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TTIP, a che punto siamo

TTIP: a che punto siamo – L’Interscambio  Italia-Stati Uniti – di  Franca Castellini Bendoni (*)

In febbraio sono ripresi a Bruxelles i negoziati fra Europa e Stati Uniti per continuare la discussione degli aspetti rilevanti della Transatlantic Trade and Investment Partnership, ormai nota come TTIP. Prossimo round, il nono,  in aprile a Washington, cui ne seguirà  uno in luglio. Ma come nasce questo progetto, che sta animando un forte dibattito e un profondo dissenso in tutta Europa? E perché?

Da tempo sulle due sponde dell’Atlantico è emersa la opportunità di un accordo transatlantico che renda più fluida e conveniente (per entrambe i contraenti) l’integrazione e la liberalizzazione di commercio e servizi. I negoziati sono iniziati nel luglio 2013, con l’intento di creare la più grande area di libero scambio del mondo. Intento positivo, in astratto, ma che incontra spinosissimi ostacoli soprattutto per i temi toccati: infatti il TTIP non riguarda solo le barriere tariffarie, ma anche la convergenza normativa su sicurezza, ambiente e salute, rischiando di stravolgere quell’insieme di regole e norme che in Europa  tutela i cittadini europei nonché la protezione sociale e protezione dei dati, e la nostra diversità culturale.

Già nell’autunno scorso, la trasmissione Report (Rai3) ha sollevato non pochi interrogativi circa l’impatto dell’applicazione del TTIP sulla qualità del nostro livello di vita nel prossimo futuro, interrogativi che derivano su tutti da un ‘peccato originale’: la segretezza che fino ad allora aveva circondato trattative e accordi. Un negoziato condotto lontano dagli occhi indiscreti dell’opinione pubblica e dei Parlamenti e che avrebbe portato  ad una messa in discussione di standard e normative ambientali e sociali, viste come impedimenti tecnici al libero commercio.

Nell’intento di invertire la tendenza e di adottare una maggiore trasparenza, l’Unione Europea ha pubblicato il 7 gennaio un documento (DG Taxud e DG Trade)  che fa il punto della situazione sui vari aspetti e temi del TTIP.

WordleTTIP2Cominciamo ad esaminare uno fra gli aspetti più controversi del TTIP: la creazione di un metodo di risoluzione delle controversie tra investitori e stato, o ISDS – Investor State Dispute Settlement (che peraltro  il Presidente UE Jean-Claude Juncker e la Commissaria per il Commercio Cecilia Malmström sembrano intenzionati ad abolire).

Cosa comporta l’ISDS? In genere si tratta di uno strumento utilizzato nei trattati di libero scambio, che prevede un tribunale commerciale ad hoc per ‘proteggere gli investimenti internazionali delle imprese straniere da ingiuste espropriazioni o da trattamenti discriminatori nei paesi di accoglienza’.  L’ISDS contemplato dal TTIP va oltre: il diritto di far causa non è più limitato solo agli Stati, ma viene esteso alle imprese. Nessuna società investirebbe in un paese in cui rischia di subire trattamenti ingiusti a danno dei propri investimenti: da qui l’intento di aggirare i tribunali nazionali e di rivolgersi ad un tribunale ad hoc, esterno. L’UE stessa ha stipulato in passato più di 1000 trattati, ma dal punto di vista giuridico ci sono enormi differenze fra i vari modelli applicati: ecco perché sembrerebbe utile individuare un meccanismo più integrato di risoluzione delle controversie fra investitore e stato ristrutturando e uniformando termini e linguaggi in un unicum comune, a disposizione dei vari paesi.

Ma questo strumento di diritto internazionale apparentemente razionale deve essere valutato con grande attenzione. Se in trent’anni dal 1970 al 2000 sono stati 50 gli arbitraggi internazionali tra società e stati, lo stesso numero di 50 si è raggiunto nei soli ultimi tre anni, un’impennata vertiginosa che preoccupa.  L’ISDS da strumento legale di protezione degli investimenti è diventato un’arma insidiosa: clamoroso è stato il caso della Philip Morris nel 2011, contro l’Australia, ‘colpevole’ dell’avvio di una campagna contro il fumo con terribili fotografie di tumori ai polmoni stampate sui pacchetti di sigarette, con involucri non attrattivi e con i marchi di produzione e/o i loghi riprodotti in piccolo e confinati alla base dei pacchetti, nell’intento di ridurre al massimo l’ “appeal” della sigaretta. La Philip Morris intentò causa lamentando  la lesione del proprio diritto di proprietà intellettuale e a danno dei propri interessi.

Ecco quindi dove sta il pericolo: concedere il diritto ad un’impresa di fare causa ad uno stato può diventare un’arma in mano alle multinazionali contro la sovranità degli stati, per influenzare direttamente o indirettamente le politiche di altri paesi, soprattutto quelle per l’ambiente, la salute o la sicurezza dei cittadini, quando non sono favorevoli ai propri investimenti, e aggirare i sistemi giudiziari ordinari, procedura tanto più pericolosa nei confronti di paesi più poveri o in via di sviluppo nei quali i sistemi giudiziari non sono consolidati e robusti.

your voice in euSu questo elemento  del TTIP si è  mobilitata la pubblica opinione, sollecitata dalla Commissione stessa che ha lanciato una consultazione pubblica: parere negativo è stato espresso nel 97% delle oltre 150mila risposte pervenute , di cui il 35% da Gran Bretagna, 30% da Austria e Germania, e il restante da altri 7-8 paesi. Oltre al formulario online, hanno risposto individualmente cittadini, ONG, organizzazioni imprenditoriali e sindacali, gruppi di consumatori, ricercatori e studi legali. I temi sollevati si sono concentrati maggiormente su: tutela del diritto di regolamentazione, creazione e funzionamento di tribunali arbitrali, correlazione tra l’ordinamento nazionale e l’ISDS e il riesame della correttezza giuridica delle decisioni ISDS ad opera di un meccanismo d’appello. “Dalla consultazione emerge chiaramente un notevole scetticismo nei confronti dello strumento ISDS”, ha dichiarato Malmström, che prende tempo e promette di “dialogare con la società civile sull’argomento prima di varare qualsiasi raccomandazione politica in questo ambito”.

Ritornando all’ottavo round negoziale del TTIP di febbraio, a Bruxelles – oltre ai negoziatori UE e USA – il tavolo è stato esteso per la prima volta agli operatori dei settori coinvolti: oltre ai prodotti e regole sanitarie e fitosanitarie, ai servizi, a energia e ambiente (qualità dei carburanti e sostenibilità delle fonti energetiche), materie prime,  sono state incluse le norme sulla libera competizione fra aziende di stato e PMI private, e si sta entrando nel dettaglio dei settori chimico-farmaceutico, automotive, cosmetico, ingegneristico, tessile e ICT. Particolare attenzione viene posta ai problemi legati ai rapporti fra i mercati agricoli, da sempre molto tutelati in Europa, e quindi alla qualità dei cibi e alla tipologia di filiere che si andranno a sviluppare.

Nel corso degli incontri negoziali su quest’ultimo settore si è constatato che  le parti sono ancora molto lontane, ad esempio,  sulla necessità di salvaguardare le indicazioni di origine geografica. Sembra non si stia puntando ad un’armonizzazione dei due sistemi, ma piuttosto a trovare una via pragmatica per proteggere le IGP europee (e italiane in particolare). In un report del 6 febbraio, EUNews riporta quanto affermato dal negoziatore USA Dan Mullaney, secondo il quale le IGP non necessiterebbero di ulteriori tutele in quanto i prodotti protetti europei vendono molto negli States, con una crescita del 3-400% nell’ultimo periodo (!).

Quanto al delicato problema OGM, le parti sono ancora più distanti: il negoziatore USA difende l’atteggiamento di Washington nel sostenere che le misure di sicurezza alimentare devono basarsi sui risultati scientifici. Ma questo significherebbe che quando l’Autorità Europea per la sicurezza alimentare EFSA autorizza la commercializzazione di un prodotto, come è avvenuto in passato per il mais OGM della Monsanto, gli europei dovrebbero accettarlo senza mettere altri veti politici.

Quindi qui la strada è ancora molto lunga e sono  questi punti qualificanti che hanno  motivato il lancio in tutti i paesi membri dell’UE della campagna europea ‘Stop TTIP’ (in Italia è stata avviata nel febbraio 2014) che conta oggi più di 140 organizzazioni aderenti e una quarantina tra comitati e contatti locali nei vari territori, con l’obiettivo di raccogliere 2.000.000 di firme di cittadini europei entro il mese di ottobre 2015. Il primo milione di firme è già stato consegnato al Presidente Juncker come ‘regalo di compleanno’ lo scorso autunno, e ad oggi la raccolta è arrivata a circa 1,5 milioni.

cavallo di troiaAl di là degli specifici aspetti critici sopra menzionati, è però utile dare conto anche di altri risvolti politici del TTIP, considerandolo dal punto di vista economico-strategico. In questa ottica, i vari paesi europei sembrano muoversi in ordine sparso: per approvare il Trattato serve l’unanimità dei 28 paesi dell’UE. La Grecia di Syriza pare non abbia alcuna intenzione di firmarlo e anzi voglia porre il veto, ma anche Parigi e Berlino sembrano avere qualche riserva e preferire la gestione degli accordi internazionali a livello bilaterale.  Inoltre, se da un lato gli esperti affermano che il TTIP produrrebbe benefici economici importanti, farebbe crescere PIL e occupazione con regole certe, dall’altro alcune organizzazioni antiamericane in Europa oppongono l’argomentazione che si aprirebbe la strada al business degli USA dando un potere eccessivo alle multinazionali e che verrebbero smantellate le protezioni del sistema sociale europeo. E poiché il TTIP è un accordo a ‘competenza mista’ e deve essere approvato da Consiglio europeo, Parlamento di Strasburgo e Parlamenti nazionali, va da sè che se anche uno solo dei voti viene a mancare, l’accordo salta.

Oltre ai contraccolpi economici, dal punto di vista strategico una tale situazione sarebbe molto pesante per l’UE perché verrebbe a sottolineare, ancora una volta, che l’Europa non è in grado di definire accordi al proprio interno e di stabilire regole comuni e condivise a beneficio di un progresso economico e sociale comune, in una parola di essere ‘unione’.

Ma sembra esserci la volontà di cambiare passo: il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha recentemente dichiarato nel suo documento programmatico: “È anacronistico che nel XXI secolo europei e americani continuino a imporre dazi doganali gli uni sui prodotti degli altri, dazi che dovrebbero essere aboliti in tempi brevi e in toto. Sarò però indisponibile a immolare sull’altare del libero scambio le norme europee in materia di sicurezza, salute, protezione sociale e protezione dei dati oppure la nostra diversità culturale. Da Presidente della Commissione saranno per me non negoziabili, in particolare, la sicurezza degli alimenti. Insisterò per una maggiore trasparenza, in tutte le fasi negoziali, nei confronti dei cittadini e del Parlamento europeo che, in forza dei trattati Ue, avrà l’ultima parola sulla conclusione dell’accordo» (Il Sole 24 ore, 3 febbraio 2015).

In questo contesto generale può essere utile dare uno sguardo più in particolare ai numeri che riguardano la bilancia commerciale fra il nostro paese e il mercato statunitense:

dollari euro Interscambio Italia-Stati Uniti

(Rapporto ICE, New York,  su ‘Stati Uniti nei mercati internazionali’ – Novembre 2014)

Nell’interscambio globale degli Stati Uniti, l’Italia si posiziona all’undicesimo posto della classifica dei paesi fornitori, con un valore commerciale di interscambio totale di 38,66 miliardi di dollari nel 2013 e quantificato in 31,1 miliardi nel periodo gennaio-settembre 2014. A settembre 2014 l’Italia rappresenta una quota di mercato dell’1,8%, simile a Francia e India (entrambe 2%) e Regno Unito (2,3%), ma molto inferiore rispetto alla Germania (5,2%), al Giappone (5,7%).

Il dettaglio dei settori merceologici dell’interscambio tra Italia e Stati Uniti per il periodo gennaio-settembre 2014 conferma la stabilità delle tradizionali categorie di scambio tra i due Paesi. Per il periodo selezionato riportiamo la lista delle principali categorie, con dati sul valore totale in dollari e percentuale sul totale dell’export italiano per lo stesso periodo:

– la meccanica (la principale categoria merceologica con 6,88 miliardi di dollari, il 22,2% dell’export)

– la moda (5,1 miliardi di dollari, 16,4%)

– l’agroalimentare e i vini (3,2 miliardi di dollari, 10,1%)

– i veicoli terrestri (2,4 miliardi, 7,8%)

– la farmaceutica (1,67 miliardi, 5,4%)

– l’arredamento (1,57 miliardi, 5,0%)

– le macchine elettriche (1,28 miliardi, 4,1%)

– la chimica e derivati del petrolio (1,25 miliardi, 4%)

Altri settori importanti dell’export italiano verso gli Stati Uniti includono l’ottica e gli strumenti di precisione (1,2 miliardi, 3,9%), l’aerospazio (1,05 miliardi, 3,4%), manufatti in ghisa, ferro ed acciaio (811,2 milioni, 2,6%), oggetti d’arte, da collezione o di antichità (539,2 milioni, 1,7%) e la plastica (525,8 milioni, 1,7%).

Considerata l’ampiezza dell’economia americana, che si conferma la più grande economia del mondo seppure sfidata dalla Cina per il primato, gli Stati Uniti offrono potenzialità molto interessanti per l’export italiano. L’apprezzamento dei consumatori americani per la qualità, l’affidabilità e l’unicità dei prodotti di eccellenza italiani resta tra i principali elementi di propensione all’acquisto del Made in Italy.

Anche in settori come meccanica e veicoli, agroalimentare e vini, moda ed arredamento, settori nei quali l’Italia ricopre un ruolo di relativo rilievo, si riscontrano ampie possibilità di incrementare le quote di mercato dei prodotti italiani a scapito di concorrenti non qualitativamente competitivi, ma commercialmente più determinati. L’andamento generalmente positivo dell’economia americana e l’apprezzamento del dollaro possono giocare un ruolo molto importante per il rafforzamento dell’interscambio commerciale tra Italia e Stati Uniti.

Restano da valutare gli impatti delle recenti elezioni di medio termine (mid-term elections) sulla capacità del Governo americano di far avanzare, se non finalizzare, il negoziato della Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), l’accordo commerciale in fase di discussione tra Stati Uniti ed Unione Europea. L’accordo prevede la rimozione di barriere al commercio internazionale in vari settori e renderebbe più semplice l’acquisto e la vendita di beni e servizi tra Stati Uniti ed Unione europea, superando le differenze in regolamentazioni tecniche, standard e procedure di approvazione tra le due sponde dell’Atlantico. Il TTIP aprirebbe inoltre il mercato dei servizi e degli investimenti, oltre a quello degli appalti pubblici.

 

 

(*) Mondohonline

 

 

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