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Il futuro di Milano è scritto nell'acqua

– di  Giuseppe Santagostino (*) 

Milano ha due grandi problemi che sono in realtà due grandi opportunità: la risalita del livello di falda ai valori storici a causa della deindustrializzazione e la presenza degli inquinanti nell’acqua e nell’aria, emergenze legate  ad un regime idraulico che deve venire assolutamente riformato e alla scarsa circolazione dell’aria della Pianura Padana.

Presi singolarmente i due problemi rappresentano costi economici e sociali rilevanti, ma è la loro composizione in un disegno unitario che li trasforma nella principale opportunità per il futuro di Milano, grazie anche al momento favorevole della legislazione italiana ed europea e ai grandi finanziamenti oggi in essere.

L’emergenza climatica e gli accordi internazionali porteranno alla scomparsa da qui al 2050 dei fossili non rinnovabili nella produzione di energia, sia quella elettrica oggi ottenuta in larga parte dalla termovalorizzazione del gas, sia quella termica ottenuta dalla combustione diretta; per quest’ultima significherà un progressivo spostamento dalle caldaie oggi impiegate alle pompe di calore.

Proprio le pompe di calore, che sfruttano il potere dei gas contenuti nel loro circuito per ottenere caldo e freddo con rendimenti elevati in progressivo costante miglioramento, hanno nella stabilità termica dell’acqua di falda (16° tutto l’anno)  il loro fluido d’elezione, avendo l’aria esterna (quella usata dai condizionatori ad esempio)  temperature costantemente lontane da quelle richieste in ambiente e quindi con costi elettrici più elevati.

Oggi la risorsa acqua di falda da una parte è legata ad un regime di concessione nel suo utilizzo, che privilegia il primo che ne faccia richiesta escludendo nella zona di prelievo gli altri vicini, e dall’altra vede ben 200 mln di metri cubi ogni anno inviati in fognatura per mantenere asciutte metropolitane e parcheggi interrati.

Se a ciò sommiamo che il nostro sistema fognario (quello che oggi accoglie e depura anche quest’acqua pulita con costi incredibili ed efficienza scarsa) risale ai romani che ne sfruttavano la circolarità quando un tempo gli scarichi erano unicamente organici e favorivano così attraverso Lambro Meridionale e Vettabbia la fertilizzazione del sistema delle marcite, si rivela del tutto sorpassato oggi che quegli scarichi risultano carichi di inorganici inquinanti.

Il grande contenuto termico della falda e la necessità di dividere il sistema fognario portano con sé la soluzione alle due forme di inquinamento che oggi rappresentano il principale problema dell’area metropolitana di Milano: dividere le reti fognarie per depurare solo le acque nere, ricavandone a costi accettabili la ricchezza contenuta e destinando all’impiego diretto le acque pulite oggi inutilmente depurate, e impiegare su di una rete pubblica l’acqua di falda oggi buttata via o impiegata individualmente consentirebbe di ottenere due risultati oggi ineludibili e insoddisfatti dall’ultima grande infrastrutturazione idraulica milanese che risale ai primi del ‘900, quando il Sindaco era Ettore Ponti:

  • Mettere fine all’inquinamento di rogge e fiumi milanesi, parte integrante dell’attuale sistema fognario milanese, che verrebbero finalmente sollevati dal maleodorante compito
  • Fornire a tutta l’area metropolitana l’acqua di falda necessaria ad alimentare le pompe di calore, realizzando così l’obiettivo di eliminare la combustione diretta, diminuire le emissioni, dimezzare i costi di riscaldamento e infine consentire a tutti di accedere al condizionamento.

Su questo, assieme alla vicesindaca Arianna Censi di Città metropolitana, Università Bocconi e Politecnico, abbiamo avviato un piano di ricognizione delle possibilità esistenti nell’area metropolitana, operazione che condurrà alla redazione di un piano di fattibilità per la realizzazione della principale infrastruttura idraulica  per il futuro prossimo di Milano.

Milano senza CO2  (prima parte):

1 – L’acqua nascosta in ostaggio di pochi

Noi siamo abituati a pensare che l’acqua essenziale all’uomo sia quella cosa che esce dal rubinetto e che si beve, tanto che ricorrentemente, non conoscendo la (quasi) perfetta legge italiana, si levano crociate per l’Acqua Pubblica: quell’acqua lì è talmente pubblica che è  affidata ad Enti territoriali, gli ATO, uno per provincia, cui compete assegnare la concessione di distribuzione e depurazione.

Ma se dal rubinetto e dagli scarichi relativi, entrambi oggetto del Servizio Idrico Integrato (SII) il cui ciclo è pubblico, noi allargassimo lo sguardo al vero ciclo integrale dell’acqua (pioggia, fiume, falda sotterranea)  troveremmo un sacco di cose in cui l’uso privato del nostro bene primario acqua crea danni a tutti gli altri: è nel suo ciclo completo che l’acqua deve diventare veramente pubblica.

Prendiamo la prima falda, l’acqua che si trova sotto di noi sino a 40 mt sotto terra, ritenuta dai più un problema perché allaga metropolitane e parcheggi interrati (circa 200 mln di metri cubi all’anno di acqua pulita che finiscono in fognatura): in realtà, senza che quasi nessuno lo sappia, nel nostro sottosuolo avvengono prelievi che estraggono da quell’acqua potere termico per produrre caldo e freddo.

Circa il 15% della città di Milano (i grandi agglomerati da Porta Nuova a City Life) viene già riscaldato e raffreddato usando acqua di falda semplicemente perché è il metodo più economico (e pulito) che ci sia e i ‘ricchi’ sul punto sono attenti assai.

È questo un prelievo privato (su concessione pubblica) innocuo? 

No, perché nascosto nel nostro sottosuolo si consuma una sorta di Far West dove chi prima arriva meglio alloggia, non potendosi prelevare più di tanta acqua per zona: così se gli edifici limitrofi a queste Porta Nuova o City Life volessero passare anche loro al risparmio economico ed ecologico della pompa di calore geotermica, con ogni probabilità non potrebbero farlo perché quella zona è già satura di prelievi.

Se consideriamo che da qui al 2050 i consumi termici andranno decarbonizzati e quindi che le caldaie spariranno e che la stessa energia elettrica andrà prodotta con altro da gas, capiamo subito che la pompa di calore che ci toccherà parte zoppa se non potremo usare l’efficientissima e pulita falda milanese perché  se l’è già accaparrata qualcun altro (che oltretutto paga una cifra ridicola a Città Metropolitana per l’uso esclusivo di questo bene pubblico ignoto ai più).

Ecco che la vera battaglia da qui al 2026 è quella di trasformare tutti i prelievi milanesi metropolitani in prelievi soggetti allo stesso regime di concessione pubblica dell’acqua potabile, ovvero mettendo a disposizione di tutti allo stesso prezzo l’identico bene comune denominato acqua di falda.

L’unica alternativa possibile è quella di realizzare  una rete interconnessa di prelievi e distribuzione secondo un disegno metropolitano.

Ciò permetterà da qui al 2050 di portare l’intera area metropolitana ad avere accesso in modo razionale e sostenibile alla principale fonte termica ecologica che ci è riservata dalla  natura.

 

(*) Giuseppe Santagostino,  Imprenditore,  Milano 

 

Acqua nostra

ACQUA NOSTRA, di   Aldo Sangalli  

L’incredibile forza di una goccia che si stacca dall’acqua per ritornare nell’acqua.
Meditazioni trascendentali notturne prima di chiudere meglio il rubinetto.

E’ caldo oggi. La tangenziale è un grasso nastro nero e umido, un bubbone di auto e camion prossimo all’esplosione e la percorro quasi esalando l’ultimo respiro a cavallo di un ronzante  motore diesel sfiatato. La mia uscita è Trezzano sul Naviglio – Vecchia Vigevanese. Tre chilometri e sono nella campagna, quella bassa campagna milanese di campi, navigli e fossi, rogge  ed erba e granturco.

Arrivo alla mia destinazione: dieci case, un’abbazia e una parrocchia grande così. La cosa più importante, però, fossi, tanti fossi di irrigazione che scorrono nei campi dietro la chiesa ed  interrotti ogni tanto da quelle piccole chiuse che permettono la fuoriuscita dell’acqua. La mossa è più breve del pensiero: mi siedo sul granito ghiandone di una chiusa proprio sotto un cespuglio di sambuco, tolgo scarpe e calze e lascio che i piedi roventi  cadano nell’acqua freschissima e corrente.

Una frustata percorre la schiena e per qualche secondo  resto immobile ascoltando solamente il gorgoglio dell’acqua sulle caviglie

Le mani sulla pietra sentono un solletico strano e guardando scorgo una lenta lunga fila di formiche che sale dal mignolo e la attraversa tutta scendendo dalla base del pollice. Frinire di cicale per sottofondo. Sono le tre e mezza del pomeriggio. Tremula l’orizzonte delle campagne.

Strana sensazione e in tutto il corpo si diffonde benessere. Frinire e ancora frinire e ancora e ancora e ….ipnotico frinire…

Basta chiudere gli occhi e non sono più corpo o comunque non più solo greve corpo. Piedi, acqua, verde, rintocchi di campana, ore quattro, cielo tra le foglie…Tutto si confonde e si contamina e l’immaginazione cuce e inanella ciò che i  sensi sentono.

Il pensiero più forte in questo momento è quello di essere  in comunione col mondo. Davvero! Sto toccando l’acqua di tutto il mondo con i piedi! Un semplice gesto che vale più di tante parole. Così semplice e così complicato da capire. Sì, perché le cose semplici sono così universali che fatichiamo a capirle. I miei piedi toccano ora quelli di un bambino nel Gange, di un pescatore del Nilo o quelli di un soldato morto e riverso nell’acqua e ancora quelli di un suicida caduto da un qualsiasi ponte.  Sono nelle lacrime e nell’urina del mondo. E così passo attraverso le pale di cento mulini e nelle fogne della più putrida delle città, nella sorgente e nel ghiaccio, nei mari. Mi fiondo attraverso la storia e il tempo fino al centro della terra e rinasco nuvola e crisalide e ricado.

Ritraggo i piedi dal fosso  come la mano da una bolla di sapone, freschi e puliti, quasi candidi ed ho capito.

L’acqua è nostra, di tutti noi perché noi siamo l’acqua.

 

Aldo Sangalli 

Web poetry lab: Piangerai per me.... di Aldo Sangalli



Piangerai per me 
quando 
sentirai il mio profumo. 

Avrai il mio cuore tra le mani 
e piangerai. 

Vorrai starmi più lontano 
ma non potrai farlo 
e avrai un coltello 
tra le mani 
e lo affonderai
e piangerai più forte 
per avermi strappato l'anima.

Piangerai per me
ma rimarrò solamente
lacrima fra le tue dita.

Tua per sempre.

Cipolla 

Piano Aria e Clima del Comune di Milano - 2

Credit : Eco dalle città

Nel 2020 il Comune di Milano ha avviato il Piano strategico Aria e Clima che ha l’obiettivo di ridurre l’inquinamento atmosferico della città, a tutela di salute e ambiente,  abbassando entro il 2030 le emissioni di CO2 di oltre il 45% rispetto ai valori del 2005. Obiettivo finale: zero emissioni entro il 2050.

Mondohonline da sempre si occupa anche dei problemi di sostenibilità ambientale: ci siamo perciò sentiti chiamati a fornire anche il nostro supporto al Piano Aria e Clima con alcune Osservazioni messe a punto da nostri esperti e che sono state sottoposte al vaglio dei responsabili del Piano del Comune.

Alcuni giorni fa abbiamo pubblicato sul nostro sito la prima delle Osservazioni proposte nella Piattaforma di Partecipazione collegata al Piano (obiettivo una nuova produzione di energia termica)Oggi proponiamo l’Osservazione sulla riduzione di CO2 per nuove energie a emissioni zero.

Scenario Emissivo CO2 – Osservazione  di Mario Giorcelli (*) 

In linea con gli impegni assunti dal Comune di Milano come membro della rete internazionale C40 Cities Climate Leadership Group, il Piano Aria e Clima si propone di ridurre entro il 2030  le emissioni di CO2 di oltre il 45% rispetto al 2005 e di arrivare a emissioni zero entro il 2050.

Le azioni previste dal Piano non sono tuttavia finalizzate a raggiungere pienamente gli obiettivi di cui sopra: nel 2050 rimarrebbe infatti un residuo di oltre 2.000 Kt/anno di CO2, riducibile a circa 1.000 Kt includendo anche l’effetto delle “azioni locali e sovra locali”.  Tale scostamento viene giustificato dal fatto che “non è oggi possibile prevedere i risultati al 2050 delle politiche di transizione energetica a livello nazionale ed europeo e dell’evoluzione tecnologica” (1).

A nostro parere alcuni sviluppi tecnologici sono già in grado di sostenere politiche di transizione energetica che consentirebbero di raggiungere pienamente il traguardo sopraindicato.  La loro applicazione dovrebbe avvenire senza ulteriori attese, tenuto conto che il volume di CO2 che si accumulerà nell’atmosfera terrestre da oggi fino al 2050 sarà tanto minore quanto prima le emissioni/anno saranno ridotte. 

Fra gli sviluppi tecnologici sufficientemente maturi per essere applicati indichiamo: 

  1. l’utilizzo dell’Idrogeno verde come vettore di energia;
  2. la cattura della CO2 e il suo riuso a seguito di trasformazione in prodotti aventi un valore economico (procedure BECCU e CCU).

Le procedure BECCU e CCU (2) prevedono un ciclo del carbonio che inizia con la cattura della CO2 generata dalla combustione di biomassa o idrocarburi per la produzione di energia elettrica (o per altre attività industriali) e si conclude con la trasformazione della CO2 catturata in beni di consumo riciclabili.                

Attuando questo ciclo nel termovalorizzatore Silla 2, alimentato per circa due terzi da biomassa, si eviterebbe la dispersione in atmosfera della CO2 generata dall’incenerimento dei rifiuti, mentre la CO2 catturata potrebbe essere trasformata in carburante sintetico, la cui vendita o riciclo nel processo di produzione di energia compenserebbe la spesa effettuata. La CO2 dispersa nell’atmosfera dal termovalorizzatore Silla 2, da un calcolo sommario basato sulla quantità di rifiuti inceneriti negli ultimi anni, ammonta a circa 470 kt/anno

Ipotizzando che il ciclo di cui sopra possa essere attivato entro 5 anni, la CO2 di cui si sarebbe risparmiata l’emissione entro il 2050 ammonterebbe a circa 470 x 25 = 11.750 kt  (equivalente alla CO2 emessa dal settore dei trasporti pubblici e privati in un anno).  

Per quanto concerne l’idrogeno, il MISE nella strategia nazionale idrogeno prevede che in Italia nel 2030 avrà una penetrazione nella domanda energetica finale del 2%, con un incremento fino al 20% nel 2050.  Secondo il Mise, ciò consentirà di ridurre le emissioni di CO2 fino a 8 Mt nel 2030 e fino a dieci volte tanto nel 2050 (3). 

Si chiede pertanto che il Piano Aria e Clima sia integrato con le seguenti azioni, possibilmente estese a tutto il territorio della città metropolitana:

  1. azioni volte a incentivare l’utilizzo dell’idrogeno verde come vettore di energia;
  2. norme che, a partire dal 2030, oltre una certa soglia di emissioni, impongano la cattura e lo stoccaggio della CO2  sottratta dai fumi derivanti della combustione di biomassa e/o idrocarburi, al fine di consentirne la successiva trasformazione in bio-carburanti o in prodotti riciclabili aventi un valore economico;
  3. azioni volte all’incremento della produzione di biomassa (4) (5)

Note

  1. (vedi  Allegato 3 – Relazione Tecnica QUALITA’ DELL’ARIA  – Pag. 434                
  2. BECCS/U = Bio-Energy with Carbon Capture, Storage and Utilization
  3. cfr. “Strategia italiana sull’idrogeno”  – Mise 2020
  4. per rendere operative queste misure entro il 2030, sarà opportuno iniziare al più presto una fase di sperimentazione sul campo. Un struttura a vocazione ambientale adatta per avviare questa sperimentazione potrebbe essere A2A, in quanto questa azienda, partecipata dal Comune di Milano,  già utilizza biomassa per la produzione di energia elettrica nel  termovalorizzatore Silla 2.  Inoltre  produce  idrogeno verde, necessario per la trasformazione in carburante sintetico della CO2 catturata. Per quest’ultima trasformazione, necessaria per completare il ciclo, potrebbero essere recuperate le procedure  messe a punto dai  Laboratori di Ricerche Ambientali ENEA di Ispra.
  5. la biomassa può essere ricavata nelle aree extraurbane con la coltivazione di siepi e arboreti da energia. Nelle aree urbane, oltre a quella contenuta nei rifiuti domestici, potrebbe essere recuperata una certa quantità di biomassa  dalla  potatura degli alberi lungo le strade cittadine e nei parchi .

 

(*) Architetto- Mondohonline

Dello stesso autore: “Facciamo il punto sul riscaldamento globale” – Gen.2019

 

Le Osservazioni di Mondohonline sono consultabili nella Raccolta Pubblica di Osservazioni al Piano Aria e Clima, Comune di Milano, ai seguenti link:

https://partecipazione.comune.milano.it/processes/piano-aria-clima/f/20/proposals/158

https://partecipazione.comune.milano.it/processes/piano-aria-clima/f/19/proposals/109

Per entrambe, il riferimento è @carlo_alberto_ricc_2.

 

Il Piano Aria e Clima del Comune di Milano: una buona idea, però….

Nel 2020 il Comune di Milano ha avviato il Piano strategico Aria e Clima che ha l’obiettivo di ridurre l’inquinamento atmosferico della città, a tutela di salute e ambiente,  abbassando entro il 2030  le emissioni di CO2 di oltre il 45% rispetto ai valori del 2005. Obiettivo finale: zero emissioni entro il 2050.

E’ senz’altro un bel progetto che il Comune ha aperto anche alla partecipazione attiva della cittadinanza, come si legge nel relativo Piano: “Il percorso di partecipazione  è uno strumento consultivo [1] … per diffondere un’informazione chiara, esaustiva e trasparente sulla materia oggetto del  Piano Aria e Clima e sui suoi contenuti”. Questo progetto, insieme al Bilancio Partecipativo, si inserisce nella piattaforma digitale Milano Partecipa, nata per sollecitare i cittadini ad essere parte della vita della città: nella piattaforma si trovano i processi attualmente attivi, i documenti di approfondimento, e gli strumenti per partecipare.

Bello, no? Ma c’è un però: nel giusto intento di fornire tutte le informazioni utili e necessarie, la documentazione sul sito del Comune è quasi enciclopedica, richiede la pazienza di addentrarsi in centinaia di pagine con una competenza da esperti che però scoraggia il  cittadino di normale cultura. Inoltre per accedere ad ogni documento è necessario avere lo SPID, che non tutti, non ancora, hanno ottenuto.  Il Comune vuole far partecipare il cittadino alla vita della città, poter condividere obiettivi, ascoltarne le istanze? Forse potrebbe fare un passo in più, semplificando piani e bilanci con un’informativa di sintesi, chiara ma tuttavia completa, accessibile liberamente, e lasciare a chi desidera consultare la documentazione ufficiale,  approfondire gli argomenti o i dettagli tecnici, la flessibilità di scelta e di accedere – questa volta sì – con il proprio SPID.

Mondohonline da sempre si occupa anche dei problemi di sostenibilità ambientale: ci siamo perciò sentiti chiamati a fornire anche il nostro supporto al Piano Aria e Clima, con alcune Osservazioni messe a punto da nostri esperti e che sono state sottoposte al vaglio dei responsabili del Piano del Comune: di seguito la prima proposta, che ha come obiettivo una nuova produzione di energia termica. A breve pubblicheremo anche l’Osservazione sulla riduzione di CO2 per nuove energie a emissioni zero.

[1] Per “consultazione si intende la raccolta di osservazioni (formalizzate nell’ambito dell’iter di approvazione) e contributi non formali che porteranno al progressivo perfezionamento del Piano per la fase attuativa da parte di portatori di interesse, organizzazioni della società civile, cittadini e city users”. https://partecipazione.comune.milano.it/

 

Acqua persa – di Giuseppe Santagostino  (*)

Un obiettivo del Piano Aria Clima non considerato è il possibile utilizzo delle acque di falda oggi eliminate spesso per via fognaria dove, accanto all’onere meccanico necessario per sollevare queste acque in metropolitane e parcheggi interrati, si somma il costo di depurazione, spesso non corrisposto e vieppiù dannoso per il sistema milanese perché altera le condizioni richieste per la digestione dei reflui urbani.

Le cosiddette acque parassite, ovvero le acque chiare che finiscono per motivi differenti nel sistema fognario, cubano circa il 30% delle acque trattate: il costo per la città delle infiltrazioni nelle reti fognarie o delle immissioni volontarie è dunque molto elevato e rappresenta un onere occulto paragonabile a quello delle perdite sulle linee di adduzione (che il sistema milanese ha, fortunatamente, molto inferiori rispetto alle medie nazionali).

Vi è però un ulteriore costo occulto nello smaltimento fognario di queste acque, che deriva dal loro mancato utilizzo ed è questo costo il punto che andrebbe inserito fra quelli determinanti del Piano imponendo la circolarità integrale delle acque di falda estratte.

Quali sono gli usi non considerati e quali vantaggi a costo zero porterebbero al sistema milanese?

L’acqua ha una importante componente energetica, oggi impiegata in via esclusiva  nel 16% degli edifici milanesi alimentati da pompe di calore geotermiche di cui beneficiano gli edifici più moderni: il vantaggio della pompa di calore nasce dalla condizione progettuale  di efficienza energetica di tali edifici che si somma all’efficienza delle macchine geotermiche determinando costi (e inquinamento) inferiori del 50% rispetto ai sistemi a combustione.

Le politiche nazionali ed europee spingono proprio verso la riqualificazione energetica degli edifici oggi inefficienti e per effetto di tale riqualificazione si apre la strada per l’impiego massiccio delle pompe di calore visto che le temperature erogate nei sistemi condominiali o per uffici diventano di gran lunga inferiori a quelle oggi richieste dalle case energivore.

L’accompagnamento delle riqualificazioni porta con sé la possibilità di impiegare le acque, altrimenti inviate direttamente in fognatura, per uno sfruttamento geotermico (sia puntuale che in rete) rendendo un servizio alla città via il minor numero di emissioni risultanti: tale rete, identificata dalla legge quadro nazionale 152/2006 come rete duale in teoria obbligatoria per tutti i nuovi insediamenti e comunque indicata come prioritaria in tutti i sistemi urbani, ha come ricaduta ulteriore la possibilità di impiegare acque non potabili per gli usi non potabili (irrigazione, alimentazione macchine, acque per usi sanitari non potabili).

Infine il trascurato reticolo superficiale (10000 km esistenti in pianura padana), se recuperato nei suoi tratti mancanti, offrirebbe a queste acque, oggi declassate a parassite, una fine irrigua verso la campagna assai interessante specie nelle stagioni estive dove le acque tradizionali tendono a scarseggiare, senza considerare il possibile sfruttamento meccanico dello scorrimento superficiale continuo per la produzione di energia elettrica ad emissioni zero.

L’obiettivo da inserire nel Piano potrebbe venire banalmente indicato come zero acque parassite nei sistemi fognari: il come arrivarci senza spendere un solo euro dipende solo dagli utilizzi che si riescono a trovare mixando i fattori già presenti sul territorio milanese.

Proposta per Milano nel Piano Aria Clima: il recupero energetico dell’acqua di falda

Il 16% degli edifici milanesi utilizza impianti in pompa di calore geotermica (tipicamente tutte le nuove realizzazioni, centri commerciali, palazzi uso ufficio e residenziali): tale scelta è legata all’efficienza energetica elevata del costruito che utilizza la pompa di calore, sia in caldo che in freddo, come  soluzione più efficiente e di conseguenza più ecologica.

I restanti edifici, anche con classi energetiche non disprezzabili, non possono accedere a tali tecnologie per i costi burocratici e di impianto che consigliano l’utilizzo della tecnologia solo su dimensioni rilevanti.

Per contro Milano ha un costo energetico elevato per l‘eliminazione dell’acqua di falda dai manufatti sotterranei (metropolitane, parcheggi interrati) ed un costo accessorio legato agli oneri di depurazione che gravano anche sulle acque pulite una volta che queste finiscono nella fognatura mista milanese: tali costi vivi rappresentano oneri energetici occulti nascosti nella generale contabilità dei trattamenti depurativi.

Eliminare queste acque parassite dalla depurazione è operazione altamente ecologica perché semplifica l’evacuazione ed i costi di pompaggio annessi, e contemporaneamente rende disponibile a tutti una risorsa ora impiegata solo dai grandi insediamenti milanesi; la ricchezza nascosta ha tre facce:

  • L’energia contenuta nella temperatura (15-16°) che rende altamente efficienti le macchine geotermiche in caldo e freddo
  • Il risparmio nelle acque potabili oggi impiegate anche per usi non potabili, con elevati oneri di pompaggio, trattamento di potabilizzazione e depurazione
  • Una distribuzione pubblica dell’acqua di falda per usi non potabili (termici, meccanici e irrigui) rende accessibile le tecnologie a tutta la città.

Proponiamo di inserire tra i progetti del Piano Aria Clima il recupero in rete idraulica tecnica delle acque parassite  oggi inviate in fognatura perché siano rese disponibili per gli usi non potabili come richiesto dalla legge 152/2006  e come già studiato sui campi di prima falda proprio da Metropolitana Milanese.

Le acque parassite oggi inutilmente depurate dal Comune di Milano assommano ad una quantità compresa tra i 70 ed i 100 mln mc annui.

IPOTESI DI RIUTILIZZO ACQUA TECNICA  IN POMPA DI CALORE SU IMMOBILI POPOLARI SUPERBONUS  110%

  • Appartamento 70 mq Classe energetica G  160 Kwh/mq
  • Costo riscaldamento (fornitura in teleriscaldamento) euro/mq 11/anno: euro anno 770
  • Riqualificazione edilizia immobile Superbonus 110%. Classe finale E 90 Kwh/mq
  • costo riscaldamento pompa di calore condominiale con acqua tecnica EER 4,5  euro mq/ 4 anno: euro anno 280

 

(*)  Esperto in sistemi idraulici e geotermici

 

 

 

Luciano Segre: Quando mio cugino Primo Levi tornò da Auschwitz

Il prof. Luciano Segre, Presidente del Comitato Scientifico di Mondohonline,  è stato intervistato il  27 gennaio scorso da Panorama ed ha ripercorso, nella Giornata della Memoria, il suo personale vissuto della Shoah e degli anni terribili della seconda Guerra Mondiale, passati sulle montagne piemontesi. La riproponiamo per gentile concessione di Panorama.

Nel Giorno della memoria, la testimonianza di uno dei 46.000 ebrei italiani scampati alla Shoah. Cugino prediletto dell’autore di Se questo è un uomo, si salvò diventando partigiano a 14 anni. E ora che di anni ne ha 92, ricorda tutto con assoluta lucidità – di Elisabetta Burba, Panorama.

Gli ebrei italiani che durante la Seconda guerra mondiale si salvarono dall’Olocausto furono più o meno 46.000, secondo i calcoli del Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano. Ma che cosa sapevano della Shoah che infuriava nell’Europa nazista? Per rispondere a questa domanda, Panorama ha intervistato uno di loro, il professor Luciano Segre. Ebreo torinese, cuginetto prediletto di Primo Levi, nato nel 1929, Segre a 14 anni è salito in montagna con i partigiani di Giustizia e libertà, a 19 anni è andato – uno dei pochissimi italiani – a combattere per il neonato Stato di Israele, a 25 anni ha vinto una cattedra alla prestigiosissima Humboldt, la storica università di Berlino. E adesso che di anni ne ha 92, è ancora lucidissimo. Nel Giorno della memoria, ha accettato di condividere con noi la sua personale memoria della Shoah.

Professor Segre, può raccontarci come venne a sapere dei campi di sterminio?

«Che ci fossero i campi di concentramento lo si era saputo dopo l’8 settembre 1943».

Solo dopo l’8 settembre? Prima non sapevate niente?

«Prima no. C’erano le leggi razziali, ma nessuno arrestava nessuno».

Ma non avevate neanche notizie dalla Germania?

«No. Qualcuno lo sapeva, ma noi no. Tutti pensavamo: “Veniamo arrestati, finiamo in qualche campo da qualche parte e poi alla fine della guerra ce ne torniamo a casa”. Nessuno sapeva che sarebbero stati campi di eliminazione o cose di questo genere».

L’8 settembre che cosa cambiò nella vostra percezione?

«Cambiò il fatto che, essendo l’Italia occupata dai tedeschi, noi saremmo stati arrestati e messi in qualche campo. Allora molti ebrei si rifugiarono in luoghi lontani dalla loro abitazione. Alcuni riuscirono ad andare in Svizzera, anche se gli svizzeri in un primo tempo li respinsero e vennero poi arrestati dai nazisti… Nessuno però riteneva che esistessero campi di sterminio dove chi arrivava veniva gasato. Noi stessi non lo pensavamo. Io so di una signora torinese la cui figlia era stata arrestata, nel novembre 1943. Lei era andata al Comando tedesco a dire: “Ma perché mia figlia non torna a casa? Non c’è nessun motivo per cui voi la tratteniate”. E loro: “Ah, lei è la madre?” E presero anche lei».

Terribile…

«Poi sono morte tutte e due. Nel caso della mia famiglia, mia madre, il mio fratello minore ed io ci siamo in un primo tempo rifugiati in una campagna delle Langhe, vicino a Murazzano, dopo di che abbiamo ricevuto una lettera anonima in cui si scriveva che se non lasciavamo una certa somma in un certo luogo saremmo stati denunciati».

Oddio.

«Al che noi andammo via immediatamente. Assieme a noi c’erano anche mia nonna e un mio zio con la sua famiglia, moglie e una ragazza, ma eravamo troppi: ci siamo dispersi in luoghi diversi. Tra l’altro mia nonna era molto anziana: l’abbiamo trasportata su un carretto. Non c’era altro sistema. Dopo di che noi siamo andati nell’Astigiano, vicino a San Damiano d’Asti, sempre in campagna, dove dopo un mese che eravamo lì, sono venuti tre fascisti delle Brigate nere per arrestarci: qualcuno ci aveva denunciato. Mia mamma, dopo una trattativa che è durata quasi tutto il giorno, ha dato loro tutti i soldi che avevamo e loro sono andati via, dicendo: “Non muovetevi di qui perché noi domani torniamo”. Naturalmente appena si sono allontanati, siamo andati di nuovo via. E siamo andati sulla collina di Torino, dove conoscevamo una signora che si chiamava Zolla. Lei ci ha tenuto nella sua cantina per due o tre giorni, nel frattempo io sono andato ad Alpignano, una cittadina sopra Torino, dove c’era un mio cugino che era il medico condotto. Lui, che non era ebreo (aveva sposato una mia cugina), mi ha detto: “Vi accompagno a Val della Torre, sulle Prealpi torinesi, vicino alla Val di Susa. Lì è zona partigiana: mi sono già messo d’accordo con il mio amico medico condotto”. Il dottor Pecetto, questo il nome del medico, ci ha accompagnato in una baita in montagna, dove siamo rimasti e abbiamo partecipato alla resistenza con i partigiani del luogo».

Lei e suo fratello eravate poco più che bambini.

«Io avevo 14 anni, mio fratello 12. Però con noi c’era anche mia mamma. Stavamo assieme ai partigiani della valle, una colonna di Giustizia e Libertà. Per aiutarci, il podestà di Val della Torre, Vanfrido Olivotto, rilasciò addirittura una carta di identità falsa a mia madre».

Che compiti svolgevate lei e suo fratello?

« Poiché prima dell’8 settembre andavamo in montagna, eravamo abbastanza allenati a camminare. Quindi tenevamo i collegamenti con la vicina Valle di Susa, dove c’erano anche i partigiani garibaldini con cui collaboravamo. Però bisognava salire fin sulla montagna, in punta, dove c’era un colle, circa quattro ore di salita in mezzo ai boschi, e scendere dall’altra parte, verso Almese, Rubiana, due località della bassa Val di Susa. Noi andavamo avanti e indietro».

In quanti partigiani eravate?

«Eravamo 150 giellisti e altrettanti garibaldini. Quando c’erano rastrellamenti nazisti e si vedevano arrivare dal fondovalle camion e anche carri armati, la moglie del dottor Pecetto stendeva un lenzuolo sulla sua terrazza di casa. In tutta la valle i partigiani sapevano quindi che c’era un’emergenza e si disperdevano. Nell’inverno del 1944 vennero moltissimi nazisti: migliaia secondo i nostri calcoli. Noi eravamo solo 300. Allora ci siamo dispersi sulla montagna. Fra i partigiani c’erano molti meridionali, che erano venuti con noi con il dissolvimento dell’Esercito italiano. Ci siamo dispersi in luoghi sulla montagna, nascosti dietro grandi massi o cose del genere. Però dopo un po’ di giorni dopo l’occupazione del paese da parte dei nazisti, ha cominciato a nevicare e a fare un grandissimo freddo. E moltissimi di questi nostri compagni del Sud, non abituati alle basse temperature, sono morti di freddo nella neve».

Letteralmente?

«Sì, sì: morti congelati. Solo dopo sono venuto a sapere di un bruttissimo episodio con protagonista un ragazzo del paese. Era il figlio di un negoziante. In cambio della promessa di chissà cosa, aveva fatto la spia, accompagnando i nazisti in tutte le case del paese e anche in qualche baita. I tedeschi avevano poi ucciso tutte le bestie, ma anche alcune persone, e incendiato moltissime case e baite. Dopo un po’ di giorni il ragazzo era tornato in paese. Avrà avuto 14 anni e i partigiani si erano posti il problema di cosa fare di lui. Tenerlo prigioniero non potevano, lasciarlo libero neanche, perché era pericoloso. Io non c’ero, ma so che venne fucilato dai garibaldini. Lo stesso padre aveva detto, in dialetto: “Maseulo, maseulo”, ammazzatelo, ammazzatelo».

Lo stesso padre voleva che fosse ucciso?

«Sì, perché aveva fatto la spia ai nazisti. Io l’ho saputo dopo, per fortuna non ero presente. Ci furono episodi tragici per tutti».

Chi faceva parte della formazione partigiana?

«Non solo italiani: c’erano anche alcuni inglesi, imprigionati dai tedeschi e poi scappati. Io ne ricordo uno, simpaticissimo, che veniva sempre da mia mamma a chiedere: “Per favore, mi può stirare i pantaloni e farmi una bella riga?” Perché gli inglesi volevano essere sempre impeccabili, anche da partigiani in mezzo al fango e alla neve. Erano molto simpatici e molto gentili».

Ma che ferro da stiro usava? L’elettricità non l’avevate, vero?

«Era un vecchio ferro da stiro trovato in una baita, di quelli che si scaldavano sulle braci».

Gli inglesi rimasero con voi tutto il tempo?

«No. Sono stati accompagnati in Svizzera da un altro gruppo. E dalla Svizzera sono tornati in Inghilterra».

E voi?

«Noi siamo rimasti con i partigiani della valle, nonostante i grossi rastrellamenti, fino alla liberazione di Torino. Siamo andati a liberare Torino anche noi».

E in questo tempo non avevate avuto sentore dei campi di sterminio?

«Mentre eravamo in montagna, abbiamo ricevuto una lettera di una mia cugina. Ci informava che sua madre e un altro mio zio di Sanremo con la rispettiva bambina, Anna Luciana Norzi, erano stati arrestati e portati via dai nazisti. Poi dopo abbiamo saputo cos’era successo: subito dopo l’8 settembre ’43 questa mia zia, con l’altro mio zio e la sua bambina (la mamma era morta un anno prima di tumore) si erano rifugiati in una baita sulle montagne sopra Sanremo. Poi, siccome non succedeva niente di speciale e in montagna faceva molto freddo, verso la fine di novembre erano tornati a casa. Invece una notte sono arrivati i nazisti: avendo in mano l’elenco di tutti gli ebrei (ogni Comune ce l’aveva, in seguito alle leggi razziali) hanno preso tutti gli ebrei di Sanremo, che poi erano poche persone, e li hanno portati in galera. Mia cuginetta però non c’era, perché i miei zii non si erano fidati di portarla a casa e l’avevano lasciata in custodia da una giovane donna che li aiutava con le pulizie. I nazisti si sono però accorti che mancavano all’appello alcuni bambini: anche altri erano stati messi in salvo. Allora hanno affisso dei manifesti, in cui dicevano che i bambini che volevano “salutare i loro genitori in partenza”, si potevano presentare in una piazza a a un certo giorno e a una certa ora. Questa donna è cascata nella trappola e ha portato Anna Luciana a “salutare” il papà e la zia. Naturalmente hanno preso anche la bambina, che aveva 11 anni circa. La signora non si è mai perdonata di essere caduta in trappola: poi ha avuto una bambina e l’ha chiamata Anna Luciana».

Un sadismo agghiacciante, quello dei nazisti.

«Sì, ma anche di un commissario di polizia italiano. Normalmente ci si sarebbe aspettati che, non avendo trovato i bambini, li avrebbero lasciati stare. Invece no: i nazisti hanno voluto andare fino in fondo per poter deportare tutti, compresi i bambini».

E lei lo ha saputo da sua cugina.

«Sì, Betty Foa. Era la figlia di mia zia, quella arrestata a Sanremo. Siccome i nazisti erano andati ad arrestarli di notte, sua madre era riuscita a nasconderla dietro a una tenda. Poiché era buio, non fu vista. E in tal modo si salvò. In seguito divenne anche lei partigiana».

Tutti gli altri finirono ad Auschwitz…

«Sì, prima li portarono a Genova, poi in un campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi (Modena) e da lì ad Auschwitz, dove c’era anche mio cugino Primo Levi. Al suo ritorno, chiesi a Primo cosa potesse essere successo ai miei zii e a mia cugina. Lui rispose che le persone anziane, com’erano i miei zii, e i bambini, venivano gasati subito».

A proposito di Primo Levi, quando fu arrestato?

«Subito, nell’ottobre 1943. Era in un gruppo nascente partigiano, in Val d’Aosta, al Col de Joux. Non avevano quasi armi, non erano esperti. Qualcuno li ha denunciati e i fascisti sono andati su di notte, sulla mulattiera, e li hanno presi tutti. Li hanno messi in prigione ad Aosta. Siccome nessuno sapeva la fine che avrebbero fatto gli ebrei, Primo si è dichiarato lui stesso ebreo. A quel punto lo hanno portato nel campo di Fossoli e poi ad Auschwitz».

Quando ha saputo che Primo era ad Auschwitz?

«Prima della fine della guerra, da sua sorella e sua mamma che si erano rifugiate in un posto vicino a Ivrea, Torrazzo. Ovviamente noi non potevamo ricevere posta. A fare da tramite era questo mio cugino medico di Alpignano. A far giungere sue notizie era stato il suo amico muratore, di cui ha parlato abbondantemente in Se questo è un uomo, un civile che entrava e usciva dal campo di concentramento di Auschwitz. Lorenzo Perrone, il muratore piemontese, lavorava all’espansione del campo e gli portava ogni giorno una gamella di minestra. In tal modo gli ha salvato la vita. In suo omaggio, Primo ha chiamato i suoi figli uno Renzo, che adesso è professore all’Università di Torino, e la figlia Lisa Lorenza. Lorenzo Perrone era poverissimo, dopo la guerra Primo cercò in tutti i modi di aiutarlo, ma lui rifiutò sempre perché trovava normale essersi comportato in quel modo».

Un Giusto.

«Un super Giusto. Ma anche mia nonna e mio zio, con la moglie e i due figli, dopo che eravamo stati denunciati nelle Langhe si erano rifugiati a Santena, vicino a Torino. Lì c’erano molti sfollati perchè a Torino bombardavano. Cercarono di confondersi con questi. A un certo punto passò un signore che aveva capito che non erano come gli altri. E chiese: “State per caso cercando una casa?” Loro si fidarono e dissero di sì. Rischiando, perché poteva essere anche una spia. Invece era il medico di Santena, il dottor Scamuzzi, che li ha tenuti tutti e cinque per oltre un anno in una camera nella sua casa. Anche lui dichiarato Giusto fra le nazioni».

Ma voi delle camere a gas quando avete saputo?

«Molto molto tardi. In pratica dopo la Liberazione».

Quindi ha saputo di Auschwitz da Primo Levi?

«Prima, perché mio cugino, dopo la liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa ci ha messo circa dieci mesi ad arrivare in Italia, come ha scritto nel libro La tregua. Delle camere a gas noi avevamo saputo all’arrivo degli Alleati».

Ci racconti il ritorno di Primo.

«Certo. Dopo la Liberazione, noi avevamo avuto in prestito una casa di amici a Torino e io giravo con una bicicletta con attaccato una specie di carretto, che ci serviva per trasportare le cose, cercare da mangiare in campagna… Quando mi è arrivata la notizia che Primo era tornato, ero così felice che mi sono messo a pedalare come un matto e sono finito per terra. Dopo di che non siamo saliti subito a casa di Primo: era appena tornato, volevamo lasciarlo con la mamma e la sorella. Siamo andati il giorno dopo ed è stato estremamente commovente».

E lui in che condizioni era? Sarà stato scheletrico…

«No, no. In tutte le sue peregrinazioni in Russia gli avevano dato da mangiare. Anzi, era molto gonfio. Di primo acchito, avevo pensato fosse grasso. Invece erano tutti liquidi. Prima di tornare normale gli ci volle un po’. Era arrivato a casa perché era riuscito a prendere un treno che da Monaco andava al Brennero e poi a Verona e di lì fino a Torino, dove è arrivato vestito come era prima, da ex deportato. Una delle cose che mi ha detto appena tornato, è stata: “Una cosa importantissima è avere delle buone scarpe, perché ci salvano la vita”. Passavamo giornate e giornate insieme».

Ma lui raccontava volentieri? Di solito i reduci dei lager facevano fatica.

«Raccontava con grande fatica. Scriveva, invece. Ha trovato un lavoro ad Avigliana, all’inizio della Val di Susa, dove c’era una sede della Montecatini Duco: fabbricavano vernici. Lui stava lì tutta la settimana, aveva affittato una stanzetta. Lavorava a queste vernici come chimico e insieme scriveva su un quaderno Se questo è un uomo. Noi lo vedevamo nel fine-settimana. Sono anni che non dimenticherò mai».

E cosa accadde agli altri membri della sua famiglia?

«A eccezione dei tre morti ad Auschwitz, gli altri si sono tutti salvati. Per esempio due mie cugine sono rimaste addirittura a Torino, trasferendosi in un’altra parte della città. Noi siamo stati a Torino un giorno durante l’occupazione: siamo andati nella zona in cui abitavamo. Mia madre ha detto: “Dobbiamo mangiare qualcosa”. Siamo andati da un gelataio che ci conosceva. Questo non ha aperto bocca: ci ha portato subito due uova fritte e del latte caldo. Aveva capito tutto. Non ha mai voluto essere pagato, neanche dopo la guerra».

Quindi avete trovato anche qualcuno che vi ha aiutato…

«Sì. C’erano delle spie, ma la grande maggioranza della popolazione appena poteva ci dava una mano. I contadini di montagna, che non sapevano nemmeno che esistevano gli ebrei, erano subito pronti ad aiutarci. Noi abbiamo mangiato da partigiani per quasi due anni quasi esclusivamente polenta e mele».

Come tutta la povera gente di montagna.

«Certo. Poi ogni tanto, quando qualcuno ci portava un vitello, mangiavamo un po’ di carne. C’era una ragazza del paese che, ogni due tre giorni, ci portava un po’ di cibo con la gerla».

A quasi 80 anni di distanza, lei è riuscito a capire come è stata possibile un’atrocità come la Shoah?

«Da allora ci si interroga come sia stata possibile in un Paese che era fra i più colti e civili d’Europa, il Paese di Beethoven e di Goethe… A Primo Levi è stato chiesto se quello che è successo sarebbe potuto ripetersi. E lui ha risposto: “Sì, a certe condizioni”. Quindi lui pensava che esistessero condizioni in cui fosse possibile un fatto del genere. Tra l’altro, quando sono andato a insegnare all’Università Humboldt di Berlino Est, sono stato prima da lui. E gli ho chiesto: “Avrei questa cattedra a Berlino, ma ho molte remore ad andarci. Cosa ne dici tu?” E lui, che era stato spesso in Germania dopo la guerra, mi ha risposto: “Vacci subito. Il regime nazista è durato 12 anni, mentre la cultura tedesca fa parte della storia della civiltà”».

 

Luciano Segre, professore all’

  • Università  Umboldt, Berlino Est
  • Università Luigi Bocconi Milano
  • Università Statale Milano – Facoltà di Agraria 

Pubblicazioni:

La «battaglia del grano». Depressione economica e politica cerealicola fascista  CUEM, collana Storia 2017 – https://www.ibs.it/battaglia-del-grano-depressione-economica-libro-luciano-segre/e/9788860015044

 Agricoltura e costruzione di un sistema idraulico nella pianura piemontese.1800-1880. Milano, Banca Commerciale Italiana 1983, Coll.Studi e Ricerche di Storia Economica Italiana dell’Età del Risorgimento.

Una bussola per il Green Deal+Recovery Fund

La bussola che i nostri governanti hanno perso

di  Giuseppe Longhi (*) 

Sempre più lontani dal capire che i denari che ci arrivano dalla UE hanno una condizione: saperli usare in aderenza agli indirizzi comunitari.  Anche in Italia c’è chi saprebbe come fare: inascoltato.

Dopo la presentazione di “Iniziative per il rilancio dell’Italia”, ad opera della Commissione di esperti coordinata dall’ing. Vittorio Colao, è calato il silenzio sull’impegno dell’Italia alla riconversione radicale della società, dell’economia e della governance, impliciti nei provvedimenti combinati Green Deal+Recovery Fund.

Nei tre mesi passati dalla presentazione delle ‘Iniziative’, tutte le grandi nazioni ed una serie numerosa di città hanno presentato i loro documenti programmatici; da questi risulta evidente l’anomalia italiana riconducibile a due principali fattori: assenza di sinergia fra Green Deal e Recovery Fund (infatti il documento ‘Colao’ parla solo di Recovery Fund), da cui l’evidente propensione ad evitare le radicali riforme richieste dai cambiamenti in atto ed una narrazione lineare, che procede per semplici schede, con un atteggiamento refrattario alla complessità.

A fornire una bussola a chi è in difficoltà provvede il Club di Roma con il supporto di SUN (fondazione delle poste tedesche), SYSTEMIQ (un think and do anglo tedesco) e MAVA (fondazione ambientalista francese) attraverso il rapporto “Una bussola per il cambiamento di sistema” (vedi allegato), una vera e propria guida operativa per chi non ha ancora capito o finge di non capire la portata dei provvedimenti.

Nell’introduzione la Presidente della Commissione europea Ursula Von Leyden è perentoria: “…. dobbiamo adottare un approccio sistemico in cui gli elementi di sviluppo sono coerenti con i limiti dei confini planetari.” Questo implica:

1 –  che la Commissione Europea adotti un approccio sistemico alla progettazione, quindi tratti la ripresa dalla crisi ambientale e sanitaria come due facce della stessa medaglia, da cui gli interventi per la ripresa (facenti capo al Recovery Fund) devono essere sinergici con il Green Deal grazie ad un approccio non settoriale ma ecosistemico;

2 – che ogni progetto non deve compromettere i “confini planetari”, anzi deve contribuire a migliorare la loro condizione. I confini planetari sono dati da:

  • Cambiamento climatico: a causa delle emissioni di carbonio e di metano che generano il riscaldamento globale;
  • Acidificazione degli oceani: per effetto delle emissioni di carbonio;
  • Inquinamento chimico: per effetto dei materiali tossici rilasciati negli ambienti naturali;
  • Eccesso di azoto e fosforo negli ambienti naturali: a causa dei fertilizzanti;
  • Prelievi di acqua dolce: con tendenziale esaurimento delle sorgenti d’acqua dolce;
  • Conversione degli usi della terra: causata dalla sottrazione di ambienti naturali per attività economiche e insediative;
  • Perdita di biodiversità: causata dalle attività economiche con effetto della riduzione o dell’estinzione delle specie;
  •  Inquinamento atmosferico: generato dall’emissione di aerosol con effetti sulla salute delle specie e sulle precipitazioni;
  •  Impoverimento dello strato di ozono: per effetto delle sostanze chimiche.

Dunque, l’Unione Europea per realizzare gli obiettivi del bilancio pluriennale e del pacchetto per la ripresa:

– parte dai fattori umani e dalla pressione che essi esercitano sui sistemi della Terra, per comprendere meglio il cuore ed i sintomi della crisi degli ecosistemi;

– assume i sistemi naturali come punti di riferimento per la progettazione di nuovi sistemi economici integrati, interdipendenti, efficienti, resilienti e adattivi. Il futuro sistema produttivo ed insediativo europeo dovrà simulare i sistemi ecologici rigenerativi naturali, piuttosto che i sistemi basati sulla sottrazione e consumo di risorse;

– propone una prospettiva olistica: poiché l’uso eccessivo delle risorse naturali è una delle cause profonde del cambiamento climatico, della perdita di biodiversità, dell’inquinamento e degli effetti negativi sulla salute umana, un disaccoppiamento radicale del consumo delle risorse dallo sviluppo economico e la sostenibilità sono la risposta alle principali sfide ambientali, sociali e sanitarie;

– identifica una serie di principi coerenti con la realizzazione degli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 dell’ONU, per assicurare una giusta transizione;

– offre una prospettiva sistemica, grazie ad un approccio che supera la visione settoriale.

Per raggiungere questi obiettivi occorre essere consapevoli che, nell’epopea liberista, la sopravvalutazione del capitale fisico (e finanziario) ha portato a una sottovalutazione del capitale umano e di quello naturale, infatti tra il 1992 e il 2014 mentre il capitale fisico e finanziario sono quasi raddoppiati, il capitale umano è aumentato solo del 25% e il capitale naturale è diminuito di quasi il 40%.

Di conseguenza il Club di Roma rivaluta un principio consolidato della contabilità europea: quello del ‘decoupling’ o disaccoppiamento tra sviluppo economico e incremento del consumo delle risorse. Un principio che implica la trasformazione dei fondamenti del nostro attuale sistema socioeconomico (in coerenza con quanto sostengono gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU).

Il superamento dei confini planetari (e tutti i guai che ne sono derivati in termini di salute) rende evidente che i nuovi programmi non devono essere destinati a mitigare un sistema socio-economico ormai compromesso, ma, come sostiene la Presidente della Commissione, favorire un cambiamento radicale secondo una nuova logica sistemica fondata sui bisogni della società, anziché sui settori convenzionalmente usati per descrivere l’economia. Si propone quindi una visione ecosistemica, in cui il funzionamento dell’economia è sinergico con quello degli ecosistemi naturali. Questo principio implica un doppio cambio di mentalità, oltre al cambiamento correlato al disaccoppiamento, occorre considerare quello legato al principio di sufficienza, dove lo scopo dello sviluppo è migliorare il benessere delle persone invece del consumo pro capite. Questo non implica la negazione di un ulteriore sviluppo economico, ma l’esigenza di modelli di consumo che rispettino i confini planetari.

L’idea base è semplice: le persone non hanno bisogno di prodotti e servizi; esse hanno bisogno di soddisfare le loro esigenze sociali. Quindi, ad esempio, non hanno bisogno di auto, ma di mobilità; non hanno bisogno di frigoriferi, ma di cibo fresco e sano; non hanno bisogno di una casa di proprietà, ma di uno spazio vitale sicuro, di alta qualità, e conveniente.

I progetti del Green Deal e del Recovery Fund devono rispettare i confini sociali e planetari

Così il principio del disaccoppiamento, nella ‘bussola’ proposta dal Club di Roma, dà luogo a un modello operativo di sviluppo articolato in otto ecosistemi economici:

  • quattro riguardano la ‘robustezza del sistema’ e quindi la conservazione e implementazione delle risorse primarie (beni della natura, materia, energia, informazioni). Essi sono codificati secondo il codice cibernetico, perciò il fattore propulsivo è costituito dalle informazioni (la cui produzione e manipolazione è un bene ‘non rivale’ in quanto non consuma risorse naturali) mentre i restanti tre sono i fattori il cui consumo deve tendere a zero.

In particolare, riguardo all’informazione, la transizione digitale, come ricorda la Presidente della Commissione, “riguarda la sovranità dell’Europa”, quindi dovrebbe diventare l’acceleratore e l’abilitatore di cambiamento e innovazione sotto la guida pubblica. Infatti, per agire a servizio dello sviluppo sostenibile, le tecnologie digitali dovranno essere guidate e controllate da regole politiche e confini chiari con un ancoraggio particolare nell’equità sociale, nella distribuzione del reddito e nella tutela ambientale, senza sottovalutare i rischi elevati per il capitale sociale (a causa della competizione dei robot per l’occupazione) e l’ambiente (per l’alto consumo energetico);

  • quattro riguardano la resilienza e l’efficienza e quindi trattano la manipolazione dei primi quattro ecosistemi al fine di soddisfazione i bisogni sociali (cibo, ambiente costruito, mobilità e beni di consumo). Queste quattro esigenze della società insieme rappresentano oltre l’80% del consumo energetico in Europa, così come la maggior parte della sua impronta dei materiali.

Gli otto ecosistemi sono in grado di recepire tutte le azioni previste sia dal Green Deal sia dal Recovery plan e sono in sinergia con gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile

Ecosistema

Ecosistemi ‘primari’

Beni della natura

(sole, aria, acqua, clima…)

Materia

Energia

Informazione

Ecosistemi destinati alla soddisfazione dei bisogni sociali

Cibo

Beni di consumo

Casa

Trasporto

Azioni Green Deal+Recovery Plan

Patto per il clima

Legge per il clima

Decarbonizzazione dei settori chiave

Eliminazione dell’inquinamento

Riqualificazione patrimonio edilizio

Riduzione consumo energetico degli edifici

Progetto transizione digitale

Progetto replica digitale

Progetto dalla fattoria alla forchetta

Progetti Recovery Fund

Progetti ‘sharing economy’

Progetti recovery Fund

Progetto ‘una casa decente per tutti’

Progetti Recovery Fund

Progetto logistica integrata

Progetto O emissioni

Bisogna ammettere che una classe politica ben informata dovrebbe essere in grado, su queste basi, di elaborare linee di sviluppo armoniche in grado di avviare il processo trasformativo implicito nel Green Deal+Recovery Fund, grazie ad una politica di riforme capace di integrare gli obiettivi locali con quelli globali, risparmiandoci così l’umiliazione di un elenco casuale di interventi destinati a non superare lo stress test cui verranno sottoposti in sede comunitaria.

Ad oggi bisogna rilevare una serie di ostacoli strutturali per l’avvio dei nuovi strumenti:

– la mancanza di orientamenti politici condivisi ai diversi livelli di sistema: locale, nazionale, comunitario;

– la mancanza di interlocutori per l’avvio di una riforma ecosistemica dell’economia e della società;

– infine, l’assenza di un’agenda di marcia per un’evoluzione virtuosa verso uno sviluppo compatibile con i confini planetari, determinata dalla mancanza dei due elementi precedenti.

Da qui l’esigenza che i programmi ed i progetti che verranno presentati superino tre stress test:

– un test di coerenza, che valuti se e come le varie proposte sono interconnesse per fornire una visione sistemica dei diversi programmi. Oggi, i pochi programmi che si sono visti sembrano operare all’interno dei silos in cui sono stati scritti;

– un test di efficacia, per verificare come i programmi affrontino tre obiettivi fondamentali: neutralità climatica, circolarità economica e progresso sociale. A questo fine i programmi, come ribadito, seguiranno il principio del disaccoppiamento fra sviluppo e consumo di risorse e si occuperanno di come ri-accoppiare lo sviluppo economico e umano;

– un test di accettabilità, per verificare la capacità dei programmi di offrire a breve termine rimedi agli effetti della crisi COVID-19, incentrati sul supporto all’occupazione a breve termine, sull’impatto sui beni non rinnovabili, sulla riduzione delle dipendenze strategiche, sul bilancio sociale. L’accettabilità implica anche la capacità di comunicare efficacemente la strategia e i suoi vantaggi al grande pubblico ed agli stakeholder.

Conclusione (provvisoria). La programmazione comunitaria, la Presidenza della Commissione, il Club di Roma, importanti think tank, per affrontare i cambiamenti dirompenti che sono sotto i nostri occhi sollecitano una ridefinizione dei fondamenti e delle determinanti della nostra società, per questo occorre una leadership capace di individuare gli elementi di robustezza e di resilienza del nostro impianto socioeconomico democratico per avviare una politica di trasparenza, collaborazione, preparazione, sulla base di un nuovo contratto sociale intergenerazionale per realizzare i cambiamenti di vasta portata impliciti nell’attuazione del Green Deal e degli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 dell’ONU.

Senza questi requisiti, gli sforzi dei governi, dei cittadini e delle imprese rischieranno di concentrarsi esclusivamente sui sintomi e non saranno in grado di contrastare gli eventi dirompenti che ci sovrastano.

La prima tappa per l’attuazione del Green Deal dovrebbe essere dunque la definizione del percorso verso una forma sistemica di governance: informata dalla scienza, in grado di affrontare le cause profonde dei problemi, e basata su un processo decisionale deliberativo che porti alla condivisione della sovranità con i cittadini.

 

(*) Urbanista Docente Universitario

Articolo pubblicato da Arcipelago Milano, 15.01.2021

In Brasile, deforestazione fuori controllo

La pandemia da Covid 19, le sue conseguenze e le implicazioni per la salute e l’economia mondiale costituiscono gran parte della comunicazione quotidiana scritta e verbale: è certamente necessaria ma rischia di ricondurre ad una visione ‘orizzontale’ della vita odierna e di mettere in secondo piano le varie dimensioni del bene comune, ad esempio la tutela dell’ambiente.

Interessante in proposito il punto sulla deforestazione in Brasile, oggetto dell’intervista dello scorso agosto della rivista Ciéncia Hoje (**)  a Tasso Azevedo (*),   e proposta da Teresa Isenburg (***),  che ne ha curato la traduzione.

 

In Brasile, deforestazione fuori controllo

 – di Valquiria Daher

Ciéncia Hoje: Un recente rapporto di MapBiomas ha mostrato che il 99% della deforestazione in Brasile ha origine illegale, e che il 75% dei responsabili possono essere identificati. La deforestazione è fuori controllo?

Tasso Azevedo: Nel 2019 la deforestazione è aumentata in media del 30%, e il trend continua anche nel 2020. Era dal 2002/2003 che non si registrava un aumento simile. Nel constatare che il 99% della deforestazione presenta forti indizi di illegalità, abbiamo messo in luce che è una attività speculativa in quanto si fa attività illegale solo se il rischio di essere puniti è minore dei  benefici ottenuti.

Quali elementi indicano che esiste la percezione che il crimine conviene? In primo luogo la fiscalizzazione, che è stata indebolita: meno fondi per il settore, il che diminuisce il numero di operazioni; infatti la riduzione della capacità di fiscalizzazione ha come conseguenza, ad esempio,  di impedire la distruzione delle attrezzature usate nel crimine ambientale per il licenziamento di chi sta nella prima linea operativa.

Il secondo elemento è la questione fondiaria: è la prima volta, dall’ entrata in vigore della Costituzione del 1988, che il Brasile trascorre un intero anno senza delimitazione di Terre Indigene/TI. Il Presidente (Bolsonaro, ndr) dice in modo esplicito che nel suo governo non ci saranno delimitazioni, attaccando la Costituzione che definisce la delimitazione delle terre un diritto dei popoli indigeni e un dovere del potere esecutivo quello di garantirlo.  Non è un atto discrezionale. Il presidente inoltre ignora le Unità di Conservazione/UC. Così non solo non crea o delimita aree protette, ma ci sono proposte di rivedere i limiti di terre indigene e unità di conservazione già create. Questo dà un segnale  a chi invade tali aree, lasciando intendere che magari i confini potranno essere cambiati e che un’ occupazione illegale potrà essere regolarizzata.

Il terzo elemento è minare gli accordi settoriali di eliminazione della deforestazione dalla catena di produzione, come nel caso della moratoria della soia.

Sotto tutti questi aspetti abbiamo un governo che manda segnali di volere  la deforestazione; questo fino a poco tempo fa, quando la situazione si è incrinata per motivi economici.

Ciéncia Hoje: I meccanismi per punire la deforestazione illegale sono efficienti? Ci sono nuovi meccanismi in grado di frenare tale tendenza?

Tasso Azevedo: Esistono meccanismi  già in uso in passato, quando le condizioni tecnologiche erano inferiori. Per esempio, fra 2004 e 2012 il Deter, sistema dell’INPE/Istituto Nazionale di Ricerca Spaziale rilevava che  il deforestamento aveva una risoluzione bassa, di 250/500 metri, cioè coglieva solo deforestazioni estese, inoltre forniva dati mensili sul tema. Con questo materiale tuttavia vennero realizzate centinaia di operazioni,  perché l’informazione era usata bene.  Oggi abbiamo Deter B, che ha una risoluzione di 30/60 m. e che produce informazioni quotidiane: il numero di operazioni di controllo e repressione è diminuito anziché aumentare. Inoltre fino al 2018 le amministrazioni che ricevevano le informazioni del Deter dovevano elaborare una relazione per indicare se la deforestazione era illegale,  sulle unità di conservazione, su chi era proprietario, ecc. Questo richiedeva ore e i funzionari inviavano circa 1000 rapporti all’anno, cioè meno dell’1% dei casi di deforestazione. Con il MapBiomas Alerta abbiamo automatizzato la procedura e l’anno scorso abbiamo generato 56.000 rapporti. Questi dati consentono di  colpire rapidamente le proprietà in cui si è avuta deforestazione illegale, crimine che  impedisce l’accesso al credito rurale e complica la commercializzazione della produzione.  Dunque  non c’è mai stata la disponibilità di tanta informazione qualificata  e gratuita per agire, eppure mai si è avuta una situazione in cui la possibilità di agire sia stata più ridotta.

Tre sono i pilastri per controllare la deforestazione: se il soggetto deforesta, sa che sarà colto sul fatto; se sarà individuato, ci saranno conseguenze; e anche se non sarà penalizzato, non potrà averne vantaggi economici perché  la produzione non sarà finanziabile  né acquistabile.

Ciéncia Hoje: Quali sono i danni economici dell’attuale politica ambientale nel paese?

Tasso Azevedo: Un conto  è il problema della deforestazione, ma con  un trend di riduzione e con l’interesse del governo ad affrontarlo. Nel 2008 e nel 2009 la deforestazione era vicina a quella attuale, tendente alla diminuzione e  con l’impegno del governo per questo obiettivo. Così la percezione dell’investitore, e della società in generale, era che il Brasile cercava di risolvere il problema. In tal senso era stato creato il Fondo Amazônia, finanziato con oltre un miliardo di dollari.  

Oggi è il contrario, e la preoccupazione mondiale per l’ambiente e la deforestazione  è  ancora più forte. Fra il 2010 e il 2015 centinaia di imprese si erano impegnate a eliminare la deforestazione dalla propria filiera produttiva entro il 2020. Il Brasile aveva come obiettivo una deforestazione pari ad un terzo di quella che invece vi sarà quest’anno. Quindi quello che oggi mostriamo all’estero è che in Brasile non c’è controllo, che l’obiettivo non sarà rispettato. L’atteggiamento del Presidente è che la deforestazione non è un problema, che se il garimpeiro (minatore illegittimo) invade una terra indigena, bisogna legalizzare il garimpo, non espellerlo. Quindi l’impressione all’estero è che  nessuno garantisca che la deforestazione non entrerà nella filiera della produzione. Nel fondo di investimento all’impresa che commercializza la soia, nessuno vuole essere messo in relazione con la deforestazione.

Questo è oggi il rischio del Brasile. Dal momento che c’è una crisi di fiducia verso l’ente regolatore, il governo, gli attori economici necessitano di salvaguardie maggiori per interagire con il paese, come la tracciabilità dei prodotti di tutti i fornitori. Le proprietà  in cui lo scorso anno c’è stata deforestazione non raggiungono l’1%, ma esse causano danno al restante 99%. Se l’atteggiamento del governo fosse di tolleranza zero con l’illegalità, questo non accadrebbe.

Ciéncia Hoje: Il modello spaziale della deforestazione rafforza la frammentazione della foresta amazzonica?

Tasso Azevedo: La frammentazione c’è in varie parti del territorio. La via alla deforestazione viene dall’esterno verso l’interno dell’Amazzonia, viene dai margini e entra dalle strade. Via via che si espandono le strade, nascono nuove aree di deforestazione. Dove ci sono più insediamenti, la frammentazione è maggiore, come un vestito di arlecchino. Un altro tipo di processo si verifica nella unità di conservazione  e nelle terre indigene, in cui la logica di protezione esige che si mantenga l’integrità degli ecosistemi in vaste aree, ma il processo di deforestazione mina  l’obiettivo della conservazione di grandi blocchi forestali. E ci sono alcune specie animali che hanno bisogno di grandi aree integre  per potere vivere e riprodursi. …  Inoltre vi è il fuoco: nella foresta amazzonica, tropicale umida,  il fuoco di origine naturale è un accadimento molto raro, avviene una volta ogni 5oo anni. Per questo la foresta non ha capacità per adattarsi al fuoco e si degrada. Quando si abbatte una foresta alta 30 metri, rimane uno strato di 4 o 5 metri di altezza di vegetazione tagliata che nel periodo secco viene incendiata. …

Ciéncia Hoje: Analizzando i sei biomi brasiliani, è possibile identificare aree più vulnerabili alla deforestazione e al degrado?

Tasso Azevedo: Amazzonia e Cerrado,  i biomi maggiori, ospitano oltre il 95% della deforestazione identificata in Brasile nel 2019. L’Amazzonia ha l’85% di copertura di vegetazione nativa, il Cerrado il 50/55%. Nella Mata Atlantica la copertura rimasta è del 29%, grazie ad una specifica legge di protezione. Gli altri biomi sono minori: la Caatinga è di foreste secche con dinamiche diverse, in rapporto all’area il Pantanal è molto colpito, nel Pampa, il minore bioma del paese, che interessa metà di Rio Grande do Sul, la preoccupazione è per l’espansione delle coltivazioni di eucalipto e pino.

Ciéncia Hoje: Come valuta la legislazione di protezione ambientale in Brasile?

Tasso Azevedo: Soprattutto dopo la costituzione del 1988 vari progressi sono stati fatti nella politica ambientale, ci sono stati momenti in cui essa quasi si è fermata, ma mai in precedenza c’è stato  un Ministero dell’Ambiente che lavora per ridurre la protezione ambientale. È la prima volta che succede.

Ciéncia Hoje: Come combattere il falso dilemma che oppone agribusiness a conservazione e lotta ai cambiamenti climatici?

Tasso Azevedo: La maggior parte dell’agricoltura brasiliana è ben fatta, ma può  avanzare molto. Se consideriamo quel 25% di coloro che producono con maggiore efficienza e produttività e applichiamo tali prestazione al resto del paese, sarebbe possibile raddoppiare la produzione rurale brasiliana senza occupare nessun ettaro in più. Anzi rimarrebbe spazio  per ripristinare i luoghi che richiedono conservazione prioritaria. Le questioni fondamentali per la sostenibilità dell’agricoltura brasiliana, oltre ad eliminare la deforestazione dalla filiera produttiva, sono di moltiplicare l’efficacia nell’uso del suolo, recuperare la aree di preservazione permanente e le riserve legali obbligatorie in base al codice forestale, incrementare le pratiche di agricoltura a basso carbonio, e ripensare l’agricoltura irrigua perché il 10% delle aree irrigate utilizzano il 70% dell’acqua del paese. Infine, ridurre l’uso di biocidi.

 

(*) Tasso Azevedo, ingegnere forestale, fondatore e direttore dell’Institute of Forest and Agriculture Management and Certification (IMAFLORA) del Brasile, coordinatore  di molteplici progetti fra cui MapBiomas, per la mappatura e copertura del suolo del Brasile.

(**)  Ciéncia Hoje, mensile di divulgazione scientifica collegato alla Società Brasiliana per il Progresso della Scienza/SBPC. L’intervista è stata pubblicata ad agosto 2020

 

(***) Teresa Isenburg, Facoltà di Scienze Politiche ,  Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano 

Nota: Su questa tematica mi permetto di segnalare uno studio richiesto dall’ ONU e realizzato da ricercatori di 12 paesi sotto la direzione dello scienziato Bernardo Strassburg della Pontifícia Universidade Católica  di Rio de Janeiro (PUC-RIO), in cui si documenta che il recupero del 30% delle aree degradate del pianeta consentirebbe di evitare l’estinzione del 71% delle specie minacciate. Gli  ecosistemi rigenerati  potrebbero assorbire 466 miliardi di tonnellate di CO2. Lo studio indica anche le principali regioni in cui il recupero ambientale avrebbe effetti maggiori identificando 2,9 miliardi di ettari di terre prioritariamente  recuperabili, distribuiti in tutti i biomi. Lo studio è pubblicato sulla rivista scientifica “Nature”.  – Teresa Isenburg.