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Il biodinamico sbarca alla Bocconi

Nota introduttiva: nell’articolo, pubblicato da Agrarian Sciences  lo scorso febbraio, il prof. Mariani parla  dell’agricoltura biodinamica con un approccio critico e scientifico: l’argomento è di notevole attualità non solo per agricoltori e addetti ai lavori, si tratta di un tema di interesse trasversale sul quale invitiamo ad una riflessione e commento.

LavoisierIl biodinamico sbarca alla Bocconidi Luigi Mariani (*)

Mi trovo spesso a riflettere di bio (…dinamico, …logico) con amici quali Francesco Marino, Gaetano Forni, Tommaso Maggiore e Antonio Saltini, con cui è frequente discutere della pletora di concetti pre-scientifici e ascientifici, spesso a base magica, che emergono dalla cultura diffusa se solo si toglie quella lievissima patina di cultura scientifica sedimentatasi a valle delle rivoluzione galileiana. Si tratta di concetti che a volte emergono in modo eclatante, come nel caso del metodo stamina e della cura di Bella, ma che il più delle volte restano lì, ad infiorare le pagine dei media per poi improntare le “decisioni politiche” su argomenti cruciali per lo sviluppo del nostro Paese, com’è di recente accaduto per gli OGM, una tecnologia fantastica proibita per legge.

Motivo incidentale per tornare sull’argomento “bio” su Agrarian Sciences è il fatto che quest’anno, complice Expo 2015, il convegno internazionale di biodinamica, che lo scorso anno si tenne a Firenze, avrà luogo a Milano alla Bocconi (il programma è disponibile qui) ed avrà il significativo titolo  nutrire il pianeta senza ogm).

Per ragionare sull’argomento partirò dal lontano 1794, anno in cui moriva ghigliottinato in Francia Antoine Laurent de Lavoisier, uno dei più illustri scienziati del XVIII secolo. Lavoisier – lo si racconta nelle prime lezioni universitarie di chimica generale – fu il vero fondatore della chimica moderna in quanto nel suo testo del 1789 enunciò la legge di conservazione della massa, in virtù della quale gli elementi chimici che si introducono in una reazione sono in quantità gli stessi che si trovano nei prodotti della reazione stessa. Applicata all’agricoltura, tale legge ci dice ad esempio che per produrre 6 t per ettaro di granella di grano duro al 13% di proteine (e cioè al 2% di azoto) occorrono 6*1000*0.02=120 kg di azoto. Se questi 120 kg non li si dà alle piante, queste produrranno poco e daranno prodotto di qualità scadente (es: pasta che scuoce).

Grazie al lavoro di scienziati come Nicolas-Théodore De Saussure, Wöhler, Liebig, Lawes, Gilbert, Haber e tanti altri (per le cui biografie rinvio al sito storiagricoltura), la legge di Lavoisier è da oltre due secoli alla base dell’agire agronomico razionale ed ha portato enormi vantaggi in termini di produttività delle colture, qualità dei prodotti agricoli e sicurezza alimentare. Tuttavia tale legge è oggi ignorata da due “agricolture pre-scientifiche” diffusesi negli ultimi decenni e cioè l’agricoltura biologica e quella biodinamica.

Più in particolare l’ideologia del biologico si fonda sul preconcetto, indimostrabile e dunque non scientifico, secondo cui una molecola d’urea o di ammoniaca prodotta da un essere vivente sarebbe incommensurabilmente migliore di quella ottenuta per sintesi, il che ci riporta alle vecchie teorie vitalistiche imperanti fino al XVIII secolo e sconfitte proprio da Lavoisier e dai grandi chimici ottocenteschi che ho dianzi citato. Da ciò il fatto che il biologico impone ai propri adepti di sopperire al fabbisogno di nutrienti delle piante coltivate rinunciando ai concimi minerali di sintesi e limitandosi al letame ed ai sovesci. In tal modo si ottiene il bel risultato di “affamare” le piante, comportandosi nella realtà da “antibiologici” anziché da “biologici”. Ad esempio nel succitato caso del frumento, l’apporto di azoto (di cui la pianta necessita soprattutto nella fase di sviluppo della spiga) è affidato a letamazioni (che, come sa il contadino, non si possono di regola fare al frumento stesso ma si devono riservare alla coltura da rinnovo che lo precede, con il risultato che gran parte dell’azoto si perde come nitrato prima di giungere al frumento, inquinando le falde) o a sovesci (che di azoto ne apportano pochino). In tal modo il frumento, come si è detto, riceverà pochissimo azoto, il che spiega perché i biologici siano così ansiosamente alla ricerca di varietà antiche, le quali producendo pochissimo (2-3 t/ha anziché le 6-10 t/ha delle varietà “allo stato dell’arte”) si “accontentano” del poco nutrimento che viene loro fornito. E qui sorge il problema chiave: se da 6-10 t per ettaro si passa a 2-3 si potrà magari far la fortuna del singolo agricoltore (sempre che questi riesca a vendere a prezzi da amatore il proprio prodotto, vantando qualità indimostrabili a cittadini creduloni) ma non si risolve certo il problema alimentare globale, con buona pace per le ambizioni di Expo 2015.

L’ideologia che sta alla base dell’agricoltura biodinamica è ancora peggiore di quella alla base del biologico, in quanto impone ai propri adepti di sopperire al fabbisogno di nutrienti delle piante coltivate sfruttando i positivi influssi astrali. E qui non posso che stigmatizzare il fatto che tale deriva magica, già contestata 2000 anni orsono dal grande agronomo romano Columella nel suo Contra astrologos, sia oggi senza alcun senso del ridicolo riproposta in sede di Expo 2015.

Ricordo a tutti, ed in particolare ai colleghi agronomi, che ogni volta che si prende in considerazione il biologico ed il biodinamico senza porsi il problema del mancato soddisfacimento delle esigenze nutritive delle colture, si ghigliottina Lavoisier una seconda volta, facendo un falò di oltre due secoli di scoperte scientifiche che hanno innovato profondamente l’agricoltura, garantendo sicurezza alimentare a fette sempre più vaste della popolazione mondiale, come dimostra ad usura il fatto che il 50% dell’azoto presente oggi nelle proteine umane proviene da concimi minerali di sintesi, per cui rinunciare a tale forma di nutrimento per le colture porterebbe in breve ad una catastrofe alimentare di dimensioni bibliche.

Occorre peraltro precisare che il cittadino o l’agricoltore che abbracciano l’ideologia del biologico o del biodinamico lo fanno il più delle volte in perfetta buona fede: anch’essi infatti condividono con noi l’obiettivo di produrre cibi più sani e di tutelare l’ambiente dai “disastri della tecnologia”. Da parte mia posso solo ricordare che sulla questione dei cibi sani, biologico e biodinamico sono del tutto indifesi dalle tossine prodotte da funghi e batteri, in quanto rinunciano all’uso di fitofarmaci di sintesi (salvo alcune “curiose” incoerenze come quella del solfato di rame in viticoltura, molecola non certo innocua per l’ambiente ed a cui tuttavia i bio non rinunciano, perché altrimenti perderebbero il raccolto a causa di una malattia che non perdona, la peronospora). In ragione di ciò ed in assenza di un sistema stringente di controlli, gli alimenti provenienti da filiere biologiche o biodinamiche sono a rischio quanto o forse più di quelli provenienti da filiere tradizionali, come ci dimostrano i 54 morti ed i 10000 ricoveri in ospedale registrati nel 2011 in Germania per effetto di germogli di fieno greco prodotti da un’azienda biologica e inquinati dal ceppo O104 del batterio Escherichia coli, produttore di tossine (si veda ad esempio Frank et al., 2011. Epidemic Profile of Shiga-Toxin–Producing Escherichia coli O104:H4 Outbreak in Germany, The New England Journal of Medicine, 365, nov. 10, 1771-1780).

Sottolineo inoltre che per superare gli inconvenienti introdotti da una tecnologia che ci consente oggi di nutrire sempre meglio il mondo, l’unico modo sarebbe quello di puntare in modo ancor più deciso e coraggioso sull’innovazione tecnologica. In tal senso si pensi ad esempio al minor impiego di fitofarmaci che si realizzerebbe ove si potessero utilizzare piante geneticamente modificate (OGM) per resistere a parassiti e patogeni a ai vantaggi in termini produttivi legati alla disponibilità di OGM in grado di resistere ad avversità quali siccità, gelo, salinità eccessiva, ecc. Si pensi inoltre a tecnologie quali l’agricoltura di precisione, l’agricoltura conservativa o la difesa integrata orientata verso prodotti chimici di sintesi a sempre più basso dosaggio e sempre più rapidamente degradabili. Occorrerebbe insomma mirare ad una nuova alleanza fra scienza, agricoltura e tecnologia, volta a migliorare la vita di tutti. Un’alleanza che, proprio perché invisa ai seguaci del biologico e del biodinamico, non sarà il cavallo di battaglia di Expo 2015.

Un’ultima considerazione riguardo a questa iniziativa bocconiana. D’accordo che l’economia ed il commercio muovono il mondo e che pecunia non olet; tuttavia debbo confessare che da milanese sento una stretta al cuore nel vedere un’università della mia città ospitare un convegno internazionale di biodinamica ovvero di “magia applicata all’agricoltura”. Come agronomo e come cittadino italiano poi non riesco a rassegnarmi al fatto che Expo, con quello che ci è costata, possa ridursi a cassa di risonanza per simili sciocchezze.

 

(*) Già docente di Agronomia e Agrometeorologia all’Università degli Studi di Milano, è attualmente condirettore del Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura di Sant’Angelo Lodigiano.

 

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