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D. Mainardi: 

Parkinson: l'importanza della dieta

Parkinson: l'importanza della dieta

Parkinson: l’importanza di una dieta basata su alimenti vegetali (Plant-Based Diet) – di Daniela Mainardi (*)

La malattia del Parkinson (MdP) è molto diffusa in Occidente e in particolare in Europa e nell’America del Nord, senza distinzioni tra persone di pelle nera o bianca, mentre in Cina e nei Paesi dell’Africa la malattia registra ancora bassi tassi di presenza.

Si può quindi affermare che MdP è più presente nei Paesi occidentali sviluppati senza preferenze per gruppi etnici ma con interesse per persone di età più avanzata.

Come si configura la malattia?

Nella MdP si registra un danno alle cellule della “Sostanza Nera”: una parte dell’encefalo che produce la Dopamina che, quando queste cellule si riducono morendo (apostasi), arriva a ridursi anche dell’80% con grave danno per la mobilità. La Dopamina, infatti, è il neurotrasmettitore necessario per produrre i movimenti attraverso la stimolazione di importanti centri nervosi situati alla base del cervello: I Gangli della Base.

Quali sono le cause?

La causa della degenerazione di queste cellule che è all’origine della MdP è ancora sconosciuta, ma fattori tossici ambientali partecipano all’insorgenza come il mercurio, i pesticidi, gli erbicidi e tutte le potenziali neurotossine. Nella comparsa della MdP si è constatato un ruolo importante della dieta.

Da una serie di studi è emerso che possono costituire fattore di rischio abitudini alimentari ricche di alcuni alimenti con rilevanti quantità di grassi animali e elevate assunzioni di latte e derivati.

Oltre ai fattori dietetici, ambientali e genetici si ritiene poi che la MdP possa essere causata anche da un deficit di antiossidanti.

Come il cibo può influenzare la terapia farmacologica?

L’assunzione di sostanze antiossidanti come le vitamine può essere di aiuto, in particolare la vitamina E assunta in dosi abbondanti con la dieta, cosa possibile con l’introduzione nei pasti del consumo di cereali integrali, frutta secca, noci, e oli vegetali non tropicali.

Anche gli acidi grassi essenziali come l’Omega 3 e Omega 6 sono indispensabili per le membrane cellulari e per il funzionamento delle cellule.

Il loro rapporto deve però essere “ottimale per quantità e proporzione tra i due tipi di acidi grassi in gioco”. In caso contrario, poiché nell’alimentazione contemporanea media gli Omega 6 risultano normalmente più abbondanti, gli Omega 3 (acidi grassi polinsaturi) vengono in generale penalizzati con conseguente impatto non positivo sul metabolismo.

Molti ricercatori raccomandano rapporti variabili tra 5:1 e 10:1, mentre alcuni esperti ritengono che un rapporto compreso tra 1:1 e 4:1 sia ottimale.  Il che significa che a un omega-6 = 2% delle calorie totali giornaliere deve corrispondere un omega-3 =0,5%; per un omega-3 = 2%, gli omega 6 vanno contenuti in misura dell’8%. In totale gli acidi grassi essenziali dovrebbero fornire il 5/10% delle calorie totali.

Gli stili alimentari attuali non posseggono però questo equilibrio e gli omega-6 sono presenti in misura molto superiore alla consigliata per cui gli interventi dietetici comportano una correzione nutrizionale.

Per rimediare all’eccesso di omega-6 si rendono necessari interventi dietetici che consentono di:

  • Ridurre l’apporto di omega 6 contenuti nei semi di girasole, nel germe di grano, nel sesamo, nei semi di soia, nel mais, nelle olive, quindi nei relativi oli.
  • Aumentare in modo significativo l’apporto di omega 3  che si trova nel pesce azzurro, nei semi di chia, del kiwi, di perilla, di lino, di mirtillo rosso; noci e olio di noci, olio di canapa, olio di lino, olio di colza, olio di soia.

L’efficacia della terapia farmacologica è dunque influenzata dalla dieta ed in particolare dalla composizione proteica.

L’apporto proteico corretto per ridurre le fasi “OFF-ON”

Il trattamento farmacologico si basa sul ripristino dell’effetto Dopamina la cui assenza è responsabile dei sintomi principali rappresentati da fluttuazioni da fasi “OFF” (rallentamento motorio, rigidità muscolare) a fasi “ON” (tremore a riposo ed instabilità posturale) e ad un certo livello della malattia si utilizzano anche farmaci a base di Levodopa (L-dopa).

Questa sostanza deriva dalla trasformazione dell’amminoacido Tirosina ed è capace di superare la barriera ematoencefalica (che protegge il tessuto cerebrale dagli elementi nocivi presenti nel sangue) per essere quindi elaborata in Dopamina attiva come neurotrasmettitore per i Gangli della Base.

Tuttavia con la dieta si introducono gli amminoacidi essenziali ovvero componenti delle proteine (tirosina, leucina, fenilalanina, triptofano, valina, isolenina (LDAA)) che entrano in competizione con il trasporto della L-dopa  a livello della barriera  ematoencefalica rendendo irregolare la produzione di Dopamina.

Con il tempo questa stimolazione irregolare porta i Gangli della Base a una risposta errata anche a basse dosi di Dopamina. Bassi livelli di Dopamina compromettono le capacità motorie responsabili dei “blocchi motori” off) mentre all’opposto una stimolazione eccessiva comporta “discinesie” (on). Queste situazioni si verificano in particolare se i gangli della base sono stati stimolati non correttamente nel passato,  diventando ipersensibili.

L’instabilità della concentrazione di L-dopa all’interno dell’encefalo provoca fluttuazioni motorie per cui si alternano fasi di blocco del movimento a movimento normale o a discinesie (alterazioni del movimento volontario, ipocinesi e ipercinesie, tremiti, spasmi).

Queste complicazioni motorie sono parte della storia naturale della MdP che può essere ritardata e limitata con una stimolazione dei Gangli della Base il più possibile corretta.

Per limitare l’interferenza degli aminoacidi essenziali descritta in precedenza è importante ridurre la quantità delle proteine della giornata e mantenere il loro apporto a una dose minima pari a 0,8 / 1.0 gr per KG di peso corporeo al giorno. Il rispetto di questa indicazione è molto importante poiché una dieta iperproteica è in grado di peggiorare la malattia.

 Distribuire l’apporto proteico

Nelle fasi avanzate della MdP è importante dunque contenere l’apporto proteico e distribuire le proteine nell’arco dei vari pasti in modo da concentrare la quota maggiore nel pasto serale.

L’efficacia della dieta nel trattamento della MdP è evidente anche se a beneficiarne sono solo i pazienti che in precedenza avevano registrato una buona risposta alla terapia L-dopa.

In questo contesto giova l’utilizzo esclusivo di cibi vegetali con menu comprendenti:

  1. l’apporto limitato di amminoacidi essenziali (Aa).
  2. un apporto proteico totale nei limiti raccomandati.
  3. una quantità di proteine pari a 1/5 nell’arco dei due pasti diurni e riservando i restanti 4/5 alla cena.

La struttura della dieta sopraccitata è uno strumento indispensabile dal momento che L-dopa e LNAA condividono lo stesso trasportatore a livello della barriera ematoencefalica.

L’apporto dietetico serve infatti per migliorare l’effetto della terapia farmacologica e per ridurre la comparsa di comorbilità (disturbi d’animo e dell’umore, ansia e depressione, infezioni respiratorie e in relazione all’età, insonnia, disturbi gastrointestinali, respiratori, rischi cadute, patologie cardiovascolari) permettendo di ottenere indubbi vantaggi sulla propria qualità della vita a lungo termine.

 La dieta a base di alimenti vegetali

Una dieta basata su alimenti vegetali ha un effetto neuro protettivo sulla progressione della malattia con: riduzione degli effetti collaterali dei L-dopa; riduzione nel tempo delle complicanze tardive della terapia cronica con L-dopa; riduzione dei livelli di omocisteina che deriva dal metabolismo delle L-dopa ed è fattore di rischio cardiovascolare; miglioramenti della funzionalità intestinale.

La dieta con alimenti vegetali ricca di antiossidanti e priva di grassi animali e con una componete proteica ridotta possiede dunque buone caratteristiche protettive nei confronti dei vari aspetti che influenzano il decorso della Malattia.

La dieta con alimenti vegetali influenza lo stato di salute più generale anche perché, data l’età avanzata di insorgenza della malattia,  non è infrequente la presenza o la comparsa di patologie di origine metabolica e le loro complicanze.

Lo schema dietetico che seguirà è normocalorico, dove l’apporto proteico totale è di esclusiva origine vegetale, l’apporto di proteine è limitato (0,8/1,0 gr al dì per kg di peso totale) ed è concentrato nel pasto serale così da ridurre l’interferenza con la terapia farmacologica.

Fare propria una dieta ricca di cibi vegetali porta a un miglioramento della funzionalità intestinale con riduzione del rischio di stipsi e diverticolosi. Tale schema deve essere completato con l’assunzione di vitamina B12 alla dose minima di 10 mg al dì che si ritiene una posologia adeguata per garantire la dose raccomandata del RDA (Recommended Daily Allowance) di almeno 2 litri di acqua minerale ricca di calcio e povera di sodio.

Se il paziente non è in terapia con L-dopa la redistribuzione proteica non è necessaria, non è cioè necessario rispettare la ripartizione dei cibi tra pranzo e cena all’interno dei singoli menù giornalieri.

Mentre la redistribuzione proteica va applicata in modo rigido per ridurre l’interferenza tra gli amminoacidi essenziali LNAA e L-dopa e non è possibile scambiare il pranzo con la cena. Il paziente deve sapere che quello che mangia avrà ripercussioni positive o negative sulla propria salute. Il detto “siamo quello che mangiamo” è particolarmente vero nelle MdP.

Questo aspetto della cura deve essere affrontato in prima persona con coscienza e responsabilità dal paziente stesso e diventare un’abitudine. Lo stesso dicasi per l’attività fisica che è correlata a un migliore stato di salute generale per il fatto che una vita fisicamente attiva è correlata con un miglior stato di salute e sarà argomento di un successivo articolo.

(*) Medico – Terapie Nutrizionali – Costellazioni Salute

 

COLAZIONE

SPUNTINO MATTUTINO

Tè zuccherato oppure caffè normale o orzo, con 1-2 cucchiaini di zucchero.

Fette biscottate 3-4, oppure pane integrale 40 gr.

Marmellata di frutta (1 cucchiaio da tavola) oppure miele (2 cucchiaini)

 

 Frutta fresca a scelta

PRANZO

Primo piatto:

 Riso 50 gr. Con verdura a scelta ed olio vegetale, oppure Pasta all’olio 50 gr.

Secondo Piatto:

Verdura a scelta cruda oppure cotta

Pane integrale 30 gr., oppure Patate 90 gr.al forno o lesse.

Frutta fresca a scelta cruda oppure cotta

SPUNTINO POMERIDIANO

Frutta fresca: a scelta

Fette biscottate, oppure pane integrale 40 gr.

     

 

CENA

Primo  piatto:

Pasta 100 gr. con verdure  a scelta  ed olio vegetale

Secondo piatto:

Legumi secchi 100-120 gr.a scelta

Pane integrale ; 50 gr. Oppure Patate: 150 gr. al forno o lesse.

Frutta fresca; a scelta, cruda oppure cotta

Frutta secca a scelta: 30 gr.

Il Sistema irriguo lombardo

 – di Luigi Mariani (*)

Aspetti climatologici e agronomici

Il sistema irriguo lombardo si fonda sui rilievi alpini, che intercettano le precipitazioni dalla circolazione generale trasformandola in deflusso, che si realizza in tempi brevi in caso di precipitazione caduta in forma pioggia o con ritardi sensibili nel caso di precipitazione accumulatasi come neve (ghiacciai e nevai).

Tale deflusso viene accumulato nel sistema dei laghi alpini e più a valle nel sistema dei grandi laghi prealpini, la cui regolazione consente di gestire un sistema irriguo molto complesso.

Per l’alimentazione di tale sistema è essenziale il fatto che l’areale alpino interno presenti massimi precipitativi compresi fra primavera e autunno, con la componente estiva che diviene sempre più preponderante man mano che ci si avvicina allo spartiacque alpino (versante retico della Valtellina).

Lago Azzurro – Madesimo

Da ciò deriva l’impressione (che si potrebbe sostanziare con dati quantitativi come quelli da me ottenuti con un modello idrologico applicato al Lago Azzurro, Madesimo, Lombardia – Mariani et al., 2011) secondo cui anche un’ulteriore contrazione delle masse glaciali non sarebbe esiziale per il sistema irriguo lombardo legato ai grandi laghi prealpini, mentre una maggiore problematicità potrebbe aversi per l’areale risicolo legato al canale Cavour e al Sesia che attingono ai ghiacciai del Monte Bianco e del Monte Rosa.

Si tenga inoltre conto che la quantità di acqua consumata dalle colture è proporzionale alla produzione finale delle stesse. Tale produzione si è moltiplicata per 4-6 volte nel caso del mais, passando dai 20-30 q. per ettaro del 1910 ai 90-120 q/ha degli anni 2000, il che ha portato a consumi irrigui pari a 4-6 volte quelli delle agricolture tradizionali.

 Il sistema irriguo lombardo – storia, attualità e ipotesi per il futuro

Fontanile

Il sistema irriguo lombardo si fonda sull’irrigazione per scorrimento, metodo introdotto in epoca medioevale con lo scavo dei canali storici come la Muzza e i Navigli milanesi, che hanno reso l’agricoltura lombarda una delle più produttive a livello europeo. A tale affermazione dell’agricoltura lombarda  contribuirono in modo essenziale sia un diritto delle acque favorevole all’innovazione, che costituì per secoli un esempio a livello europeo, oltre che la regolazione delle acque sgorganti dalle risorgive (poi fontanili), sia la messa a punto di un efficace sistema di misura dei consumi idrici, come ad esempio, la “bocca magistrale milanese” (Colombani, 1842).

Il sistema di irrigazione per scorrimento nasce durante l’optimum climatico medioevale allorché i ghiacciai alpini erano su livelli inferiori a quelli attuali e si afferma per una ragione geo-morfologica che Carlo Cattaneo (1847) illustra nel modo che segue (cito a memoria): La pianura lombarda si estende per una lunghezza di 250 km dal Golasecca (256 m slm) alla punta del mantovano (7 m slm). 250 m di dislivello in 250 km significano un dislivello dell’uno per mille, ideale per supportare l’irrigazione per scorrimento.

Il sistema per scorrimento è molto economico, assai parco nei consumi energetici e ha inoltre il vantaggio di ricaricare le falde. Tuttavia il sistema per scorrimento si rivela problematico sia per la bassissima efficienza (solo il 30-40% dell’acqua che arriva al campo viene effettivamente consumata dalla coltura) sia perché l’acqua non consumata percola in falda sottraendo nutrienti azotati alla coltura e apportando alla falda sostanze indesiderate (fitofarmaci e nitrati).

Oggi esistono metodi d’irrigazione molto più efficienti come l’aspersione (efficienza pari al 60-70%), le grandi ali piovane (75-85%), la microirrigazione con sistemi a goccia o a microgetto (85-90%) e la subirrigazione (85-95%).

Tali sistemi non sono impiegabili con gli attuali sistemi di turnazione che, essendo funzionali al sistema per scorrimento, portano l’acqua al campo solo 1 volta ogni 7/10 giorni (turno o ruota).

Per consentire l’introduzione di metodi più efficienti occorre modificare il sistema mantenendo l’acqua nei fossi in modo continuo. In tal modo si potrebbe attingere a tale acqua per alimentare i sistemi a maggiore efficienza. A ciò si aggiunga che l’acqua nei fossi potrebbe alimentare la falda in modo “pulito” senza cioè asportare dal campo nitrati e residui di fitofarmaci.

Ovviamente la modifica del sistema irriguo comporta:

– una presa di coscienza del mondo agricolo e del decisore politico circa l’importanza di una maggior efficienza nell’irrigazione

– investimenti a livello comprensoriale per modificare il sistema di apporto delle acque irrigue alle singole aziende

– investimenti a livello aziendale per acquisire e gestire i nuovi sistemi.

Luigi Mariani  (agronomo  e agrometeorologo – Milano) 

Riferimenti bibliografici

  • Cattaneo C., 1847. D’alcune istituzioni agrarie dell’alta Italia applicabili a sollievo dell’Irlanda, lettere del dottor Carlo Cattaneo a Roberto Campbell. (F. Sanseverino), Annali universali di statistica economia pubblica, geografia, storia, viaggi e commercio (1847 lug, Serie 2, Volume 13, Fascicolo 37).
  • Colombani F., 1842. Manuale pratico di idrodinamica, con un Appendice contenente il testo di alcune leggi relative alle acque ad uso degli ingegneri ed agenti di campagna, Milano, 1842.
  • Mariani L., Sfondrini G., Cola G., 2011. A water balance model of Lago Azzurro (Madesimo-Lombardia-Italia). Italian Journal of Agrometeorology, vol. 1, p. 37-44, ISSN: 2038-5625

I ritmi circadiani della nutrizione: verso la cronodieta

 di Daniela Mainardi (*)

Il recente Nobel per la medicina (1) ha premiato la scoperta  del meccanismo molecolare che controlla il ritmo circadiano, il regolatore del  comportamento biologico di tutti gli organismi viventi. Sonno, fame, rilascio di ormoni, pressione del sangue e temperatura  seguono dunque un “orologio biologico” che ci permette  di adattare la nostra fisiologia all’ambiente in cui viviamo.

Le abitudini acquisite dalla nostra cultura anche a tavola però non sempre seguono questi ritmi, neppure facilitano la comprensione  delle differenze che esistono tra ‘Alimentarsi’ per saziarsi e soddisfare impulsi emozionali e ‘Nutrirsi‘ per rafforzare la nostra salute. 

Orari e luoghi di lavoro, situazione stressorie legate alla vita quotidiana come il jet lag portano poi a dimenticare la necessità di rispettare anche i ritmi biologici più essenziali dell’organismo umano.

Confezionare il giusto “pane quotidiano” per il nostro benessere  sembra davvero complicato, non è affatto sufficiente che vi sia sempre la quantità di calorie necessaria a soddisfare il nostro fabbisogno energetico, occorrono anche  certi tipi di nutrienti e che ci siano messi a disposizione in  precisi momenti  della giornata.

I ritmi corretti  non sono quelli indotti dalla pubblicità

Con gli stimoli della pubblicità scegliamo, in modo più o meno consapevole, l’alimento più gustoso e attraente, ma il riconoscimento del cibo che più ci nutre viene invece deciso da un processo che sfugge alla nostra consapevolezza e riguarda i “principi nutritivi “(2) indispensabili al nostro corpo. Sono tesori nascosti in diversa misura in ogni alimento e che, a seconda dell’orario di assorbimento, hanno effetti differenti sulla nostra salute.

Oltre a rifornirci della corretta quantità di calorie, dobbiamo quindi anche imparare a selezionare le fonti e i tempi delle calorie assorbite perché nutrirsi significa dare al corpo nel momento giusto tutte le vitamine, sali minerali e oligoelementi, e tutte le sostanze che permettono alle nostre cellule di rigenerarsi.

Per capire cosa accade siamo quindi costretti a metterci nei panni della cellula che attiva i suoi “processi metabolici” (3). Stiamo parlando di trasformazioni chimiche indispensabili per ricavare l’energia che ci occorre. Sono processi vitali che si occupano per conto nostro delle fasi di rigenerazione e di degradazione della materia vivente. Questi processi non dipendono dalle culture e seguono un loro ciclo giornaliero collegato a quello più generale che regola i ritmi delle nostre attività vitali e in particolare ormonali quotidiane.

Ogni ventiquattro ore circa, come per tutti gli organismi viventi, anche per noi si ripetono regolarmente certi processi fisiologici legati ad esempio al sonno e alla veglia, che sono regolati da fattori interni di natura genetica (orologio biologico) e da fattori esterni (per es. luce e temperatura).

Questi processi sono detti circadiani (dal latino cìrca – dies) e di loro dobbiamo tenere conto anche per decidere quando e cosa mangiare.

Il nostro ritmo circadiano è, infatti, coinvolto nella regolazione e nella produzione di enzimi e ormoni, che a loro volta sono cruciali per il nostro metabolismo. Un’alterazione in questo delicato centro di comando fisiologico può portare a sua volta a uno squilibrio ormonale, a obesità, a problemi psicologici e disturbi del sonno, e viceversa. Da qui nasce l’esigenza di una nutrizione che rispetti i ritmi fisiologici scanditi dallo scorrere del tempo.

Sincronizzarsi con i nostri ‘geni orologio’ (‘PER’)… per star bene.

Un gruppo di ricercatori americani (4) ha mostrato come il consumo eccessivo di cibo e in particolari di grassi saturi possa alterare le basi dei ritmi circadiani e il controllo dell’appetito, con importanti conseguenze in termini di controllo del peso.

E’ del resto noto anche che gli orari dell’assunzione degli alimenti hanno un’importanza fondamentale nel definire un corretto regime alimentare. Lo testimoniano le patologie riscontrate in chi è sottoposto a turni notturni di lavoro (insonnia, problemi digestivi, malattie all’apparato gastroenterico e cardiovascolare) di cui si occupa l’ European Food Information Council (5) ma anche, più semplicemente, alla moderna destrutturazione dilagante dei nostri pasti .

Tutto ciò avviene per il fatto che la regolarità di numerosi circuiti fisiologici e del metabolismo dipendono, in parte, dall’attività di ‘geni orologio’ la cui espressione oscilla periodicamente durante le ventiquattro ore.  

Sincronizzare i ritmi alimentari con quelli circadiani ha quindi un effetto benefico anche per la cura di certi disturbi alimentari. E’ il risultato cui è pervenuta una ricerca condotta in Israele (6) dimostrando che la regolarità dei pasti permette di attenuare gli effetti negativi dell’obesità, in questo caso volutamente indotta dalla dieta.

 Se ne può concludere quindi con il prof. Joe Bass (4)  che “i cicli del metabolismo e quelli dei ritmi circadiani sembrano alimentarsi l’uno con l’altro, creando un circolo vizioso”. Quando comincia l’incremento di peso, l’orologio interno ne è disturbato, esacerbando il problema originale: il metabolismo ne è influenzato negativamente, aumentando la propensione a sviluppare obesità e diabete.”

Quando si ristabilisce una sintonia tra pasti assunti e cicli circadiani, lo stato di salute ne trova giovamento.  La nutrizione che ne risulta ci aiuta a scegliere il cibo in base alle fasi del ciclo circadiano, che si può riassumere in due fasi:

1) Catabolica – dal sorgere del sole al suo massimo sino alle prime ore del pomeriggio (h. 15) si brucia tutto il cibo ingerito che è utilizzato per l’energia necessaria al lavoro da svolgere quotidianamente.

2) Anabolica –  dalla massima altezza del sole dalle 15 in poi  si accumula tutto ciò che si introduce come cibo e costituisce le nostre riserve energetiche .

Ne deriva l’avvertenza di carattere generale secondo cui è molto importante che l’assunzione del cibo sia mantenuta costante e regolare in base a un modello presente nelle diverse culture che contempla cinque pasti giornalieri, di cui tre principali (colazione, pranzo e cena) e due spuntini in metà mattinata e metà pomeriggio.

Verso una sana cronodieta …

Più sofisticato è invece l’abbinamento di che cosa sia preferibile cibarsi in generale durante i pasti suindicati. In questo caso ci si può aiutare con una prima suddivisione basata sui principali macronutrienti che in genere sono noti e sono:

 

I Carboidrati   di cui è sempre è preferibile privilegiare i complessi: cereali, pasta di tipo integrale, pane, riso, orzo, farro, mais, segale,  i tuberi (patate), sono più indicati durante il pranzo. 

 

 

I Grassi polinsaturi e  le Proteine, che risulta utile assimilare nel pasto serale ( alimenti ricchi di omega 3 e omega 6, carne, pesce e legumi).

Ma il gioco si fa ancora più sottile quando si passa ai micronutrienti e cioè alle vitamine (complesso vitaminico B,D,A, B, C, D, E), ai minerali (calcio e fosforo) e agli oligoelementi (ferro, zinco, selenio e magnesio) che migliorano in modo decisivo  il valore nutritivo degli alimenti e collaborano alle varie attività enzimatiche della cellula. Si vedano in proposito le tavole dei nutrienti pubblicate da Mondohonline (6).

A questo livello diventa essenziale l’apporto del medico che determina le carenze esistenti e definisce la ‘cronodieta’ più appropriata  per riequilibrare in modo corretto l’assetto nutrizionale.

 (*) Medico – terapie nutrizionali

 

(1) Premi Nobel 2017 per la medicina: Jeffrey C,Hall, Michael Rosbasch e Michael W.Young, hanno isolato il gene chiamato Period  (PER)   http://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/biotech/2017/10/02/nobel-medicina-a-hall-rosbash-e-young_75e76a42-96b4-4782-9a5f-42af75ae7095.html

(2) “principi nutritivi”  o nutrienti sono sostanze che posseggono una certa attività biologica,e che assunte sono indispensabili alla vita e al metabolismo degli organismi viventi. Si suddividono in: energetici,(glucidi, lipidi e i protidi, lunghe catene di amminoacidi, sono i principali combustibili per l’organismo umano; plastici, per fornire materiale per la crescita, il rimodellamento, la sostituzione e la riparazione delle cellule (amminoacidi e protidi); regolatori e nutrienti inorganici, per fornire materiale regolatore delle reazioni metaboliche (minerali,vitamine, e ogni altra molecola essenziale nello specifico metabolismo esaminato, come amminoacidi essenziali).

(3) “processi metabolici” sono l’insieme delle trasformazioni chimiche dedicate al sostegno vitale all’interno delle cellule degli organismi viventi. Queste reazioni catalizzate da enzimi consentono agli organismi di crescere e riprodursi, mantenere le proprie strutture e rispondere alle sollecitazioni dell’ambiente circostante.

(4) Northwestern University e Evanston Northwestern Healthcare (ENH)) http://www.lescienze.it/news/2007/11/07/news/metabolismo_e_ritmi_circadiani-581232/?refresh_ce

(5) The European Food Information Council http://www.eufic.org/article/it/artid/Lavorare-con-i-turni-conseguenze-sulla-salute-e-sull-alimentazione/

(6) Hebrew University of Jerusalem http://www.fasebj.org/content/early/2012/05/16/fj.12-208868.long

(7) Vedere le Tavole dei micronutrienti:  Mondohonline http://mondohonline.com/wp/?page_id=7665

 

 

Boxe vs Parkinson

Foto: © Rock Steady Boxing

In palestra con i guantoni per combattere il Parkinson – di Franca Castellini Bendoni (*)

Non solo medicine: oggi il morbo di Parkinson può essere contrastato anche con lo sport, nello specifico la boxe. Il suggerimento viene dagli Stati Uniti, dalla Parkinson’s Disease Foundation, che ha istituito palestre specializzate nel seguire gli affetti da questa patologia  con tecniche adeguate di movimento e coordinamento.

Il Parkinson è una malattia degenerativa del sistema nervoso, che causa alterazioni del movimento, con conseguente deterioramento della capacità motoria, dell’equilibrio, della parola e, a cascata, di diversi disturbi, tra cui una progressiva difficoltà relazionale che porta facilmente all’isolamento famigliare e sociale.

E’ dunque una patologia che ha un impatto rilevante a livello sociale, e che le stime danno in grande aumento nei prossimi anni: nei 15 paesi più popolati al mondo (i 2/3 della popolazione mondiale) le stime parlano di oltre 4 milioni, con trend agli 8/9 milioni per il 2030. In Italia  i malati affetti da questa patologia sono stimati in 600.000, negli Stati Uniti oltre un milione, con incrementi nell’ordine di 60.000 malati ogni anno.

Foto: © Rock Steady Boxing

Ed è dagli Stati Uniti che arriva la notizia della Rock Steady Boxing Gym (boxe senza contatto fisico), dedicata alla lotta contro il Parkinson. Vari studi condotti dagli anni 90 hanno indicato che l’esercizio fisico, rigorosamente programmato e controllato, ha un impatto positivo  su movimento, postura, flessibilità, migliorando la qualità della vita quotidiana di questi pazienti. Studi recenti della Cleveland Clinic indicano  che esercizi del programma RSB  possono svolgere una funzione neuroprotettiva in grado di rallentare il progredire della malattia.

La Rock Steady Boxing – RSB è una disciplina fondata nel 2006 da Scott C. Newman, un procuratore legale dell’Indiana, colpito  dal morbo all’età di 40 anni: con un intenso allenamento di boxe, Newman riscontrò i notevoli benefici derivanti da questa pratica sportiva. Da qui l’idea di mettere a punto programmi di allenamento adeguati ai diversi livelli della malattia, dalla diagnosi precoce all’attenzione e cura di pazienti affetti da anni dalla malattia.

Pensando alla storia di Muhammad Ali (o Cassius Clay, come conosciuto ai tempi dei suoi successi sportivi) qualcuno potrebbe obiettare che proprio i pugni siano stati la causa dell’insorgere del morbo di Parkinson e, quindi, a dubitare che la boxe possa avere ‘effetti terapeutici’. Ma c’è una grande differenza, importante:  nella RSB  non c’è alcun contatto fisico, i pugni vanno solo al sacco, al punching ball o ai parapugni dell’allenatore o coach.

Allora perché la boxe può essere una possibile soluzione di supporto ai malati di Parkinson? Di fatto studi e ricerche indicano che l’esercizio fisico ha un impatto positivo nella gestione dei sintomi del Parkinson, soprattutto nell’aiutare il paziente a spingere il proprio corpo a reagire, a ‘lottare’ contro i propri limiti e migliorare la propria qualità di vita.

Foto: © Rock Steady Boxing

L’esercizio fisico ha come obiettivo l’apprendimento di abilità motorie, la ripetizione controllata di gesti quotidiani, il miglioramento di elasticità e concentrazione, e altri aspetti  che possono portare ad una migliore neuroplasticità che aiuti a mantenere le connessioni cerebrali e a crearne di nuove. Le funzionalità oggetto di un training con la boxe sono molteplici, tra cui il coordinamento mano-occhi e gambe-braccia, equilibrio, agilità, maggiore rapidità nei movimenti, tutte caratteristiche di base mutuate dall’allenamento di un pugile.

Parallelamente all’esercizio fisico il programma RSB prevede anche altre attività, funzionali per portare il paziente ad aumentare i livelli di autonomia della sua vita quotidiana: come coordinare e riequilibrare l’andatura, affrontare cadute, migliorare la manualità, diventare multi-tasking, riacquistare fiducia in sé stessi, interagire con gli altri.

Il Parkinson? E’ un avversario contro il quale si può lottare, anche con la boxe, per ridurre, contrastare, rallentare la progressione della patologia.

Il metodo Rock Steady Boxing è arrivato anche in Italia: le prime palestre di Rock Steady Boxing sono nate a Longone al Segrino, la Como Lake, prima affiliata italiana ed europea, e a Mantova,   la palestra Boni, nel 2017. 

 

(*) Mondohonline

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Bibliografia di riferimento re: studi e ricerche sull’argomento (dal sito Rock Steady Boxing): 

  • Combs, Stephanie A., Diehl, M. Dyer, Staples, William H., Conn, Lindsay, Davis, Kendra, Lewis, Nicole, Schaneman, Katie. Boxing Training for Patients With Parkinson’s Disease: A Case Series. Physical Therapy, Vol. 91 – No. 1, pp.1-11, January 2011. This is an observational study of Rock Steady Boxing training in six participants. After 12 weeks of training there were measurable improvements in gait, balance, and quality of life. Participants with milder Parkinson’s improved sooner than patients with move severe Parkinson’s symptoms.
  • Hirsch, M. A., Farley, B.G. Exercise and neuroplasticity in persons living with Parkinson’s disease. European Journal of Physical and Rehabilitation, Vol.45 – No. 2, pp.215-228, June 2009.
  • Ahlskog, Ph.D. M.D. J. Eric. Does vigorous exercise have a neuroprotective effect in Parkinson disease? American Academy of Neurology, Neurology 2011, pp 288-294, July 27, 2011. Two excellent reviews of the of the human and animal research which shows the impact of exercise on brain function in PD. Both reviews focus on the importance of vigorous or high intensity exercise for Parkinson’s disease.
  • Ridgel, Angela L., Vitek, Jerrold L., Alberts, Jay L. Forced, Not Voluntary, Exercise Improves Motor Function in Parkinson’s Disease Patients. Neurorehabilitation and Neural Repair, vol. 23 – No. 6, pp 600-608, July/August, 2009. Tandem bicycle study in which subjects either rode at their chosen rate, or rode a rate higher than their chosen rate. Tension was adjusted and oxygen consumption measured so that both groups expended the same amount of energy. However, the group that rode at the higher rate had greater improvements in PD symptoms.
  • A study completed by the University of Indianapolis, “A Longitudinal Analysis of Impairment, Activities and Participation in Persons with Parkinson’s Disease” led by Dr. Stephanie Combs-Miller will be released soon. This is a 2 year study that is followed 88 people with Parkinson’s and studied their exercise habits and how that affects their symptoms. While the print version of this study is not yet released, Dr. Combs-Miller’s video presentation on her study can be found here: https://www.youtube.com/watch?v=F4Lj6sGMb-I

 

L'amico laico di Dio

L’amico laico di Dio – di Carlo Alberto Rinolfi (*)

Michelangelo Longatti è stato uno dei fondatori di Mondohonline. Per tutti “Don Michele”, era parroco di un paesino nei dintorni di Milano, ma era sempre andato oltre i confini di quel campanile al quale, probabilmente per contenerne le “intemperanze”, il suo superiore  lo aveva inviato.

Le cronache lo riportano come  “Un prete rivoluzionario: … aveva puntato a valorizzare il ruolo dei laici… organizzato assemblee parrocchiali e consigli pastorali prima ancora che diventassero prassi consolidata nella Chiesa … rilanciato l’oratorio circondandosi di un nutrito gruppo di giovani molto attivi… sempre particolarmente attento anche ai temi sociali, molto legato a monsignor Gianfranco Ravasi e padre David Maria Turoldo, impegnato per il recupero di tossicodipendenti e aperto alle unioni civili tra omosessuali.” 

Ho avuto la fortuna di incontrarlo per la prima volta nel mitico ‘68 come insegnante di religione all’Istituto Tecnico Ettore Conti. Era un periodo molto difficile per le cattedre che spesso ribaltavamo e contestavamo, ma le lezioni di questo giovane uomo in clergyman erano sempre interessanti, discussioni dalle quali si apprendeva dialogando. Nei momenti di confronto anche aspro con le autorità scolastiche sapevamo sempre di averlo dalla nostra parte. Mi salvò dall’espulsione dalle scuole del regno per aver indetto l’occupazione con presidio notturno dei laboratori dell’Istituto che frequentavo. Non era affatto un prof debole e accondiscendente e sapevamo di rischiare qualche sonoro sberlone alla don Camillo che, per fortuna, la mia zucca non dovette mai schivare. Seppi poi da lui che in seminario ancora ragazzo venne ripreso più volte seriamente per la sua voglia di risolvere certe questioni a suon di mani.  Aveva il carattere di un ragazzo nato per giocare come centravanti di sfondamento ed era stato messo tra i pali della porta di Omate dal suo allenatore.

La mia formazione proseguì poi nella direzione del sapere positivista e razionalista e il Dubbio  prese il posto della Fede e si allentarono i rapporti con  il Clero e le Liturgie di Santa Romana Chiesa.

Folgorati sulla strada di Fontanellato

Dopo il mio matrimonio non ci furono più molte occasioni per incontrarci, ma per me e mia moglie è sempre stato “il nostro” unico vero Prete e penso proprio che sia destinato ad esserlo per sempre, con buona pace di tutti gli altri.

L’ho ritrovato quarant’anni dopo e, come accade per i veri amici, tra di noi tutto era rimasto esattamente come prima. Come allora la sua stretta di mano era ancora inconfondibile ed energica. Era la solita forza schietta e sincera che doveva essere era già presente in quel bambino ferrarese portato undicenne in seminario dalla madre sotto gli occhi socialisti di suo padre.

Ci ha affiancato senza esitazione nella nascita dell’associazione Mondohonline che, attraverso  tutti i tipi di  handicap, vuol contribuire a connettere questo nostro mondo. E’ stato prodigo di consigli sulle relazioni con il pensiero delle istituzioni ecclesiastiche.

Ma mi ha anche aiutato nella mia ricerca personale sui punti di contatto tra filosofia, scienza e religione, resa più impellente da un  improvviso trauma fisico che mi ha catapultato ai limiti estremi della vita. Era il  mio “tutor” del sapere teologico e con la sua statura intellettuale  e sottile ironia mi ha aiutato a tentare di “camminare dove anche gli angeli esitano”  (1), che per me ha significato la stesura di una serie di riflessioni sulla mia esperienza.

Lo ha fatto con innumerevoli incontri e, come sempre da prof preparato e aperto quale era, mi ha corretto e incitato con suo solito: “Scrivi liberamente quello che più ti senti”.

 Così condivise il mio percorso di ricerca su quella che per me è la  “struttura che ci connette”. Mi seguì anche quando mi misi a reinterpretare l’unica preghiera dei cristiani pronunciata da Gesù con il linguaggio della scienza contemporanea. Condivise il metodo di partire dalle preghiere principali delle religioni per svelarne le strutture portanti.  In quel caso mi suggerì di adottare il termine “Nous nostro” al posto di “Natura nostra” col quale mi ero permesso di sostituire il ben più famoso “Padre Nostro”.

Mentre io mi ero fermato alla natura, invero assai poco sensibile all’umano, di Giacomo Leopardi e  alla più scientifica “Mente e Natura”  di Gregory Bateson (2), lui mi spiazzava  con un pugno di millenni   facendo scendere in campo il “Nous” degli antichi greci. 

L’intelligenza infallibile e di natura divina che Omero collegava alla percezione degli accadimenti come capacità di essere consapevoli dell’avvenimento a cui si assiste e di capirne le vere intenzioni. Per lui l’intelligenza superiore  era il corrispettivo del  Dio  in cui credeva fermamente, ma che lo faceva terribilmente soffrire di fronte alle calamità naturali e alle disabilità o malattie  dei bambini,  il senso delle quali gli appariva estremamente difficile se non impossibile da comprendere.

 Mi costringeva così a fare i conti con il non semplice problema di come si forma la coscienza individuale e collettiva, un tema che  la scienza riesce ad avvicinare per ora solo a livello di teorie (3). Grazie a lui, la mia libreria si è arricchita di nuovi libri nell’ area religiosa e adesso spazia da Hans Khung a Gianni  Vattimo a  Vito Mancuso.

Sono però due gli autori che forse rappresentano meglio il  percorso di questo fine intellettuale e per certi aspetti anche personale. Si tratta del francese Teilhard de Chardin e dello spagnolo Raimon Panikkar.

Teilhard De Chardin (4) era un paleontologo gesuita che fece i conti con l’evoluzione darwiniana e per questo fu messo ai margini della sua Chiesa per molto tempo.  Raimon Panikkar (5) era invece un filosofo teologo fattosi sacerdote gesuita e poi sposato. Studioso di tutte le religioni sosteneva di essere nel contempo cristiano, indù e buddista, e laico secolare.   

Dialogo tra scienza e religione e dialogo tra le religioni, due imperativi categorici che hanno ispirato la vita di quest’uomo di chiesa che a me è sempre apparso un credente laico e nel senso etimologico del termine di “laikos” che significa “del popolo”.

Negli ultimi tempi Don Michele mi ripeteva al telefono “Devi assolutamente conoscere Panikkar! Quando vengo a trovarti ti porto un suo libro, però ne ha scritti molti e te li vorrei far vedere tutti ” ma le innumerevoli tamponate della sua vettura gli consigliarono di non muoversi più. Io non feci più in tempo a organizzarmi per un viaggio nel suo studio e quando dalla sua fedele assistente e cara amica  Adriana seppi del suo ultimo viaggio mi rammaricai molto di non aver potuto rispettare le sue ultime volontà.

Il mio medico e il mio cuore mi hanno impedito di accomiatarmi da lui al funerale ottenendo in compenso il risultato di farmelo sentire ancora presente. Io so che è così ancora adesso. Anche per questo mia strana certezza, il rovello di quei suoi libri di Panikkar che non avevo fatto in tempo ad annusare nel suo studio  ha continuato ad assillarmi sino a quando  non è accaduto l’impensabile.  Pietro Corsi , un altro amico membro del Direttivo di MondoHonline, del tutto ignaro della scomparsa di Don  Michele e in modo del tutto inaspettato, mi  telefona per dirmi  “ho trovato un libro che ti deve interessare”. Dopo poco arriva a casa mia stringendo tra le mani proprio un libro su tutto il pensiero di  Panikkar!

Grazie Michele.

(*) Presidente Mondohonline

vedere anche articolo correlato  Natura e nutrizione tra ecologia e teologia 

(1) Gregory e Mary Catherine Bateson:”Dove gli angeli esitano”, Verso un’epistemologia del sacro. 

(2) “Mente e natura, un’unità necessaria”, Gregory Bateson,,  Adelphi

(3) vedere  su youtube “Il contributo della fisica quantistica all’idea di coscienza: un’ipotesi a cavallo fra le culture”, Emilio del Giudice ;  anche “La mente evolutiva” di  Rupert SheldrakeTerence MckennaRalph Abraham.  Tlön  Secondo le teorie “morfogenetiche ” di alcuni fisici teorici e biologi,  la vita ordinata e la coscienza collettiva sarebbero in relazione coi processi di risonanza elettromagnetica.

(4)  “Il fenomeno umano”,  Teilhard de Chardin,  Il Saggiatore.  Nel momento in cui la scienza arrivava a concepire e quindi a scoprire la “Bio-sfera”, lui integrava il sistema materiale che avvolge la terra con la sua intelligente e spirituale “Noo-sfera”. Concepì l’evoluzione come un processo tendente alla crescita della complessità al cui culmine si trova la capacità di pensiero umano che attraverso il percorso di cristificazione dell’umanità avviato da Gesù è destinato a condurla al punto omega. E’ il punto di massimo livello di complessità e coscienza, espressione della piena consapevolezza del divino verso cui è attratto l’universo tutto.

(5)  “Canto di una biblioteca”,  di Raimon Panikkar,  scritto da Maciej Bielawski , Calligrammi. Panikkar  si occupò di “teo-fisica” per armonizzare il sapere umanistico con lo scientifico e postulò la necessità di pervenire a una “eco-sofia” per raccogliere la saggezza della terra. Anche lui riteneva che l’umanità potesse compiere un salto di consapevolezza verso una visione cosmologica più consapevole non duale ma triadica. Per Panikkar in ogni ente reale coesistono sempre e in modo inseparabile tre dimensioni: “l’umano-il divino-il cosmico”, che corrispondono sul piano filosofico a “coscienza-libertà-materia”. La consapevolezza di questa unitarietà è per lui la base di una nuova mentalità comune che permette a tutti di vivere la stagione gioiosa di una nuova innocenza seguendo “il ritmo dell’essere”. Le religioni  non sono altro che  sentieri differenti che conducono verso un’unica cima. 

 

Nel riciclo della plastica c'è del valore 9

Il riciclo della plastica: motore di crescita e innovazione – di Antonello Ciotti

Per il Paese la raccolta e il riciclo degli imballaggi in plastica, oltre a sviluppare le competenze tecnologiche tra le più avanzate in Europa, ha determinato una forte spinta all’innovazione, permettendo all’industria italiana di competere nel mercato globale con prodotti e materie prime e seconde derivanti dalla trasformazione dei polimeri.

Ad affermarlo è Antonello Ciotti, Presidente Corepla, che sintetizza qui di seguito i “numeri” di un positivo 2016, confermando il trend anche per l’anno in corso:

  • la raccolta differenziata è aumentata: nel 2016 sono state raccolte oltre 960.000 tonnellate di imballaggi in plastica, il 6.9% in più rispetto al 2015. Questo aumento è un primato notevole per il nostro comparto e va attribuito soprattutto a due fattori: la raccolta è decollata in zone storicamente difficili come il Sud, e si è verificato un aumento di raccolta anche in zone “mature” come il Veneto.
  • è cresciuto anche il riciclo: oltre 540.000 tonnellate di rifiuti di imballaggio in plastica provenienti dalla raccolta differenziata sono state riciclate nel 2016.
  • sono stati recuperati anche quegli imballaggi che ancora faticano a trovare sbocchi industriali verso il riciclo meccanico e il mercato: circa 304.000 tonnellate hanno infatti prodotto calore ed energia pulita in sostituzione di combustibili fossili.
  • migliora l’efficienza complessiva di riciclo e recupero. Grazie a Corepla, infatti, è stato possibile evitare l’immissione in discarica di oltre 27 milioni di metri cubi di rifiuti.
  • è importante il contributo al miglioramento del bilancio energetico del Paese: nel 2016 sono stati risparmiati 9.700 GWh di energia grazie al riciclo degli imballaggi in plastica provenienti dalle raccolte differenziate.
  • nel 2014 ammontano a 279 i milioni di Euro riconosciuti da Corepla ai Comuni o ai loro operatori delegati, a copertura dei maggiori oneri sostenuti per l’effettuazione dei servizi di raccolta differenziata degli imballaggi in plastica.
  • è sempre più capillare il servizio di raccolta differenziata degli imballaggi in plastica: sono quasi 58 milioni i cittadini coinvolti, pari al 96% del totale.
  • In Veneto nel 2016 si registra il procapite di raccolta in assoluto più alto di tutta Italia con 25 kg/ab/anno. Segue la Sardegna. Ottime performance anche per le Regioni del Nord Ovest e la Campania per il Sud. In coda Basilicata e Sicilia.

Antonello Ciotti – presidente Corepla 

Corepla è un consorzio privato senza scopo di lucro e con finalità di interesse pubblico, istituito per legge nel 1997 e regolato dal D.lgs 152/06 e successive modifiche. Opera nell’ambito del sistema di gestione dei rifiuti di imballaggio coordinato da CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi), assicurando il ritiro degli imballaggi in plastica raccolti in oltre il 90% dei Comuni, il loro riciclo e recupero. Assicura inoltre la piena compatibilità ambientale degli imballaggi in plastica per raggiungere gli obiettivi previsti dalla Direttiva comunitaria 94/62 CE, secondo criteri di efficienza, efficacia, economicità e trasparenza. I consorziati sono 2.562 tra produttori di materie plastiche, imprese trasformatrici per la fabbricazione di imballaggi, imprese utilizzatrici e riciclatori italiani.
Il Consorzio supporta i Comuni nell’attivare e sviluppare adeguati sistemi di raccolta differenziata, riconoscendo loro o agli operatori da essi delegati i corrispettivi previsti dall’Accordo-Quadro ANCI-CONAI a copertura degli oneri sostenuti per lo svolgimento della raccolta. Garantisce il raggiungimento degli obiettivi di recupero del materiale proveniente da raccolta differenziata, destinato prioritariamente al riciclo meccanico e, in subordine, alla valorizzazione energetica facendosi anche carico di tutte le necessarie operazioni preliminari. Svolge un’azione sussidiaria al mercato rispetto alle imprese riciclatrici per quanto concerne il ritiro dei rifiuti d’imballaggio in plastica provenienti da attività economiche su superfici private. Fornisce strumenti di comunicazione ed educazione ai cittadini e ai diversi portatori di interesse, sensibilizzando alla miglior pratica della raccolta differenziata e, più in generale, promuove interventi che minimizzino l’impatto ambientale degli imballaggi in plastica, a partire dalla prevenzione dei rifiuti.

 

 

Il Pianeta Mangiato

 – di Mauro Balboni (*)

Come faremo a continuare a produrre cibo in aree che si stanno inaridendo (dalla California al bacino del Mediterraneo)? Come faremo a continuare a produrre cibo mentre stiamo degradando ed erodendo il terreno fertile (secondo la FAO, al ritmo di degradazione degli ultimi 40 anni, l’avremo esaurito entro i prossimi 60)? Quanto possiamo andare avanti con produzioni agroalimentari la cui impronta climatica e idrica è accertatamente insostenibile? Da dove viene il modello agroalimentare oggi dominante? È insostenibile per definizione? È riformabile? Quanto tempo abbiamo per cambiare le cose?

Sono queste alcune delle domande cruciali che pongo in Pianeta Mangiato. Libro di domande scomode. Che spalanca gli occhi ai lettori affrontando la “guerra dell’agricoltura contro la Terra” in modo olistico, strettamente basato su fatti e fonti ufficiali e senza richiamarsi a soluzioni preconfezionate.

La Grande Collisione

Poche persone riflettono sulla scala spaventosa dell’impronta della produzione del cibo sul pianeta che ci ospita: ha aumentato di circa 1500 volte la popolazione planetaria di noi Homo sapiens (e non si ferma certamente qui, visto che nel 2050 saremo 10 miliardi); ha trasformato il 35% delle terre emerse in un ecosistema semplificato e per gran parte artificiale, quello dei campi coltivati e dei pascoli (l’“agroecosistema”); consuma tre quarti di tutta l’acqua usata dal genere umano (oltre 3,000 km3 all’anno); contribuisce al cambiamento climatico con il 30% di tutte le emissioni umane di gas-serra.

Tutto questo, nell’ambito di quella che vari autori chiamano l’accelerazione della collisione delle attività umane contro i sistemi planetari e i loro limiti, accelerazione iniziata verso il 1950 e che ha già probabilmente traghettato la Terra in una nuova era, come proposto nel 2016 dal Congresso Internazionale di Geologia: l’Antropocene, nel quale l’impatto umano ha già sostanzialmente alterato sistemi planetari come il ciclo del carbonio e quindi il clima, o il flusso geochimico di elementi come azoto e fosforo, o la diversità biologica e genetica; o il funzionamento degli ecosistemi e dei loro servizi, proprio quelli che, paradossalmente, hanno permesso la nascita e lo sviluppo dell’agricoltura stessa e l’affermazione della civilizzazione umana sedentaria. Come si sostiene nel Pianeta Mangiato, oggi quella civilizzazione è arrivata ad un incrocio pericoloso.

La Guerra  delle  narrative del cibo

Cominciammo a praticare agricoltura e allevamento a partire da 10.000 anni fa. Fu un successo che cambiò la storia del mondo. Il pianeta del Neolitico, le sue immense risorse inesplorate, la nostra bassissima densità e la pur rudimentale tecnologia dell’epoca ci convinsero che modificare gli ecosistemi terrestri per aumentare la produttività di certe piante agrarie e di certe razze animali (da noi selezionate geneticamente allo scopo) sarebbe stata un’attività destinata a continuare per sempre, senza limitazioni e danni collaterali.

Ma molti aspetti ci ammoniscono oggi in senso contrario: alcuni noti e recenti, come l’inquinamento chimico, nel più generale problema dell’immissione di “entità artificiali” nella biosfera; altri molto meno, come il collasso di intere società agrarie già in situazioni storiche preindustriali, dovuto alla fondamentale insostenibilità del loro modello agroalimentare anche in presenza di tecnologia ancora rudimentale.

Tuttavia, proprio al mondo preindustriale guardano le narrative del cibo che si oppongono a quella industriale dominante: mentre quest’ultima si basa sul dogma contemporaneo dell’ottimismo del mercato (eventualmente riedito sotto la voce di uno “sviluppo sostenibile” spesso né definito né quantificato, anche se  disinvoltamente usato come argomento di marketing), le altre tendono ad idealizzare le condizioni di vita in un “buon tempo andato” di felicità campestre che ha però ben pochi riscontri nella storia: all’epoca in cui i mulini andavano ad acqua e non si coltivavano ancora i “perversi” grani moderni, gli europei si inurbavano in massa o emigravano a milioni, anche per fame.

Questo ha consentito l’affermazione di remunerative “diete della salvezza”, nicchie di mercato ad alto margine. E di accattivanti narrazioni di “ritorni alla terra” che rimangono però fatti marginali, a volte perfino elitari e comunque globalmente irrilevanti, mentre le economie emergenti del mondo stanno conoscendo un esodo rurale senza precedenti e si avviano ad avere città di 100 milioni di abitanti entro fine secolo; si lascia credere che stia diventando vegetariano un mondo in cui in realtà la Cina ha, dal 1980, triplicato il consumo pro-capite di carne, e il Brasile lo ha raddoppiato; e in cui la deforestazione in Mato Grosso avviene per piantare soia destinata al mercato delle proteine animali europeo e cinese. Ci si appassiona alla narrazione del cibo slow, dimenticando che dal 2000 al 2020 in Cina i pasti consumati nella ristorazione fast saranno sestuplicati. Non si vuole capire che il destino del pianeta è nelle mani dei miliardi di nuovi consumatori dell’Asia.     

Il cibo dell’Antropocene

Oggi la grande emergenza che il genere umano deve affrontare ha un nome preciso: il cambiamento climatico. Purtroppo, il sistema agroalimentare è stato finora sostanzialmente ignorato nel grande dibattito sul clima, con due conseguenze: quasi nessuno conosce il terribile impatto climatico della produzione del cibo; e ancora meno persone (in una società sempre più urbanizzata e ignara di dove e come venga prodotto quello che mangia) capiscono quanto le produzioni agrarie dipendano a tutti gli effetti dal clima. Eppure, i segnali di allarme non mancano.

L’Europa centro-settentrionale è stata abituata dal marketing a mangiare (12 mesi all’anno) ortofrutta spagnola, così come il consumatore Americano mangia quella californiana: ma in entrambe quelle regioni la frequenza e l’intensità delle fasi siccitose sta aumentando, e i modelli climatici prevedono un peggioramento. Grandi regioni agricole del mondo stanno “rimanendo a secco”: la geografia agroalimentare globale è destinata inesorabilmente a cambiare.

Ci servono altre colture, che richiedono un uso meno intensivo dell’acqua rispetto a quelle affermatesi di recente come mais e soia. Ci servono altri modelli di produzione e consumo. Ci serve una ridefinizione del concetto di campo coltivato: tutto quello che abbiamo fatto negli ultimi decenni, e cioè monoculture industriali di appena 4-5 specie vegetali – semplificando così pericolosamente la produzione totale globale di calorie edibili – potrebbe già essere un modello obsoleto.

Il futuro richiederà un’immaginazione adattativa ed evolutiva senza precedenti. Non possiamo limitarci alla nostalgia per i campi felici di un buon tempo passato che forse, come tale, non è nemmeno mai esistito. È tempo di sfidare le stesse fondamenta della produzione del cibo come la facciamo da 10.000 anni: dobbiamo per forza dissodare e seminare dei campi, o allevare animali sui pascoli, per produrre cibo?

E se spostassimo l’agricoltura in verticale, usando le stesse tecnologie usate nelle stazioni spaziali orbitanti? E se la spostassimo in città radicalmente reinterpretate e ricostruite per prodursi il cibo da sole? E se producessimo proteine edibili dagli insetti, cosa che oltre due miliardi di esseri umani fanno dalla notte dei tempi? E se ricavassimo cibo direttamente dagli ecosistemi naturali, senza bisogno di arare campi o allevare animali, cosa che un miliardo di esseri umani fa ancora oggi ogni giorno? E se sintetizzassimo in laboratorio le proteine e le calorie che ci servono?

Nel mondo dell’Antropocene, cosa significherà “cibo” e come e dove lo produrremo? Che significato avranno espressioni come “cibo tradizionale” per i consumatori delle megalopoli dell’Asia del 2100? E se la salvezza del pianeta consistesse nel dare finalmente l’addio al Neolitico e all’agricoltura, la sua ormai datata invenzione? Nel pieno della Grande Collisione, all’incrocio pericoloso del mondo descritto nel Pianeta Mangiato, possiamo in realtà fare ancora qualcosa di straordinario: smettere di guardare indietro verso un passato idealizzato in forme elitarie, e usare l’ingegno umano per adattarci ed evolvere, assieme – non più contro – al nostro Pianeta.              

 

(*) Autore – Il libro è edito da Edizioni Dissensi

Esposizione umana al Bisfenolo A

Esposizione umana al  Bisfenolo A e il “fenotipo di diabesità” – di Simona Bertoli, Alessandro Leone,  Alberto Battezzati  (*)

Nota della Redazione Mondohonline: Il Bisfenolo A (BPA) si trova in molti oggetti di uso alimentare comune e quotidiano: bottiglie di plastica, rivestimenti di contenitori di prodotti alimentari, lattine per bibite e cibi in scatola, ma anche in prodotti cartacei, come la carta termica degli scontrini. Il BPA è una sostanza chimica utilizzata come base per produrre plastiche in policarbonato e resine sintetiche.

La normativa in vigore ne regola la quantità che gli oggetti possono contenere, ma studi e ricerche stanno approfondendo i potenziali rischi di questo composto organico per la salute umana: in particolare sembra che esso potrebbe interferire sul funzionamento normale del sistema endocrino:  ne sono state riportate criticità per fegato, reni e ghiandole mammarie. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) da gennaio di quest’anno ha avviato una consultazione pubblica sulla bozza di un documento sui rischi per la salute umana collegati all’esposizione al bisfenolo A, proveniente da fonti eterogenee. A conclusione di questi studi verrà emesso un parere finale con le relative raccomandazioni.

Ecco quindi l’importanza del punto sulle ricerche in materia prese in esame dall’Università di Milano e che qui riportiamo, dove l’argomento è trattato in profondità

Sintesi

Il Bisfenolo A (BPA), un disgregatore endocrino noto, è un contaminante alimentare sospettato di essere un fattore che contribuisce all’attuale aumento dell’obesità, del diabete e della malattia cardiovascolare. Questo problema è di crescente interesse per la ricerca sul  diabete ed è diventato una questione importante per le agenzie di regolamentazione e le industrie alimentari. 

Recentemente, il numero di studi sul BPA è aumentato in modo esponenziale, ma esistono ancora molte lacune nella conoscenza della relazione tra l’esposizione effettiva al BPA e il rischio cardiometabolico e le modalità di assorbimento nell’alimentazione, che impediscono giudizi corretti sui rischi per la salute umana. 

Questo articolo si concentra sull’associazione tra l’esposizione umana al BPA e l’obesità, la funzione tiroidea, il diabete, la resistenza all’insulina, la sindrome metabolica, le malattie cardiovascolari e il contenuto di BPA negli alimenti. Molti studi a campione indicano, talvolta in contraddizione, un effetto negativo dell’esposizione BPA per obesità, diabete e malattie cardiovascolari. Alcuni studi prospettici sostengono un effetto negativo dell’esposizione di BPA su tali patologie. Inoltre, non sono stati condotti studi d’intervento per valutare la causalità di tali associazioni. Ciò è dovuto principalmente alla mancanza di un adeguato database del contenuto di BPA negli alimenti, ostacolando così ogni stima della normale assunzione di BPA.

Introduzione

La prevalenza dell’obesità, del diabete e della malattia cardiovascolare (CVD) ha raggiunto proporzioni epidemiche a livello mondiale e continua ad aumentare. I dati provenienti da diverse regioni in tutto il mondo suggeriscono che più di 1 adulto  ogni 5 ha una sindrome metabolica, una predisposizione alle malattie sopra menzionate. Anche se la patogenesi è multifattoriale, il grasso viscerale in eccesso e l’azione difettosa dell’insulina costituiscono i fattori di base della malattia. Le “due maggiori cause” sembrano essere l’eccesso alimentare e uno stile di vita sedentario, per cui la maggior parte della ricerca e degli sforzi terapeutici sono stati focalizzati sul controllo dell’assunzione di cibo, sull’incremento del dispendio energetico e sul miglioramento dell’azione dell’insulina. Il fallimento di questi sforzi nel rallentare il tasso epidemico crescente ha portato i ricercatori più autorevoli a rivolgere la loro attenzione a ipotesi alternative. Infatti, l’epidemia è stata associata ad un incremento mondiale dell’esposizione a inquinanti chimici ambientali, definiti collettivamente detriti endocrini (EDs), che interferiscono con la produzione, il rilascio, il trasporto, il metabolismo, l’azione vincolante e l’eliminazione degli ormoni naturali che regolano l’omeostasi e lo sviluppo. Anche gli alimenti e le bevande sono cambiati in questo stesso periodo di tempo, essendo diventati sensibili alla contaminazione da ED attraverso la loro lavorazione e l’imballaggio, con successiva diffusione in tutto il mondo. Uno dei migliori ED studiati e prevalenti è il bisfenolo A (BPA). 

Link a: “Human Bisphenol A Exposure and the ‘Diabesity Phenotype’

Link alla traduzione italiana

(*)  Dipartimento di Alimentazione, Scienze Ambientali e Nutrizionali (DeFENS), Centro Internazionale per la Valutazione dello Stato Nutrizionale (ICANS), Università di Milano, Milano, Italia

L’articolo è stato pubblicato da PMC – Biblioteca Nazionale della Medicina Statunitense – Luglio 2015 – Dose Response . 2015 lug-set; 13 (3): 1559325815599173 – Pubblicato online 31 lug. 31. doi: 10.1177 / 1559325815599173