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Nutrizione e omotossicologia

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D. Mainardi: 

Disbiosi intestinale: probiotici e prebiotici

Città aumentata - Civitas oriented

Gian Pietro Bassani in Africa

Commento di  Gian Pietro Bassani (*) al convegno   Città aumentata ‘Civitas Oriented’ – 29 maggio 2020  nell’ambito della Milano Digital Week 2020

Quando sento parlare di Civitas il mio pensiero va immediatamente a una comunità di persone e a questo associo l’idea di complessità. Complessità data da tutti i suoi elementi, percepiti in maniera chiara o che esistono nel mio inconscio (so che ci sono, ma non riesco a distinguerli, individuarli). L’elemento centrale di questa complessità è l’uomo, la persona, lui stesso sistema complesso, complessità nella complessità. Complessità, non complicazione.

Con questa premessa il dar vita a gruppi interdisciplinari è un passo fondamentale: mi permette di affrontare molti elementi di questa complessità e comprenderne le connessioni.

Ho seguito con interesse la discussione, sono stati affrontati vari elementi di questa complessità in maniera più o meno approfondita. Ma ho avuto la sensazione che ci si sia fermati alla superficie. C’è stato qualche timido tentativo di affondare il coltello nella piaga. Forse perché in questo gruppo manca qualcuno il cui “mestiere” sia affondare il coltello nella piaga? Forse perché tutti sono abituati a non invadere il campo altrui? Io faccio il patologo, io faccio l’urbanista, io faccio il politico, io faccio il pianificatore, ecc. Ma l’oggetto dell’indagine è fatto di elementi così distintamente separati?

Secondo me, per affrontare una questione il cui centro è la persona che vive la civitas, ci si è dimenticati di chi per mestiere indaga l’uomo nelle sue relazioni più intime.

Il prof.  Giuseppe Longhi ha citato Sciascia: “I soldi ci sono, ma la mente, la mente?” Voleva dire che per far fruttare i soldi ci vuole la mente? Io l’ho interpretata in un modo leggermente diverso: l’uomo, nella sua complessità, è la struttura della civitas, il resto è sovrastruttura; e noi stiamo guardando alla sovrastruttura (i soldi, i mezzi fisici), importante, ma sempre sovrastruttura. Dovremmo adattare la sovrastruttura alle esigenze della struttura.

È forse questo il richiamo  fatto da Carlo Alberto Rinolfi nel suo intervento, quando parlava di empatia, che richiama la parte non razionale (non irrazionale) della persona.

La prof.ssa Margherita Rossaro parlava di “stretta di mano” per marcare la fondamentalità del contatto fisico nella crescita della persona, contatto fisico che scatena un’infinità di emozioni e di reazioni. Solo accenni, l’analisi l’ho percepita sviluppata quasi esclusivamente sull’hw, e il sw?

La questione amletica (?) non è che cosa sia più importante, perché la questione è stupida! Sarebbe porre con termini moderni se è più importante il corpo o l’anima o se comanda il corpo o l’anima (sotto mentite spoglie il buon Menenio Agrippa imperversa sempre).

È un vecchio dilemma; è il pendolo che non raggiunge l’equilibrio; il dramma delle due culture, descritto da Peter Snow, fisico e romanziere, nel 1962 tra cultura umanistica e cultura scientifica. Riproposto da E. Morin in un libro del 2011. Dice Morin: “L’aumento spropositato delle informazioni e la diversificazione dei saperi sono tali per cui abbiamo bisogno di strumenti che ci permettano di trasformare informazioni e saperi in conoscenza padroneggiata e integrata. Inoltre, il sapere formalizzato è sempre più appannaggio degli specialisti e i problemi umani diventano sempre più materia sella competenza dei tecnici ed esperti. Il cittadino è spossessato. Questa deprivazione del sapere è compensata molto male dalla volgarizzazione mediatica e ciò pone il problema ormai capitale della necessità di una democrazia cognitiva.

È ormai essenziale superare il fossato che si è venuto a creare tra la cultura classica e quella scientifica. La cultura scientifica rifiuta sistematicamente le questioni filosofiche e non possiede strumenti per pensare se stessa. Quanto alla cultura umanistica tradizionale e alla filosofia, esse ignorano la scienza di oggi che può invece fornire loro la più importante materia di riflessione e di meditazione sull’universo, la vita, l’umano.”     Fine della lunga citazione.

In questo incontro si è materializza questa dicotomia! … e non ci sono stati molti sforzi per superarla. Dove sono i filosofi, non solo quelli accademici, dove i narratori (Cervantes, Manzoni, Dostoievski, Achebe, san Giovanni della Croce, e chi più ne ha più ne metta) che sono stati capaci di presentare la complessità e le contraddizione dell’uomo in maniera così profonda e comprensibili a tutti i lettori; capacità che manca a moltissimi uomini di scienza.

Si è parlato di velocità dell’innovazione e, quando Carlo Alberto Rinolfi ha presentato il  relativo grafico, mi sono ricordato la chiacchierata fatta in Costa d’Avorio con un tecnico del villaggio dove mi trovavo: gli avevo portato il pc a riparare e tra una chiacchiera e l’altra  mi ha detto che nel giro di una generazione erano sì passati dal tam-tam allo smartphone, però gli spiriti governavano ancora la nostra vita! ha aggiunto.

L’innovazione hw è stata velocissima, ma quella sw sembra avere tempi diversi; forse perché richiede un impegno e una convinzione personale? Non puoi comprarla al supermercato! Questi cambiamenti devono essere vissuti e il vivere richiede tempo, elemento del quale abbiamo perso il reale valore: in realtà il tempo è la nostra vera ricchezza, è solo nostro, ma una volta usato, bene o male che sia, non c’è più!

Ci vuole tempo per costruire l’uomo nuovo e qui entra in gioco l’educazione, di cui l’istruzione è parte. E l’educazione sta nella stretta di mano di cui parlava la prof.ssa Margherita Rossaro. E lì ci si è fermati!

L’innovazione ha bisogno d’istruzione, ma non è che creiamo automi? Perfetti conoscitori dei mezzi ma scarsi utilizzatori degli stessi al di là delle informazioni concesse? Rischiamo di creare dei modelli che si ritorceranno contro!

Lo vediamo nelle periferie: abbiamo fornito l’hw, molte volte un po’ grezzo, ma non il sw e i risultati sono sotto gli occhi di tutti (quelli che vogliono vedere). I boschi verticali, sempre che siano un modello, non sono disponibili per persone che in un anno di lavoro si possono comperare un solo metro quadro di questo modello (niente cibo, vestiti e altro per favore).

Devo ammettere che talora ho trovato fastidio: CIVITAS ORIENTED, la nuova luna. Ci viene proposta, ma l’attenzione è stata continuamente portata sul dito. Il vivere quotidiano, nei suoi aspetti, l’educazione (non l’istruzione) ci portano al contingente, all’immediato (basta vedere come l’economia che ci ha pervaso guardi all’adesso e subito); anche la pianificazione della quale ho sentito parlare, l’ho percepita come pensare non al domani, ma a questa sera, importante, ma limitante in questo progetto.

Per tornare al prof. Longhi: la mente, “questa sconosciuta”. Questo mi richiama  un opuscoletto di Severino “Cervello, mente, anima”; l’incipit è fantastico: “Davanti alla filosofia molti scienziati alzano le spalle”. Poi li giustifica, anche. Interessante comunque il richiamo ai concetti del titolo che richiedono una interazione tra filosofi e scienziati.

Percepisco questa carenza nell’incontro, che peraltro è stato molto utile per me; ha posto un percorso, presentato da angolature diverse, stimolando il pensiero.

Ho divagato, ma l’argomento è complesso e mi giustifico con una frase di un romanzo di Nooteboom: “L’arte della divagazione consiste in una intuitiva approssimazione alla complessità del reale.

Civitas oriented è anche un sogno e niente come l’affermazione di Wilde mi rende positivo: Vedo le cose e mi domando perché! Sogno le cose e mi domando perché no?

Grazie a chi l’ha organizzato e grazie a chi è intervenuto migliorando, spero, la mia educazione. La verità è fatta di tanti granelli, ne ho ricevuti un po’: compito mio metterli insieme!

 

 

(*) alias Tex Willer…

 

 

 

 

Post Covid19 - Le risposte dell'Unione Europea

 – di Maurizio Molinari  (*)

Dal convegno   Città aumentata ‘Civitas Oriented’ – 29 maggio 2020  nell’ambito della Milano Digital Week 2020

App di tracciamento

  • Le applicazioni per dispositivi mobili potrebbero svolgere un ruolo fondamentale nella lotta contro COVID-19
  • alcune questioni relative alla tutela dei dati sensibili degli utenti: il Parlamento europeo ha ricordato che ogni misura digitale contro la pandemia deve essere pienamente conforme alle norme sulla protezione dei dati e della vita privata. Inoltre l’uso delle applicazioni non dovrebbe essere obbligatorio e dovrebbero essere incluse clausole di durata massima in modo tale che le applicazioni siano disattivate non appena sarà finita la pandemia.
  • i dati devono essere resi anonimi
  • non devono essere conservati in banche dati centralizzate per limitare il potenziale rischio di abusi.
  • massima trasparenza sul funzionamento delle applicazioni, sugli interessi commerciali degli sviluppatori e sul ruolo delle applicazioni nel minimizzare il numero dei contagi.
  • le applicazioni devono essere interoperabili in modo tale che le persone possano essere allertate anche quando viaggiano in altri paesi dell’UE.

 Ricerca Vaccini

  • L’UE sta coordinando una risposta comune europea per affrontare l’attuale crisi causata dal coronavirus. Elemento chiave della strategia il finanziamento della ricerca e di progetti innovativi. L’obiettivo è quello di sviluppare un vaccino profilattico per prevenire la malattia e un vaccino terapeutico per il trattamento.
  • La risposta alla pandemia:
    1. La Commissione europea ha stanziato 48,25 milioni di euro per finanziare 18 progetti di ricerca nell’ambito del programma europeo Orizzonte 2020 per la ricerca e l’innovazione.
      Il 19 maggio 2020 sono stati aggiunti altri 122 milioni per la ricerca contro il Corona virus. A questi progetti collaborano 151 squadre di ricerca provenienti da vari paesi europei e non.
    2. Il 16 marzo, per velocizzare lo sviluppo di un vaccino contro il coronavirus, la Commissione europea ha offerto 80 milioni di euro in finanziamenti a CureVac, un’impresa tedesca che sviluppa vaccini innovativi. Il sostegno arriva in forma di garanzia dell’UE di un prestito della Banca europea per gli investimenti dello stesso importo, nell’ambito dello strumento di finanziamento InnovFin per le malattie infettive, nel quadro di Orizzonte 2020.
  • Programmi preesistenti – L’UE dispone di una serie di meccanismi di finanziamenti d’emergenza e di ricerca per gestire le crisi della sanità pubblica. Questi meccanismi sono già stati mobilitati per l’emergenza attuale:
    1. progetto PREPARE che ha l’obiettivo di sostenere la preparazione degli ospedali e migliorare la conoscenza delle dinamiche dell’epidemia,
    2. progetto European Virus Archive, una collezione virtuale di virus che fornisce ai ricercatori materiale utile per le diagnosi.
  • L’UE sostiene anche start-up e piccole e medie imprese (164 milioni) impegnate a sviluppare soluzioni innovative utili nella lotta contro l’epidemia:
    1. progetto EpiShuttle che sviluppa unità di isolamento specializzate e
    2. progetto m-TAP che lavora su una tecnologia di filtrazione dell’aria per rimuovere le particelle virali.
  • Appello alla mobilitazione mondiale per finanziare lo sviluppo di strumenti diagnostici e vaccini.
    Dal 4 maggio fino a fine mese, l’Unione europea e i suoi partner organizzano una maratona mondiale di raccolta fondi invitando stati e organizzazioni di tutto il mondo ad aiutare a raggiungere il traguardo di 7,5 miliardi di euro di finanziamento iniziale per lo sviluppo e la distribuzione di strumenti diagnostici, terapie e vaccini contro il coronavirus.
  • Piattaforma per la condivisione dei dati tra i ricercatori: per sostenere i ricercatori in Europa e nel mondo nella lotta alla pandemia del coronavirus, la Commissione europea in cooperazione con diversi partner ha avviato una piattaforma europea di dati su COVID-19 che consente una rapida raccolta e condivisione dei dati di ricerca disponibili.
  • Centro Comune di Ricerca (JRC) – Gli scienziati del Centro Comune di Ricerca (JRC) della Commissione europea hanno definito un nuovo materiale di controllo che i laboratori possono utilizzare per verificare il corretto funzionamento dei test sul coronavirus ed evitare falsi esiti negativi.  Un materiale di controllo positivo garantisce che i test di laboratorio funzionano correttamente e sono armonizzati. In particolare, viene usato per evitare che un test possa dare un risultato negativo anche quando la persona è positiva. In pratica, il materiale di controllo definito dal JRC è una parte sintetica e non infettiva del virus. Il materiale di controllo definito dagli scienziati del JRC si basa su quella parte del  virus che è rimasta stabile dopo che il virus è mutato. I 3.000 campioni che sono ora disponibili rendono possibili controlli fino a 60 milioni di test in tutta Europa.

L’UE per i bisognosi e per gli invalidi

  • L’Unione europea si occupa da tempo di persone bisognose e degli invalidi, mettendoli al centro delle sue politiche sociali. Ha espresso la viva intenzione di non lasciarli indietro in questi tempi di crisi
  • Per i bisognosi viene ampliato ed esteso il Fondo di aiuti europei agli indigenti. Lo scopo è proteggere di più le persone a rischio povertà ed esclusione sociale.
  • Per le persone invalide l’UE si impegna a migliorare la loro situazione socioeconomica, a sostegno di questo intento viene messa in atto anche una strategia europea sulla disabilità.

 

 

(*) Responsabile Ufficio a Milano del Parlamento europeo

Link all’intervento di Maurizio Molinari

 

MR P. (PARKINSON) E IL CORONAVIRUS

Tramonto sul Golfo dei Poeti

EBBENE SI’, IN QUESTO PERIODO NON E’ STATO FACILE….NOI, GLI ELETTI CHE CONVIVIAMO CON MR P. = PARKINSON, NON ABBIAMO POTUTO USUFRUIRE DEI SUPPORTI FISIOTERAPICI E ALTRI AIUTI, CHE SONO MOLTO IMPORTANTI PER MANTENERCI IN MOVIMENTO.

DI MR P. NON SI PARLA TANTISSIMO, FORSE E’ PIU’ CONOSCIUTO L’ALZHAIMER , SE NE PARLA DI PIU’ PERCHE’ PIU’ DIFFUSO ( CHE GARA!)

TORNANDO A MR P. ED ALLA SOTTOSCRITTA, VI “CONFESSO “CHE CI CONVIVO DAL 2012. MI SONO ACCORTA CHE QUALCOSA NON ANDAVA PERCHE’ QUANDO NUOTAVO ANDAVO IN DIAGONALE, PUR FACENDO SEMPRE GLI STESSI MOVIMENTI CON LA STESSA FORZA E QUANDO ERO FERMA AL SEMAFORO IN MACCHINA MI “BALLAVA” UNA GAMBA !!!  (POTETE IMMAGINARE…BALLARE IN MACCHINA !!!)

DOPO VARIE VISITE HO AVUTO LA SENTENZA MA VI DEVO CONFESSARE CHE FINO AD ORA – DOPO OTTO ANNI – ME LA SONO CAVATA ED HO CERCATO DI CONTINUARE A SEGUIRE LE ATTIVITA’ CHE HO SEMPRE FATTO, SI FA PIU’ FATICA PERCHE’ SI E’ PIU’ DEBOLI.

NON VOGLIO TEDIARVI MA VI DICO IN PAROLE SEMPLICI CHE MR P. NON TI FA PIU’ PRODURRE LA DOPAMINA CHE E’ UN NEUROTRASMETTITORE CHE MANDA GLI ORDINI AI MUSCOLI.

PUO’ ATTACCARE IN DIVERSI MODI :

*             C’E CHI E’ PIU’ LENTO IN TUTTI I MOVIMENTI = BRADICINESIA

*             C’E CHI BALLA/TREMORE = TREMBLING

*             C’E CHI SI BLOCCA =FREEZING

*             C’E CHI FATICA A PARLARE O A DEGLUTIRE

E CHI NE HA …PIU’  NE METTA.. DIPENDE DOVE IL NOSTRO CARO MR P. SI VUOLE INSTALLARE ! E DISTURBARE!

PER IL MOMENTO – ANCHE SE SI STANNO SVOLGENDO TANTI STUDI IN TUTTO IL MONDO – L’UNICO AIUTO E’ LA LEVODOPA, CHE E ‘ DOPAMINA ESTRATTA DA UN TIPO DI FAVA CHIAMATA “MUCUNA PRURIENS”; SI UTILIZZANO ANCHE DOPAMINA-AGONISTI (FARMACI CHE AIUTANO A PRODURRE NOI STESSI DELLA DOPAMINA).

SI FANNO DEGLI INSERIMENTI DI MICROCHIPS SOTTOCUTANEI PER STIMOLAZIONI CEREBRALI, SI STUDIANO VACCINI E L’INNESTO DI CELLULE STAMINALI E TANTO ALTRO, MA AL MOMENTO SI UTILIZZA SEMPRE LA LEVODOPA.

E’ MOLTO IMPORTANTE LA FISIOTERAPIA PER MANTENERE I MUSCOLI IN MOVIMENTO E NON BLOCCARSI …COSA MOLTO COMPLICATA IN QUESTO PERIODO DI CHIUSURA DI TUTTE LE STRUTTURE ADDETTE….

TORNANDO A ME, I PRIMI TEMPI NON E’ STATO FACILE PSICOLOGICAMENTE, MA RIESCO ANCORA A FARE TUTTO.

CON GLI ANNI HAI PIU’ BISOGNO DI LEVODOPA E QUESTO PUO’ AVERE DEGLI EFFETTI COLLATERALI, AD ESEMPIO MOVIMENTI INVOLONTARI, DISCINESIE.

IO POI HO BISOGNO DI TANTA FISIOTERAPIA PERCHE’ ….PER NON FARMI MANCARE NIENTE …MI SONO ANCHE ROTTA IL COSIDDETTO “OSSO DEL COLLO“ CADENDO DALLE SCALE, SEMPRE NEL 2012 MI HANNO INSERITO DELLE PLACCHE DI TITANIO PER SOSTENERE LE VERTEBRE CERVICALI.

IN QUESTO CASO IL POVERO MR P. NON C’ENTRA, DEVO DIFENDERLO.

SAPETE, PER MOLTO TEMPO CERCAVO DI NON PARLARNE, TENERLO NASCOSTO – COME SE FOSSE UNA COLPA – POI MI HANNO AIUTATO ED HO INCONTRATO ALTRE PERSONE CON LO STESSO PROBLEMA. SONO STATA COME INTERNA UN MESE PRESSO IL FERB (Fondazione Europea di Ricerca Biomedica) NELL’OSPEDALE DI CERNUSCO S/N. E’ STATA UNA ESPERIENZA POSITIVA CON PERSONE ARRIVATE DA TANTE REGIONI E DIVENTATE POI AMICHE.

SI SVOLGONO TANTE ATTIVITA’ DI FISIOTERAPIA, DANZATERAPIA, MUSICOTERAPIA, TERAPIA OCCUPAZIONALE, SI IMPOSTA ANCHE UNA DIETA PERCHE’ L’ALIMENTAZIONE E’ MOLTO IMPORTANTE PER LA COMBINAZIONE CON I FARMACI. HO AVUTO UN SUPPORTO PSICOLOGICO E GLI SPECIALISTI TENEVANO ANCHE DEI CICLI DI INCONTRI SOLO CON I FAMIGLIARI PERCHE’ ANCHE LORO DEVONO CONVIVERE CON MR P.

MI SONO “FORZATA“ A SCRIVERE DI MR P.  PERCHE’ VORREI FARLO CONOSCERE DI PIU’, VORREI AIUTARE CHI LO CONOSCE PERSONALMENTE O TRAMITE AMICI O FAMIGLIARI. E’ IMPORTANTISSIMO NON CHIUDERSI IN SE STESSI E “PIANGERSI ADDOSSO”.

BISOGNA STARE CON GLI ALTRI, PARLARE, CONDIVIDERE LE EMOZIONI.

VI DIRO’ CHE QUANDO VADO AL FERB (1) GENERALMENTE IN OTTOBRE (COME IN COLLEGIO), CI RITROVIAMO DA TUTTA ITALIA (PUGLIA, ROMAGNA, LAZIO, TOSCANA, ECC.) E PUR FACENDO TUTTE LE TERAPIE DI PROTOCOLLO, ORGANIZZIAMO TORNEI DI CARTE, TOMBOLE, PER HALLOWEEN (dolcetto o scherzetto), MOSTRE DI PITTURA O ALTRE CREATIVITA’:  DICONO CHE LA DOPAMINA STIMOLA LA CREATIVITA’???

TUTTO QUELLO CHE RICAVIAMO VIENE DEVOLUTO ALL’ A.I.P. MILANO (ASSOCIAZIONE ITALIANA PARKINSON).

IN GENERE IN OTTOBRE/NOVEMBRE SI SVOLGE LA GIORNATA ITALIANA PARKINSON: SI ORGANIZZANO INCONTRI SU MR P. CON PAZIENTI, FAMIGLIARI E TUTTI GLI ADDETTI, MEDICI E ASSISTENTI.  A SEGUIRE UN NOTEVOLE HAPPY HOUR.

Peonie

INSOMMA ECCO QUI, SPERO DI NON AVERVI DEPRESSO  NON ERA IL MIO INTENDIMENTO, SI VA AVANTI ED IO CERCO DI CONTINUARE A STARE IN CONTATTO CON TANTA GENTE, SOPRATTUTTO CON LE AMICHE, ASSOCIAZIONI DI DONNE, GRUPPI DI LETTURA E PITTURA.

AMO DIPINGERE A OLIO, UNA TELA BIANCA E ‘ UN MONDO DA INVENTARE.

HO UNA FIGLIA E DUE MERAVIGLIOSE NIPOTINE MA….ABITANO IN FRANCIA E PER VARIE RAGIONI, ANCHE DI SALUTE,  NON LE POSSO VEDERE SPESSO E QUESTA E’ UNA DELLE COSE CHE PIU’ MI RATTRISTA, VORREI ESSERE UNA NONNA SPRINT MA ……

DULCIS IN FUNDO DEVO AMMETTERE CHE LA MIA DOLCE META’ E’ PRESENTE – CI AIUTIAMO A VICENDA – ORMAI SONO 44 ANNI DI CONVIVENZA!!!!!

CILIEGINA SULLA TORTA, SAPETE CHE HANNO CONVISSUTO CON MR P. ANCHE  LEONARDO, TIZIANO, CHAPLIN, TRUMAN, ROOSEVELT, NATTA, DALI’, MUHAMMED ALI, IL CARDINALE MARTINI E PAPA WOJTYLA. E TANTI ALTRI, QUINDI ..SONO IN BUONA COMPAGNIA.

CHI MI CONOSCE SA CHE VOGLIO “SFIDARMI” E ORA IL MIO MOTTO E’:  PERCHE’ NO ???

FACCIAMO SEMPRE QUELLO CHE CI SENTIAMO, OGNI LASCIATO E’ PERSO.

SEMBRA BANALE MA, VI ASSICURO, NON LO E’.

VI VOGLIO BENE. 

firmato : MRS PARKINSON.

Se preferite : Sig.ra Parkinson

CORDIALMENTE. 

 

 

(1) FERB – FONDAZIONE EUROPEA RICERCA BIOMEDICA RIABILITAZIONE SPECIALISTICA NEUROMOTORIA – CERNUSCO S/NAVIGLIO 

La città post-Covid: tra rete policentrica e partecipazione orizzontale

 di Luciano Pilotti (*) 

Dal convegno   Città aumentata ‘Civitas Oriented’ – 29 maggio 2020  nell’ambito della Milano Digital Week 2020

A – Trasformazione (bio-cognitiva) dei sistemi urbani: dalla città meccanica e verticale di impronta fordista cresciuta sulla rendita spaziale (teoria della LOCALITA’ CENTRALE) di valorizzazione delle merci e incardinata nella produzione manifatturiera  lineare ad alto spreco energetico alla città dei servizi immateriali a forte replicazione di massa (commercio, banche, logistica, professioni, entertainment) fino alla città armonica, digitale e dell’intelligenza collaborativa cognitivo-empatica-emozionale sempre più orizzontale e connettiva del post-fordismo orientata alla mass-customization e informata da logiche CIRCOLARI  e “0waste”; dalla centralità GERARCHICA MANIFATTURIERA e di specializzazioni funzionali ai SERVIZI all’INTELLIGENZA CONDIVISA ORIZZONTALE che caratterizza la città post-fordista che da funzione e prodotto diventa relazionale.

Città da macchine replicative a macchine sperimentali-laboratoriali come reti neurali dense mobilitate da NODI interconnessi (Università, istituzioni, mercati, comunità-territoriali) QUADRUPLE HELIX MODEL. Città che si sviluppano aprendosi in forma di reti integrate di primo, secondo e terzo livello e dove si è sottovalutato la dimensione relazionale negli impatti del Covid-19.

B – Driver della città dell’intelligenza collaborativa e cognitivo-emozionale di stampo eco-sistemico ed eco-biologico verso CREATIVITA’ condivisa e/o di tecno-prossimità: digitalizzazione, inclusione , co-progettazione e condivisione partecipativa di individui-movimenti-comunità. Verso un NEW RESOURCE MIX tra infra-strutture e info-strutture con centralità delle competenze e formazione di tipo multifunzionale per realizzare al meglio benessere-salute, sia individuale che collettiva e sia ambientale. Trasformando i RIFIUTI in nuove risorse energetiche e tecno-creative al servizio della SOSTENIBILITA’  da accoppiare alle RINNOVABILI (sole, fotovoltaico, vento, biomasse, geotermico) e a NUOVI MATERIALI : dal RIUSO, al RICICLO alla RIGENERAZIONE gestendo il fine vita di prodotti con più lungo CICLO di VITA (anche nei software).

C  – Ruolo dei DATI e BIG DATA:  nuove risorse per  la CONNETTIVITA’  interfunzionale tra manifattura e servizi e intelligenza collaborativa diffusa, tra astratto e concreto, tra individuo e comunità e territori verso demassificazione e radicale customizzazione dove l’Italia può ritagliarsi il suo ruolo storico di un manifatturiero fortemente customized. Ma servono RIFORME: dalla burocrazia alla cultura alla formazione scolastica fino alla PROPRIETA’ dei DATI che debbono rimanere nel perimetro di controllo delle CITTA’ senza cessioni “gratuite” ai nuovi pachidermi dell’attenzione (GAFAT – Google, Amazon, Apple, Facebook, Tencent, ecc.) che già favoriamo involontariamente con le nostre “disattenzioni” nell’uso dei nuovi “intrusori” che sono gli smartphone. Controllando le capacità di GAFAT (tassandole adeguatamente dove producono reddito)  e rimuovendo il crescente potere di monopolio come avvenne 200 anni fa con le grandi aziende minerarie prima, poi ferroviarie ed elettriche e poi ancora automobilistiche, ormai completamente frammentate o indebolite da una nuova MOBILITA’ eco-sistemica urbana e INTERMODALE extra-urbana,…., ora riemergenti nei social e che stanno erodendo quote di mercato nella pubblicità nella gestione del denaro e nella logistica sfruttando i NOSTRI DATI gratuitamente. Qui il ruolo delle città sarà strategico a partire dalle multiutility che controllano le reti energetiche e i servizi di rete che essendo controllate dai MUNICIPI  vanno orientate a proteggere i dati. Traiettoria tanto più rilevante nel passaggio tra città fordista e post-fordista come basi di costruzione della smart city: digitale e partecipativa-orizzontale. Alla cui base abbiamo dati personali che vanno protetti per alimentare profiling e customization dei servizi ma salvaguardando privacy e valore di questi.

D –  POLITICHE orizzontali di una co-PIANIFICAZIONE condivisa con gli utenti PROSUMER – produttori e consumatori  che sono  anche risparmiatori e investitori insieme, apportando capitale umano assieme al capitale di rischio in una società sempre più orientata al rischio che “supera” la capacità dei conferenti il solo capitale (di rischio) nella CSR-Corporate Social Responsibility “mista” PUBBLICO-PRIVATO. Quindi nella CO-PROGETTAZIONE devono emergere NUOVE ALLEANZE tra portatori di patrimoni e generatori di reddito e di pensiero creativo, partecipando tutti alla generazione di ricchezza da distribuire verso una crescita condivisa che faccia crescere anche la cittadinanza come civicness oltre la via renana della Mitbestimmung di cui le città (POST-URBANE) sono le nuove fabbriche di una emergente divisione del lavoro COGNITIVO, INTELLIGENTE e COLLABORATIVO. Da qui politiche orizzontali che integrano attività primarie e secondarie nei processi di base, per minimizzare costi, sviluppare valore e diffondere innovazione.

E – Conclusione: la CITTA’ post –urbana è una città sperimentale e laboratoriale che integra FUNZIONI, ridisegna i confini multispecialistici tra competenze e capacità  degli eco-sistemi, mobilitando POTENZIALI (individuali e collettivi) nel rispetto della NATURA ed esplorando nuovi accoppiamenti con le TECNICHE allentandone virtuosamente la pressione millenaria sulla prima (guidando eticamente la DIREZIONE da intraprendere nelle TECNO-SCIENZE come nelle SCIENZE della VITA “liberando” i potenziali della SCIENZA in senso MULTIDISCIPLINARE/PLURI-DISCIPLINARE), ma soprattutto quella degli ultimi  200 anni. Da cui la necessità di POLITICHE  e BUROCRAZIE  al servizio di AZIONI ORIZZONTALI multisettoriali e pluri-regionali (MACROREGIONI) e di nuove “interfacce” tra STATO e INDIVIDUO con meccanismi DELIBERATIVI che corroborino la democrazia rappresentativa in nuovi equilibri tra LOCALE e NAZIONALE. Da cui una governance policentrica per una città-regione collaborativa.

 

(*) CC&B, ESP  –  Università di Milano

Link diretto all’ intervento di Luciano Pilotti

Digital Week-post Covid19: ripartire dal valore strategico delle fragilità

intervento di Carlo Alberto Rinolfi (*) 

Dal convegno “Una Città aumentata ‘Civitas Oriented’ – 29 maggio 2020

Molti degli obiettivi fissati dall’ONU per assicurare la salute del pianeta sono usciti malconci dall’impatto col Covid 19. Il temporaneo blocco dell’attività e delle libertà di comportamento ha ridotto la produzione di CO2 e il consumo di energia. Anche le alterazioni meteorologiche sembrano essersi ridotte e la pressione sulle altre specie viventi si è momentaneamente allentata.

Per il prossimo futuro si prevede però una diminuzione generale dei PIL e un aumento del livello di povertà; la messa in discussione del lavoro dignitoso e della crescita economica; un rallentamento delle infrastrutture dell’innovazione sostenibile e il peggioramento delle disuguaglianze che riguarderà in maniera particolare le fasce più deboli della popolazione come risulta dal  recente rapporto ASVIS. 

Lo scenario dunque non è affatto rassicurante soprattutto se si pensa che si prevede l’arrivo di altri fenomeni con analoga portata dirompente. Siamo quindi chiamati a guardare in volto i nuovi rischi in arrivo facendo tesoro dell’esperienza compiuta.

Questa occasione ci invita a interrogarci su come siano uscite dall’esperienza del Covid 19 le infrastrutture che trattano i dati e come ne abbiano fruito i cittadini più fragili.

In Italia si sono registrati comportamenti informativi delle strutture istituzionali distinti da quelli che si sono attivati in modo autonomo e informale nella società.

Le Infrastrutture digitali istituzionali locali o nazionali hanno reagito a una pressione che le ha spiazzate e sorprese anche in ragione della non applicazione di normative operative già da anni previste per evenienze analoghe. Sono prevalse le modalità di relazione di emergenza con disposizioni non sempre chiare e univoche. Le informazioni ufficiali sono parse in difficoltà, i dati disponibili sono risultati incerti e in parte mancanti con ritardi e problemi di rilevazione. Gli apparati sanitari hanno risentito dell’orientamento alla cura ospedaliera e non al territorio e le burocrazie regionali e nazionali sono entrate in affanno con tempi e qualità di risposta spesso inadeguati e poco empatiche. Tutti i sistemi informativi hanno risentito dei data base separati e condizionato il monitoraggio e quindi la velocità di comprensione anche statistica del fenomeno.

Le infrastrutture digitali non istituzionali  sovranazionali  in tutto il pianeta hanno svolto un ruolo particolare sconosciuto nelle precedenti pandemie velocizzando la diffusione delle informazioni e allertando cittadini e Nazioni, e hanno poi svolto una funzione essenziale nelle fasi di isolamento forzato.

Si è registrato un picco di produzione mondiale di dati in rete analogo al pauroso picco iniziale della diffusione del virus. E’ stata una risposta tecno informativa a carattere virale paradossalmente scatenata da una microscopica particella portatrice di una bio informazione altrettanto virale ma per noi nociva.

Nel periodo dell’isolamento forzato sono cresciute un modo esponenziale le transazioni online e il web ha svolto funzioni di supporto a interazioni sociali empatiche, produttive, di acquisto e formazione che tenderanno in parte a mantenersi nel futuro. Le informazioni veicolate dai social, pur essendo spesso poco attendibili, sono però state sempre veloci e copiose anche all’interno di gruppi specialistici di personale sanitario e medico che hanno così potuto supplire a carenze informative istituzionali.  Si sono accentuati gli scambi empatici con funzioni antistress da isolamento e di  ricerche di possibilità di auto cura anche se in modo non certificato e in carenza di un orientamento sanitario alla prevenzione.  In questo contesto le pratiche di accesso al digitale sono state lasciate alla libera iniziativa dei cittadini ma poco agevolate per i più a rischio. In generale la nuvola ha assorbito l’urto informativo ma le interazioni sono risultate non controllabili e non adeguate per una assistenza online di carattere sanitario indispensabile per gli stati di emergenza.

A differenza delle altre pandemie, questa è avvenuta in un mondo iperconnesso. Le tecnologie in pochissimi anni hanno trasformato il modo di interagire tra le persone ma, nel contempo, hanno creato distanze culturali e linguistiche di carattere generazionale che hanno svantaggiato proprio le categorie più colpite.   

Per avere un’idea di quanto sia stato accelerato il cambiamento sociale mondiale si pensi che sono stati sufficienti solo 13 anni per l’affermazione totale dello smartphone, mentre il telefono ne ha richiesto 86.

Le diseguaglianze da pandemia 

Nell’esperienza italiana il Covid 19 ha discriminato la popolazione per classi di classi di età. Gli over 65 e i disabili sono risultate le categorie più esposte condividendo una maggior fragilità immunitaria e una minor capacità autonoma di affrontare gli stati di emergenza legati ai rischi globali in generale.

Il problema è molto serio dato l’invecchiamento della popolazione, che ha visto in Italia gli over 60 superare gli under 30 nel 2018, a conferma di una tendenza europea che  porterà nel 2060 gli italiani over 60 al 39,4% e fermerà gli under 30 al 26%.

Le disuguaglianze da pandemia non si limitano però alle sole classi di età.  Oltre alle evidenti differenze tra la città e il suo hinterland, al suo interno sono emerse nuove fragilità e fasce a rischio che meritano di essere approfondite.  La mappa che riporta la distribuzione del contagio per CAP evidenzia una disomogeneità da porre in relazione a un insieme multiplo di fattori come: livelli di reddito, tipologie di lavoro, possesso di seconde case, attività connesse con precise aree produttive  dell’hinterland, differenti accessi a luoghi affollati, tipi di servizi di mobilità, flussi di traffico, ecc.

E’ inutile osservare quanto in situazioni di emergenza sia importante disporre di un sistema urbano di rilevazione e monitoraggio che permetta di individuare velocemente i focolai e le aree a maggior necessità di intervento a livello di singoli municipi e quartieri. Si pensi che i residenti del solo quartiere Gallaratese sono 80.000, ben più dei 50.000 della zona rossa del Lodigiano.

Per i disabili e gli anziani che hanno più difficoltà di accesso a internet e sono i più colpiti dall’ emergenza pandemica i rischi di una carente digitalizzazione istituzionale ma anche di un suo sviluppo  verticale (top-down), impersonale, non facilitato e poco empatico sono evidenti.

In un contesto di ripresa non sostenibile, di sistemi burocratici istituzionali in difficoltà, di rischi pandemici e climatici e di carenza di approcci sanitari preventivi, una digitalizzazione invasiva, non agevolata e partecipata può accrescere le diseguaglianze, spersonalizzare i rapporti e rischiare l’inaffidabilità dei servizi sanitari on line.

Che fare dunque?

Di certo la progettazione dei servizi online, se fatta a partire dalle categorie con il maggior numero di bisogni e di eccezioni o disabilità, non può che essere utile a tutta la popolazione. Progettare correttamente i sistemi però non basta, occorre mettere rapidamente a punto interventi specifici che vanno dalla applicazione delle politiche ONU e strategie UE per la riduzione delle disabilità da rischi globali alla costruzione di un sistema digitale  cittadino per la gestione e prevenzione dei rischi con attenzione particolare alle disabilità e alle classi di età più avanzate.

Sembra altresì indispensabile procedere nella direzione di una alfabetizzazione digitale differenziata per disabili studenti e in età lavorativa e per anziani in generale. 

L’obiettivo generale è di supportare lo sviluppo di una telemedicina metropolitana protetta e facilitata da badanti e familiari addestrati.

Proprio per la delicatezza e importanza vitale dei dati trattati diventa essenziale il controllo pubblico della sicurezza dei sistemi informativi per la tutela della dimensione del privato (privacy) e la corretta applicazione della Protezione e Regolazione Generale dei Dati UE (GDPR).

E’ infine giunto il momento di porre mano a una Costituzione digitale cittadina e alla promozione e sviluppo di piattaforme urbane informative  interattive e di reti cittadine Smart  ( Specifiche-Misurabili- Raggiungibili  in Tempo reale ) protettive con mini nodi di associazioni e cittadini a livello di quartiere per l’inclusione delle fragilità e lo sviluppo di relazioni umane autonome e resilienti.

 

(*) Presidente Mondohonline

clicca qui per guardare  il video 

 

 

Come ripensare la scienza in un mondo pandemico

Partiamo da come si analizzano i dati – di Caterina La Porta, PhD (*)

Dal convegno “Una Città aumentata ‘Civitas Oriented’ – 29 maggio 2020

Nell’ambito della Digital Week organizzata dal Comune di Milano questo è il secondo anno che organizziamo come Centro della Complessità e Biosistemi dell’Università degli Studi di Milano un evento per discutere di dati, scienza, società e molto altro. Quest’anno lo abbiamo organizzato con MondoHonline e con il patrocinio del Parlamento Europeo.

Lo scorso anno abbiamo presentato  l’evento “DaDa Data” e la domanda su cui abbiamo discusso è stata: ora che abbiamo i dati, che cosa ce ne facciamo? Saperi diversi hanno cercato di trovare delle convergenze.

Quest’anno l’idea pre-pandemica era di discutere come mettere al servizio i Big Data a favore della “città aumentata” in modo da favorire il passaggio da una città “user oriented” ad una “civitas oriented”.

La pandemia ha fatto emergere una situazione molto diversa: assenza di dati, di informazione che hanno portato al durissimo lockdown che ci ha colpito tutti.

Siamo qui non per discutere quello che è successo ma per ragionare su come rispondere alla pandemia e come riscattarci dalla grave crisi che ha colpito Milano e in generale tutta l’Italia. Cercheremo quindi di far emergere le esperienze di città aumentata nella valorizzazione dei beni comuni.

Il Centro per la Complessità e Biosistemi (CC&B) dell’Università degli Studi di Milano, che è nato nel 2015, ha una missione che possiamo così riassumere:

“Per affrontare le sfide scientifiche e tecnologiche poste dai sistemi complessi abbiamo bisogno di un nuovo approccio interdisciplinare che ci aiuti a interpretare la crescente quantità di dati in molti campi di ricerca. Il CC&B sta raccogliendo la sfida di studiare le proprietà emergenti di sistemi complessi, dai materiali complessi ai dati biologici e biomedici fino ai processi sociali, cercando di estrarne quantitativamente le dinamiche e di fornire utili strumenti per la comprensione e lo sviluppo di modelli predittivi.”  

In sintesi estrarre valori dai dati.

La scienza è tornata al centro delle nostre discussioni ma ancora non abbiamo un rapporto scienza, comunicazione e società che consenta un flusso di informazioni delle notizie scientifiche e anche una loro scrematura. Questo è un aspetto cruciale perché abbiamo aspettative dalla scienza come la salute in generale, il benessere, lo sviluppo di un vaccino,  ma dall’altra abbiamo anche diffidenza e incapacità di discriminare tra le notizie e la mole di dati presenti.

Io sono e ero in sabbatico a Monaco di Baviera quando è scoppiata la pandemia e ho vissuto il lockdown dalla parte tedesca e non italiana.  Quando abbiamo avuto la notizia del lockdown della Lombardia è stato uno shock e da quel momento mi sono chiesta come potevo aiutare a contribuire a trovare un equilibrio nella nostra vita che chiaramente era cambiata drasticamente.

Gli scienziati più innovativi che ho conosciuto nella mia vita sono gente silenziosa che lavora senza clamore e vive nell’umiltà perché la scienza è comprensione e messa in discussione continua, e quindi si diventa abbastanza schivi. Anche io e i miei collaboratori, che non sono solo italiani ma europei, siamo scienziati silenziosi che dalla Germania e dall’Italia abbiamo iniziato a lavorare a creare una routine usando il tempo per scrivere i tanti lavori che non avevamo ancora avuto modo di finire.

Anche COVID è entrato nella nostra ricerca scientifica e abbiamo iniziato a pensare a questa semplice domanda: perché alcuni soggetti  si ammalano più gravemente di altri? A parte l’età o la presenza di patologie pre-esistenti, cosa distingue due soggetti apparentemente sani e magari giovani nella risposta al COVID? C’è qualche informazione nascosta che possiamo ricavare dai Big Data?

Ecco che le nostre competenze nell’estrarre valore dai dati potevano essere molto utili e essere messe al servizio della comunità.

Abbiamo trovato una risposta che ora è sottoposta al vaglio di una rivista scientifica di alto livello. Non l’abbiamo pubblicata sui server pubblici come tantissime notizie attualmente in circolo sulla nostra stampa perché sono stati riportati i risultati di troppi lavori affrettati che poi non avevano una solida base scientifica. Nonostante questi problemi, hanno lasciato una traccia di disinformazione nella società ma non nella comunità scientifica che li ha ritenuti non credibili. 

Stiamo quindi aspettiamo la valutazione di colleghi che ci diranno se la nostra strategia e intuizione è giusta. Se lo è, abbiamo trovato un metodo semplice per capire chi è in qualche modo predisposto e quindi ha maggiore probabilità di ammalarsi in maniera più grave. Questo va nella direzione di creare un flusso di informazione che può aiutarci a ripartire e prevenire e vivere con maggiore consapevolezza anche possibili ricadute del COVID.

Questo a mio avviso deve essere l’utilizzo virtuoso dei Big Dati al servizio del cittadino per creare una “Civitas aumentata” interconnessa con un flusso di informazione non solo per il singolo cittadino ma per una comunità democraticamente interconnessa.

Recentemente abbiamo pubblicato un lavoro scientifico su una prestigiosa rivista del gruppo Cell,dove abbiamo ricostruito un umanoide che riproduce tutta la rete vascolare e abbiamo studiato come si muovono le cellule tumorali  circolanti per dare metastasi (iScience 23, 101073 May 22, 2020). La stessa strategia può essere usata per pensare una città coesa e interconnessa e, ad esempio in era COVID19, consentire una connessione e un flusso di informazioni. L’interdisciplinarità, quando è vera e coinvolge teste e pensieri diversi, ha la possibilità di esplorare aspetti impensabili. 

 

La registrazione dell’intero convegno è accessibile su Youtube 

Link diretto all’intervento di Caterina La Porta

 

(*) Professor of General Pathology, Department of Environmental Science and Policy, CC&B, Innovation For Well-Being And Environment (CRC-I-WE), CEO ComplexData SRL, University of Milan

 

 

 

 

 

 

 

 

Utopia- Wisława Szymborska

 

 

 

 

 

 

UTOPIA

Isola dove tutto si chiarisce.

Qui ci si può fondare su prove. 

L’unica strada è quella d’accesso.

Gli arbusti si piegano sotto le risposte.

Qui cresce l’albero della Giusta Ipotesi 

con rami districati da sempre. 

Di abbagliante linearità è l’albero del Senno 

presso la fonte detta Ah Dunque È Così.

 Più ti addentri nel bosco, più si allarga la Valle dell’Evidenza.

 Se sorge un dubbio, il vento lo disperde.

 L’eco prende la parola senza che la si desti 

e chiarisce volenterosa i misteri dei mondi.

 A destra una grotta in cui giace il senso.

A sinistra il lago della Profonda Convinzione.

Dal fondo si stacca la Verità e viene lieve a galla. 

Domina sulla valle la Certezza Incrollabile.

Dalla sua cima si spazia sull’Essenza delle Cose.

Malgrado le sue attrattive l’isola è deserta, 

e le tenui orme visibili sulle rive 

sono tutte dirette verso il mare.

Come se da qui si andasse solo via, 

immergendosi irrevocabilmente nell’abisso. 

Nella vita inconcepibile.

 

Wisława Szymborska (1923-2012)

 da “Grande numero” (1976)

Gazzetta Filosofica

Se non facciamo l’impossibile, dovremo affrontare l’impensabile.

– di Giuseppe Longhi (*) (**)

Anche quest’anno, grazie all’ospitalità e alle sinergie con il Laboratorio Complex Data del Dipartimento di scienze e politiche ambientali dell’Università di Milano, promuovo una discussione in occasione di Milano Digital Week.

L’evento, date le circostanze, sarà in virtuale, avrà come titolo “Una città aumentata-civitas oriented” e si avvarrà dei contributi interdisciplinari della rappresentanza del Parlamento europeo a Milano (che dà il patrocinio all’incontro), di operatori sociali (MondoHonline, che collabora alla gestione dell’iniziativa), progettisti (TAM Associati), charity (Fondazione CARIPLO) ed accademici (Laboratorio Complex Data e Value of Differences).

La discussione è programmata per venerdì 29 maggio, ore 18, per collegarsi: 

https://fisica-unimi.zoom.us/j/97871024526?pwd=Q1puMUNCWlVBdU1ieHRQL2xWVUROZz09.

E’ raccomandabile la prenotazione al sito: www.mondohonline.com.

Milano Digital Week quest’anno aveva come titolo “la città aumentata”, e pre-coronavirus ci aveva ispirato un percorso guidato dalla sinergia fra apparati di comunicazione immateriali, intelligenza artificiale e sviluppo delle relazioni civiche, possibile solo con la disponibilità di dati.

La pandemia ci obbliga ad un cambiamento radicale della narrazione, perché ci ha brutalmente messo di fronte ad una sostanziale indisponibilità e carenza di dati nella cultura pubblica, da cui derivano forti preoccupazioni nei cittadini, sia per l’evoluzione della questione pandemica, sia per la sopravvivenza delle istituzioni. Per cui  propongo di articolare il problema in tre sezioni: dati per una cultura predittiva, dati per una ripartenza ecosistemica, dati per una nuova governance.

Dati per una cultura predittiva.

E’ sotto gli occhi di tutti la mancanza di dati, sia dal punto di vista sanitario, sia sul fronte civico.

Sul fronte sanitario i primi dati elementari disaggregati riguardanti la città metropolitana sono pervenuti dopo più di due mesi dall’inizio della pandemia, sul fronte civico non disponiamo di nessuna rappresentazione predittiva e ‘sensibile’ delle differenze strutturali dei municipi: una tale rappresentazione avrebbe probabilmente contribuito non poco al miglioramento dell’assistenza sia sanitaria che sociale.

Non è questa la sede per trattare nel dettaglio la questione dei dati, ma è importante sottolineare alcune emergenze strutturali:

  • la mancanza o scarsa qualità dei dati implica l’impossibilità di avviare politiche predittive, indispensabili per affrontare eventi dirompenti, che sappiamo saranno sempre più frequenti;
  • ugualmente, la mancanza o scarsa qualità dei dati implica l’impossibilità di ricostruire gli ecosistemi, siano essi sociali, fisici o ambientali, e questo impedisce un’efficace politica degli interventi (ed anzi aumenta la probabilità di scelte lineari dagli effetti disastrosi).

Questi elementi aprono scenari di preoccupazione per i cittadini a causa:

– dell’assenza di direttive del governo centrale in presenza di politiche di cura dicotomiche (dal tutti in ospedale in Lombardia, come nella peste del ‘600,  alla filiera predittiva del Veneto);

– delle carenze  imprenditoriali nell’offerta di beni strategici al personale sanitario e ai cittadini, oltre che del collasso di produttività dell’ex motore industriale (una ‘pipettatrice’ – lo strumento per analizzare i tamponi – comprata in California dai veneti analizza più tamponi dell’intero sistema di laboratori lombardi!);

– del voler saltare direttamente dalla fase 1, tutti in casa, alla fase 3, tutti al mare, senza adeguati provvedimenti logistici, salvo la raccomandazione del tempo della spagnola: state distanti e lavatevi le mani;

– del triste spettacolo dei virologi televisivi, che uniscono lo spettacolo dei limiti della loro specifica scienza con quello dell’incapacità di riconoscere le regole elementari dell’organizzazione dei sistemi complessi sanitari/sociali.

Questa situazione è aggravata dalla specificità milanese-padana della scarsa qualità degli ecosistemi naturali, a causa del degrado dell’aria e della biodiversità, la cui accelerazione è da imputare all’abnorme pressione ambientale esercitata anche dalle politiche urbanistiche municipali che ragionano ancora in superficie e standard di verde, come nell’ottocento.

Modernamente la metrica degli interventi urbani è definita: 1 – dall’impronta ecologica, in grado di dare una misura dell’intrusione degli interventi fisici rispetto alla bioproduttività e 2 – dall’intelligenza al metro quadro, ossia dalla capacità di sviluppo delle risorse umane offerta dagli interventi.

Per dare un’idea del livello dirompente sugli ecosistemi della politica urbanistica metropolitana, il calcolo dell’impronta ecologica delle superfici interessate ai soli interventi edilizi sugli ex scali rivela che quelle densità edificatorie dovrebbero essere compensate da una superficie ‘verde’ pari a più di 150.000 ha globali, mentre la destinazione a parco prevista è di 87 ha globali! (vedi nota allegata).

La questione che pone il passaggio dalla fase 1 alla fase 2 è dunque quella di una ripartenza che coniughi la sopravvivenza economica con una visione ecosistemica tesa a rivalutare la biodiversità, a contrastare il cambiamento climatico, a difendere la salute dell’uomo.

Dati per una ripartenza ecosistemica

La visione ecosistemica della ripartenza è quanto proposto dai ministri europei del clima e dell’ambiente di 17 nazioni (fra cui l’Italia) in una recente dichiarazione in cui esortano i governi a “trasformare la ripresa dell’UE in chiave verde e  costruire il ponte tra la lotta contro Covid-19, la perdita di biodiversità e i cambiamenti climatici”.

Questa dichiarazione tende a rafforzare la proposta comunitaria del “Green Deal” come tema principale e motore per una crescita rinnovata e per una rapida trasformazione dell’economia verso un futuro sostenibile e neutrale in termini di emissioni di carbonio.

La politica comunitaria intende quindi usare le nuove risorse non per ripristinare il vecchio mondo ma per aiutare a creare quello nuovo. Se lo sviluppo del “Green Deal” è fondamentale, il coronavirus complica la questione perché: i leader politici di tutto il continente subiscono pressioni per gli aiuti economici ai cittadini, le industrie insistono per far funzionare di nuovo le loro vecchie fabbriche, una serie di ricchi paesi rifiuta la condivisione del debito collettivo per aiutare quelli più indebitati.

Questo genera preoccupazioni, che il responsabile del Green Deal, Frans Timmermans sintetizza così: “La crisi climatica che era alle porte prima della crisi del corona è ancora lì e non ha perso nulla della sua urgenza. Ma se nel prossimo futuro non sarà più al primo posto delle priorità nella sensibilità delle persone, crolleremo. ”

Combinare una visione ecosistemica dello sviluppo con la ripresa immediata dell’occupazione e la crescita dell’assistenza sociale è il difficile esercizio cui ci invita la comunità europea, che vedrà la sua applicazione pratica nella discussione del bilancio per i prossimi sette anni (in calendario per giugno). Un’occasione fondamentale per il nostro paese, da sempre in difficoltà nel produrre visioni strategiche del suo sviluppo, e un’occasione di riscatto per la nostra metropoli, in crisi di progettualità, come dimostra il documento “Milano 2020, strategia di adattamento”. 

Si dà l’occasione per la nostra metropoli di proporre un’agenda ambiziosa, che potrebbe essere ‘scalare’ per l’intero paese, basata sull’interpretazione estensiva delle politiche proposte da Stiglitz-Stern, ad alto potenziale sia di moltiplicatore economico, sia di metriche di impatto climatico-ambientale. Gli investimenti riguardano: istruzione e formazione, rigenerazione capitale naturale (con particolare attenzione al restauro della biodiversità e alla protezione delle zone rurali), rigenerazione ‘green’ delle infrastrutture fisiche (con priorità al retrofit di efficienza degli edifici), ricerca e sviluppo su beni non rivali (quindi legati ai sistemi immateriali a rete) e tecnologie pulite, specie per quanto riguarda l’energia.

Dati per una nuova governance

Tale agenda implica un cambiamento nel modello di governance, che dovrebbe integrare le storiche funzioni di controllo e ottimizzazione con lo sviluppo di una mentalità ‘abilitante’, con lo scopo di creare e supportare le condizioni atte all’urgente rigenerazione del sistema.

Un cambiamento che richiede nuove capacità da parte di pubblici amministratori e burocrati, che dovrebbero essere orientati a: creatività, sviluppo di sistemi in rete aperti, attrattività, empatia, scaling up.

Perché questo si realizzi occorre che le istituzioni escano “dal centro della sala da ballo e si mettano al balcone”, che con molta modestia si impegnino a imparare le nuove regole di governo imposte dalla complessità del momento, che lascino spazio alle forze innovative, che anche nella sventura del coronavirus sono emerse, perché, come sosteneva il sociologo Murray Bookchin “se non facciamo l’impossibile, dovremo affrontare l’impensabile”.

 

Nota al calcolo dell’impronta ecologica:

  • la superficie bioproduttiva degli ex scali è data dalla superficie ‘a verde’ pari a 63 ha moltiplicata per il fattore di produzione biotica, che in questo caso è 1,38.  Da qui il risultato di  87 ha globali.
  • il carico ambientale è dato dal numero di popolazione insediabile (33.750 persone) moltiplicato per l’impronta media (4,7 ha globali/abitante) = 158.625 ha globali (per avere un’idea di riferimento, ma non di confronto, la superficie totale della provincia di Milano è circa 157.500 ha).

La popolazione insediabile è calcolata secondo un indice di occupazione del suolo di 20 m²/abitante, su un’area edificabile dichiarata di 67,5 ha = 33.750 persone.

La superficie bioproduttiva richiesta dalle superfici edificabili degli ex scali è dunque di 158.625 ha globali – superficie disponibile in base alle convenzionali 87 globali.

La valutazione è fatta in base a ipotesi minime, poiché l’impronta media per il target di popolazione insediabile è più alto, così come non si tiene conto della popolazione in più attratta dalle attività commerciali.

 

(*) Urbanista Docente Universitario

(**) prima pubblicazione su Arcipelago Milano – 27 maggio 2020