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L'editoriale

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C. A. Rinolfi: 

Gilet gialli a Parigi e giovani volti a Milano

 

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franca castellini_2F. Castellini Bendoni: 

Un nuovo alfabeto per la scuola

 

Biotecnologia e Nutraceutica

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A. Viglia: 

Acqua: questa sconosciuta

 

Nutrizione e omotossicologia

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D. Mainardi: 

Disbiosi intestinale: probiotici e prebiotici

La Nuvola Gialla: Uomo e Natura nell'Antropocene

di Aldo Lado  (*)

Con il racconto  “La Nuvola Gialla” di Aldo Lado prosegue la ricerca di Mondohonline su come il rapporto uomo – natura è trattato nella narrazione contemporanea.

La grande città sta lentamente assopendosi per quelle poche ore di sonno che la vita frenetica diurna e notturna le consentono.

I locali notturni e gli ultimi ristoranti stanno chiudendo, rari e veloci taxi riportano a casa gli ultimi nottambuli.

L’ingegner Bradley sta effettuando il solito giro di controllo agli impianti dello stabilimento, dove la squadra notturna tiene attive le caldaie. Bradley si congeda per rientrare a casa, e lascia alle sue spalle la fabbrica con le sue alte fumanti ciminiere…

Il piccolo Simon non riesce a dormire: è l’eccitazione che lo tiene sveglio. All’alba partirà con i genitori per la casa al mare. Guarda con amore i suoi attrezzi da pesca. Suo padre gli ha promesso che lo porterà con lui in alto mare per la prima volta!

Jim Cokker scruta attentamente le sue carte da gioco, spigolandole, e intanto tiene d’occhio le facce degli avversari al tavolo del poker. Con la sua sigaretta disegna in aria anelli di fumo…

Nelle strade deserte passano i carri dei netturbini. Lontano il rombo isolato dei rari metrò.

Bradley è rientrato a casa. Sta riordinando la stanza dove sono evidenti le tracce di un party. Sua moglie dorme vestita sul divano. Bradley rassegnato getta bottiglie vuote e porta i bicchieri nella caotica cucina. Apre una finestra per cambiare l’aria viziata e piena di fumo…

Anche la stanza dove gioca Cokker è piena di fumo, ma i giocatori non sembrano accorgersene.

Il padre di Simon va a svegliare il piccolo, e lo trova già vestito e pronto per la partenza. La moglie ha preparato le valigie e tutti e tre felici salgono in macchina per andare al mare.

Uscendo dalla città la macchina attraversa la zona industriale con le sue alte ciminiere.

L’operaio addetto alle caldaie della fabbrica dell’ingegnere sta leggendo un giornale quando un improvviso ritorno di fumo invade l’ambiente. Si precipita alla caldaia e tossendo riesce a spegnerla, mentre il fumo continua a invadere la sala.

Spalanca le porte ma il fumo continua a stagnare nell’ambiente. Raggiunge un telefono e informa un capo reparto che deve essersi otturato il camino principale. Bisogna avvisare l’ingegner Bradley.

Per la prima volta nella serata Jim Cokker si distrae dalle carte. Gli anelli di fumo che si diverte a fare con la sigaretta, anziché disperdersi nell’aria si bloccano immobili. Ride e va ad aprire la finestra per far uscire il fumo dalla stanza, ma sembra proprio che ce ne sia troppo perché nonostante la finestra aperta rimane immobile a stagnare.

Il padre di Simon, aiutato dal bambino, sta cercando di accendere il caminetto nella casa al mare, ma i suoi tentativi sono praticamente inutili perché il fumo soffoca il fuoco e fa tossire lui e il figlio. Dovranno trovare legna meno fresca, forse…

Bradley è arrivato all’esterno della fabbrica e nota uno strano fenomeno. Il fumo delle ciminiere anziché salire tende a scendere come per un forte vento contrario. Ma vento non ce n’è. Ogni caldaia della fabbrica rigetta il fumo e i vari operai sono mezzo intossicati.

Bradley cerca di porre rimedio allo strano inconveniente e ordina l’intervento dei pompieri e dell’ospedale. Al telefono tuttavia apprende che lo stesso fenomeno si è verificato anche nelle altre fabbriche della zona.

Intanto la giornata si mette in movimento.

Operai e impiegati stanno raggiungendo i loro posti di lavoro in macchina, autobus o metropolitana.

A poco a poco il fumo comincia a invadere la città. Anziché salire e disperdersi scende sempre di più come una densa nebbia a avvolgere strade e case.

Dapprima la gente è perplessa, poi via via il fumo sempre più soffocante penetra nelle narici, impedisce la visibilità, brucia i polmoni.

Il panico si diffonde.

La gente cerca di tappare tutti i buchi delle case, ma il fumo sottile e insidioso trova sempre una strada per penetrarvi.

Le autorità politiche e scientifiche cercano disperatamente di trovare la causa di un tale fenomeno e nel contempo di arginare il panico e i danni che lo stesso sta provocando.

Dapprima vengono addebitate le cause alle fabbriche, poi finalmente si scopre che la massa d’aria che sovrasta la regione, per cause ignote ma probabilmente per uno scompenso dovuto a un esperimento atomico, è diventata più pesante dell’aria sottostante, per cui il fumo e tutti gli scarichi tossici della città (tubi di scappamento, sigarette, ecc.) non riescono a trovare uno sfogo verso l’alto.

Ma la cosa più difficile è contenere la folle paura che ha travolto tutti.

L’esercito ha inviato maschere antigas, ma ce ne sono poche anche per gli addetti ai lavori che si aggirano come marziani nella città diventata ormai fantasma. Nella metropolitana invasa dal fumo, nelle macchine bloccate dagli ingorghi, nelle case, nelle strade dove la mancanza di visibilità ha provocato incendi e esplosioni, la gente è impazzita dal terrore di morire per soffocazione.

Le autorità stesse e i tecnici ormai disperano di salvare la popolazione e molti di loro pensano unicamente a porre in salvo se stessi.

Ovviamente i personaggi descritti all’inizio della storia sono coinvolti, e attraverso loro seguiremo una parte della catastrofica vicenda.

Bradley alla fine riuscirà a convincere le autorità militari a effettuare un’immensa esplosione, che provocando un notevole spostamento d’aria, ricreerà l’equilibrio necessario alla libera ascesa del fumo.

E mano a mano che la nebbia sparirà, scopriremo una città ormai morta, una città che potrebbe essere una delle nostre!

FINE

Giugno 1974

Tratto dal libro “I film che non vedrete mai “ ,  di Aldo Lado – Edizioni Angera Film

si può ordinare  su  Amazon  o in libreria, è distribuito da Directbook

(*) Scrittore, regista e sceneggiatore

 

Web poetry lab: La Natura, di Concetta Maglia

Il cambiamento del clima solleva il tema del rapporto che connette l’uomo alla natura. I poeti  ascoltano più di tutti lo spirito del tempo e per questo abbiamo chiesto a un gruppo di webpoeti amici di Mondohonline di inviarci una loro poesia su questo tema. 

 

Ecco quella di  Concetta Maglia 

 

      Perché non ci accorgiamo
      quasi mai
      delle stelle
      sono così piccole
      e discrete
      - non hanno pretese - 

      forse perché
      non sappiamo
      che guardarci i piedi 
      o non alziamo più
      lo sguardo

      non c'è paragone 
      con la maestosa
      importante luna
      che taglia il cielo
      in due
      come avesse diritto
      di regnare 
      stanotte
      prima di dormire
      le ho viste
      - minuscoli puntini - 
      come occhi pieni
      di dolcezza 

      brillano fioche
      e tremule
      umili modeste 
      malinconiche
      e tanto tanto
      belle.

 

 Concetta Maglia 

(@C.M.) Catania – marzo 2019

 

Web poetry lab: La Natura, di Aldo Sangalli

Il cambiamento del clima solleva il tema del rapporto che connette l’uomo alla natura. I poeti  ascoltano più di tutti lo spirito del tempo e per questo abbiamo chiesto a un gruppo di webpoeti amici di Mondohonline di inviarci una loro poesia su questo tema. 

 

Ecco quella di Aldo Sangalli

 

      Tempo
      Trasformazione
      Tensione
      Eppure solo
      appoggiandosi
      solo avvicinandosi
      si capirebbe.
      Ci proviamo
      nonostante.
      Non guardiamo
      Non ostanti.
      I piloni di cemento
      Non sono alberi.
      Infatti non capisco
      non vedo
      nemmeno immagino
      -appoggiato
      di schiena
      fumando -
      il colore
      acido
      di un me futuro
      Tempo
      Trasformazione
       Tensione
      Eppure basterebbe 
      imparare

      Mi serve un albero.

 

Aldo Sangalli 

Marzo 2019,  Brugherio

Web poetry lab: La Natura, di Franco Floris

Il cambiamento del clima solleva il tema del rapporto che connette l’uomo alla natura. I poeti  ascoltano più di tutti lo spirito del tempo e per questo abbiamo chiesto a un gruppo di webpoeti amici di Mondohonline di inviarci una loro poesia su questo tema. 

Ecco quella di Franco Floris





             Ci sono simboli
             nel cielo
             figli del respiro 
             dell'universo
             non noi
             noi abbiamo ferito
             violentato la nostra casa
             la natura
           
             ci sono segni
             nelle pietre
             nei boschi
             nei fiumi
             noi 
             abbiamo deriso
             la nostra madre
             ucciso
             i nostri fratelli
           
             ci sono frasi
             nei libri
             che raccontano
             i nostri errori
             le nostre stragi
             le nostre guerre
             ma noi
             non impariamo
             niente.
 

                 

            Franco Floris

           Oristano, 2 marzo 2019.

 

THE POLTERGEIST AREA: un film per mutare l'immagine del mondo

THE POLTERGEIST AREA  – di Federico Osmo Tinelli (*)

 Il cambiamento climatico spinge a nuovi modi di vivere e questi sono influenzati da come il mondo viene immaginato e narrato dai mezzi di comunicazione. La cinematografia svolge un ruolo decisivo e per questo abbiamo posto alcuni quesiti al regista Federico Osmo Tinelli,  a cui Mondohonline ha affidato la realizzazione del video “L’ALTRO MELO” uscito in occasione dell’EXPO.

Federico, ti sappiano impegnato nel tuo nuovo film “THE POLTERGEIST AREA”, un interessante progetto di ricerca che si appella alle risorse della rete e di cui sappiamo essere in corso una campagna di finanziamento.

Ci puoi dire qual è il rapporto con l’ecologia/la natura che il tuo film propone all’immaginario attuale?

La domanda contiene due criteri: l’ecologia e l’immaginario attuale. L’ecologia per me s’intreccia con l’ambientalismo ma non gli corrisponde; è bensì una modalità di pensiero che si preoccupa di riflettere su un tutto organico. Nel mondo del teatro e dell’arte la parola “organico” ha un significato differente, diverso da quello che si usa in chimica e in biologia. In chimica e in biologia si riferisce a strutture molecolari complesse a base di carbonio (sostrato materiale della vita), nell’arte e nel teatro l’aggettivo si usa per definire la capacità dell’artista/regista di creare un’opera armonica, coerente, compiuta e tuttavia viva, vibrante, capace di entrare in risonanza con i fruitori. THE POLTERGEIST AREA si preoccupa di essere “organico” sia in termini ecologici che artistici.

Tu mi chiedi, caro amico, di esprimermi in merito a “l’immaginario attuale” ma io non lo conosco con precisione, lo presumo. Dove vedo che vengono fatte delle “forzature” cerco di decostruire chi mi pare sia vittima di una manipolazione.

Un esempio recente, tra milioni di esempi possibili: il giorno in cui si celebrava la mamma (12 maggio), viene postato sui social un video in cui si vedono diverse volatili (madri) che portano i vermi ai piccolini, in attesa dentro ai nidi con le bocche spalancate; ora, invece di lasciare l’audio originale, era stata messa musica melodica eseguita al pianoforte. Capito? Volevano dirci, e senza ironia, che le volatili fossero delle brave commoventi mamme: ecco, questo è un atteggiamento totalmente anti-ecologico oltre che antipoetico, un modo per tradire tutti e tutto, volatili e umani, realtà e arte.

A queste condizioni abbiamo la filosofia ecologica o l’ecologia filosofica…  Che non è mai mera descrizione dell’ambiente tout court, bensì capacità di creare connessioni e concetti astratti utilizzando (in maniera non utilitaristica) i comportamenti biologici.

Quindi, a condizione di saper ascoltare la natura, si può filosofare con il bios e con il mondo organico senza per forza dover inventare qualcosa. THE POLTERGEIST AREA non inventa nulla, connette in modo nuovo quel che esiste già.

Come il tuo film innova il linguaggio?

Intanto va detto che, almeno secondo me, la priorità non dovrebbe essere rinnovare il linguaggio, né cercare uno stile particolare; sia il linguaggio che lo stile dovrebbero essere la conseguenza di una ricerca radicale della verità o quanto meno di una verità. Faccio un esempio: è pieno di stupefacenti pittori della scuola fiamminga medievale, ma quando si guarda Bosch, s’intende bene che lì l’arte sia un mezzo e non un fine; un mezzo per ottenere cosa? che i fruitori giungano, anche solo per un singolo eterno istante, a sfiorare la forza del disegno trascendente. Che cos’è il disegno trascendente? Si potrebbe dire che sia la natura dietro alla natura.

Per me un artista è chiamato a far questo, deve saper cogliere visivamente quell’ordine nascosto, quell’architettura che sorregge tutto l’esistente; se ad uno sguardo distaccato quel che si vede nei quadri di Bosch sembra assurdo, folle, illogico o irrazionale, in qualche modo la (sua)visione è capace di palesarsi come l’emanazione stessa della biodiversità in natura e il principio di tutta la storia umana, nel sublime e nell’orrore.

THE POLTERGEIST AREA fa questo tipo di lavoro ma non voglio dire troppo; diciamo che una stessa “morfologia” si manifesta sia nel comportamento della materia in certe condizioni, sia in certe specie animali e vegetali, sia in certi manufatti di produzione umana, sia nei concetti cardine di una parte del pensiero filosofico; il film si prende la briga di palesarlo attraverso le immagini e i suoni, non senza una buona dose di ironia.

Che tipo di disabilità cognitive dell’era digitale affronta il Film?

Di nuovo, caro amico, non essendo un sociologo della comunicazione, non so se possa azzardarmi a fare considerazioni sulle disabilità cognitive dell’era digitale. Ho personalmente avuto modo di notare che quando le persone sono costrette a spegnere il telefonino, al cinema per esempio, ovvero quando sono indotti a staccarsi dalla loro connessione permanente al World Wide Web, che letteralmente significa Mondiale Grande (Ragna)Tela, come se si liberassero dalla prigionia di un enorme ragno, felicemente si gustano il loro tempo.

Oggi, il solo fatto di pensare un contenuto per il cinema (anche se poi fruito nell’appartamento) e non per la rete, seconde me è un modo per richiamare “i connessi” a pensarsi in altro modo, non più come delle informazioni caotiche ma come individui chiamati a padroneggiare un discorso. Ho quest’idea che la W.W.W. sia la logica conseguenza dello stato di asfissia permanente della civiltà contemporanea; oggi è come se tutti si sentissero seppelliti da vivi e cercassero quindi costantemente la connessione aerea per aver salva la vita, da quella terra che pare ingoiarli continuamente; colpa è anche della “cultura filosofica”, che è diventata spesso incapace di essere leggera e che viene quindi vissuta come mortifera.

Io per primo scappo se mi si vuole appesantire l’animo. Il mio film è divertente anche se impegnativo. Non so se ti ho risposto.

Come fare la ricerca sulla struttura dell’intuizione?

La struttura dell’intuizione… secondo me ci hai preso; detto così è molto astratto ma credo che a conti fatti il film metta in scena questo, anche se in modo che sia alla portata di chiunque; il film è semplice, non facile ma semplice. Comunque, l’intuizione, secondo me, non è nient’altro che una sorta di riassunto repentino di una molteplicità: come si dice nella filosofia olistica “il tutto è più della somma delle parti”, ecco l’intuizione coglie quel tutto, in pochissimo tempo, partendo da una disamina di tutte quelle parti contemporaneamente. Tant’è che spesso la persona intuitiva deve imparare a razionalizzare i vari passaggi che ha fatto per giungere a quella conclusione; questo accade con un percorso a ritroso, che dall’intuizione riporta indietro verso la consapevolezza dei vari frammenti di partenza.

Il sottotitolo di POLTERGEIST AREA è “specchiati la mente!”, ecco questo vorrebbe ottenere il film, di rendere consapevole il fruitore del suo stesso funzionamento o meglio del comportamento biologico non del cervello bensì del pensiero.

Volendo partecipare alla campagna di finanziamento del film cosa si deve fare ?

Al link http://kck.st/2WeXTKD   si accede al trailer e alla descrizione del progetto sul profilo  Kickstarter, per qualunque chiarimento mi si può contattare direttamente via mail federico.iris.osmo.tinelli@gmail.com

 

(* ) Regista – Milano 

Riscaldamento globale: il trauma atteso

Pubblichiamo con piacere le relazioni del Convegno sul cambiamento climatico e riscaldamento globale, tenutosi il 13 aprile 2019 presso il Circolo  Fratelli Cervi, Milano. 

Mondohonline contribuisce e partecipa ufficialmente a iniziative sul clima organizzate da qualunque associazione o forza politica democratica, con l’obiettivo di accrescere conoscenza e informazioni sul tema. 

– di Carlo Alberto Rinolfi  (*)

Cosa ci è sfuggito? Le conseguenze del riscaldamento globale sono così catastrofiche da mettermi in difficoltà a farmi guardare il presente con gli occhi di mio nipote dodicenne. Alla sua età non ho mai pensato che il mondo fosse prossimo alla fine, il mio percorso di vita era programmato e anch’io ho contribuito a sviluppare un’economia che è andata oltre le disponibilità della biosfera. Sento il dovere di guardare in faccia il pericolo che ci sta di fronte.

Come fare di fronte al trauma della sopravvivenza dell’umanità che sta per arrivare?

Chi nella sua vita ne ha già subito uno vitale e disabilitante sa di doverlo affrontare senza cadere nel rifiuto, nel terrore o nella depressione che rendono più difficile trovare le soluzioni.

L’esigenza di rivedere i paradigmi di pensiero

Questa volta il trauma atteso  e provocato da noi umani ci costringe a risalire a qualcosa di molto profondo, alla visione del mondo che lo ha partorito e che affonda le sue radici nel linguaggio occidentale nato da importanti filosofi dell’antica Grecia.

Da loro abbiamo imparato a staccarci dalle tradizioni mistiche e religiose e a superare ogni limite con la scienza sperimentale. Ma la scienza attuale non è la “Verità buona , assoluta stabile e immutabile”, lei si fonda su una ipotesi teorica probabile che poi verifica con l’esperimento e, se non funziona, la confuta e sostituisce con una nuova, lo fa in continuazione sotto la spinta di una illimitata volontà di potenza. Ci può offrire quindi delle possibili soluzioni che però possono anche non funzionare o non arrivare in tempo utile.

Proprio i risultati di questo modo di pensare, utilizzato come abbiamo fatto sino ad ora, ci stanno già dicendo che abbiamo squilibrato un sistema e messo a rischio la sopravvivenza della nostra specie.

Il problema è molto serio e costringe a riconsiderare la fede nel progresso che ha portato benessere e welfare, in cui la mia generazione ha creduto e al quale anch’io ho contribuito con il mio piccolo impegno professionale e sociale.

Ma adesso neppure questo impegno sembra sufficiente, adesso viene messa in discussione un’idea del mondo che ritroviamo incarnata nei modi di vivere di tutti noi. Oltre ai rimedi tecnologici di cui ha parlato  Mario Giorcelli, che pure vanno attivati al più presto, dobbiamo dunque rivedere le fondamenta, i paradigmi di base del nostro pensiero e anche le teorie sociali e politiche che ci hanno guidato. Come fare?

Questo trauma climatico ci sta dicendo innanzitutto e con brutale semplicità che tra la mia persona e la bottiglia di plastica posata sul tavolo di fronte a me non esiste la “separazione” che pure il mio modo di vedere abituale mi porta a percepire come reale.

La plastica che ho inventato io è un “prolungamento tecnologico di me stesso” e mi sta tornando indietro nei fiumi, negli oceani, inquinando l’acqua che bevo e le altre specie di cui mi nutro.

La bottiglia pensata come “cosa separata da me” è una illusione, così come illusorio è pensare che il soggetto “uomo” sia davvero separato dall’oggetto “natura” e che la “mente ” sia distinguibile dal “corpo “.

Dunque la bottiglia è diversa da come appare “inanimata e separata da me” poiché è invece “parte integrante di me”

Quello che mi appare come “mondo esterno” e la mia “persona” sono aspetti di un unico sistema fatto di processi con precisi cicli che  si autoesaltano  e retroagiscono tra di loro e con me sino al punto di stravolgere la mia vita.

Se è così, c’è qualcosa che in questi anni non ho ben considerato e non ho controllato,  forse perché ero convinto che la “cosa “dopo essere stata da me prodotta fosse “morta”, cioè fuori da me e dalla mia vita.  Ero convinto di essere io l’unica forza vitale che contava e che tutta la natura non fosse che uno sfondo.

In effetti, se osservo attentamente la bottiglia, lei ai miei occhi appare separata da me pur essendo parte di me, cosa mi sfugge? Tra la mia persona e la bottiglia c’è innanzitutto dello “spazio” e, se penso che è stata prodotta tempo fa e che durerà molto più della mia generazione, c’è anche di mezzo del “tempo” incorporato in questo banale manufatto.

Ma questo spazio non è il nulla, in questo spazio c’è dell’aria. Cos’è l’aria a cui di solito non penso? E’ ciò che respiro, dunque mi è vitale, ma come l’acqua che bevo e le superfici su cui cammino, rientra tra quelle “cose” che non ho considerato a sufficienza come “essenziali” e tuttalpiù, nell’impresa,  le ho considerate beni  da acquistare a basso prezzo o esternalità negative da sostenere quando mi è stato impossibile usarle a costo zero.

Eppure l’aria è un bene di  tutti che non abbiamo considerato a sufficienza e anzi abbiamo saccheggiato allegramente. Acqua, aria, energia, spazio sono tutti i vitali di me e le future generazioni. Cosa sono?

Il valore dei  beni comuni

L’economia li chiama “common” o “beni comuni”, in questo caso sono detti “di merito” perché vitali. Sono risorse/processi in gran parte naturali ma non solo, che possono essere gestiti da privati o dal pubblico, o da comunità locali e non, come ci insegna il Premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom. Adesso è il loro stato di salute a rappresentare il nostro grande rischio.

Come abbiamo fatto? Un’economia che ha dominato il mondo realizzando straordinari sviluppi umani e creando città sempre più belle e grandi lo ha fatto senza considerare nel modo corretto il bene comune dato dal capitale naturale che ci è stato dato da quando la terra esiste.

E’ la massima organizzazione degli Stati, l’ONU, e non un semplice gruppo di climatologi  a prevedere che molto presto intere popolazioni migreranno e si scontreranno per la disperazione sotto le pressioni di stravolgimenti permanenti in tutti i territori legati a innalzamento delle acque, siccità e eventi atmosferici dirompenti.

Di questi disastri in probabile arrivo, comunque la pensiamo sui cicli naturali della terra, siamo costretti a prendere atto. Al di là della buona volontà dei singoli cittadini ai quali si chiede di cambiare abitudini di consumo, c’è da chiedersi se l’ ONU e le istituzioni statuali e internazionali  del mondo siano in grado di affrontare un simile problema in tempo utile.

Difficile stare tranquilli se si pensa che  anche nella nostra bella Costituzione questi beni non sono disciplinati se non per l‘articolo 43, che li tratta in modo parziale. Tutto il mondo dovrebbe avere a fondamento della sua Costituzione globale la disciplina e la salvaguardia dei “Beni Comuni”, ma così non è.

Tra questi, oltre ai beni naturali, vi sono anche quelli condivisi e sociali legati al welfare e alla salute e sicurezza, che vanno considerati come  essenziali per l’economia, ma che spesso si ritengono improduttivi e si tende ad utilizzarli senza sostenere gli investimenti necessari alla loro rigenerazione e corretta valorizzazione.

E’ come se fossimo in un enorme condominio nel quale ciascuno cerca di evitare di pagare le spese comuni. Non investiamo in manutenzione ma consumiamo comportandoci come “free riders” convinti di non dover pagare, poiché l’aria e l’acqua ci appaiono “cose” disponibili, al massimo saranno problemi delle prossime generazioni.

Verso una cosmopolitica istituzionale

Proseguire ancora su questa strada diventa rischioso e lo sforzo richiesto è tale da modificare anche il nostro modo di fare le politiche ambientali locali.

Il cambiamento climatico per concentrazione di CO2 ci dice infatti che tutto è correlato nello spazio e nel tempo, e che le città non inquinano solo i loro distretti elettorali. Si sa ad esempio che imponendo il passaggio alle auto elettriche nelle città si genera inquinamento per il litio estratto e lavorato in altre parti del mondo e si favorisce la produzione di CO2 nelle centrali termoelettriche a combustibili fossili  che la stessa IPCC prevede ancora per molti decenni.

Siamo quindi costretti a guardare in modo più ampio anche a fonti di inquinamento cittadino che un assessorato ai trasporti in genere non considera e che sono anche più dannose delle autovetture.

Non solo vanno considerate le conseguenze sull’area di attrazione metropolitana, come ci ricorda  Ostelio Poletto, ma occorre aver presente che anche Milano, come tutte le città, attrae un intenso traffico aereo e richiede molte navi cargo per il rifornimento dei suoi consumi quotidiani. Sappiamo che aerei e navi inquinano molto più dei palazzi e delle auto della città. E’ infatti noto da tempo che 20 navi cargo inquinano come tutto il parco auto del mondo e che un aereo inquina molto più di centinaia di auto euro O, eppure i traffici aerei e navali non rientravano tra le fonti inquinanti da controllare secondo il protocollo di Kyoto.

Cosa dico a mio nipote quando mi chiede per quale motivo devo spendere soldi per cambiare la mia auto euro 6, che inquina poco o nulla, con una elettrica che inquinerà ancora e che probabilmente dovrò sostituire tra non molto con una a celle di idrogeno? Per quale motivo non mi impegno attraverso il mio comune e con i C40 a far semplicemente cambiare il carburante-spazzatura (bunker oil) di sole 20 navi cargo? 

Qualcosa si sta forse iniziando a fare per il traffico aereo,  ma perché non si affronta seriamente questo problema attraverso le organizzazioni internazionali del mare e dei cieli? L’urgenza degli interventi non lo impone?

 Ci manca evidentemente qualcosa di decisivo. Oltre all’affermazione di una coscienza generale dei beni comuni globali, qui serve anche un potere sovranazionale che sia in grado di imporre e far rispettare delle regole anche alla flotta di navi che batte bandiera mongola.

Le grandi metropoli associate nel C40 cities , di cui ci ha parlato Caterina Sarfatti, possono indicare una via positiva prefigurando un mondo in cui non valgono più come un tempo i confini nazionali. Anche loro risultano illusori e sfondati come lo sono i confini della “cosa” rappresentata dalla mia bottiglia d’acqua.

Non si tratta quindi di chiedere soltanto la soluzione tecnica migliore alla comunità scientifica, si tratta di impegnarci come cittadini di questo mondo per convincere  i politici di tutti i partiti, le confessioni religiose, le associazioni di imprese, lavoratori e consumatori, che è indispensabile concordare un nuovo ordine mondiale e che occorre farlo in modo che  possa essere controllato dagli stessi cittadini.

Come controllare e interagire con un sistema così grande?

Algoritmocrazia o democrazia  digitale?

Oggi c’è una possibilità in più rispetto a chi è venuto prima di noi e paradossalmente è insita nella entropia o dispersione che si sta generando nell’informazione. 

Tutti i popoli d’oggi sono interconnessi costantemente in un modo così intenso e industrializzato che può togliere loro l’abitudine ad attivare processi di decisione in autonomia. La connessione continua all’algoritmo può eccedere e de-individualizzarci generando i gilet gialli, ma può anche attivare aggregazioni di giovani e ragazzini che incominciano a prendere in mano il loro futuro portando i mappamondi in barella.  Ancor di più può mobilitare i giovani contro il razzismo e che a Milano dicono “siamo prima umani e poi italiani”. Questi ultimi hanno già compiuto una scelta di individualizzazione collettiva che si oppone ai processi alimentati dall’algoritmo, ma anche alle politiche di chiusura nazionalistica degli Stati. Quei ragazzi e quei giovani stanno contrastando la dispersione dell’informazione e affermando una gestione creativa e sociale dei processi decisionali nel web.

A modo loro affrontano il grande problema politico e democratico di questo mondo digitale in cui le “Big Four “(Facebook, Amazon, Google, Apple) coi loro algoritmi guidano non solo i mercati ma tutto il cambiamento sociale del pianeta utilizzando un altro bene comune costituito dall’informazione e, ancora di più, dai desideri, dalle emozioni e dalle scelte quotidiane che  miliardi di persone inviano nel web .

Neppure questo tipo di “bene comune in forma digitale” è presente direttamente nelle Costituzioni, sfugge anche al controllo delle municipalità più efficienti come la nostra, che pure un tempo aveva creato una sua azienda, Fastweb, per poi venderla ai privati e limitarsi a far pagare la posa fisica dei cavi a banda larga.

Così, a tutt’oggi, è del tutto assente la partecipazione collettiva dei cittadini al valore dell’oro informativo che scorre in quei cavi e che viene da loro stessi prodotto gratuitamente. Un capitale intellettuale che si accresce di continuo e che, come l’acqua che scorre sotto il Duomo, è un patrimonio da tutelare e valorizzare per loro e per le future generazioni.

Dall’acqua di falda si sa sta già estraendo preziosa e pulita energia geotermica che ha un preciso valore economico, allora perchè non pensare che anche dalle informazioni prodotte si possono ricavare altre risorse economiche per sostenere gli enormi investimenti ambientali e sociali richiesti dal percorso forzato che ci viene imposto?

La gestione di questi patrimoni intergenerazionali esce però dalla logica dell’annualità che guida l’attuale bilancio comunale, spingendolo a concentrarsi sulle entrate e le uscite di breve periodo.  Anche per questo disciplinare i beni comuni seguendo una logica economica e non solo giuridica può favorire la vita dei cittadini non solo della nostra generazione.

 

(*) Presidente Mondohonline

 

Riscaldamento globale e clima: che fare?

Pubblichiamo con piacere le relazioni del Convegno sul Cambiamento climatico e Riscaldamento globale, tenutosi il 13 aprile 2019 presso il Circolo  Fratelli Cervi, Milano. 

Mondohonline contribuisce e partecipa ufficialmente a iniziative sul clima organizzate da qualunque associazione o forza politica democratica, con l’obiettivo di accrescere conoscenza e informazioni sul tema. 

Intervento di Caterina Sarfatti – Head, Inclusive Climate Action – C40 Cities (*)

In relazione al tema dell’incontro  – 12 anni per salvare la terra – faccio quattro considerazioni.

La prima è che la questione del cambiamento climatico non riguarda più il futuro, ma assolutamente il presente, sia per quanto riguarda gli impatti e  le soluzioni, sia per quanto riguarda i bisogni e la necessità di azione puntuale e politica. Non a caso quando si è diffuso il movimento Fridays for future, iniziato da Greta Thunberg,  i giornalisti hanno intervistato ragazzi di 15-16 anni, chiedendo loro perché parlassero di cambiamento climatico non essendo scienziati, non avendo competenze, essendo appena usciti da scuola; si sono sentiti rispondere “perché siamo nati nel 21° secolo” e quindi hanno il diritto di parlarne. Per la prima volta questo problema non viene affrontato da adulti che parlano del futuro dei propri figli e nipoti, ma sono i ventenni che vivono oggi, che sanno che questa sarà la sfida del loro tempo, che sanno di correre il rischio di subire le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Il rapporto dell’IPCC ci dice che il globo terrestre è  già più caldo  di 1 grado  rispetto all’epoca preindustriale, che gli impatti sono già visibili e che abbiamo solo 12 anni per salvarlo. Questo significa che i prossimi 10 – 11 anni saranno chiave  dal punto di vista  delle politiche industriali, economiche, ambientali ma  anche dei comportamenti individuali, saranno fondamentali  per realizzare l’obiettivo non solo definito dall’IPCC, un organo  scientifico, ma anche dall’accordo di Parigi, un documento politico sottoscritto da tutti gli stati del mondo. Ricordo che gli Stati Uniti sono ancora dentro l’accordo fino al 2020, in teoria se cambia il Presidente potrebbero restare nonostante la scelta scellerata di Donald Trump. Quindi non solo un  organismo scientifico ma anche quello politico, ossia gli Stati riuniti a Parigi nel 2015,  hanno stabilito  che anche i governi nazionali vogliono  restare sotto l’obiettivo dei 2° di riscaldamento globale.

Una piccola digressione: tanti dicono, anche Trump, “cosa sarà mai un grado in più o in meno”. Ma la terra è come il nostro corpo, quando abbiamo un grado di temperatura  stiamo male, soffriamo.  E’ esattamente così anche per la terra. Un grande esperto di cambiamento climatico del precedente governo inglese ha definito la differenza tra 2 e 4 gradi di riscaldamento globale come la civiltà come la conosciamo oggi, perché gli impatti  che possono nascere da un riscaldamento globale di più di 2 gradi sono devastanti per il nostro pianeta, talmente devastanti  che si ritiene  che anche le più sofisticate misure di adattamento non saranno  sufficienti  a contrastare il tipo di impatto legato all’innalzamento dei mari nella maggior parte delle città costiere,  legato alla desertificazione, ad  avvenimenti   improvvisi, alle ondate di calore, ecc. Quando sentite dire –  dai negazionisti del cambiamento climatico ma anche  da persone in buona fede – che non c’è più niente da fare, che ci dovremo  adattare, ciò è falso: la buona notizia è che il rapporto dell’IPCC ci dice che possiamo ancora avere un mondo climaticamente salvo, un mondo a 1,5° se non a 2°, è ancora possibile, ma bisogna agire adesso.  Se non agiremo adesso, gli impatti del riscaldamento saranno così impressionanti che anche forme di adattamento più sofisticate non saranno più sufficienti.

Altra questione: spesso si racconta che non c’è consenso nella comunità scientifica, alcuni negano che esista il  riscaldamento globale, ecc. C’è un dato, che fa capire la differenza di percezione tipica di questo mondo iperconnesso e solo apparentemente iperinformato: il 99% della comunità scientifica oggi nel mondo è d’accordo nel dire  che esiste un fenomeno di riscaldamento globale, che è antropocentrico, creato dall’uomo; allo stesso tempo uno studio ha dimostrato che le persone pensano  che sia solo il 50% della comunità scientifica ad essere d’accordo nel sostenere che esista il cambiamento climatico e che sia causato dall’uomo, quindi metà sì e metà no. In realtà è come detto il 99%. Quindi c’è un gap di percezione tra quello che le persone ritengono essere il consenso della comunità scientifica su questi temi  e il reale consenso che esiste.

Un altro aspetto importante riguarda gli impatti del cambiamento climatico: il tema principale non è solo il riscaldamento, la media delle temperature che crescono, la siccità, ma la frequenza degli avvenimenti: ed è questa  la cosa che più spaventa e più preoccupa gli scienziati, una maggiore frequenza  di questi fenomeni negli ultimi 15-20-30 anni.

The Uninhabitable Earth – Life After Warming, by David Wallace-Wells. (Robin Lubbock/WBUR)

C’è un bellissimo libro, il ‘Mondo inabitabile’ di Wallace Wells, che racconta che negli ultimi secoli, ossia da quando gli storici hanno conosciuto questi fenomeni, ci sono state circa 650 guerre legate alla scarsità dell’acqua, e metà di queste guerre sono avvenute dal 2010 in poi.  Poi esistono fenomeni  climatici come le grandi tempeste, i grandi uragani, le grandi inondazioni, che sono definite dalla comunità scientifica come avvenimenti che accadono una volta ogni 500 anni, in un lungo arco della storia dell’uomo. In posti come Houston in Texas, una città del mondo sviluppato, questi avvenimenti  sono avvenuti negli ultimi tre-quattro anni: ciò che dovrebbe avvenire ogni 500 anni  avviene invece ogni 3, l’uragano Katrina è uno di questi. Quindi la sequenza  degli eventi è cresciuta esponenzialmente  negli ultimi dieci anni.

Sempre nel libro citato  c’è un dato relativo alle persone colpite da inondazioni (pioggia, innalzamento dei fiumi, mari, ecc.):  sono 2,4 miliardi nel mondo, quadruplicati dal 1980,  e duplicati dall’inizio del 2000. 2,4 miliardi nel mondo sono tantissime persone, colpite regolarmente da inondazioni o avvenimenti  legati all’acqua. Quindi è una questione del presente, che riguarda noi tutti oggi, gli impatti sono già visibili, sono già sentiti. Il 99% delle nostre città della rete dicono di avere a che fare con gli impatti del cambiamento climatico, i nostri sindaci dicono già di dover gestire questi impatti, anche nelle città come le conosciamo oggi: ondate di calore,  siccità. In Italia qualche anno fa, un rapporto molto interessante della Coldiretti riportava  che negli ultimi dieci anni sono stati più di 10 miliardi i costi dei danni subiti dagli agricoltori  dovuti a siccità e inondazioni, circa 3-4 volte il REI del governo precedente, per fare un paragone: la quantità e l’impatto dei costi sull’economia  e sull’operatività oggi in Italia sono  già toccati dalle questioni legate al cambiamento climatico.

Una seconda questione: del cambiamento climatico spesso si parla come legato alle emissioni, alla scienza, alle grandi politiche, alla grande questione globale e non si sente qual è l’impatto sul nostro quotidiano, sui nostri amici, sulle nostre famiglie.  Il cambiamento climatico è anche assolutamente una questione di equità, uguaglianza, disuguaglianza, cosa che non viene detta spessissimo. Innanzitutto è causato da una piccola fetta della popolazione: il 10% della popolazione mondiale è responsabile del 50% delle emissioni, i più ricchi del mondo sono stati i più responsabili del cambiamento climatico, che al contrario colpisce la maggioranza della popolazione, in particolare le persone più povere e già discriminate, in maniera molto più violenta. Ci sono tanti esempi che si possono fare: innanzitutto, secondo la Banca Mondiale, a causa del cambiamento climatico nei prossimi 10-15 anni ci saranno 100 milioni di poveri in più.

In questo ultimo anno, dopo  che Piemonte,  Liguria, Val d’Aosta, Trentino sono stati devastati da fenomeni ambientali, ho sentito parlare di ambientalismo da salotto, da establishment ed élite, cui piace andare in bicicletta, mangiare sano, ma in realtà ciò significa non essere in ascolto delle esigenze  della popolazione. I problemi del cambiamento climatico sono tutt’altro,  sono proprio i più poveri, i più discriminati, le persone che stanno peggio a soffrire dell’impatto del cambiamento del clima, sono i lavoratori che lavorano all’esterno, sono i bambini, le donne, le persone con disabilità, sono le persone che già sono ‘povere’, oppure sono dove già esistono  discriminazioni: sempre parlando dell’uragano Katrina – negli Stati Uniti – due terzi dei lavori sono stati perduti da donne. Noi abbiamo appena lanciato una ricerca  sulle connessioni tra questioni di genere e il cambiamento climatico:  abbiamo visto per esempio che le violenze casalinghe degli uomini contro le donne aumentano dopo fenomeni ambientali  improvvisi, traumatici, nelle grandi città del mondo. Questo è dovuto a tanti motivi, ma c’è una correlazione tra le violenze sulle donne e gli impatti ambientali.

Poi tanto altro, c’è l’emigrazione di cui si parla spesso. La Banca Mondiale sostiene che entro il 2050 saranno addirittura 200 milioni in più i migranti legati a fenomeni riguardanti il cambiamento climatico. Oggi, credo che i profughi nel mondo siano circa 60 milioni, quindi saranno più del doppio quelli che si pensa essere legati al cambiamento climatico.  Cosa che bisognerebbe raccontare a chi ci governa, essendo la Lega  l’unico partito in Europa che non ha ratificato l’accordo di Parigi, e sta insieme a quei partiti europei  che negano gli effetti del cambiamento climatico. Quando si parla di “aiutiamoli a casa loro”, il modo migliore per evitare  emigrazioni improvvise, traumatiche e violente  è quello di limitare gli effetti del cambiamento climatico e ridurre le emissioni, cosa che penso Salvini non sappia visto che è l’unico partito a non aver firmato l’accordo di Parigi.

Una questione quindi non legata solamente al nostro pianeta, al nostro mondo, alla natura, alla biodiversità  ma legata soprattutto all’essere umano, alle persone, a quelle più fragili. E non solo alle politiche che vengono sviluppate  per affrontare il cambiamento climatico: dobbiamo assolutamente riconoscere e dire che non sempre sono eque, non c’è solo una questione di equità e disuguaglianza degli impatti del cambiamento climatico, ma anche di politiche che affrontano  il cambiamento climatico. Ci sono tanti esempi:  gli incentivi per l’efficientamento energetico, le ristrutturazioni, per riscaldare e raffreddare le nostre case nel modo migliore, spesso non vengono indirizzati alle persone che ne hanno più bisogno.  Le tasse sulla congestione, sulle automobili,  sulla circolazione, possono colpire in modo iniquo  gli abitanti delle città. Ancora di più lo si vede nei paesi del sud del mondo, dove le strutture e infrastrutture che aiutano nell’’adattamento ai cambiamenti climatici sono spesso indirizzate alle fasce più ricche delle città. Quindi c’è anche un tema di uguaglianza nelle politiche: si può pensare quello che si vuole dei gilet gialli e di come quel movimento è evoluto da novembre in poi, ma l’inizio  della protesta è stato per me un campanello d’allarme interessante perché era legato a una  politica di riduzione di emissioni, con una tassa su diesel e benzina fatta, a mio parere, nel modo peggiore possibile per una politica ambientale socialmente sostenibile, ossia fatta in modo tale che i costi ricadono sulle popolazioni  più marginalizzate e allo stesso tempo i ricavati della  tassa non sarebbero andati a investire sulla transizione  energetica, a incrementare  l’accesso del trasporto pubblico, non andavano a beneficiare le stesse persone che pagavano quella tassa bensì altre politiche.

Quindi una misura fatta in maniera particolarmente iniqua.  Da qui le proteste, che poi sono evolute su altri fronti,  non sicuramente su quello solamente ed esclusivamente ambientale.  Se non si sta attenti a gestire le politiche legate alla  transizione energetica in modo equo si rischia di  perdere il permesso di poter agire su queste questioni, perché le proteste sociali possono effettivamente essere in contrasto con il movimento  ambientale e quello ambientalista. Dobbiamo assolutamente evitare che i  due siano in conflitto, dovrebbero invece essere due movimenti che si spalleggiano  a vicenda, proprio perché come detto prima l’impatto del cambiamento climatico va soprattutto sulle persone più povere e socialmente deboli.  E’ una  questione del presente, che riguarda l’equità e l’uguaglianza.

Il ‘Bosco Verticale’ – Milano

Il  terzo tema è il ruolo delle città: il 70% delle emissioni di CO2 è nelle città, non legato  solo all’attività dell’amministrazione pubblica ma a tutto quelle che avviene in una città. Calcolando che le città sono il 2% della superficie terrestre, quindi una parte infinitamente piccola della superficie terrestre che però  emette il 70% di CO2.  Le città sono anche quel posto dove la maggior parte della popolazione crescerà nei prossimi anni: si calcola che fra 30 anni quasi  il 70-80% delle persone vivranno nella città, che hanno quindi un ruolo fondamentale nel poter ridurre le emissioni e fare politiche legate al contrasto del cambiamento climatico. Si calcola che  il 60% delle emissioni nelle città sia dovuto all’inefficienza degli edifici  e nella produzione di energia, il 30-40% dal traffico, da come ci spostiamo e dalla nostra mobilità, il restante dalla gestione dei rifiuti.

Nei settori per i quali i sindaci hanno responsabilità diretta, come l’efficientamento energetico, il trasporto, lo sviluppo urbano, il consumo di suolo e la gestione dei rifiuti, l’azione dei sindaci ha un impatto cruciale sulle emissioni,  i sindaci e tutto il sistema di governo delle città hanno  un ruolo determinante per contrastare il cambiamento climatico. Ed è per questo che  un’organizzazione come la nostra  esiste: ci sono sindaci impegnati su questo fronte, che si stanno interrogando anche su come rendere queste politiche il più eque possibile, il più beneficiarie possibile per la maggior parte della popolazione  e che condividono pratiche, questioni, anche sfide, impegni, ambizioni collettivamente insieme. Mi piace sempre ricordare che un anno prima del rapporto dell’IPCC , che appunto stabiliva un grado e mezzo come obiettivo cruciale per evitare il disastro del cambiamento climatico, a Città del Messico i sindaci della rete C40 hanno  sostenuto e dichiarato che il loro modo di rispettare l’accordo di Parigi era quello di adottare piani e politiche locali che rispettassero l’obiettivo del grado e mezzo, e non di 2° come stabiliva l’accordo stesso. Quindi sono stati in qualche modo antecedenti  ad un rapporto scientifico che ha poi confermato che per evitare l’ impatto più terribile del cambiamento climatico bisognava stare sotto  il grado e mezzo. Quindi hanno in qualche modo alzato l’ambizione rispetto ai  governi nazionali, l’anno prima a Parigi. Ovviamente  non tutte le città sono perfette, anzi esistono enormi sfide da affrontare a livello urbano, però il ruolo dei Sindaci e la loro attività in questo caso sono assolutamente cruciali e importanti.

Quarto e ultimo punto, non servono e non bastano solo le città, la questione del cambiamento climatico riguarda tutti i livelli: quello che possono mettere in campo i governi nazionali, le imprese, la società civile e la pubblica amministrazione, e anche quello che possiamo fare tutti noi, il singolo individuo. Ci sono delle ricerche molto interessanti che stiamo facendo  in questo momento, e che anche altri studi stanno conducendo, sull’impatto delle emissioni legate ai consumi individuali: in questo contesto la storia cambia parecchio. Ci sono grandi città, come le città del Nord europa, che sono assolutamente virtuose nella gestione della politica dei trasporti, dell’efficientamento energetico e dei rifiuti; ma se le si guarda sotto la lente delle emissioni individuali  legate al consumo sono le meno virtuose del mondo: sono quei posti dove le persone viaggiano di più, mangiano più carne , hanno stili di vita con un impatto sulla produzione di emissioni  molto maggiore rispetto ad  altre città del mondo. E’ una lente raramente applicata prima, ma che adesso stiamo cominciando ad utilizzare, sono le città stesse che vogliono capire meglio  quali sono le loro insufficienze. Le Copenaghen  e le Stoccolma del mondo vogliono fare qualcosa per indirizzare questo tipo di consumi.

Quattro sono le aree che abbiamo valutato essere centrali. La prima è il consumo di carne, che ha il maggiore impatto sulle emissioni, la seconda è quella del trasporto aereo – come dice giustamente Greta un volo transatlantico può creare la stessa quantità di CO2 di una grande città – le falle nell’efficientamento energetico e nei trasporti, la questione dell’acquisto di vestiti e di tessuti. Purtroppo le Zara e H&M sono  grandissime responsabili di CO2 per il tipo di indumenti che creano: se ne compra uno, dopo due settimane se ne compra un altro, e dopo un mese ancora un altro, e in generale avviene così per l’acquisto di beni e cose. Il consumo individuale è un grandissimo fattore di emissioni, ed è un sistema che non solo le politiche ma anche le scelte individuali dovranno cambiare.

Ovviamente non è un cambiamento piccolo né semplice, si tratta per le città di avere una rivoluzione ambientale, sociale economica. Non stiamo parlando di piccoli aggiustamenti e di piccoli cambiamenti; però è anche vero che i dati ci dicono che questa rivoluzione ambientale, se fatta bene e in modo equo, può portare a incredibili benefici dal punto di vista della salute, dello sviluppo, della creazione di lavoro. Solo in America si stima che già oggi l’industria solare  e delle rinnovabili produce lavoro 12 volte più velocemente di quanto produca l’industria del carbon fossile. Nel sud-est asiatico sono milioni gli uomini e le donne  che lavorano nell’industria delle energie rinnovabili: quindi già ora si vede che la creazione di lavoro in questi settori è più veloce e quantitativamente più grande, in alcuni casi, di quella che crea il carbon fossile. Dal punto di vista della salute anche: gli impatti che alcune politiche sia locali che nazionali hanno avuto sul miglioramento della salute delle persone e sulla riduzione dei costi sanitari è impressionante, Londra ha alcuni dati sulle proprie  politiche di congestion charges e di mobilità e salute  delle persone molto positivi, quindi  ci sono diversi benefici che si possono ricavare da questo tipo di attività e questo tipo di azione.

Anche perché – e questo è l’ultimo punto – in qualche modo,  nonostante la politica dica altro, l’élite del mondo è molto consapevole di quello che sta avvenendo dal punto di vista climatico e dell’impatto che il cambiamento climatico avrà sulle persone. La transizione energetica  (e questa è una mia personalissima opinione) avverrà comunque. Pare ci sia un advisor industriale di Donald Trump, di cui non si conosce il nome, che secondo voci di corridoio pare abbia detto al Presidente: “Abbiamo guadagnato un sacco di soldi negli ultimi anni sporcando e devastando questo pianeta, lei non ha idea di quanti ne possiamo fare pulendolo.”

Nei corridoi del movimento climatico ambientale si narra anche che ricche famiglie del nord del mondo e dei paesi arabi stanno comprando  terre in Norvegia  per i propri figli e nipoti per i prossimi anni. Quindi c’è sicuramente una consapevolezza molto più profonda di quello che appare, nel discorso della retorica politica, di quello che sta avvenendo  e degli  impatti che ne conseguiranno: in qualche modo la transizione energetica avverrà, il punto vero è come avverrà, lasciando indietro chi, beneficiando chi, quali saranno le conseguenze sulle discriminazioni e sull’uguaglianza e sulle condizioni sociali delle persone.

Per questo dobbiamo essere tutti  estremamente vigili e soprattutto non ci possiamo più permettere di scegliere rappresentanti  che non hanno questa fra le loro priorità e nella loro agenda politica. Ormai è troppo tardi, mancano 12 anni, non di più, sono le persone che oggi ci governano e domani  ci governeranno, non dopodomani, domani, sono quelli che scegliamo noi oggi che determineranno o meno  il successo di questa società. Non ci possiamo più permettere di eleggere persone, a tutti i livelli, che non abbiamo questo come faro  della loro azione politica.

Grazie.

(*) Network internazionale di 94 sindaci delle grandi megalopoli nel mondo fra cui, per l’Italia,  Milano, città vice presidente dell’organizzazione. Questi sindaci sono impegnati nella lotta al cambiamento climatico.

Riscaldamento globale: percorsi possibili

 

Pubblichiamo con piacere le relazioni del Convegno sul cambiamento climatico e riscaldamento globale tenutosi il 13 aprile 2019 presso il Circolo  Fratelli Cervi, Milano. 

Mondohonline contribuisce e partecipa ufficialmente a iniziative sul clima organizzate da qualunque associazione o forza politica democratica, con l’obiettivo di accrescere conoscenza e informazioni sul tema. 

Lo  Special Report IPCC del 2018 – di Mario Giorcelli (*)

L’IPCC  (struttura dell’ONU appositamente costituita per contrastare il riscaldamento globale) pubblica  periodicamente dei Reports contenenti  valutazioni rilevanti per la comprensione dei mutamenti climatici indotti dall’uomo, degli impatti potenziali dei mutamenti climatici e delle alternative di prevenzione e adattamento del territorio. 

Nello Special Report pubblicato lo scorso Ottobre sono indicati quattro  percorsi  (P1-P2-P3 e P4) per limitare il riscaldamento globale entro una soglia sostenibile. Questi percorsi prevedono che, dopo un picco massimo fra il 2020 e il 2025, le emissioni debbano iniziare a calare  per arrivare a “zero emissioni” entro il 2050,  quando la quantità di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera (misurata in p.p.m.) dovrà smettere di crescere.  

Alcuni  percorsi prevedono uno “sforamento” delle emissioni più o meno elevato, con la conseguenza di un aumento temporaneo della temperatura oltre 1,5 gradi rispetto alla temperatura del 1850 (assunta come base).  Lo sforamento potrebbe essere evitato solo se la discesa delle emissioni avesse inizio entro il 2020. Purtroppo, visto che le emissioni sono ancora in crescita, è  improbabile che si possa raggiungere questo risultato in tempi così ravvicinati.

Rimane quindi di fatto praticabile solo il percorso P4, l’unico che prevede di rinviare al 2025 l’inizio di una moderata discesa delle emissioni, con un’accelerazione al 2030. Questo percorso, tuttavia, comporta gli sforamenti  più elevati, tanto che per alcuni decenni intorno al 2050 l’aumento della temperatura potrà arrivare fino a 2 gradi. Ciò nonostante, e anche se richiede sostanziali trasformazioni del modo di produrre e di consumare, questo percorso sembra  sostenibile, in quanto prevede uno stile di vita più simile a quello attuale, consentendo anche un contenuto utilizzo di idrocarburi oltre il 2050.

Oltre a un uso più efficiente dell’energia (proveniente da fonti rinnovabili per la maggior parte delle attività), avrà un ruolo centrale la sottrazione di CO2 dall’atmosfera: dal 2030 al 2100  la CO2  sottratta dall’atmosfera dovrà essere superiore a quella immessa dalle attività antropiche e compensare gli sforamenti precedenti.

In questa fase le  “emissioni negative” di CO2 dovranno raggiungere da 15 a 20 miliardi di tonnellate all’anno. Per raggiungere questo obiettivo una delle procedure raccomandate dallo Special Report è la BECCS (1), cioè la cattura e l’immagazzinamento perenne della CO2 derivante dalla combustione di biomassa. L’anidride carbonica sarebbe sequestrata dalle ciminiere delle centrali elettriche e dei termovalorizzatori che utilizzano come combustibile le biomasse. Una volta sequestrata, la CO2 dovrebbe essere compressa per raggiungere lo stato liquido, quindi  intubata e interrata in  giacimenti dismessi o in cavità geologicamente sicure.

Oltre alla procedura BECCS, lo Special Report conta sulla possibilità,  in un prossimo futuro, di  sottrarre la CO2 direttamente dall’atmosfera utilizzando nuove tecnologie attualmente in fase sperimentale (come il marchingegno finanziato da Bill Gates, in grado di sequestrare dall’aria un milione di tonnellate/anno di CO2 – v. fotoin alto).

Lo Special Report inoltre ritiene possibile (e pertanto raccomanda) di incrementare la CO2 assorbita dagli ecosistemi terrestri e marini.

Il principale problema delle procedure tecnologiche di cui sopra è quello di  individuare una destinazione “perenne” per la CO2 sottratta. Chi sosterrà la spesa per l’interramento della CO2, evidentemente molto elevata?  Di fatto questa spesa sarebbe incorporata nel costo dell’energia, e quindi   inclusa nei maggiori costi dei prodotti e dei servizi e pagata dai consumatori.

Come alternativa all’interramento, altri scienziati ritengono più conveniente che la CO2 sequestrata venga scissa nei suoi componenti carbonio e ossigeno: l’ossigeno

Direct Air Capture – DAC. Progetto di Bill Gates

verrebbe liberato nell’atmosfera e il carbonio utilizzato come risorsa (2).

Con questa procedura, essendo il carbonio richiesto per realizzare beni di pregio, il sequestro della CO2 si finanzierebbe con i proventi della vendita del carbonio, dalla quale potrebbero derivare anche elevati profitti.  Infatti il carbonio raffinato, attualmente riservato prevalentemente alla produzione di beni di lusso, vale circa €15.000 alla tonnellata. 

Una  maggior offerta di carbonio raffinato indurrebbe un equilibrio fra costi e ricavi a prezzi molto più bassi. Ciò avvierebbe una serie di innovazioni, che renderebbero accessibili alla massa dei consumatori, oltre a molti nuovi prodotti, anche parte di quelli che attualmente sono riservati al settore del lusso.  Inoltre il carbonio, eventualmente associato con altri prodotti, potrebbe sostituire materiali estremamente energivori (ad esempio l’acciaio e il calcestruzzo), avviando così un  ciclo economico che favorirebbe l’obiettivo di ridurre il riscaldamento globale.

Qualora si consolidasse una  nuova fase economica basata sul carbonio, si riuscirebbe probabilmente a riportare  la quantità di CO2 presente nell’atmosfera ai livelli preindustriali anche prima del 2100.

Un’altra procedura per ottenere delle emissioni negative (tipo la BECCS, salvo che non prevede di bruciare biomasse) potrebbe essere quella di utilizzare per la produzione di beni  il legno prodotto da piante appositamente coltivate, mantenendo costante lo stock complessivo dell’area di “coltivazione” attraverso la sua integrazione man mano che le piante vengono tagliate per essere utilizzate. 

Nuovo quartiere Figino – Fonte: www.borgosostenibile.it

Un esempio di questo tipo di coltivazione sono i boschi del Trentino, da cui proviene il legname frequentemente utilizzato come materiale di costruzione in sostituzione dei consueti mattoni e cemento armato (come nel nuovo quartiere di 323 alloggi recentemente ultimato a Figino). 

Considerato che il legno è costituito per il 50% da carbonio, finchè esso rimane sequestrato nelle strutture edilizie è come se fosse stato interrato. La sottrazione di CO2 avvenuta durante la crescita degli alberi rimane quindi effettiva.  Si è inoltre risparmiata la rilevante quantità di emissioni di CO2 derivante dalla produzione del cemento, del ferro e dei mattoni altrimenti necessaria. Quando i fabbricati saranno demoliti, al termine del loro utilizzo, il legno impiegato nella costruzione dovrà essere riciclato o bruciato con il recupero e riciclo  del carbonio.

 C’è quindi ragione di essere ottimisti sulla possibilità di contenere il riscaldamento globale entro 1.5 gradi, dopo l’inevitabile  sforamento del 2050?

Vi sono molti motivi per esserlo:

– già disponiamo della tecnologia e delle cognizioni scientifiche necessarie per conseguire gli obiettivi di emissioni zero nel 2050 e di rimozione della CO2 eccedente entro il 2100;

– grandi progressi sono in atto nella produzione di energia senza emissioni di CO2 e nella ricerca di nuove sorgenti (inclusa la fusione nucleare);

– vi è una diffusa consapevolezza, in particolare fra i giovani, della assoluta necessità di adottare uno  stile di vita basato su consumi sostenibili;

– aumenta la  fiducia sulla redditività del capitale pubblico e privato investito nelle necessarie innovazioni  tecnologiche.

Ma ci sono anche alcuni  motivi per essere pessimisti. 

Il  principale è l’aumento della popolazione mondiale, previsto al 2100 in circa 3,6 miliardi (fonte ONU). 

Quante saranno le superfici da urbanizzare, considerato che alla fine del secolo gran parte della popolazione del mondo (specialmente in Africa e in Asia) vivrà in megalopoli di decine di milioni di abitanti (previsione ONU)? E quanta energia in più si consumerà per ogni nuovo abitante  delle città, tenuto conto che gran parte dei loro antenati viveva a  “emissioni zero” in piccoli villaggi?

Un secondo motivo è dato dalla elevata disponibilità di idrocarburi già accertata: anche senza trovare nuovi giacimenti vi sono riserve di gas per  almeno 65 anni e di petrolio per 80/90 anni, con la possibilità che, più che ridursi, in futuro le riserve possano aumentare.

Quali saranno le scelte politiche che dovranno essere adottate  a livello globale per ridurne l’utilizzo?

Un  terzo motivo deriva dal fatto che i piani di abbattimento della CO2 concordati con  IPCC non sempre  vengono osservati pienamente dai paesi che si sono impegnati ad attuarli, tanto che dei quattro percorsi previsti dal IPCC  uno solo (e per giunta quello che prevede maggiori sforamenti) rimane ormai attuabile.

Domanda finale: ci resterebbero altre soluzioni per evitare l’irreversibilità del riscaldamento globale se anche il percorso P4 dovesse fallire? 

Visto che siamo vicini alla data di elezione del nuovo Parlamento U.E., cogliamo l’occasione per avanzare alcune richieste ai candidati.  Fra le molte possibili scegliamo le seguenti:

  1. che assumano come prioritario il tema del riscaldamento globale, promuovendo  e sostenendo tutte le procedure atte a  contrastarlo;
  2. che si impegnino per ottenere che siano assegnati adeguati stanziamenti per ridurre le emissioni di CO2 derivanti dagli allevamenti per la produzione di carne, in particolare di bovini e suini;
  3. che sostengano i progetti più efficaci da attuarsi nelle città, ove si trovano, oltre ai maggiori consumi, anche le risorse, la competenza e la capacità di innovazione necessarie per sperimentare e attuare quanto richiesto per contrastare il riscaldamento globale.

(*) Architetto

Note:

  • BECCS (Bioenergy plus Carbon Capture and Storage) – La CO2 sottratta sarebbe pari a quella assorbita dalla biomassa (bioenergy)  durante la sua crescita, a condizione che il periodo di tempo necessario per ricostituire le biomasse sia equivalente a quello del loro consumo.  La biomassa comprende legna da ardere, ramaglie e residui di attività agricole e forestali, scarti delle industrie alimentari, alghe marine, rifiuti organici urbani e  piante specificamente coltivate per la produzione di energia.
  • La scissione della CO2 in ossigeno e carbonio è stata considerata finora troppo onerosa per un’applicazione industriale. Il prof. Stuart Licht, della Washington University, è tuttavia riuscito nel 2015 a scindere la CO2 con un processo economico e veloce basato sull’energia solare, simile a quello che avviene in natura con la fotosintesi clorofilliana. Entro pochi mesi sarà conclusa la verifica della potenziale applicabilità di questo metodo su scala industriale e della sua redditività per una diffusione a scala globale.