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Per una Expo universale oltre il made in Italy

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Per una Expo universale, oltre il Made in Italy – Idee per una Camelot della nutrizione  di Carlo Alberto Rinolfi (*)

Mentre le mura del castello sono ancora in costruzione, a Milano  si è dato inizio al dibattito per la scelta dei contenuti da offrire ai 140 Paesi che presto s’incontreranno attorno ad un’unica tavola. Per ora sono quarantadue i tavoli sui quali gli esperti, i tecnici e gli studiosi hanno iniziato a mostrare le loro armi. Il fine è quello nobile di costruire una Carta, su cui impegnare tutti i Paesi che entreranno nel castello di Expo per misurarsi all’insegna della lotta contro il dramma degli handicap della scarsità e dell’eccesso alimentare. Due storture formidabili per un pianeta azzurro abitato da più mondi con esigenze nutrizionali diverse, spesso contrapposte e quasi sempre in conflitto con i vincoli delle risorse naturali.

I partecipanti al torneo che si aprirà a maggio non lotteranno alla pari un’unica battaglia comune, non combatteranno allo stesso modo né avranno le stesse armi per arrestare le morti dei bambini poveri denutriti o obesi gravi. Il problema sarà dunque quello di trovare una comune Carta di impegni che metta in palio un trofeo di livello adeguato per sconfiggere una mostruosità indegna del genere umano. Non sarà quindi sicuramente sufficiente concentrarsi  solo sul bisogno di promuovere l’economia del Paese ospitante sfruttando al meglio sei mesi di visibilità internazionale.

L’eccitazione per un possibile rilancio del Made in Italy è apparsa evidente negli interventi pomeridiani dei politici italiani. Gli interventi del Presidente Lula e di Papa Francesco hanno invece posto con più forza il problema nelle sue giuste dimensioni. Da loro è venuto un esplicito un invito ad alzare il tiro sia per i contenuti sia per l’ambito che questa volta è universale. La soluzione agli squilibri della nutrizione ha, infatti, tutta l’aria di appartenere alla più nobile dimensione economica e politica internazionale e fa fatica a emergere da quella tecnica o culturale che pure sgorga copiosa dalle Università e dai Centri di Ricerca. Se n’è accorto anche il Papa, che a piccoli ma poderosi passi sta recuperando i ritardi della sua Chiesa sull’eccesso demografico e sull’inequità dell’economia.

sviluppo demografico

Due fonti degli squilibri nutrizionali che chiamano in causa tutti i cittadini e i loro politici. Demografia ed economia possono essere governate meglio solo dalla politica, anche se ci troviamo in un mondo multipolare, privo di un Paese guida e con lo sguardo schiacciato sul presente. Da questo indefinito assetto mondiale il drago degli squilibri alimentari sembra avvantaggiato e continua ad alimentarsi dall’azione combinata di generatori di cambiamento che si autoesaltano tra loro. Da un lato abbiamo i mercati agroalimentari che definiscono i prezzi e gli accessi economici al cibo e alimentano le diseguaglianze; poi troviamo una potentissima tecnologia applicata alla terra, che ne aumenta produttività ma non rinnova la sua fertilità e biodiversità; infine ci ritroviamo con uno sviluppo demografico urbano che consuma alimenti di livello trofico crescente sprecando le risorse ambientali, abbattendo la resilienza dei territori e creando nuove patologie da sviluppo.

dragoI loro squilibri producono guerre, inquinamenti e gravi handicap nutrizionali. Sono le teste di drago che “uccidono” come hanno sempre fatto e come ci ricorda Papa Francesco. Questi sono i temi e i livelli da affrontare in un’esposizione universale e sono anche quelli sui quali Mondohonline è impegnato dal 2011. Non si tratta di processi facili da governare né per le democrazie occidentali, né per gli Stati a governo più accentrato di mercati, per non parlare dei Paesi in corsa libera allo sviluppo diseguale e di quelli con carenze di sovranità nazionale. Ciò nonostante l’impresa è possibile oltre che necessaria, se vogliamo passare alle generazioni future un pianeta in condizioni di vivibilità. Oggi siamo giunti al dunque e forse possiamo contribuire a costruire i contenuti di un’agenda politica che affronti in modo decisivo il problema.

Ogni agenda che si rispetti parte però da delle priorità ed è su queste che si deve ancora lavorare molto. A questo sforzo ogni associazione ha il diritto e il dovere di collaborare.  Affinché le priorità siano efficaci e universali, oltre ad “alzare lo sguardo” ben al di là dal nostro Made in Italy, occorrerà aggregare le forze politiche e d’opinione a livello mondiale e orientare il loro impegno sulle radici degli squilibri e non solo sui loro effetti patologici finali. Questo non significa che non siano utili lotte che colpiscono gli effetti finali delle storture, come quella volta a ridurre gli sprechi di cibo a partire da chi ne ha in eccesso. Un simile impegno, seppur nobile e da sostenere,  non appare però sufficiente né per garantire un adeguato accesso al cibo ai 25 milioni di nuovi poveri urbani che nel 2025 popoleranno le strade della vecchia Europa, né per assicurare l’accesso al cibo agli oltre 800 milioni di denutriti dispersi nei paesi privi di sovranità territoriale o con una filiera agroalimentare inadeguata e redditi insufficienti. Gli esperti sanno bene che l’aumento della popolazione in assoluto, e di quella urbana in particolare, solleva il problema della disponibilità decrescente di terra fertile e di acqua che sono sprecate più nell’allevamento delle carni che sulle tavole e nei frigoriferi delle città.

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Gli indici di prezzo calcolati dal Fondo Monetario Internazionale (Dati medi mensili – 2005=100)

Come attaccare dunque le teste del drago e non le sue code? Porre mano alle storture dell’economia diventa d’obbligo, come indica Papa Francesco, ma come?  Lo ha ricordato Lula con la sua esperienza brasiliana. Si tratta innanzitutto di partire dagli ultimi, migliorando l’accesso al cibo e garantendo le condizioni della sua produzione in loco. E’ possibile farlo a livello mondiale? La risposta è sì, è possibile intervenendo sui mercati delle materie prime alimentari che fissano i prezzi a livello internazionale. Si tratta innanzitutto di ridurre le oscillazioni dei mercati per le soft commodities che sono i più antichi del mondo. Le soluzioni esistono e vanno nella direzione di una loro regolazione normativa.

Su questo tema si può fare molto di più di quanto non si stia già facendo. Lo si può fare già a livello UE se i governi  rinnoveranno gli sforzi per l’adozione di normative adeguate, ma è indubbio che la sua soluzione comporti una adesione allargata a tutti i mercati del pianeta, che richiede una forte pressione di cittadini opportunamente informati. Questo dunque può essere un primo tema da portare nel castello dell’Expo su una tavola che, anche in assenza di un re Artù, tutti speriamo che riunisca cavalieri con un codice d’onore condiviso.

L’accesso al cibo però non basta, bisogna essere anche in grado di produrlo, e la scelta di cosa produrre non è solo un fatto tecnico. Per fare in modo che l’assetto agroalimentare di un Paese ne garantisca la sicurezza alimentare di base, si tratta di disincentivare gli usi produttivi dei terreni fertili che non siano per scopi alimentari (come le coltivazioni di biocarburanti) e promuovere l’agrobiodiversità alimentare.  E’ possibile farlo almeno a livello continentale? La risposta ce la dà l’Europa che dispone già di una politica agricola comune (PAC) nelle cui intenzioni originarie c’era anche quella di orientare l’assetto agricolo del continente. Si può ripartire da lì, anche se per ora la UE è più orientata a sostenere il reddito degli agricoltori indipendentemente da quello che producono. Anche in questo caso però si tratta di sganciarsi dalle pressioni locali degli agricoltori meno sensibili e uscire dai confini della vecchia Europa per creare i meccanismi finanziari internazionali capaci di favorire le scelte produttive dell’agrobiodiversità alimentare.

Sono tutte scelte che rafforzano la stabilità sociale e il valore patrimoniale degli Stati. In questo modo l’agognata agrobiodiversità esce dal mondo delle favole ideologiche elitistiche dei pubblici più raffinati o delle speranze agronomiche degli esperti. Due semplici possibilità di intervento nella sfera dell’economia per attaccare alle radici gli squilibri che provengono dai mercati e fornire una base per l’agire comune a tutti quegli stati che decidono di considerare il diritto a un’adeguata alimentazione un diritto inalienabile dei loro cittadini. Sarebbe anche un modo per dare concretezza alla proposta, avanzata dal Governo, di inserire questo diritto nella nostra Costituzione. 

Il drago ci offre però una seconda testa da affrontare: quella dello sviluppo demografico che è ormai prevalentemente urbano:

 

  Fonte grafico: Treccani  

Il problema di nutrire i poveri urbani e di educare i cittadini a una corretta gestione del loro frigorifero si allarga alla nutrizione delle aree metropolitane. Le metropoli si stanno ingigantendo e il loro fabbisogno di acqua, aria, energia, alimentazione è legato ai sistemi agroalimentari locali. Le antiche amministrazioni che governano i territori non sono nate per gestire fenomeni così esplosivi. Le megalopoli sono però già parte di una rete sovranazionale che supera i confini degli Stati e prefigura un mondo di città. Sembra quindi giunta l’ora di un protocollo metropolitano per la gestione dei flussi metabolici nutrizionali e politiche territoriali capaci di garantire sistemi alimentari locali resilienti. Nutrire gli umani del pianeta significa anzitutto nutrire le loro città, adeguare le governance  metropolitane di tutto il mondo significherebbe anche affrontare molti handicap e patologie da sviluppo. Sarebbe questo un modo per edificare una comune città ideale della nutrizione, la Camelot del nuovo millennio con il ponte levatoio perennemente abbassato per accogliere tutti i popoli del mondo.  

 

(*) Presidente, Mondohonline

 

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