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L'editoriale

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C. A. Rinolfi: 

Disabili mutanti nella società dei rischi

 

Green Economy

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franca castellini_2F. Castellini Bendoni: 

Acqua bene prezioso ma in pericolo

 

Biotecnologia e Nutraceutica

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A. Viglia: 

Acqua: questa sconosciuta

 

Nutrizione e omotossicologia

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D. Mainardi: 

Parkinson: l'importanza della dieta

Disabili mutanti nella società del rischi

di Carlo Alberto Rinolfi (*)

Anche un bambino sa di vivere nell’era dei rischi globali, lo scopre tutti giorni nelle immagini che entrano nella sua mente attraverso lo smartphone e la tv.  

Lo sa bene Greta Thunberg  la quindicenne svedese  affetta dal morbo di Asperger  ( come Mozart e Einstein)  che lo ha detto a chiare lettere alla Conferenza Mondiale sul Clima (COP24 – dicembre 2018) puntando il dito sul mondo dei grandi, che crea l’ingiustizia climatica e ruba il futuro dei propri figli.

Il cambiamento climatico esaminato dall’architetto Mario Giorcelli  (1a e 2a parte) è solo uno di questi rischi,  che vanno dalle migrazioni bibliche all’esaurimento di risorse ambientali e alla scomparsa di molte specie animali, dalla finanziarizzazione e crisi ricorrenti dell’economia  alle crescenti diseguaglianze, dall’invasiva bio-digitalizzazione industrializzata dell’umanità alle crisi sociali e delle democrazie.

L’articolo ci invita a fare il punto su uno dei più importanti di questi rischi, lasciando la discussione di merito agli esperti di ciascun rischio; importa qui rilevare quanto tutti siano correlati tra di loro e che questo dato di fatto renda impossibile affrontarli separatamente, uno ad uno.

Nell’immaginario di ognuno di noi fanno già parte tutti di una unica narrazione che ingloba tutti i rischi e rispetto alla quale ci sentiamo impotenti e smarriti, persino privi della capacità di comprenderli in tutte le loro implicazioni.

A nulla valgono le più ottimistiche illustrazioni della macchina del progresso continuo che accampa tutti gli evidenti successi del passato, dall’aumento dell’età media al miglioramento delle condizioni di vita, alla diffusione dei principi democratici d’occidente in buona parte del pianeta.

La percezione degli effetti collaterali del modello di sviluppo dominante incide sul presente e sul futuro molto più dei successi del passato al punto di far traballare anche i più solidi sistemi democratici di convivenza civile.

Crollata la fede nel continuo progresso, tutti i suoi paradigmi sono svaniti ed è venuta meno anche la capacità di concepire il futuro in termini positivi. 

Di questa diffusa inabilità umana è bene prendere atto come fa ogni disabile che si rispetti per costruire tutti i giorni la sua resilienza. Lo stato di necessità ci impone di evitare di rifiutarla e di  accettarla per quella che è: una grave disabilità che riguarda la nostra capacità di apprendimento.

La disabilità questa volta non investe solo il miliardo di più “fragili” ma anche i restanti 6 miliardi di “normodotati” e arriva alle radici del nostro modo di concepire il mondo. E’ qualcosa di più di un normale Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA). Sembra di aver perduto la capacità di imparare ad imparare e  neppure il mediatore esperto, identificato nelle elites, dispone delle procedure e dei modi di pensare adeguati per curare gli effetti della malattia.

La ricerca delle soluzioni relative ad ogni area di rischio non può quindi limitarsi agli aspetti tecnici. In questi termini se ne stanno già occupando le tecnocrazie scientifiche e gli apparati di ricerca delle imprese tecnologiche globali.

Un rischio ambientale è sì un fatto tecnico scientifico, ma diviene fatto politico appena lo si pone e, purtroppo, è a tutti evidente quanto le Organizzazioni internazionali degli Stati siano in difficoltà nel gestire i contrasti tra le evidenze scientifiche e gli interessi nazionali.

Il distacco tra questi mondi e i cittadini aumenta, mentre le crisi economiche ricorrenti e le accelerazioni dei ritmi tecnologici li schiacciano negli angusti limiti temporali di uno spettro di azione sempre più legato alla sopravvivenza individuale.

Coltivare l’orto sul balcone, acquistare più verdure a km zero, andare in bicicletta, risparmiare l’acqua della doccia  e fare la raccolta differenziata ci possono rieducare a un nuovo rapporto con la natura, a ridurre i nostri sprechi  e a farci entrare nell’agire di consumo più virtuoso della società della Post-Crescita decritta da Giampaolo Fabris,  ma non possono  da soli eliminare o anche solo  fronteggiare in tempo utile l’enorme impatto dei cambiamenti  in corso.

Tutti sappiamo che i danni di una variazione delle temperature si faranno sempre più sentire sulla nostra pelle sconvolgendo la vita dei nostri figli e nipoti, ma nessuno di noi ha gli strumenti concettuali e politici per capire cosa di concreto può effettivamente fare.

E mentre tutti osserviamo attoniti i danni dei rischi che avanzano a ritmi accelerati, continuiamo nella grande corsa all’Eldorado che ci attende con tinte così poco rassicuranti che ai catastrofisti di professione consentono di usare paurosi toni apocalittici del tipo: “Non c’è più il tempo”.

Vediamo insabbiarsi accordi tra gli Stati e ci accorgiamo quanto la soluzione anche di un singolo tema come quello della decarbonizzazione possa generare paurosi effetti collaterali, come osserva Giorcelli di “aumento della disoccupazione, calo del PIL, disordini sociali.” Chiediamo aiuto alla tecnologia, che sino ad ora è tra le principali imputate, per trasformare “l’anidride carbonica in una “risorsa economica, anziché in un onere.”

Invochiamo la conversione vegetariana degli stili alimentari sapendo che “solo Pechino importa 80 tons di soia dall’Amazzonia dove sta distruggendo… uno dei polmoni del pianeta.”  Confidiamo nella produzione di energia “solare nel Sahara“ mentre vediamo la politica Europea per il Nord Africa arenarsi nei lager libici finanziati dagli europei.

Ogni soluzione concreta sembra impedita. Cosa ci sta accadendo?

 Sembra di essere sul punto di star per uscire da un mondo guidato da progressi lineari che di certo hanno sempre avuto momenti di rottura ma che poi si sono sempre ricomposti.

Il nuovo mondo in cui siamo entrati ci richiede di rivedere in fretta le fondamenta di saperi che fino ad ora abbiamo dato per acquisiti. E’ questo ciò che ci chiedono le Grete  di tutto il mondo.

Tutte le scienze umane sono sul banco degli imputati e la filosofia, la sociologia, l’economia, la scienza giuridica, la psicologia  e la politica , sono costrette ad accettare una sfida che ormai riguarda le basi teoriche e i modelli concettuali su cui poggiano. E’ una sfida che riguarda anche le scienze “esatte” della natura  a partire dalla fisica e coinvolge anche la teologia che si sta confrontando con la più giovane ecologia .

E’ come se ci trovassimo per davvero all’interno del processo di metamorfosi scaturito dalla “società del rischio” messo a fuoco da Urlich Beck. Un processo in cui tutti siamo in mutazione e, proprio come le crisalidi, stiamo assistendo attoniti e impotenti alla generazione delle nostre ali. Mentre il nostro pensiero è ancora quello del bruco che ha appreso a spostarsi abilmente sulle foglie, siamo già nel bozzolo sul punto di diventare farfalle destinate a librarci in uno spazio senza punti di riferimento.

La bellezza e la direzione del volo che spiccheremo dipenderà dalla nostra capacità di partecipare in modo radicalmente nuovo e consapevole a questo grandioso mutamento.

(*) Presidente Mondohonline

 

Un esploratore in carrozza

C. A. R. RinolfiRiflessioni su Universo capovolto di Carlo Alberto Rinolfi – AngeraFilms

– di Gabriella Campioni (*)

Nel suo scrivere,  Carlo Alberto Rinolfi ripete spesso l’espressione “senza pelle”. Rende perfettamente lo stato d’animo dell’uomo che, a un certo punto della vita, si ritrova non solo nudo con la sua malattia e le sue paure, ma addirittura “rovistato dentro” dai medici, dagli infermieri e da vari strumenti diagnostici e terapeutici. È proditoriamente costretto ad arrendersi a eventi che lo fanno sentire impotente, al bisogno dell’aiuto altrui, all’idea che qualcuno veda dentro di lui cose che egli stesso non è in grado di vedere, di subire mutamenti irreversibili. Il tutto accompagnato da un’enorme dose di dolore fisico e non solo. Come non comprenderlo?

Ciononostante, l’essere senza pelle dà adito anche a un’altra interpretazione: essere senza confini. Il primo confine a cadere è quello tra il mondo interno al luogo di cura e quello “là fuori” preso nel vortice del PIL e del traffico intasato. Quale dei due è il più simile a una prigione?

In effetti, si verifica un fatto apparentemente paradossale. Racchiuso e ripiegato com’è su se stesso, teso a cogliere ogni minimo segnale proveniente dal suo corpo e da chi l’ha in cura, Carlo Alberto affina la sua sensibilità e mette in campo le sue armi più potenti: una poderosa, inarrestabile curiosità e la capacità di entrare in sintonia con gli esseri umani con cui inizia a esplorare un universo per lui inconsueto, “capovolto”. Dalla sua ha anche, cosa tutt’altro che da poco, l’amore di sua moglie (e non solo) che gli fornisce regolari e forti dosi di “vitamine per l’anima” arricchite da un’ottima Sapienza Medica olistica. Chi non riceve queste “vitamine”, arricchite o no, fa più fatica a rinascere…

Come dicevo, la cosa è paradossale solo apparentemente: tutti coloro che Pietro Scanziani chiamava entronauti sanno perfettamente che per spaziare nello sconfinato occorre entrare dentro di sé, in ciò che sembra confinatissimo, se non puntiforme. Immaginando l’universo come una sfera, sanno che per conoscerlo la prospettiva migliore è dal suo centro. Necessariamente, ogni essere umano  riferisce tutto ciò di cui fa esperienza a se stesso, in qualche modo è centro e misura dell’universo. L’essenziale è capire che lo stesso vale per tutti gli esseri umani: se l’universo è infinito, allora deve ammettere infiniti centri. Carlo Alberto lo sa molto bene istintivamente, perciò le sue relazioni con l’altro sono “da centro dell’universo a centro dell’universo”, improntate al massimo rispetto ma anche al desiderio di conoscere e le reciproche prospettive… Il che richiede di spogliarsi di un’altra pelle: quella delle maschere, dei ruoli, degli schemi mentali, della tendenza così comune a giudicare e appioppare etichette a tutto e a tutti. Non importa se uno è definito un camorrista, un ciellino, un missionario, un fisioterapista o altro. Ciò che conta è l’essere umano che è dentro ognuna di quelle pelli o sotto quelle etichette, quello che risponde all’invito a comunicare e ha comunque un suo cammino di ricerca costellato di cadute, di paure, di dolore ma anche di desiderio, espresso o no, di “sconfinare”. E conoscere l’altro diventa spinta istintuale ad aiutarlo per come consentono i propri limiti. È l’empatia, che nasce solo “aprendo il cuore”.

È interessante notare l’evoluzione del “centro” di Carlo Alberto. Dapprima è infinitesimo, confinato alla sala operatoria, al reparto di rianimazione, al letto dal quale può a malapena girare gli occhi per vedere chi c’è accanto a lui. Poi un po’ alla volta la conquista della “carrozza” (non carrozzina!) lo rende “mobile”, consentendogli di ampliare la sua sfera di esplorazione anche fisicamente, magari alla zona bar e al giardino. Ogni passaggio necessita di scendere a patti con le mutate possibilità di movimento, ma, ancora una volta, egli non si perde d’animo e impara a padroneggiare quell’arte oggi più che mai necessaria che si chiama resilienza.

In questo suo esplorare, prima e dopo la carrozza, Carlo Alberto si trova spesso, confrontandosi con i punti di vista altrui, a chiedersi: sarà così o in un altro modo? Che ne è di quello che ho imparato e vissuto fin qui, delle certezze e della scienza acquisite? Questa idea dello “o… o”, di un mondo binario o in bianco e nero, un po’ alla volta recede per far posto allo “e… e”, a una visione più inclusiva anche se spesso con un grosso punto interrogativo. D’altro canto i dubbi sono sacrosanti; senza dubbi nulla cambia e nulla s’impara!

Si può arrivare a capire che persino tra scienza e spiritualità (senza alcuna connotazione religiosa) non c’è separazione, non c’è un confine né un muro. Tutto fa parte di una medesima realtà, intera pur essendo costituita da varie frequenze con le quali ci si può sintonizzare, come con una radio, a seconda di ciò con cui si vuole entrare in comunicazione.

È una cosa un po’ nuova per i nostri tempi così centrati sulla razionalità, e a questo punto mi prendo la libertà di introdurre una nota più personale. Il Carlo Alberto che scopro attraverso il libro è molto diverso da quello che ho conosciuto (od ho creduto di conoscere) quando ci siamo incontrati per la prima volta, per la preparazione del primo convegno sull’acqua. Allora avevo visto (od ho creduto di vedere) un uomo che per quell’evento voleva interventi e personaggi fortemente in regola con la scienza “accademica” e faticava a riconoscere altre visioni. Oggi lo trovo ben più “a cuore aperto”, pur continuando a dare la giusta importanza alla scienza. Vedo orizzonti estremamente più ampi, inclusivi. Vedo l’apertura a campi meno esplorati incluso quello, scomodo, della morte. Confesso che mi fa molto piacere, ci vedo terreni di dialogo importanti e stimolanti.

Tornando al libro, con il suo stile quasi da “radiocronaca” sull’onda degli accadimenti e delle riflessioni, Carlo Alberto ci invita a spogliarci a nostra volta dalla pelle (e dai pregiudizi) e ci guida nella sua cerchia di “picchiatelli”, come li chiama lui. Forse essere picchiatelli significa continuare a chiedersi, come nell’ultima pagina, “Quanti miliardi di anni e quanti infiniti errori e combinazioni fortunate ci sono volute per far capire al seme di questa genziana che i suoi petali devono proprio essere cinque e non sei o sette o tre”?  Se è così, come credo, allora sono felice e onorata di chiamarmi a mia volta picchiatella e di entrare in quella cerchia… o è una sfera… o è un universo, dritto o capovolto che sia? Come Shakespeare fa dire a Romeo, che importa il nome? L’importante è essere sempre e comunque uno tra quegli infiniti centri in perpetua comunicazione tra loro.

Un’ultima nota riguarda l’associazione da lui creata, MondoHonline, e il motto introdotto nel capitolo “un’idea con le ruote”, differenze che creano soluzioni. Non so se esistano altre associazioni in cui la disabilità diventa sfida a dare il proprio contributo al mondo puntando sulle abilità che comunque ci sono, quanto meno su una sensibilità accentuata dalle difficoltà attraverso le quali si è passati. La trovo decisamente straordinaria. Quanto al motto, come finalmente si comincia a ricordare, la Vita è fatta di differenze, la famosa biodiversità laddove il “bio” non si limita alla sola dimensione fisica. Vivaddio, siamo tutti differenti pur essendo tutti uguali! Senza differenze, non ci sarebbero problemi e quindi nemmeno soluzioni. Nulla cambierebbe, il che è letteralmente impossibile, basta osservare la Natura per capirlo.

Allora, come dicono i Francesi seppure in un ben diverso contesto, Vive la différence!  Smettiamo di voler assomigliare a qualcun altro, entriamo nella grande danza descritta nell’ultimo capitolo con le nostre luci e le nostre ombre, con i nostri aneliti di infinito e i nostri limiti, con le nostre abilità e le nostre disabilità.

Ci sarà da fare i conti con pregiudizi, difficoltà, barriere di ogni tipo? Probabilmente sì. D’altro canto, se non ci fossero problemi da superare, come potremmo sviluppare la dimensione eroica che è parte integrante di quella umana?

(*) Educatrice – Istituto Cosmòs e MondoHonline

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Facciamo il punto sul riscaldamento globale - 2a parte

Il rapporto  tra agricoltura e cambiamenti climatici   

 – di Mario Giorcelli (*)

“Il 95 per cento della soia prodotta nel mondo è consumata dagli animali d’allevamento – in particolare bovini – dopo essere stata trasformata in mangime”. Ecco perché per produrre un solo chilogrammo di carne bovina bisogna imporre all’atmosfera emissioni per circa 200 chilogrammi di CO2, secondo lo studio della scuola politecnica svedese Chalmers di Göteborg. E solo in Cina vivono 700 milioni di maiali, uno ogni due abitanti, pari alla metà di tutti i suini allevati al mondo. Per sfamare questi animali, che vivono chiusi in gabbie all’interno di capannoni industriali, solo Pechino importa ogni anno 80 milioni di tonnellate di soia, soprattutto dall’America Latina, in particolare dall’Amazzonia brasiliana dove le sconfinate monoculture di questa leguminosa stanno distruggendo uno dei luoghi con il più alto tasso di biodiversità al mondo. Uno dei polmoni del pianeta.

Concludendo questo giro del mondo nel Vecchio Continente, il già citato studio della Chalmers di Göteborg indirizza verso una soluzione precisa per cercare di centrare i target di riduzione delle emissioni di CO2 che si è posta l’Unione europea: bisogna diminuire i consumi di carne bovina e di latticini. Perché la tutela del clima non può prescindere da un cambiamento delle nostre abitudini alimentari.

L’industria agricola e gli allevamenti intensivi, infatti, rappresentano circa un quarto delle emissioni europee” (4).

Le prospettive delle fonti rinnovabili in Italia e le possibili alternative

In Italia, negli ultimi 20 anni, la produzione di energia idroelettrica è diminuita, ma gli impianti di energia eolica e  solare hanno avuto un’elevata diffusione, sostenuta da un vasto consenso. Tali tecnologie infatti  hanno consentito di migliorare la qualità della vita, in particolare nelle piccole comunità delle zone rurali, nelle valli e nelle nostre isole minori.

Riguardo al futuro, nel documento del MISE “Strategia Energetica Nazionale” del 2017,  si legge che “il significativo potenziale residuo tecnicamente ed economicamente sfruttabile e la riduzione dei costi di fotovoltaico ed eolico prospettano un importante sviluppo di queste tecnologie, la cui produzione dovrebbe più che raddoppiare entro il 2030.”

Da qualche tempo tuttavia il consenso nei confronti di questo tipo di impianti si è ridotto, principalmente a causa della loro limitata compatibilità con l’ambiente e, per il fotovoltaico, anche per l’elevato consumo di suolo (5). Gli impianti fotovoltaici di grande scala, infatti, necessitano di vastissime superfici, sottratte all’agricoltura e alla possibile forestazione, mentre le pale eoliche debbono necessariamente essere collocate nei luoghi più esposti, alterando il paesaggio.  

In futuro le pale eoliche saranno ammesse solo in luoghi selezionati, eliminando gli impianti in siti poco ventosi o in aree di elevato valore paesaggistico.  L’energia eolica  prodotta sarebbe comunque incrementata per la maggior efficienza dei nuovi impianti e a seguito di  nuove  installazioni marine.

Per  il fotovoltaico invece “andranno  sfruttate prioritariamente le superfici di grandi edifici e di aree industriali dismesse, le superficie adiacenti alle grandi infrastrutture e alle aree produttive e quelle già compromesse per pre-esistenti attività produttive”, fatta comunque  salva l’incentivazione di installazioni da parte di produttori-consumatori.   

 Le misure riferite al fotovoltaico per i grandi impianti potrebbero rallentare l’indispensabile contributo dell’energia solare nella riduzione dell’effetto serra, se non compensate con politiche alternative.

Una possibile alternativa, ad esempio, potrebbe essere quella di partecipare come Paese associato, previe le necessarie valutazioni, al progetto TuNur (6), che prevede  la realizzazione di una grande centrale elettrica a energia solare in Tunisia.  Inoltre l’Italia potrebbe promuovere iniziative simili in altri Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, come l’Egitto e in prospettiva la Libia.  A parità di superficie degli impianti la raccolta di energia solare nel Sahara risulterebbe infatti molto superiore, senza generare conflitti con altri usi del suolo.

Si potrebbero inoltre formare nuovi legami commerciali utili per favorire la crescita del nostro mezzogiorno.

 I provvedimenti e la struttura amministrativa

In Italia si occupano del tema riscaldamento globale il Ministero dello sviluppo economico (MISE), il Ministero dell’Ambiente (MATTM) e il Ministero dei Trasporti.

Il 9 Gennaio 2019, come previsto dal Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio sulla Governance dell’Unione dell’energia, il MISE ha inviato alla Commissione europea la Proposta di Piano nazionale integrato per l’Energia ed il Clima (PNIEC), redatto congiuntamente dai 3 ministeri sopracitati. Il documento, molto interessante e complesso, è disponibile in rete.

 Altri provvedimenti  rilevanti, ai quali si rimanda, sono:

–  il “Documento di inquadramento e posizionamento strategico – Verso un modello di economia circolare per l’Italia ” 2017  elaborato dal MISE e dal MATTM – approvato il 7 dicembre per passare dall’attuale modello di economia lineare a quello circolare, con un ripensamento delle strategie e dei modelli di mercato, anche per salvaguardare la competitività dei settori industriali e il patrimonio delle risorse naturali;

– la Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, approvata con Decreto del Ministero dell’Ambiente il 16 giugno 2015  con l’obiettivo di definire come affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici, comprese le variazioni climatiche e gli eventi meteo-climatici estremi, e individuare un set di azioni e indirizzi finalizzati a  ridurre al minimo i rischi derivanti dai cambiamenti climatici, proteggere la salute e il benessere e i beni della popolazione, preservare il patrimonio naturale, mantenere o migliorare la capacità di adattamento dei sistemi naturali, sociali ed economici.

Anche i temi del consumo di suolo, della forestazione e dell’agricoltura sostenibile, di grande importanza per affrontare in modo olistico il tema del riscaldamento globale, sono stati oggetto di vari provvedimenti legislativi da parte delle Regioni.

Ma, su scala locale, i veri protagonisti dell’obiettivo emissioni zero non potranno essere che i comuni e le città metropolitane. Infatti spetterà a loro, attraverso norme e regolamenti, recuperare le emissioni che si possono evitare migliorando la coibentazione degli edifici, distribuendo nelle case l’energia prodotta a emissioni zero, incentivando l’utilizzo di energia solare o eolica per i fabbisogni di condomini,  eliminando l’utilizzo di combustibili fossili per il trasporto pubblico e privato. A Milano (e forse in altre città) già circolano autobus alimentati a idrogeno: siamo sulla strada giusta, anche se non ancora vicini alla meta di una città intera a emissioni zero. Abbiamo davanti a noi solo 30 anni per arrivarci. 

(*) Architetto

 

NOTE

(4) Tratto da un articolo di  Tommaso Perron –   AMBIENTE  LIFEGATE – Pubblicato  il 18/6/2017                                                                    

(5) Secondo il documento sopracitato circa 150 km2 classificati agricoli sono stati occupati dal fotovoltaico.

(6) Il progetto TuNur nasce come seguito della gigantesca iniziativa tedesca Desertec, che puntava a produrre energia solare su larga scala in Nord Africa, sufficiente a fornire il 15% dell’energia dell’Unione europea entro il 2050, fallita per mancanza di fondi. La società britannica leader nel settore delle rinnovabili TuNur Limited ha depositato presso il Ministero Tunisino dell’Energia, delle Miniere e dell’Energia Rinnovabile la richiesta per la realizzazione di una grande centrale a specchi e pannelli solari convergenti nel deserto tunisino denominato TuNur.

Parte dell’energia elettrica prodotta sarà esportata verso Malta, Italia e Francia tramite tre distinti cavi sottomarini. Dai rispettivi punti di approdo, l’elettricità verrà poi ridistribuita nel Regno Unito, in Germania e in Svizzera.

Il progetto sarà realizzato da un consorzio di aziende al 50% tra Nur Energie e alcune società di investimento di Tunisia e Malta. La produzione di elettricità del complesso è stimata in circa 4,5 gigawatt. La prima fase del progetto, del valore di circa 1,6 miliardi dollari, potrebbe essere operativa già entro il 2020 con l’approdo di un cavo sottomarino a Malta.

Un orto condominiale come laboratorio sociale

– di Guglielmo Elia (*)

Descrivere come è nato e come si è sviluppato un orto condominiale (in questo caso suona meglio il termine americano roof top garden) richiede un’analisi che ne individui alcuni requisiti non necessariamente di carattere botanico.  Il nostro piccolo caso non pretende di esprimere dati di valore assoluto, ma cerca di indicare un processo che merita qualche riflessione.

La nostra casa è nata, trenta anni fa, come cooperativa. Il che ha comportato  non solo l’adozione di una formula giuridica, ma anni di assemblee, dibattiti, decisioni, e soprattutto il consolidarsi di una rete di rapporti  accomunati da un obiettivo condiviso. Per parecchio  tempo questo spirito si è conservato in diverse modalità di articolazione delle dinamiche condominiali, che trovavano il loro culmine in affollate  feste collettive.

Poi, il tempo ci  ha impercettibilmente riportato alle routine assembleari, i conflitti, sempre latenti, hanno trovato minori freni  inibitori.

Sono trascorsi vent’anni.

Un giorno,  uno di noi ha lanciato la proposta: organizziamo un orto condominiale. Per qualche misteriosa alchimia, alcuni dei protagonisti  della prima fase di vita della casa costituirono questo gruppo. In altri tempi, si sarebbe detto “ben scavato, vecchia talpa”. Ma questo legame ideale si accompagnò ben presto ad  un legame più concreto e giuridicamente solido: il luogo per l’orto andava ricercato fra gli spazi comuni,  per fortuna abbondanti e non utilizzati. Il cerchio si chiudeva, la riscoperta di iniziative cooperative trovava collocazione negli spazi comuni, fonte molto spesso di conflittualità in ogni condominio.

Poi, si passò alla progettazione tecnico/organizzativa che trovò nelle competenze del gruppo (architetti, ingegneri, psicologi, manager aziendali, agronomi) gli apporti multidisciplinari opportuni, fino a riconoscerci nella comune identità di ortisti.

Un primo ostacolo da superare fu costituito dall’incompatibilità fra l’orto e la natura degli spazi comuni, per lo più parti dei corpi di fabbricato. La soluzione fu trovata installando 25 bins, di 1 mq. l’uno e alti 120 cm.  (i bins in plastica si raccolgono fra i rifiuti di un qualunque mercato rionale). I bins, rivestiti internamente da un tessuto non tessuto, furono riempiti di terra e collocati parte sul lastrico di copertura dell’edificio, parte in uno spazio lastricato al primo piano. Facendo di necessità virtù, ci trovammo ad aver progettato un orto senza barriere architettoniche.

La scelta delle colture fu affinata sfruttando gli errori e le esperienze: limitarsi a pochi e sperimentati prodotti fu il canone adottato. In particolare un bins riservato alle piante aromatiche (rosmarino, salvia, timo, maggiorana, menta), un altro a basilico, prezzemolo, erba cipollina), tutti gli altri dedicati metà alle insalate, metà a pomodori, melanzane, peperoni). In ogni caso fu escluso l’uso di fertilizzanti e fitofarmaci.

Oggi, l’orto è entrato nel suo nono anno di vita. Vale allora la pena riflettere sul tipo di influsso che ha esercitato sulle dinamiche del gruppo. In sintesi,  le regole di funzionamento non hanno richiesto nessun tipo di formalizzazione, ognuno ha capito quello gli si chiedeva di fare e come utilizzare i prodotti  rispettando le aspettative degli altri. E’ facile dedurne come tutto questo sia in gran parte legato al doversi misurare con una realtà naturale, con i suoi cicli, i suoi prodotti, il loro consumo, collocati in un contesto altamente urbanizzato.

Una sintesi di queste riflessioni la troviamo simbolicamente rappresentata in una visione panoramica dalla nostra torre, dove al tredicesimo piano si trova una parte dell’orto. Nove anni fa, lo skyline della città era totalmente diverso. Oggi lo sguardo va dai grattacieli di porta Garibaldi a quelli di City Life. Allora non si parlava della fine della competenza e sarebbe suonato stonato pensare che uno vale uno. Da qui sopra abbiamo lavorato per questo piccolo laboratorio sociale, non bevuto champagne e assaporato caviale.

 

(*) Ortista,  ex Consulente aziendale

Facciamo il punto sul riscaldamento globale - 1a parte

 – di Mario Giorcelli (*)

Le cause

E’ ormai consolidata e diffusa la consapevolezza che il riscaldamento globale potrebbe risultare il più grave problema ambientale del nostro secolo:  secondo le stime degli studiosi, in mancanza di provvedimenti, entro il 2100 il riscaldamento globale  potrebbe superare i  5/6 gradi, mentre la quantità di anidride carbonica nell’aria potrebbe superare il doppio dei livelli massimi raggiunti negli ultimi 800.000 anni.

Senza escludere altre possibili concause, la responsabilità del riscaldamento globale è attribuita per lo più all’incremento dell’effetto serra causato dai gas – in particolare l’anidride carbonica – emessi dalle attività industriali dei paesi sviluppati negli ultimi 150 anni.

Le iniziative dell’ONU

Per fronteggiare l’emergenza del riscaldamento globale, nel 1992  è stato istituita la “Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici” (UNFCC), che organizza periodiche conferenze internazionali (COP) in cui vengono definiti gli impegni concreti dei singoli paesi per  ridurre e in prospettiva azzerare l’emissione dei gas serra, utilizzando le tecnologie più avanzate per possibili opzioni di mitigazione e adattamento sulla base di valutazioni scientifiche proposte dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).

Nel 2015 si è svolta a Parigi la COP 21,  conclusa con un patto fra i paesi partecipanti, detto “Accordo di Parigi”, che  pone l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media globale (1)  “ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali entro la seconda metà del corrente secolo”, impegnando i  paesi sviluppati a svolgere un ruolo  guida per il conseguimento degli obiettivi stabiliti e a fornire sostegno ai paesi in via di sviluppo per lo stesso scopo.

L’Accordo, che è entrato in vigore il 4 Novembre 2016, è stato ratificato, a oggi, da 184 delle 197 Parti della Convenzione Quadro.

L’ultimo rapporto dell’IPCC (del dicembre 2018) indica tuttavia la necessità di conseguire risultati ben più stringenti: obiettivo zero emissioni entro il 2050, anziché “nella seconda metà del corrente secolo”, e  contenimento della temperatura globale entro un aumento massimo di 1,5°, anziché sotto 2° (2).

Ciò richiederà transizioni rapide e di ampia portata in terra, energia, industria, edifici, trasporti e città. Entro il 2030 le emissioni globali nette di biossido di carbonio (CO2) causate dall’uomo dovrebbero diminuire di circa il 45% rispetto ai livelli del 2010, raggiungendo lo zero netto intorno al 2050. Ciò significa che qualsiasi emissione residua dovrebbe essere bilanciata rimuovendo CO2 dall’aria.”

Le difficoltà del mondo sviluppato

I problemi più rilevanti per la de-carbonizzazione nel  mondo sviluppato derivano dalla disponibilità di abbondanti fonti energetiche fossili (carbone, petrolio, gas) sulle quali nel tempo si sono consolidati intrecci di interessi difficilmente districabili fra i produttori di carbone, i produttori di idrocarburi, gli industriali, i consumatori e, non ultimi, i lavoratori.

Nel 2017 Trump si è ritirato dall’accordo di Parigi firmato da Obama  per salvaguardare le centrali elettriche e le attività produttive degli U.S.A., che fanno largo uso del carbone e del petrolio. 

In Polonia il presidente  Andrzei Duda, in occasione dell’apertura dei lavori della conferenza sui cambiamenti climatici di Katowice (Cop 24), in una conferenza stampa congiunta con il segretario dell’Onu Antonio Guterres  ha dichiarato che il suo paese “non può rinunciare al carbone”, una materia prima strategica che garantisce “la sovranità energetica” dei polacchi.  Lo stesso atteggiamento si presenta in Germania, anch’essa ricca di carbone. In  Francia si è vista la rivolta dei “gilets jaunes”, innescata dall’aumento di pochi centesimi al litro del prezzo della benzina.

Le possibili conseguenze sociali ed economiche di una de-carbonizzazione senza reti di protezione e compensazioni varie sono del resto facilmente intuibili: possibile aumento della disoccupazione, calo del PIL, stasi dell’economia, disordini sociali.

Esistono soluzioni  alternative per rispettare l’impegno alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica prevista entro il 2030  e per azzerarle entro il 2050, come indicato nel rapporto dell’IPCC,  ammettendo una fase di transizione più lunga per la cessazione dell’uso dei combustibili fossili?

I paesi interessati sostengono di sì. Sacrificando parte dell’energia prodotta (10-12%), sono state messe a punto delle procedure che consentono di sequestrare un’alta percentuale (90-95%) di anidride carbonica dai gas di scarico delle centrali elettriche. La stessa percentuale potrebbe essere sequestrata dai gas di scarico dalle ciminiere delle acciaierie, degli inceneritori, dei cementifici e di altre attività industriali molto energivore.

Ma come disfarsi del 90-95% dei milioni di tonnellate di anidride carbonica emessi attualmente nell’atmosfera terrestre dalle fonti sopracitate ogni anno? Ove le condizioni geologiche lo consentono, sembra fattibile l’interramento nei pozzi delle miniere esaurite mille e più metri sottoterra o l’immersione nelle profondità marine. Tuttavia la verifica della assoluta sicurezza di tali procedure non può essere garantita se non in pochi casi, considerato anche  che il confinamento geologico dell’anidride carbonica dovrebbe essere sicuro per migliaia di anni.

Una via radicalmente alternativa per risolvere il problema  è quella di considerare l’anidride carbonica una “risorsa economica”, anziché un onere, ipotizzando che il  valore sul mercato dei derivati ottenibili dal suo  trattamento chimico-fisico possa ripagare le spese sostenute per produrli.

Istituti scientifici di tutto il mondo stanno lavorando su quest’ipotesi. Molti sono giunti a  risultati positivi e  attendono solo una verifica della fattibilità tecnico-economica  a livello industriale dei loro progetti. Uno dei possibili derivati della CO2  è l’etanolo, ottenibile sfruttando l’energia solare. L’etanolo avrebbe molti possibili utilizzi, fra i quali quello di carburante. L’etanolo, bruciando, emetterebbe altra anidride carbonica, che rientrerebbe nel ciclo. Inoltre con ulteriori trattamenti chimico-fisici, potrebbe essere convertito in  idrogeno, da più parti considerato il vettore energetico del futuro.

Negli Stati Uniti le principali associazioni che rappresentano gli interessi dei produttori di carbone, gas e petrolio  hanno  raccolto 20 milioni di dollari per premiare le aziende che dimostreranno di poter utilizzare l’anidride carbonica sequestrata dai gas di scarico delle centrali elettriche come risorsa economica da cui trarre un profitto (3).

(*)  Architetto

 

NOTE

(1)  La temperatura globale è misurata sulla media degli oceani e della terraferma. Un aumento medio globale di 1,5° potrebbe implicare un aumento medio di oltre 2.5° sull’Europa meridionale.

(2) “Mezzo grado in più aumenterebbe di due volte e mezzo la popolazione esposta a temperature estreme ogni cinque anni. Nel 2050 significherebbe esporre ben due miliardi di persone in più a impatti e condizioni estreme con il rischio elevato di migrazioni forzate di massa. La frequenza e l’intensità delle siccità nel Mediterraneo sarebbero considerevolmente più violente. Il livello dei mari si alzerebbe del 15 per cento in più, mettendo a rischio 10 milioni di persone in più. La riduzione dei raccolti di frumento nei tropici sarebbe due volte più devastante, così come il declino della pesca mondiale e dunque la sicurezza alimentare di milioni di persone che dipendono da essa. Il numero di estati in cui l’Artico perderebbe completamente i suoi ghiacci si decuplicherebbe, passando da un’estate libera dai ghiacci ogni 100 anni a una ogni 10 anni, alterando la circolazione degli oceani in modo considerevole. La perdita dell’habitat per le piante raddoppierebbe, quella degli insetti triplicherebbe, i coralli arriverebbero all’estinzione quasi totale. Si rischierebbe  inoltre di superare soglie ecologiche che comprometterebbero la stabilità del pianeta in modo irreversibile.”  –  Italia e carbone: come uscire al 2025 in modo sicuro, giusto e sostenibile” – Luca Bergamaschi – Dic. 2018,

(3) Vedi in rete “ Carbon X Prize – Transforming CO2 into valuable products”. Il responsabile scientifico di uno dei concorrenti, Stuart Licth,  professore di chimica della George Washington University, propone  una tecnologia in grado sia di catturare l’anidride carbonica nell’aria che di convertirla in nanofibre di carbonio, cioè in un prodotto di pregio tale da  garantire un profitto.  Il processo viene alimentato con energia rinnovabile e il risultato è una netta rimozione di anidride carbonica dall’atmosfera. Le emissioni residue sono di puro ossigeno. I ricercatori calcolano  che, con una superficie inferiore al 10 per cento delle dimensioni del Deserto del Sahara a disposizione, in 10 anni il metodo potrebbe rimuovere abbastanza anidride carbonica da riportare i livelli di anidride carbonica del pianeta a quelli preindustriali.

 

Quando la vita è appesa a un filo

– di Corinna Bonino 

L’autrice dell’articolo è una psicoterapeuta che nella sua professione ha seguito pazienti gravi, anche terminali, affrontando con loro momenti difficili e situazioni di grande smarrimento e dolore. Le sue considerazioni su”Universo Capovolto“, il libro di Carlo Alberto Rinolfi.

Premessa

E’ un libro che ci mette di fronte alla morte, ma ci fa anche sentire maggiormente la vita; è come se dovessimo lasciare gli abiti usati e restare nudi a guardare una nuova vita, dove esiste sia il ‘passaggio’, sia il segno di una vita da vivere.

La vita diventa così più intensa  perché si trasforma in una continua ricerca emotiva (come sensazione, sembra quasi una vittoria sulla morte). 

Se uno ha vissuto certi momenti, guarda e si immerge in un’opera artistica e lascia nell’angolo più piccolo della stanza la parte intellettuale e razionale.

Il libro ci fa vedere una vita altalenante , dove si trova il basso e l’alto, cioè la nostra vita.

l’Universo Capovolto è un libro rivoluzionario perché narra sia il ritrovare se stesso come persona sia il vivere le relazioni significative senza pregiudizio. Pensiamo che siamo in un mondo dove tutto è immagine. Quanti cercano veramente la sostanza di sé non in modo narcisistico?

Tutto questo è iniziato da un fatto traumatico: un grave incidente fisico, un blocco nel percorso di vita. Come percepirsi e percepire quando si è immobili legati ad una macchina? Come facciamo a riconoscere il “malato” come persona?

Quando noi vediamo una persona così grave o ci allontaniamo o pensiamo solo alla sua salute (quindi ci allontaniamo ancora).

La persona non è più vista. Ricordo che anni fa vidi una neonata prematura di circa un chilo, in incubatrice. Il medico mi disse di toccarla. Era piena di tubi ed io, pur sapendo che il contatto fisico era utile a questa bimba, non riuscii a farlo. In quel momento stava avendo una emorragia cerebrale e mi spaventai non solo per lei ma anche per me.

Carlo Alberto (l’autore, ndr) si avvicina a noi e alla vita parlando di un bisogno molto primario: la sete. E’ lì che lui si riconosce. Ricordiamoci che noi da piccoli incominciamo a mangiare bevendo il latte e che attraverso il cibo conosciamo noi stessi e il mondo.

In tutto il libro spazio e tempo sono dilatati quasi come in una costruzione inconscia. Come dire: io sono quasi il mio dolore, poi sono il mio letto, poi mi accorgo della mia stanza e di quelli che vivono nella stanza con me, poi scopro le corsie e intanto creo rapporti profondi con gli altri.

Questo percorso fa pensare a due momenti della vita in cui siamo più dipendenti: infanzia e vecchiaia. 

Durante l’infanzia il bambino percepisce prima la mamma, i familiari e poi i coetanei. Il piccolo può guardare il mondo esterno quando sente sicure sia le relazioni profonde sia il mondo vicino a sé. Nella vecchiaia, quando gli anziani sono ricoverati in casa di cura, pensano che la loro stanza sia la loro casa e che lo spazio comune sia il centro città.

Nel libro c’è un rapporto di amore bello e commovente (ogni volta fa piangere) ed è l’amore che si sente tra Carlo Alberto e Daniela. E ‘un affetto profondo e sicuro che non sta mai in superficie. E’ quindi utile e direi indispensabile a quelle persone che sono vicini a familiari che sono costretti ad una immobilità importante.

C’è un momento in cui Carlo Alberto esce dall’ospedale e va in chiesa, che ho trovato molto angosciante. E’ quando si trova emotivamente vicino alla morte.

L’ultimo racconto, quello della gallina, mi ha fatto dire che non è vero e che qualcosa non va perché questo non è un universo capovolto, ma semplicemente come siamo noi.

La parte religiosa è interessante perché parla della ricerca dell’uomo sulle varie domande della vita.

Ai piedi del nostro letto attaccati ad una lampada ci sono i nastrini colorati.

Corinna Bonino  psicoterapeuta – Torino

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Universo capovolto può essere ordinato, e ricevuto a casa in tempi rapidi, attraverso Mondohonline, con pagamento tramite bonifico bancario, al prezzo promozionale di 15,50 euro (sconto del 16,21% rispetto al prezzo di copertina) con spese di spedizione gratuite >>>
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Dentro la disabilità: riflessioni spericolate… ma a cuore aperto

 – di Gabriella Campioni (*)

Dichiaro fin da subito che non sono psicologa né ho la benché minima intenzione di affermare delle “verità”, tanto meno con la “V” maiuscola. Più che altro, ho dubbi derivanti dalla mia frequentazione del tema: un’unica sorella vissuta 56 anni senza poter governare un solo muscolo del suo corpo pervaso da spasmi, incapace anche di parlare “normalmente”, noi la capivamo perché eravamo abituati. Ciononostante, Anna era una creatura gioiosissima, aperta allo scherzo, intuitiva e dotata di un’affettività strabordante.

Era nata nel 1948, eravamo ancora alle prese con il dopoguerra e mancavano i mezzi e le conoscenze. Ci vollero più di vent’anni anni di pena prima di ottenere la diagnosi: tetraparesi spastica. Per la strada, la gente spesso la guardava con un misto di pietà oppure girava subito gli occhi. I miei vivevano male questi episodi, sembrava loro di avere un marchio infamante – forse un remoto peccato da espiare – o di essere figli di un dio minore.

Ecco subito un dubbio: qual è lo scopo nella vita – il valore? – di una persona in simili condizioni? Forse è una domanda troppo grossa e va a coinvolgere piani molto alti e sottili. Sarà meglio che scenda un po’ più giù, almeno per il momento… e almeno di qualche gradino, dal momento che, come mio solito, mi scontro con il significato implicito delle parole. So che ad alcuni potranno sembrare “sofismi linguistici”, ma da anni ormai riscontro che sono proprio i significati “nascosti tra le righe o le lettere” ad avere il maggiore impatto sulla psiche e quindi a determinare il modo di affrontare la vita.

Anna era definita handicappata al 100%. Ne so praticamente niente, ma pare che, ad esempio nell’ippica, l’handicap consista in un peso da aggiungere al cavallo e al fantino più forti in modo da non creare troppo divario con i meno dotati e garantire equanimità di giudizio. Come a dire: se hai dei numeri in più, la tua prova dev’essere più difficile, devi abbassarti un po’ di livello… Almeno in questo ambito, dunque, gli “handicappati” sono o devono essere i più dotati, non i più deboli.

A un certo punto si decise che handicappati era un termine disdicevole, se non offensivo. Si passò a “portatori di handicap” e poi a “disabili”. Ovviamente non cambia la sostanza né cambia, a volte, il modo in cui costoro vengono guardati, per non dire considerati o aiutati.

Vorrei entrare un pochino di più in profondità invitando chi mi legge a tentare lo stesso mio esercizio. Soprattutto chiudendo gli occhi: se mi dico “Io sono disabile”, dentro di me si crea una sorta di gorgo oscuro che coinvolge la mia intera persona; è un’etichetta: sono nient’altro che quello, sono totalmente incapace, inutile? Molto, molto deprimente.  Mi fa sentire una persona di serie B o peggio; autostima sotto la suola delle scarpe. Può farmi sentire una vittima e, magari rancorosamente, smettere di sforzarmi – di crescere – e pretendere che gli altri facciano tutto al mio posto. Può togliermi la voglia di vivere.

Se invece dico “Io ho una o più disabilità”, le cose cambiano un bel po’. Tutti noi abbiamo svariate disabilità: chi con la scienza, chi con l’arte, chi con lo studio, chi con le regole, chi con l’espressione delle proprie emozioni… C’è chi trova difficile dare o ricevere amore, o addirittura non si sente degno d’amore. C’è chi ha difficoltà ad affrontare la vita e si rifugia nella droga o chissà dove. Potrei continuare all’infinito. Se tutti fossimo abili in tutto, non ci sarebbe quella biodiversità che caratterizza la Vita. Non avremmo nulla da imparare.

Ovvio, ci sono disabilità e disabilità. Avere difficoltà nelle relazioni è una cosa, non poter camminare o non vedere è ben altra. Ciononostante potrebbero non variare di molto la sofferenza interiore né il piglio con cui affrontare la vita a fronte dei propri limiti… Guardandomi in giro, vedo che non molti hanno davvero questa abilità, che qualcuno chiama arte di vivere, sia che abbiano o no una disabilità nel senso più comunemente inteso.

“Tra le lettere” della parola disabilità c’è l’idea che manchi qualcosa, qualche strumento o qualche funzionalità di cui invece godono i “normodotati”. Tutto sta, allora, nel che cosa fare di questa mancanza. Generalizzando al massimo, mi sembra di poter evidenziare quattro tipologie di comportamento precisando che non implicano alcun giudizio  nei confronti delle persone: credo fortemente che la lezione più importante sul Pianeta Terra sia il libero arbitrio e la rispetto al massimo anche se, chiaramente, posso esprimere opinioni sui comportamenti.

Nella prima tipologia collocherei coloro che si fermano lì, a volte rassegnandosi nel fatalismo, a volte maledicendo la sorte, a volte diventando duri con gli altri, a volte ricavandone un alibi. Mi sembra che sia un comportamento molto diffuso a fronte di qualunque tipo di disabilità o anche solo di un problema più o meno quotidiano.

Poi c’è chi sopperisce alle proprie “mancanze” con mezzi “esterni”. Oggi abbiamo a disposizione un’ampia gamma di strumenti che facilitano la gestione il più possibile autonoma della propria vita: montascale, carrozzine motorizzate, computer per i non vedenti, protesi che sostituiscono arti mancanti e permettono di camminare, correre, ballare, partecipare alle paralimpiadi… Soprattutto in quest’ultimo caso, abbiamo visto testimonianze straordinarie e ammirevoli. Si tratta di soluzioni che richiedono una grandissima forza di volontà e disponibilità di mezzi economici, quindi almeno per il momento non sono facilmente disponibili a tutti.

Nella terza tipologia collocherei coloro che potenziano al massimo le funzionalità che hanno invece. C’è chi sopperisce alla cecità con il tatto riuscendo persino a individuare i colori, chi scrive o dipinge con la bocca o con i piedi…

Infine vedrei un quarto tipo di comportamento in coloro che non si accontentano di migliorare se stessi, ma vogliono dare un contributo sociale, forti della sensibilità “maggiorata” e della capacità di trovare soluzioni alternative e creative che spesso (non sempre!) accompagnano chi deve fare i conti con una disabilità. È quello che si fa a MondoHonline ed è espressamente proclamato nel motto: differenze che creano soluzioni. Ma mi piace citare un paio di altri esempi.

Simona Atzori, nata senza braccia, si gestisce la vita, guida, balla e dipinge con i piedi. Per aiutare gli altri ha persino scritto un libro intitolato Che cosa ti manca per essere felice?  Seguito da La strada nuova. Riporto qui alcuni passi dal suo sito: “Io mi stupisco sempre della mia bella vita senza braccia, credo in un Dio che non mi ha ‘tolto’ qualcosa, ma mi ha ‘dato’ tutto quello che mi serviva. E le braccia a me non sono proprio servite. È questo il senso della ‘strada nuova’, tu non la immagini ma affacciamoci insieme, passo dopo passo: magari ci sorprenderà.” E l’intervistatrice chiosa: “Una storia di sogni, opportunità e di libertà. Le infinite possibilità di ognuno di noi di essere diverso ogni giorno rimanendo sempre se stesso. Superando convenzioni, interpretando stili, concedendosi di vivere ogni passione”. Va da sé che qui l’autostima – così importante per vivere bene – è alle stelle!

A Nick Vujicic, che vive in California, mancano non solo le braccia, ma anche le gambe, ha solo due piedi abbozzati. Dopo un comprensibile periodo di profonda crisi, è diventato predicatore e speaker motivazionale di stampo religioso rivolgendosi soprattutto ai giovani e alle aziende. Ha imparato diverse abilità mediante quel poco o niente che ha a disposizione. Dal 2012 è sposato e ha quattro figli, di cui due gemelli. Qui un suo video sottotitolato in italiano (traduzione non sempre precisa) e uno doppiato.

Quest’ultima  tipologia mi sollecita a sottolineare che qualunque, o per quanto grandi o piccole, siano le nostre disabilità, siamo “animali sociali”, ovvero siamo immersi in una società che comporta un dialogo pur se, a volte, difficoltoso. Abbiamo una responsabilità (e conseguentemente un potere) nei confronti della società, ma è vero anche il reciproco. Certo, la società è un “vasto collettivo” che non sempre si rende conto dei bisogni dei singoli, soprattutto di quelli che non hanno modo di far sentire la loro voce. Allora è giusto e importante adoperarsi per farglieli conoscere, quei bisogni, e indurre chi ha le abilità e le leve giuste a prendere provvedimenti opportuni. Come nell’ippica, insomma, siamo noi, se siamo più forti, a doverci far carico dei più deboli.

Ovviamente ci sono barriere non solo architettoniche da abbattere e molto altro ancora. Ad esempio, per i casi in cui la famiglia non ha la possibilità di seguire pienamente un congiunto che ha una disabilità, esistono centri e istituzioni che vanno potenziati. Anche qui parlo della storia di mia sorella.

Quando mia madre, ormai quasi novantenne, non fu più in grado di accudirla, Anna entrò in una comunità, dapprima per qualche ora al giorno, poi stabilmente. Dopo la prima fase di forte disagio, quella per lei si rivelò un’opportunità di relazionarsi con un mondo più grande e vivace della sua casa, in cui passava tutto il tempo vista la difficoltà di spostarla. Oltre alla fisioterapia regolare, fece “birichinate” con le compagne di stanza; gli operatori la portavano fuori a mangiare il gelato o, d’estate, al mare; uno di loro la portò persino allo stadio, dato che lei si piccava di tifare per l’Inter. Per lei furono anni “vivi” e felici in cui sperimentò il grande mondo compatibilmente con i suoi enormi limiti.

Purtroppo sento da amici che altri centri sono poco più di parcheggi… Questa è una cosa che disonora la società di cui tutti facciamo parte e quindi noi, bisogna adoperarsi perché vengano seguiti e migliorati.

Concludo riprendendo la domanda iniziale: qual è lo scopo della vita – il valore? – delle persone che soffrono di gravi disabilità? Ribadisco: domanda immensa, forse è impossibile rispondere, quanto meno se non si cercano indizi in un quadro ben più grande. Per quanto mi riguarda, posso dire che Anna ci ha insegnato due lezioni che ritengo fondamentali per chiunque: l’amore totale e incondizionato e la capacità di accettare e arrendersi all’aiuto altrui, cosa che in realtà non è così facile soprattutto per un adulto…

Oggi stiamo creando “disabilità” sotto vari aspetti al nostro pianeta. Il sistema fin qui usato – il mettere pezze qua e là – si sta sempre più rivelando inefficace e pericoloso. Forse è il caso di cercare vie diverse, magari affiancando la scienza e la tecnologia con l’amore per le creature di ogni tipo e la creatività. Ma certo è, a mio avviso, che sta a tutti noi, a ognuno di noi, farcene carico mettendo a frutto al massimo le nostre abilità e imparando il massimo dalle nostre disabilità.

(*)  Educatrice – Istituto Cosmòs e MondoHonline

 

 

 

Due perle di saggezza:

“La difficoltà maggiore risiede nel fatto che il nostro concetto di ciò che dovrebbe essere la vita raramente corrisponde a ciò che la vita è realmente. In genere noi ci rifiutiamo di ammettere con noi stessi o con i nostri amici la gravità di quella febbre violenta, maleodorante, carnivora, lasciva, che costituisce la natura stessa della cellula organica. Preferiamo profumare, imbiancare, e reinterpretare, illudendoci che la mosca nella pomata, il capello nella minestra, siano colpe di qualcun altro.”

“Invece di purificare il proprio cuore, il fanatico cerca di purificare il mondo. Le leggi della Città di Dio sono valide soltanto per il suo gruppo (tribù, chiesa, nazione, classe, o che altro) mentre contro qualsiasi popolo non circonciso, barbaro, pagano, “indigeno” o straniero che con esso confini viene combattuta (in piena tranquillità di coscienza e persino con un certo pio compiacimento) una perpetua guerra santa.”

Joseph Campbell  (Saggista e storico delle religioni – USA)

 

Auguri di buon Natale e felice 2019

 

 

 

 What a wonderful world – Che mondo meraviglioso!

 

Vedo alberi verdi e anche rose rosse,

Le vedo sbocciare per te e per me

E tra me e me penso: che mondo meraviglioso!

Vedo cieli d’azzurro e bianche nuvole,

il giorno luminoso benedetto, la sacra notte buia.

E tra me e me penso: che mondo meraviglioso!

I colori dell’arcobaleno, bellissimi nel cielo

Sono  anche sui volti dei passanti.

Vedo amici che si stringono la mano e si dicono: “Come stai?”

In realtà si stanno dicendo: “Ti voglio bene”.

Sento  i bimbi gridare, li guardo crescere:

apprenderanno molto più di quanto io possa mai immaginare.

E tra me e me penso: che mondo meraviglioso!

Sì, tra me e me penso: che mondo meraviglioso!

 

da Mondohonline auguri 

per un Natale sereno e un nuovo anno 2019

colmo di prosperità, pace e salute per tutti