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Il problema della sicurezza alimentare

Simona BottoniIl problema della sicurezza alimentare nel nuovo paradigma geopolitico multipolare (da Rivista Geopolitica – 1

Viene qui riportata la prima parte della relazione della Dott.ssa Simona Bottoni, ricercatrice dell’IsAG, presentata in occasione della conferenza “Geopolitica del cibo. La questione della sicurezza alimentare“, tenutasi a Roma, presso la Sala delle Colonne (Camera dei Deputati) di Palazzo Marini il 16 maggio 2014.

La definizione di sicurezza alimentare comunemente accettata a livello internazionale è quella elaborata nel World Food Summit del 1996, e cioè una situazione in cui: “tutte le persone, in ogni momento, hanno accesso fisico, sociale ed economico ad alimenti sufficienti, sicuri e nutrienti, che garantiscano le loro necessità e preferenze alimentari, per condurre una vita attiva e sana”. Lo sradicamento della malnutrizione è uno degli obiettivi basilari della politica di Sicurezza Alimentare e Nutrizionale nel mondo. Il principale obiettivo di sviluppo fissato a livello internazionale per il nuovo millennio è l’eliminazione della povertà. In passato gli interventi di sicurezza alimentare erano tra gli ultimi punti dell’agenda politica internazionale e la problematica era affrontata quasi esclusivamente nelle situazioni di emergenza, mentre oggi le politiche per la sicurezza alimentare siano diventate un elemento fondamentale delle strategie di sviluppo delle aree arretrate.

Nel 1996 il World Food Summit si è posto l’obiettivo ambizioso di dimezzare il numero dei sottonutriti al 2015, riducendolo – se così si vuol dire – a circa 400 milioni di persone sottonutrite (essendo stimato in oltre 840 milioni il numero di quelle che risultano esserlo nel 2013).

Secondo le proiezioni della Fao i progressi compiuti verso la riduzione della fame sono troppo lenti per raggiungere la soglia fissata dal World Food Summit del ‘96. Se le attuali tendenze non si modificheranno, nei Paesi in via di sviluppo avremo 170 milioni in più di persone sottonutrite rispetto all’obiettivo stabilito dal Summit e i divari saranno particolarmente severi in termini assoluti per l’Africa Sub-Sahariana e il Sud Asia. Per il futuro abbiamo sicuramente una certezza: nonostante i progressi compiuti verso l’eliminazione della fame, nessuno degli obiettivi posti dalla comunità internazionale sarà sicuramente raggiunto.

Negli ultimi decenni si è verificata un’inversione di tendenza nella formulazione originaria dell’economia globale: prima avevamo un basso costo del cibo ed una sostanziale autonomia alimentare dei maggiori Paesi del Terzo Mondo (arabi e dell’Africa sub Sahariana).

Oggi, per la prima volta dopo la fine del mondo bipolare, le aree periferiche si trovano inserite, in posizioni di debolezza, in un mercato del cibo globale che va verso un’industrializzazione che non è quella del sistema di fabbrica.

Oggi tutto cambia: c’è la globalizzazione, l’aumento demografico, la penetrazione dei mercati mondiali nell’agrifood africano ed asiatico, l’aumento dei prezzi dei prodotti non alimentari.

I nuovi equilibri sono semplici:

– L’espansione dei mercati interni a prezzi elevati – da un lato;

– Lo stretto collegamento del costo del cibo prodotto nel Terzo Mondo con quello degli idrocarburi, che servono sia come fertilizzanti che per gestire le coltivazioni ed i trasporti – dall’altro.

 Quindi:

– più aumenta la bolletta energetica del Terzo Mondo, più diminuisce la disponibilità di cibo da acquistare sull’open market globale;

– più aumentano la popolazione locale e l’asimmetria con cui è distribuita tra città e campagne, più diminuisce la produttività dei suoli ed aumenta la schiavitù degli usi e consumi di tipo occidentale da parte dei nuovi poveri nelle periferie del mondo, coi relativi costi.

geopolitica del cibo In termini strettamente quantitativi, c’è cibo a sufficienza per sfamare l’intera popolazione mondiale che attualmente è di oltre 7 miliardi di persone. E’ corretto, dunque, chiedersi perché nel mondo – nel 2013 – 842 milioni di persone – circa il 15% dell’intera popolazione del pianeta – soffrono la fame; perché 1 persona su 8 è affamata; perché nei PVS 1 bambino su 6 è sottopeso. Oggi si calcola che, nel mondo, muoiano ogni anno 40 milioni di persone per cause legate alla fame o alla malnutrizione e sottonutrizione. Eppure il Diritto all’alimentazione è uno dei principii sanciti nella “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” del 1948.

Insomma è giusto chiedersi perché esiste la fame. Le cause sono diverse, tutte importanti allo stesso modo, e su ciascuna di esse dovrebbe essere operato un correttivo ai competenti livelli della gestione politica dei vari sistema-paese e globali.

Una delle cause della persistenza della fame è senz’altro l’aumento dei disastri naturali, come le inondazioni, le tempeste tropicali e i lunghi periodi di siccità, con terribili conseguenze per la sicurezza alimentare nei paesi poveri e in via di sviluppo. I cambiamenti climatici causati dalle emissioni nocive (gas serra) e dai cambi di uso del suolo hanno provocato il riscaldamento degli oceani, la fusione dei ghiacci e la riduzione della copertura nevosa, l’innalzamento del livello medio globale marino e modificato alcuni estremi climatici, favorendo l’aumento della temperatura media del globo (+1-2,3%) che causa siccità . Secondo l’IPCC “Le emissioni di gas serra che continuano a crescere provocheranno ulteriore riscaldamento nel sistema climatico. Il riscaldamento causerà cambiamenti nella temperatura dell’aria, degli oceani, nel ciclo dell’acqua, nel livello dei mari, nella criosfera, in alcuni eventi estremi e nella acidificazione oceanica. Molti di questi cambiamenti persisteranno per secoli”. L’estensione dei ghiacci continuerà ad assottigliarsi, tanto che probabilmente sarà possibile una fusione totale dei ghiacciai artici già entro il 2050. La siccità è oggigiorno la causa più comune della mancanza di cibo nel mondo. Nel 2006, siccità ricorrenti hanno causato il fallimento dei raccolti e la perdita di ingenti quantità di bestiame in Etiopia, Somalia e Kenia. In molti paesi, il cambiamento climatico sta inasprendo le già sfavorevoli condizioni naturali: gli agricoltori poveri in Etiopia o Guatemala, in assenza di piogge, tendono generalmente a vendere il bestiame per coprire le perdite ed acquistare cibo. Ma anni consecutivi di siccità, sempre più frequenti nel Corno d’Africa e nel Centro America, stanno mettendo a dura prova le loro risorse.

Altra causa della persistenza della fame nel mondo sono certamente i Conflitti. Dal 1992 la percentuale delle crisi alimentari causate dall’uomo, di breve o lunga durata, è passata dal 15 al 35% e molto spesso sono i conflitti ad esserne la causa scatenante.

Dall’Asia all’Africa all’America Latina, i conflitti costringono milioni di persone ad abbandonare le proprie case, causando emergenze alimentari globali. I dati della FAO indicano che i disastri indotti dall’uomo rappresentavano non più del 10% delle emergenze totali a metà degli anni ‘80, mentre hanno superato il 50% all’inizio del nuovo millennio. Sempre la FAO stima che tra il 1970 e il 1997 le perdite medie annue nella produzione agricola causate dalla guerra (senza considerare le perdite nella dotazione di capitale e altri costi indiretti) siano state pari a 4,3 miliardi di USD, registrando poi un trend crescente. Lo stesso ammontare di risorse finanziarie sarebbe stato sufficiente ad assicurare adeguata nutrizione a 330 milioni di persone povere malnutrite e si sarebbero risparmiate molte risorse finanziarie destinate agli aiuti alimentari d’emergenza.

Solo 3 dei 56 principali conflitti armati registrati tra il 1990 e il 2000 sono stati di tipo inter-statuale, in tutti gli altri casi si è trattato di conflitti interni, anche se in ben 14 casi sono state assoldate forze militari straniere da una o più parti in conflitto. Africa ed Asia sono i continenti maggiormente interessati sia dai nuovi conflitti che dall’insicurezza alimentare. La pace e lo sviluppo e la lotta alla povertà e alla fame si rafforzano reciprocamente: la costruzione di un mondo di pace si lega indissolubilmente ad un mondo libero dalla fame.

Il recente passato ha sperimentato molto frequentemente tragedie alimentari che si sono intrecciate al venir meno di condizioni di pace e di sicurezza. Dal 2004, oltre 1 milione di persone ha dovuto abbandonare le proprie abitazioni a causa del conflitto nel Darfur (regione del Sudan), provocando una grave crisi alimentare, in un territorio dove solitamente non mancavano piogge e buoni raccolti. In periodo di guerra il cibo diventa un’arma: i soldati inducono alla fame i nemici rubando o distruggendo loro cibo e bestiame e colpendo sistematicamente i mercati locali. I campi vengono minati ed i pozzi contaminati per costringere i contadini ad abbandonare la propria terra. E’ un dato di fatto che dove c’è una guerra in corso la percentuale di persone che soffrono la fame aumenta; mentre la malnutrizione diminuisce nelle zone più pacifiche.

Ulteriore causa della fame nel mondo è la povertà. Nei paesi in via di sviluppo gli agricoltori spesso non possono permettersi l’acquisto di sementi sufficienti a produrre un raccolto che soddisferebbe i bisogni alimentari delle proprie famiglie. Agli artigiani mancano i mezzi per acquistare il materiale necessario a sviluppare le proprie attività. Gli indigenti non hanno abbastanza denaro per comprare o produrre il cibo necessario al sostentamento delle proprie famiglie. Essi diventano, quindi, troppo deboli per produrre il necessario per procurarsi più cibo. I poveri sono affamati ed è la stessa fame ad intrappolarli nella povertà, che diventa un circolo vizioso.

C’è, poi, il problema delle infrastrutture agricole: nel lungo periodo, il miglioramento delle tecniche agricole rappresenta una delle soluzioni alla povertà ed alla fame. Secondo il Rapporto “Lo Stato dell’insicurezza alimentare nel mondo”, pubblicato dalla FAO nel 2013, tutti i paesi che sono sulla buona strada per raggiungere il primo Obiettivo di Sviluppo del Millennio condividono una crescita agricola migliore della media. Tuttavia, ancora troppi paesi in via di sviluppo non hanno infrastrutture adeguate a sostenere l’agricoltura, come strade, depositi e canali d’irrigazione. Di conseguenza, i costi dei trasporti sono alti, mancano le strutture per l’immagazzinamento, e le risorse idriche sono inaffidabili. Tutto ciò limita lo sviluppo agricolo e l’accesso al cibo. Inoltre, anche se la maggioranza dei paesi in via di sviluppo dipende dall’agricoltura, le politiche economiche dei Governi si concentrano spesso sullo sviluppo urbano.

Ulteriore elemento è dato dall’eccessivo sfruttamento dell’ambiente: tecniche agricole arretrate, deforestazione ed eccessivo sfruttamento dei campi e dei pascoli stanno mettendo a dura prova la fertilità della terra. I terreni coltivabili del nostro pianeta sono, costantemente e sempre più, in pericolo di erosione, salinazione e desertificazione. La Rivoluzione verde che c’è stata tra il 1960 e il 1990 nei paesi in via di sviluppo ha portato ad un boom nella produttività agricola. In quel periodo, la produzione di grano, riso e mais è stata più che raddoppiata, particolarmente in America Latina ed in Asia.

I fattori che hanno consentito questo enorme incremento della produzione agricola sono stati:
– l’uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi,

– il miglioramento del metodo di irrigazione,

– l’utilizzo di macchinari per l’automazione di tutti i processi agricoli,

– le selezioni dei semi, che hanno reso possibile lo sviluppo di colture ad alta produttività.

L’aumento della produttività, però, ha avuto il suo costo e non ha risolto il problema della fame nel mondo. Infatti, con la scelta selezionata di nuove sementi sono state enormemente ridotte le biodiversità agricole nel mondo. E l’uso indiscriminato di pesticidi (sostanze chimiche utilizzate per combattere gli organismi viventi dannosi alle coltivazioni) ha prodotto un degrado ambientale ed ha arrecato problemi di contaminazione chimica, minacciando la salute pubblica e l’ecosistema. La Rivoluzione Verde, quindi, ci insegna che per risolvere la questione della fame nel mondo non è sufficiente aumentare semplicemente la produttività agricola, soprattutto se questa non è una produzione agro-alimentare sostenibile, cioè una produzione che non solo aumenti la redditività e la competitività del settore agricolo dei paesi in via di sviluppo, ma migliori anche le condizioni di vita delle popolazioni che abitano le zone rurali coinvolte, promuovendo buone pratiche ambientali e creazione di servizi per la conservazione degli habitat, della biodiversità e del paesaggio.

Per eliminare la fame nel mondo occorrerebbe ripensare il modo di produzione agricolo di tutto il Terzo Mondo, visto che la produzione di cibo delle grandi major dell’agribusiness globale viene indirizzata ai gusti ed alle necessità dei mercati ricchi del Primo Mondo.

La liberalizzazione agricola operata dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) a metà degli anni ’90 ha causato una modifica enorme del mercato alimentare globale; infatti, le terre dei Paesi terzi, meno sfruttate di quelle dei Primo e Secondo Mondo, sono state utilizzate per prodotti da export adatti ai mercati Occidentali; mentre le terre per produrre alimenti adatti alle popolazioni locali sono state riprogrammate progressivamente per questo nuovo sistema del global food market.

La produzione di cibo nei Paesi terzi sulla base delle pressioni dell’agribusiness globale porterà probabilmente ad un disastro ambientale che conosceremo presto. All’agribusiness periferico viene applicato lo stesso modello “mordi e fuggi” che ha caratterizzato la delocalizzazione delle aziende produttive non-food: salari al ribasso, eliminazione del welfare, contrazione del mercato interno.

La crisi alimentare che colpisce le aree dove l’Occidente ha delocalizzato gran parte delle sue prime e seconde lavorazioni, in virtù del basso costo della manodopera, produrrà un’altra vittima della crisi della catena alimentare: il Primo Mondo.

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