coltiva, di  una terra ricca di sole, d’acqua e di sostanze che la nutrono, di un contesto ambientale adeguato per arrivare gustosa  e fresca a fare il suo dovere.

Che  Agricoltura-Terra e Ambiente siano tre aspetti di un unico processo vitale sembra proprio facile da comprendere.

Trovare un equilibrio tra questi aspetti che assicuri a tutti gli abitanti del pianeta una buona nutrizione sembra però un’impresa molto più difficile da realizzare nella pratica, così gli squilibri tra questi tre aspetti producono handicap della denutrizione.

Per una persona con  le mani paralizzate o amputate addentare una mela ha invece un valore particolare. In questo  caso la  relazione Agricoltura-Terra e Ambiente si incarna in quella che lega direttamente la Mente e il Corpo tra di loro e con il loro  Ambiente.

Non potendo usare autonomamente la sua mano, quella persona deve riuscire a conoscere, a percepire e a comunicare il suo bisogno di energia, ha poi bisogno di un ambiente che lo sappia ascoltare e che sappia  usare la tecnologia della forchetta per  portare la mela alla sua bocca.  Tutto il processo della sua nutrizione  dipende dall’equilibrio e dalla sincronia delle relazioni che uniscono la sua mente al suo corpo e all’ ambiente. Ogni piccolo squilibrio all’interno di questa relazione ha risultati immediati e catastrofici.

L’handicap della disabilità è chiaro: “Nella mia mente voglio creare un cambiamento nel rapporto con la mela assorbendone l’energia, ma il mio corpo/mano non si muove e  l’ ambiente non lo sa”.

L’handicap che affama il mondo ha la stessa forma: “Nella mia mente voglio prendere l’energia della mela, ma  la terra non la nutre più e l’ambiente me ne impedisce l’accesso”. In entrambi i casi c’ è una falla nella relazione tra tre parti che non sopportano di essere separate. La mano non c’è più o non si muove più  a comando, il contesto fa  cose che considera più importanti e convenienti. La terra fertile non  c’è più o non produce più a comando,  il contesto  fa  cose che considera più importanti  e remunerative.

Tutti seguono loro schemi di comportamento separati e totalmente disaccoppiati. Il processo della nutrizione ne risulta  inceppato e si scatena l’agguato dei morsi della fame.

Per un disabile questo stato di pericolo è quotidiano e si presenta  sempre al momento di gestire un cambiamento della relazione energetica che lo lega al suo ambiente. Lui sa bene di essere indissolubilmente accoppiato al contesto che gli dà la vita, sa di farne parte, di “essere” quel contesto.  La sua strategia per sopravvivere gli è altrettanto chiara e per questo si ingegna a trovare il modo di  rafforzare il  legame tra  la propria mente, il proprio corpo e l’ ambiente. Un legame che deve essere nel contempo materiale, intellettuale e affettivo per riuscire ad assorbire le crisi che possono derivare da un  “no” o  da un qualsiasi cambiamento improvviso.

Per il “normodotato” è più facile cadere nell’illusione dell’autosufficienza. La possibilità di acquistare le mele che il proprio territorio urbanizzato non produce più sono molte, almeno fino a quando si hanno i soldi. Lui può  immaginarsi come un soggetto separato  dal contesto ambientale e ridurlo alla stregua di un oggetto inanimato, in questo gioco è aiutato dalla infinita potenza della sua tecnologia. Così, separando ciò che invece è unito, arriva  a  rompere gli equilibri del sistema di cui fa parte mettendo in pericolo la vita sua, dei territori e delle comunità. Lo fa quasi con naturalezza, felice di poter consumare le risorse disponibili anche se sono di altre specie e delle sue future generazioni.

Si accorge del disequilibrio solo quando arriva il “no” inatteso di un black-out o la furia di un dissesto idrogeologico improvviso, o quando il prezzo degli alimenti schizza a valori estremi. Solo allora, nello smarrimento più totale, entra in uno stato di sofferenza e di crisi che pretende un cambiamento radicale dei suoi comportamenti.  In quel momento cade preda  degli  stati di emergenza.    

E’ esattamente quello che accade a chi  ha un incidente o è colpito da un ictus inatteso. Quando però si è entrati in uno stato di disabilità permanente, la condizione di difficoltà  diventa  così costante da trasformarsi in una nuova “normalità”.

scimmiettaIl “disabile “ sa che questa è la sua vita quotidiana e per questo, nel suo piccolo, si ingegna a mutare la struttura del suo comportamento fino a quando  trova la soluzione. E’ un vero auto-innovatore quando si inventa i movimenti per succhiare il frullato di mele senza  usare le mani e  o quando dialoga con  Sophie, la  simpatica scimmietta che sostituisce il badante anche per allacciare le stringhe delle scarpe.

Deve autoinnovare il proprio comportamento anche quando  indossa  la neuro-protesi  bionica che sostituisce la sua mano amputata, o quando, non riuscendo più a parlare, deve alzare la lingua contro il palato  e soffiare per sentire un bel “RRR”.

Paradossalmente l’inabilità costringe a sviluppare particolari abilità che richiedono una buona dose di  creatività e resilienza  mentale, fisica ed emozionale. Per continuare  a vivere  con forti limitazioni o ci si abbandona alla disperazione o si è obbligati a rompere gli schemi del vecchio apprendimento.

mano ciberneticaQuando si perde la mano destra che suona la melodia,  si deve imparare ad usare la sinistra sia per la melodia che per il ritmo. La nuova relazione che nasce tra  la mano, la mente e il piano produce inevitabilmente innovazioni   che arrivano sino al punto di suonare una composizione originale o ad eseguire uno  spartito per una sola mano. E’ la non semplice arte di apprendere a suonare in un nuovo modo, da cui nascono variazioni e ulteriori innovazioni.

suonareE’questo  il  particolarissimo, faticoso e silenzioso “lavoro sociale” che fanno tutti i disabili del mondo in  ogni attimo del giorno; quell’esercito infinito che l’ONU stima nel 15% della popolazione totale.  Si tratta del più grande “laboratorio sperimentale intelligente” dell’umanità. L’unico laboratorio  specializzato nell’apprendere come si fa a conservare e a nutrire la vita in condizioni di vincoli estremi  e di crisi.

E’ un lavoro analogo a quello antico dell’agricoltore che è costretto  a variare in continuazione  il suo comportamento a seconda di come muta il tempo, cambia la temperatura o arrivano dei parassiti indesiderati a distruggere il suo raccolto.

In questo gioco infinito, anche per l’agricoltore più moderno è essenziale saper cogliere le più piccole  sfumature dell’ambiente, il colore di una foglia, la forma di una nube, la direzione del vento. In modo analogo per chi è affetto da una seria  disabilità è vitale saper cogliere ogni  piccola differenza  imprevista  nell’ambiente di cui è parte.

Per entrambi l’innovazione parte sempre dalla percezione di una “differenza”  inaspettata. Il  bisogno  dell’auto-innovazione capillare che nasce dalle differenze è dunque connaturato  alla coltivazione della  terra, come del resto è sempre stato per l’evoluzione del pianeta.   

 La diversità di chi porta una disabilità è la “differenza” a cui può guardare chi coltiva l’umano, una differenza  intelligente disponibile per creare nuove soluzioni anche per chi coltiva la terra.

 

(*) Presidente Mondohonline

1 commento per Agricoltura su rotelle

  • laura

    Molto interessante. Ottimo parallelismo.

    Solo una riflessione, o meglio una domanda: ma DISABILITà significa che il corpo non esegue la volontà della mente? In questo modo si limita il concetto alle difficoltà di movimento, mentre io ho sempre interpretato la Disabilità in senso meno “meccanico”, intendendo la disabilità non solo come motoria, sensoriale….. un malato psichiatrico non è un disabile ad esempio? saluti!

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