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L'editoriale

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C. A. Rinolfi: 

Gilet gialli a Parigi e giovani volti a Milano

 

Green Economy

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franca castellini_2F. Castellini Bendoni: 

Un nuovo alfabeto per la scuola

 

Nutrizione e omotossicologia

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D. Mainardi: 

Disbiosi intestinale: probiotici e prebiotici

Web poetry lab: La memoria dei sassi, di Concetta Maglia

Il cambiamento del clima solleva il tema del rapporto che connette l’uomo alla natura. I poeti  ascoltano più di tutti lo spirito del tempo e per questo abbiamo chiesto a un gruppo di webpoeti amici di Mondohonline di inviarci una loro poesia su questo tema. 

 


Ecco la poesia di  Concetta Maglia

Saranno pietre e sassi
scalini scoscesi
a scendere 
sempre più in basso

saranno voli
ormai immaginari
coperte che non scaldano
d'inverno
sole che brucia troppo
d'estate
venti di burrasca
a scuotere i silenzi

ogni tanto
un ricordo
un sospiro amaro
di rimpianto
di duro disincanto
una carezza trattenuta
un bacio impossibile
da dare

saranno mani intrecciate 
in un perfetto incastro
che non potranno più
sfiorarsi
toccarsi 
tramonti e lune
da guardare da distanze
gigantesche e impietose
mentre si va comunque
avanti per diverse strade

cuori dispersi 
nella fitta nebbia
dell'oblio
che cancella il bello
che c'era stato
un tempo.

Concetta Maglia 

(@C.M.) Catania – luglio 2019

 

Web poetry lab: Janas, di Franco FlorisBozza automatica

 

 

Il cambiamento del clima solleva il tema del rapporto che connette l’uomo alla natura. I poeti  ascoltano più di tutti lo spirito del tempo e per questo abbiamo chiesto a un gruppo di webpoeti amici di Mondohonline di inviarci una loro poesia su questo tema. 

Ecco la poesia di Franco Floris:

“Le Janas sono spiriti della natura sardi, a metà strada tra fate e streghe, possono essere benigni o terribilmente ostili…”

Domus de Janas (dal sito Facebook Italia.it)

Quando diafane sbiadiscono
tra l'alta erba e i radi alberi
tenui figure un tempo vivide
e il nuovo si spande 
come nebbia ricopre e cela
nuove visioni popolano
un mondo ovattato
dove gioia e dolore
smorzati
più non raggiungono gli apici
e non affaticano
il cuore.

 

Oristano, 23 luglio 2019

Franco Floris

 

Nota: Le domus de janas (letteralmente “case delle fate”) sono sepolture scavate nella roccia caratteristiche di tutte le culture prenuragiche della Sardegna. In Sardegna se ne conoscono 3500 esemplari risalenti al 3500-2800 a.C. Le domus de janas si ritrovano spesso in gruppi di due o tre, ma anche in insiemi più numerosi, come le necropoli Fund’e monti-Tracucu (comune di Lotzorai) e Monte Arista (comune di Cardedu) (http://archeochighine.altervista.org/domus-de-janas.html)

 

Amazzonia: devastazione sociale e ambientale

Un reportage di Teresa Isenburg (*)

Il 19 agosto la notte è scesa in pieno giorno sulla grande metropoli di San Paolo: le ceneri dell’Amazzonia incendiata sono giunte fino nel Sudest del paese. Pochi giorni prima il capo dell’esecutivo aveva rimosso dall’incarico il fisico Ricardo Galvão, rispettato e qualificato direttore dell’INPE/Istituto nazionale di ricerche spaziali, perché i dati di rilevamento indicavano un incremento esponenziale della deforestazione.

Qui di seguito,  la traduzione di  una intervista di Pedro Cortês dell’università di San Paolo che bene spiega cause e conseguenze dei gravi incendi amazzonici. Si consiglia di consultare l’articolo di Rogerio Maestri, A centralização do discurso ambiental nas mudanças climáticas deixa escapar o pior, a devastção do meio ambiente, (www.jornalggn.com.br , 21 agosto 2019) che ben evidenzia il legame fra devastazione sociale e conseguenze ambientali, e quello di Ricardo Galvão, “Cientistas não podem ficar calados”, (www.brasil247.com, 21 agosto 2019). Le intense foto di Araquém Alcântara dicono quello che le parole non sanno esprimere: un altro grande fotografo brasiliano, già autore di un denso libro sul lavoro del progetto Brasile/Cuba mais medicos. (T.I.)

Queimadas – di Mayara Paixão, 20 agosto 2019

Chi era nello Stato di San Paolo il 19 agosto è rimasto sorpreso dall’aspetto del cielo all’inizio del pomeriggio. Quello che sembrava l’annuncio di una tempesta, in realtà era un sintomo della deforestazione accelerata nel Centro-Ovest e nel Nord del paese. Le conseguenze sono maggiori della notte che è scesa sulla capitale paolista. Gli incendi in Amazzonia diminuiscono la quantità di piogge generate e, di conseguenza,il volume di acqua negli invasi che producono energia elettrica.

Chi ne risente direttamente è la popolazione che vede il costo dell’elettricità crescere. Come scenario di fondo vi è la politica ambientale e negligente del governo di Jair Bolsonaro. È ciò su cui mette in guardia il ricercatore e professore dell’Istituto di Energia e Ambiente dell’Università di San Paolo IEE/USP Pedro Côrtes, con cui Brasil de Fato ha realizzato una intervista. Il Brasile ha registrato un aumento dell’83% del numero di focolai di incendio rispetto all’anno passato (periodo 1° gennaio-19 agosto di ogni anno) secondo i dati della relazione del Programa de Queimadas dell’Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali/INPE reso pubblico martedì 20 agosto. In tale periodo sono stati registrati 72.843 fuochi, il numero più alto degli ultimi cinque anni; nel 2018 erano stati 39.759. Qui di seguito l’intervista:

Brasil de Fato: i fuochi  e gli incendi stanno crescendo nel paese, soprattutto  in Amazzonia. Dei dieci municipi con il maggior numero di fuochi accumulati negli ultimi cinque anni, nove sono in Amazzonia. Che cosa ci dicono questi dati?

 Pedro Côrtes: Fin dall’inizio del governo Bolsonaro, e anche prima del suo insediamento, abbiamo verificato nelle sue dichiarazioni una assenza di preoccupazione e attenzione sulle questioni ambientali. In pratica questo agisce come una specie di carta bianca per chi vuole deforestare e utilizzare le terre dell’Unione per uso personale e, quindi, queste persone si servono della deforestazione degli incendi senza che vi sia un minimo controllo e qualche tipo di azione del governo per inibire tale comportamento.

Buona parte di queste deforestazioni avvengono in terre dell’Unione senza alcun tipo di autorizzazione, quindi in disprezzo della legge; non c’è controllo e persone o gruppi si impadroniscono di terre pubbliche per interessi personali e senza nessuna entrata per il Tesoro.

Quello che spaventa è l’ indulgenza del governo, che si traduce in una specie di carta bianca per chi vuole deforestare, perché sa che difficilmente sarà raggiunto dal controllo dell’Ibama/Istituto dell’ambiente, che in questi ultimi mesi è stato drasticamente ridimensionato.

Brasil de Fato: Possiamo collegare questo fatto con l’avanzare dell’agribusiness?

 Pedro Côrtes: L’estensione di questi incendi significa che non si tratta di un’attività di piccoli agricoltori; sono estensioni ampie che richiedono organizzazione. È necessario avere un gruppo, attrezzature, accesso a determinate aree.  Di fatto vi è una grande partecipazione di gruppi organizzati con risorse finanziarie assai grandi per promuovere questo tipo di deforestazione. Non  si tratta di un piccolo produttore che vuole farsi un campo o avere un modesta area per allevare qualche capo di bestiame. Vengono devastate grandi estensioni.

Brasil de Fato: Quali possibili conseguenze climatiche può portare a breve e lunga scadenza l’aumento degli incendi?

 Pedro Côrtes: Quello che è successo lunedì 19 agosto con il forte fumo che è arrivato nella Regione metropolitana di San Paolo, sfortunatamente, è un esempio didattico della conseguenza climatica di questo tipo di attività. Oltre ad andare incontro ad un naturale periodo di siccità, come è l’inizio del secondo semestre dell’anno, si prevede che i volumi di pioggia saranno al di sotto del previsto. Molto si è detto sui “fiumi volanti”; ma essi altro non sono che l’umidità che si trova al di sopra dell’Amazzonia che, non riuscendo a superare la barriera delle Ande, le costeggia dal lato del territorio continentale ed entra nella regione del Centro-Ovest, segue verso le regione Sud-est e Sud e porta quell’umidità in una zona  dove vi è alta produzione agricola e industriale, non solo in Brasile, ma anche nei paesi vicini.

Questo fumo mostra che ciò che è generato in alcune regioni del Brasile, come l’Amazzonia, alla fine è trasportato dal vento in regioni come San Paolo. Come l’umidità, così il fumo dell’Amazzonia è trasportato. Quando viene iniziata la deforestazione, la cotica erbosa, che ha una radice superficiale, non riesce ad assorbire umidità dal suolo, come invece fanno i grandi alberi dell’Amazzonia, le cui radici scendono a decine di metri drenando acqua dal sottosuolo e, attraverso l’evapotraspirazione, formano le nuvole dei cosiddetti “fiumi volanti”.  Con l’inizio della deforestazione, oltre a problemi locali, si ha una riduzione di questi “fiumi volanti”. E quindi inizia a ridursi il volume di piogge nella regione Centro-Ovest, area agricola importante, oltre che nel Sud-est, nel Sud e in Argentina, Paraguay e Uruguay. Questo già di per sé crea una alterazione climatica.

Negli ultimi anni la riduzione del volume di piogge ha fatto sì che gli invasi per produzione di energia idroelettrica, come  Três Marias (MG), Serra da Mesa (GO) e altri abbiano livelli molto bassi, impedendo la generazione di energia.

Fatto sta che siamo con la bandiera tariffaria rossa per l’energia elettrica, che è molto alta. E l’Agenzia Nazionale di Energia Elettrica /ANEE ha denunciato il rischio idrologico. Manca al governo un piano ambientale che dovrebbe assumere l’Amazzonia come fonte di risorse.

Brasil de Fato: Di quale tipo di politica avremmo bisogno per uno scenario con meno incendi, meno deforestazione e meno conseguenze negative per la popolazione?

 Pedro Côrtes: In verità quello che manca al governo attuale è una politica effettivamente ambientale. Ha invece una politica anti-ambientale. Vi è una politica negazionista dei problemi ambientali, delle alterazioni climatiche, dei problemi che le persone affrontano non solo per il  clima, ma anche tenendo presente le ripercussioni che questo può avere all’estero e che potranno pregiudicare molto il nostro modello di esportazioni in un momento molto critico per la nostra economia. Manca al governo un piano ambientale, che consideri l’Amazzonia una risorsa, ma non con una logica di rapina.

L’Amazzonia ha una funzione ambientale rilevante, con una biodiversità fantastica e molto di quello che si  trova nella flora  potrebbe entrare nella produzione di nuove medicine e di prodotti chimici. Ma non vi è alcun incentivo del governo in questo senso. Il governo considera l’Amazzonia come altre aree nel corso della storia del paese: aree in cui si può entrare, estrarre, occupare senza pensare alle conseguenze, e poi il danno rimane a carico della popolazione, dell’ambiente e dell’Unione.

 

Fonte: Brasil de Fato, editing:  Katarine Flor.  Traduzione di Teresa Isenburg

Precedenti articoli sul Brasile sul sito www.latinoamerica-online.it

(*) teresa.isenburg@unimi.it; già docente di Geografia politica ed economica presso il Dipartimento di studi internazionali, giuridici e storico-politico, Università degli Studi, Milano.

 

 

Web poetry lab: la Natura, di Emily Dickinson

Il cambiamento del clima solleva il tema del rapporto che connette l’uomo alla natura.

I poeti  ascoltano più di tutti lo spirito del tempo: abbiamo recentemente pubblicato le riflessioni poetiche del gruppo di webpoeti amici di Mondohonline  su questo tema, ma anche in passato altri poeti hanno sentito vibrare le corde della loro sensibilità, come Emily Dickinson, che nel 1863 anticipava il profondo legame dell’uomo con la natura

 

Ecco la sua poesia:

 

     “Natura” è ciò che noi vediamo:
     la collina, il meriggio, lo scoiattolo,
     l’eclisse, il calabrone,
     Natura è Paradiso.
     Natura è ciò che udiamo:
     il fringuello e il mare,
     il tuono, il grillo,
     Natura è melodia.
     Natura è ciò che conosciamo,
     ma non sappiamo esprimere:
     così impotente la nostra saggezza
     contro la sua semplicità.

Pubblicato da:   Le Opere del Corriere della Sera n.17,  28.06.2019

 

MILANO-CORTINA, un'Olimpiade verde e ad emissioni zero

Il cambiamento climatico ci premette di rendere ecosostenibili tutte le nostre attività a partire dai grandi eventi, dipende solo da noi. Pubblichiamo con piacere il contributo  di Luciano Pilotti, Stefano Bocchi, Sara Valaguzza (*)

Giochi invernali verdi nella sostenibilità integrale, prevedendo una governance che renda possibile sviluppo economico, inclusione sociale, rispetto delle risorse naturali e collaborazione tra mondo dell’impresa, istituzioni e comunità. Azzerando sprechi e inquinamento, rigenerando e aprendo alla partecipazione:  le ragioni per le quali gli Olimpic Games di Milano-Cortina (O.mc)  potranno essere ricordati. Del resto, l’assegnazione a Milano-Cortina si è basata anche su questo: utilizzo intelligente di quello che già c’è e valorizzazione del contesto ambientale e sociale in chiave inclusiva. Abbiamo tra le mani la straordinaria opportunità di tenere insieme presente e  futuro cogliendo l’occasione per fare di un evento straordinario un momento educativo, culturale, politico, formativo.

Tutela dell’ambiente, dunque, non solo perché è un requisito essenziale del CIO, ma perché chiave strategica di sviluppo sociale e territoriale che sarà patrimonio per il nostro domani. Le O.mc dovranno presentarsi come piattaforma riconoscibile, forte di soluzioni ambientali  utili ai sistemi urbani, non urbani e post-urbani, dalle città metropolitane alla montagna, come un continuum  sul quale agire con policy e strumenti che saranno sperimentati in quel contesto come laboratorio di pratiche e politiche di bioeconomia, agroecologia, integrazione sociale, di pratiche collaborative e di un diritto circolare, agile, dialogico e non più auto-referenziato. Leva di una moderna crescita industriale del Paese intero. Un laboratorio per sperimentare soluzioni innovative di medio-lungo periodo all’interdipendenza “viziosa” tra surriscaldamento climatico, assetti produttivi impattanti su acque e terreni e mancata cura dei paesaggi, turismo e consumi di massa, alti e diffusi livelli di CO2 e polveri sottili, trasporti inquinanti, sprechi di varia natura e iniqua distribuzione delle ricchezze. Dobbiamo incamminarci alla ricerca dell’impatto (socio)ambientale “O” e inserire la sostenibilità come valore-guida nelle procedure di gara, nei contratti, nelle professioni, nelle azioni delle istituzioni.

Se le soluzioni proposte, costruttive, di servizio, di materiali sostenibili di supporto alle Comunità, funzioneranno in Lombardia, Veneto e Trentino Alto Adige,  esse saranno trasferibili in tutto il Paese. A partire dagli impatti occupazionali che, a medio termine, sono stimati tra 9.000 e 11.000 posti di lavoro che, si presume, anche ad alta e media qualificazione. Vedremo realizzarsi un nuovo orientamento verso i goals e non verso i constraints, capace di promuovere l’implementazione di valore pubblico tangibile, sostanziale, permanente.

I “vincoli” ultimi imposti dal CIO divengono allora “volani” di sviluppo economico industriale, urbanistico, turistico, territoriale, oltre che sociale. A partire dall’azzeramento del consumo di suolo, al riuso di infrastrutture (e strutture) esistenti, alla sperimentazione di risorse energetiche rinnovabili e di sistema (sole, biomasse, geotermico, idrogeno) che dovranno essere poste al servizio della comunità per assicurare realisticamente alle future generazioni l’impatto ambientale “prossimo allo ZERO”. Tutto ciò, coinvolgendo le Comunita’ in un Grande Progetto di Partecipazione collettiva ed eco-sistemica che è innanzitutto sociale e culturale: servirà un Integrated Social Sustainability Program per vincere la medaglia d’oro verde. Strumenti, quelli che vedremo sperimentati, che ci permetteranno di studiare e proporre un nuovo modello di città smart e sostenibile e di governo integrato e partecipato, di una moderna polis.

Una delle sfide riguarda l’innevamento artificiale in un contesto di surriscaldamento ambientale non favorevole e in sette anni certo crescente. Infatti già nel 2017 e, ancora piu’ nel 2018-2019, il mantenimento del manto nevoso si è rivelato un problema sotto i 2400 metri s.l.m.; oltre il 20% delle località sciistiche (666) non ha potuto usufruire dei 30 cm. utili e necessari per gli sport invernali nei tre mesi canonici.

Sorge allora la domanda: per assicurarsi questo strato “fisiologico” di neve serviranno dunque altri bacini idrici utili all’innevamento? Se sì, per quanti mc/mq? Per non rischiare di appesantire l’antropizzazione e la fornitura di acqua, gia’ razionata per l’agricoltura a valle, all’acqua andrà accoppiata l’energia per produrre l’innevamento con costi che, secondo il WWF, sarebbero compresi tra 135.000 e 140.000/€ per ettaro di pista (600 GWh), da spalmare su migliaia di km. Le soluzioni adottate saranno sostenibili se sapranno integrare, diffusamente, solare, fotovoltaico, biomasse, geo-termico ed elettrico. Piste e riforestazione dovranno peraltro accoppiarsi sistematicamente e già da ora.

Una seconda questione attiene all’impatto di un turismo di massa che sara’ 50 volte quello delle Olimpiadi del 1957 con un effetto di scala fortissimo e ancor più se disordinato e senza regole, rispetto alla capacità di portanza/accoglienza delle piccole comunità e vallate dell’arco alpino delle regioni coinvolte. Ecco perché sarà utile da subito un’equilibrata distribuzione degli eventi e delle attività per “cerchi concentrici distribuiti e connessi” in particolare tra le tre Regioni core (ma non solo), bilanciando rete infrastrutturale esistente e “programmata” in particolare con trasporto pubblico efficiente ed elettrico (partendo dalla rete ferroviaria) (un piano treni/bus idrogeno sarà necessario) per redistribuire ex-ante la capacità di accoglienza, anche in relazione alla disponibilita’ dell’offerta di ospitalita’ in termini di camere, letti, impianti igienici, parcheggi, salute e sicurezza, ma anche di reti distributive di beni alimentari e di prima necessita’. Un grande programma di eco-bus e sul piano locale sharing mobility (dalle bici ai minibus elettrici) e connessioni con ciclabili lunghe e protette. Stazioni di ricarica elettrica andranno peraltro implementate.

Quarto livello di azione con “costruzioni passive” e modulari con materiali eco-sostenibili ed energeticamente attivi (per es. riuso di calce, paglia, legno, tinteggiature attive, ecc.). Saranno da incentivare gli usi condivisi della casa e delle auto private per temporary sharing resources, recuperando innanzitutto strutture abbandonate e riavviando il non usato.

Solo un approccio eco-sistemico bilanciato e – entro certi margini – flessibile e adattivo, potrà consentire di ridurre l’impatto sul quinto punto di criticità al quale porre attenzione, quello che riguarda gli aspetti ecologici (biodiversità, equilibri ambientali, agricoltura, qualità dei paesaggi). Il turismo di massa “generato” andrà “regolato e programmato” con una imposizione di ” limiti di capacità e portanza” per temperare nuovi effetti degli interventi.  Definire un quadro integrato tra “Aree protette allargate”, “aree di accessibilità limitata”, “aree ad accessibilità regolata” incrociate con le infrastrutture di accesso sarà assolutamente fondamentale.

                         Torri del Sella

Integrazione “temperata e bilanciata” con “eventi stratificati” da monte (scarsi) a valle per un “filtraggio” adeguato di una accessibilità equilibrata e sostenibile, anche per tipologie di fruizione (sportivi, appassionati, turisti, famiglie, gruppi e comunita’) e per tipologie tecniche (sci, camminate sul ghiaccio, bike-riding sky, arrampicate, escursionismo di varia natura). Contrastando il turismo di massa con un’offerta leggera e diversificata per tecniche, luoghi, servizi, utilizzatori, eventi con una informazione e comunicazione su base territoriale integrata (marketing territoriale e NTCM – network-town center management).

Il sesto grande tema è quello dei rifiuti, da governare con opportuni strumenti di differenziazione, riciclo, riuso, rigenerazione, anche con opportune leve di affitto o prestito oneroso di attrezzature, evitando trasporto degli stessi con mezzi pubblici e privati. Un Piano Rifiuti consapevole e responsabile offrirà servizi, secondo regole di comportamento, prevedendo sanzioni adeguate per le deviazioni verso 100% del riciclo e 90% del riuso per il packaging, bandendo strumenti monouso per cibi/bevande, azzerando  sostanze come l’ammoniaca per il ciclo del ghiaccio. Le Associazioni sportive e no-profit, coordinate dalle Pro-Loco e dai Consorzi e Comunita’ Montane, dovranno assumere ruolo determinante nell’orientare, informare, educare, guidare e offrire servizi  ad un pubblico eterogeneo, quest’ultimo probabilmente senza la necessaria esperienza o  conoscenza dei luoghi. Le Olimpiadi saranno un’occasione per sensibilizzare alla sostenibilità, al rispetto delle tradizioni, del patrimonio storico, artistico che, con queste modalità,  generera’ fidelizzazione.   Una governance complessa, pluriregionale e multilocale dovrà abbandonare campanilismi,  individualismi e localismi per monitorare e gestire al meglio i possibili “sovraccarichi” riducendo costose sovrapposizioni.

Guardare alla sostenibilità significa anche farsi promotori attivi dell’economia circolare e del diritto circolare, non ostacolarli da una visione burocratica e formalista, ma cercando flessibilità, originalità, senza complicare le cose semplici. Al centro dell’economica circolare ci sono le idee delle imprese e delle persone, al centro del diritto circolare ci saranno le persone e le istituzioni, a cui chiediamo un’azione agile, creativa, dialogica. Queste Olimpiadi sono l’occasione per dimostrare che economia e miglioramento dell’ambiente possono stare assieme, autoalimentandosi in modo sinergico.

Tutto ciò sarà facilitato grazie alle risorse che il mondo delle telecomunicazioni e dell’informatica oggi offre, dai Big Data all’intelligenza artificiale, ai modelli previsionali, alla progettazione con il Building Information Modeling; dalla trasmissione e ricezione di dati informativi agli strumenti di elaborazione e diffusione continua.

Sarà necessaria una regia capace di costituire una squadra coesa, competente, sensibile ai temi della sostenibilità, capace di accelerare il cammino tracciato da AGENDA 2030 con la quale l’Italia si è impegnata ad abbandonare modelli produttivi e insediativi non sostenibili per invece seguire una nuova rotta di miglioramento della qualità della vita sul Pianeta, per tutti,  nel pieno rispetto della Casa Comune. In questo percorso, scienze e accademia si mettono al servizio della comunità e di chi governerà questa partita. Non si può innovare senza la ricerca, e non si può più fare ricerca senza stare nella realtà, costruendo insieme il futuro.

 

(*) ESP/Environmental Science and Policy – Università di Milano

No a false informazioni sul clima

Riportiamo l’appello dell’Istituto SANT’ANNA di Pisa

PIU’ DI 200 SCIENZIATI E INTELLETTUALI ADERISCONO ALLA LETTERA APERTA DI ROBERTO BUIZZA, FISICO ALL’ISTITUTO DI SCIENZE DELLA VITA DEL SANT’ANNA, ALLE PIU’ ALTE CARICHE ISTITUZIONALI ITALIANE

“No alle false informazioni sul clima. Il riscaldamento globale è di origine antropica” è la lettera aperta promossa da Roberto Buizza, fisico all’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e coordinatore dell’iniziativa federata sulla climatologia con Scuola Normale Superiore e Scuola IUSS Pavia, che dal 7 luglio ha raccolto 300 adesioni da parte di scienziati e intellettuali.

Quando si sarà chiusa la raccolta delle adesioni, la lettera sarà indirizzata alle più alte cariche istituzionali italiane (Presidente della Repubblica, Presidente del Senato, Presidente della Camera dei Deputati, Presidente del Consiglio dei Ministri). “Chiediamo – si legge all’inizio della lettera aperta – che l’Italia segua l’esempio di molti paesi Europei e decida di agire sui processi produttivi e il trasporto, trasformando l’economia in modo da raggiungere il traguardo di ‘zero emissioni nette di gas serra’ entro il 2050”.

 Di seguito il testo completo della lettera e i nominativi di chi ha aderito.

Al Presidente della Repubblica
Al Presidente del Senato
Al Presidente della Camera dei Deputati
Al Presidente del Consiglio dei Ministri

7 luglio 2019

IL RISCALDAMENTO GLOBALE È DI ORIGINE ANTROPICA

È urgente e fondamentale affrontare e risolvere il problema dei cambiamenti climatici. Chiediamo che l’Italia segua l’esempio di molti paesi Europei, e decida di agire sui processi produttivi ed il trasporto, trasformando l’economia in modo da raggiungere il traguardo di ‘zero emissioni nette di gas serra’ entro il 2050.

Tale risultato deve essere raggiunto per i seguenti motivi:

  1. Dati osservati provenienti da una pluralità di fonti dicono che il sistema Terra è oggi sottoposto a variazioni climatiche molto marcate che stanno avvenendo su scale di tempo estremamente brevi;

  2. Le osservazioni indicano chiaramente che le concentrazioni di gas serra in atmosfera, quali l’anidride carbonica e il metano, sono in continua crescita, soprattutto a partire dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale, in seguito ad un utilizzo sempre più massiccio di combustibili fossili e al crescente diffondersi di alcune pratiche agricole, quali gli allevamenti intensivi;

  3. Le misure dell’aumento dei gas-serra e delle variazioni del clima terrestre confermano ciò che la fisica di base ci dice e quanto i modelli del sistema Terra indicano: le attività antropiche sono la causa principale dei cambiamenti climatici a scala globale cui stiamo assistendo;

  4. Migliaia di scienziati che studiano il clima del sistema Terra, la sua evoluzione e le attività umane, concordano sul fatto che ci sia una relazione di causa ed effetto tra l’aumento dei gas serra di origine antropica e l’aumento della temperatura globale terrestre, come confermato dai rapporti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), che riassumono i risultati pubblicati dalla comunità scientifica globale;

  5. I modelli numerici del sistema Terra basati sulle leggi della fisica sono gli strumenti più realistici che abbiamo a disposizione per studiare il clima, per analizzare le cause dei cambiamenti climatici osservati e per stimare possibili scenari di clima futuro; questi modelli sono sempre più affidabili grazie all’accrescimento della rete di osservazioni utilizzate per validare la loro qualità, al miglioramento della nostra conoscenza dei fenomeni che influenzano il clima e alla disponibilità di risorse computazionali ad alte prestazioni;

  6. L’esistenza di una variabilità climatica di origine naturale non può essere addotta come argomento per negare o sminuire l’esistenza di un riscaldamento globale dovuto alle emissioni di gas serra; la variabilità naturale si sovrappone a quella di origine antropica, e la comunità scientifica possiede gli strumenti per analizzare entrambe le componenti e studiare le loro interazioni;

  7. Gli scenari futuri “business as usual” (cioè in assenza di politiche di riduzione di emissioni di gas serra) prodotti dai tutti i modelli del sistema Terra scientificamente accreditati, indicano che gli effetti dei cambiamenti climatici su innumerevoli settori della società e sugli ecosistemi naturali sono tali da mettere in pericolo lo sviluppo sostenibile della società come oggi la conosciamo, e quindi il futuro delle prossime generazioni

  8. Devono essere pertanto intraprese misure efficaci e urgenti per limitare le emissioni di gas serra e mantenere il riscaldamento globale ed i cambiamenti climatici ad esso associati al di sotto del livello di pericolo indicato dall’accordo di Parigi del 2015 (mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali, e perseguire sforzi volti a limitare l’aumento di temperatura a 1,5 °C);

Queste conclusioni sono basate su decine di migliaia di studi condotti in tutti i paesi del mondo dagli scienziati più accreditati che lavorano sul tema dei cambiamenti climatici. È sulla base di queste conclusioni che vanno prese decisioni importanti per la lotta ai cambiamenti climatici piuttosto che su documenti, come la lettera datata 17 giugno e firmata da un gruppo formato quasi esclusivamente da non-esperti sulla scienza dei cambiamenti climatici (come comprovato dai loro curricula di pubblicazioni scientifiche in riviste internazionali), in cui è stato messo in discussione con argomentazioni superficiali ed erronee il legame tra il riscaldamento globale dell’era post-industriale e le emissioni di gas serra di origine antropica (‘Petizione sul riscaldamento globale antropico, datata 17 giugno 2019).

Concludiamo riaffermando con forza che il problema dei cambiamenti climatici è estremamente importante ed urgente, per l’Italia come per tutti i paesi del mondo. Politiche tese alla mitigazione e all’adattamento a questi cambiamenti climatici dovrebbero essere una priorità importante del dibattito politico nazionale per assicurare un futuro migliore alle prossime generazioni.

Questa lettera è stata iniziata da Roberto Buizza (Fisico/matematico, Prof. Ordinario di Fisica, Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa) il 3 luglio 2019, e ad ora (22.51 del 10 luglio 2019) è stata firmata da un Comitato Promotore di 300 persone di scienza e cultura, tra cui moltissimi esperti di fisica del sistema Terra e del clima.

 

Scarica l’allegato alla pagina per vedere l’elenco completo dei firmatari.

Da oggi, 11 luglio 2019, chi volesse firmare la lettera può farlo al seguente link

Di seguito link per trovare osservazioni, dati, rapporti autorevoli:

Società umane e crisi energetiche

Pitture rupestri rappresentanti importanti eventi della società tardo-paleolitica e neolitica: cerimonie religiose, scene di caccia e raffigurazioni di divinità (Grotta di Magura, Bulgaria)

 – di Agnese Visconti (*)

I primi consumatori di energia

Possiamo ragionevolmente far risalire la prima crisi energetica dell’umanità all’età neolitica (circa 12.000 – 8.000 anni fa) quando alcune società umane, sospinte dalla scarsità di produzione energetica spontanea (raccolta, caccia, pesca, legna) e dalla conseguente necessità di effettuare tragitti sempre più lunghi, difficoltosi e malsicuri per alimentarsi e scaldarsi, si trasformarono progressivamente da nomadi a stanziali, iniziando per la prima volta nella storia a produrre, con la coltivazione delle piante (energia chimica) e l’addomesticamento degli animali da lavoro (energia meccanica), l’energia di cui avevano bisogno, segnando così il passaggio dalla preistoria alla storia.

Consumare e produrre

Da allora la densità della popolazione aumentò, la struttura sociale delle comunità divenne sempre più complessa, nacquero villaggi e poi città, furono avviati i primi commerci e le prime forme di amministrazione politica. E soprattutto si andò intensificando ed estendendo la capacità delle società di intervenire sull’ambiente a proprio vantaggio.

I più antichi esempi finora noti di società agricole organizzate ebbero luogo nella mezzaluna fertile sulle rive del Nilo, del Giordano, del Tigri e dell’Eufrate.

Per millenni l’utilizzo del suolo fu alla base della crescita economica, politica e demografica delle società. In particolare in Europa esso portò ad alti livelli produttivi e commerciali e a una organizzazione sociale composita e diversificata, in grado di dare nuova forma al territorio attraverso la coltivazione delle piante, in particolare cereali, per l’alimentazione, attraverso la deforestazione per l’approvvigionamento di legna per scaldarsi, cuocere e lavorare i metalli, e attraverso l’utilizzo degli incolti per il pascolo del bestiame da lavoro, e in grado inoltre di costruire macchine, quali le navi e i mulini a vento e ad acqua, trasformatrici di energia cinetica in energia meccanica.

Ma tra il XVII e il XVIII secolo l’equilibrio tra campi, pascoli e boschi, noto come agro-silvo-pastorale, sul quale si reggeva l’uso del suolo da parte delle società europee cominciò a vacillare di fronte alla crescente domanda energetica dovuta all’incremento demografico e al maggior benessere della popolazione. In un primo tempo si tentò, con l’aiuto degli scienziati, di apportare modifiche migliorative alle risorse provenienti dallo schema del campo, del pascolo e del bosco, ma tali sforzi non furono sufficienti a fronteggiare la crisi.

Dal suolo al sottosuolo

La città industriale
(Ecomusée Creusot-Monceau)

La soluzione fu allora trovata, grazie all’intervento della scienza, nel sottosuolo, prima con la torba e poi con il carbon fossile. Si trattò di una svolta fondamentale, meglio di una vera e propria cesura: il carbone, che si sostituiva alla legna, consentiva una più accentuata deforestazione e una conseguente maggior estensione dei campi e dei pascoli. Inoltre per la prima volta le società europee si rivolgevano per i loro consumi energetici a una fonte di energia non rinnovabile. Il carbone, che aveva una resa energetica più alta a parità di costo di quella della legna, venne utilizzato per la fusione e la lavorazione dei metalli, in particolare del ferro che nella seconda metà del XVIII secolo iniziò a sostituire la pietra nell’edilizia.

Con la successiva invenzione della macchina a vapore divenne inoltre possibile utilizzare il carbone per produrre non solo energia termica, ma anche energia meccanica applicabile in un primo tempo alle manifatture, e in seguito anche alle navi e alle locomotive.

L’energia elettrica

Fu poi la volta dell’elettricità, prodotta sia mediante un generatore azionato da una macchina a vapore (termoelettrica) sia mediante una turbina messa in moto dall’energia di una caduta d’acqua (idroelettrica).

Energia idroelettrica – La diga di Kariba, completata nel 1977 sul fiume Zambesi al confine tra Zambia e Zimbabwe, oggi mostra fenomeni erosivi alla base

Con il XX secolo iniziava l’era della tecnologia: telefoni, illuminazione, ascensori, radio elettrodomestici, ecc., fino ai computer e ai cellulari di oggi. E iniziavano anche le prime catastrofi ambientali, con la costruzione delle grandi dighe che tuttora sono oggetto di aspri contrasti per l’uso dell’acqua e per il degrado degli ecosistemi circostanti.

Petrolio e gas

Contemporaneamente, a seguito della invenzione del motore a scoppio, veniva resa utilizzabile per fini energetici un’altra fonte energetica fossile proveniente dal sottosuolo: il petrolio, che da allora è diventato il protagonista energetico mondiale, nonché la causa del ripetersi di catastrofi sempre più ravvicinate e preoccupanti.

A cominciare fu lo shock petrolifero del 1973, quando i Paesi produttori di petrolio uniti nel cartello dell’OPEC alzarono il prezzo del greggio da 3 a 12 dollari al barile al fine di contrastare il predominio economico delle aziende petrolifere occidentali, principalmente americane e inglesi che esercitavano un controllo praticamente assoluto sulla filiera produttiva, definendo in modo unilaterale le quote di estrazione e il prezzo del petrolio. Seguì poi l’aumento del 1979 a seguito della destituzione dello scià dell’Iran, della rivoluzione di Khomeini e della guerra tra Iran e Iraq. Le reazioni furono diverse nei Paesi in via di sviluppo non detentori di risorse energetiche e in quelli industrializzati. I primi si trovarono in gravi difficoltà e furono costretti a indebitarsi fortemente per pagare il petrolio che importavano, impoverendosi così ulteriormente. I secondi, basandosi sulle conoscenze scientifiche, migliorarono le tecniche di estrazione rendendo utilizzabili nuovi giacimenti (Mare del Nord, mari al largo dell’Africa occidentale, del Brasile, del Canada, della Groenlandia e della Siberia) e avviando l’utilizzo del gas, fino ad allora ritenuto troppo costoso: ancora una volta una fonte energetica fossile.

 A tali scelte, basate su una tecnologia molto avanzata, seguirono varie, gravi catastrofi ambientali dovute principalmente al rilascio di grandi quantità di petrolio dalle navi e dalle piattaforme petroliere, con gravissimi danni alla fauna e alla flora marina e con elevati costi per la bonifica degli ambienti inquinati.

Il clima

Ancora più allarmante si rivelò, a partire dagli anni Ottanta, con il crescente aumento dell’uso dei combustibili fossili, l’incremento dell’emissione in atmosfera dei cosiddetti gas a effetto serra, in particolare anidride carbonica (CO2), che sono trasparenti alla radiazione solare, ma che trattengono sul pianeta la radiazione infrarossa con l’effetto di innalzarne la temperatura. Un fenomeno in crescita che ha gravi ripercussioni sul clima del pianeta. I futuri scenari climatici sono molto difficili da prevedere perché le variabili in gioco sono numerosissime e in continua evoluzione. Tuttavia gli scienziati riuniti nell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), foro scientifico delle Nazioni Unite fondato con lo scopo di studiare il riscaldamento globale, prevedono un possibile aumento della temperatura media della terra da un minimo di 2°C a un massimo di 5,7°C, con conseguente maggior estensione delle aree soggette a malattie tropicali, innalzamento del livello dei mari, intensificazione degli eventi meteorologici estremi e scarsità d’acqua. Ne risulta la necessità di diminuire l’uso dei combustibili fossili al fine di contenere le emissioni di CO2 e consentire così il loro assorbimento nell’atmosfera. Da allora si sono susseguite in tutto il mondo conferenze governative intese ad accordarsi sulle strategie da mettere in atto per arrestare, o quanto meno mitigare, le future minacce ambientali e i loro preoccupanti risvolti sociali per milioni di persone (malattie, spopolamento delle aree colpite e massicci trasferimenti di popolazioni verso zone più sicure). Tra esse particolare rilievo ebbe quella di Kyoto (1997) nel corso della quale venne redatto l’omonimo protocollo che prevedeva l’obbligo di contenere le emissioni di CO2 al fine di riportarle entro il 2012 ai livelli del 1990. Nell’ultima conferenza, tenutasi a Katowice in Polonia nel 2018 i governi dei Paesi industrializzati si sono impegnati ad aiutare finanziariamente e tecnicamente i più poveri a rispettare gli impegni presi.

Ricchi e poveri

Oggi il consumo di energia nel mondo è pari a circa 40-50.000 Calorie pro capite al giorno, corrispondente a un totale di 9 miliardi di Tep (Tonnellate equivalenti di petrolio); esso raggiunge circa 110.000 Calorie pro capite al giorno nei Paesi industrializzati che comprendono circa il 25% della popolazione mondiale, mentre è quasi dieci volte più basso nei Paesi in via di sviluppo, dove in parecchi casi le popolazioni non riescono neppure ad aver accesso al mercato dell’energia. Si tenga inoltre conto che anche nei Paesi industrializzati una parte della popolazione consuma una quantità di energia molto inferiore alla media. Tale parte di popolazione è cresciuta negli ultimi anni in alcuni Paesi, tra cui l’Italia.

Dal momento che la differenza nei consumi energetici è uno degli indicatori principali del divario tra Paesi ricchi e Paesi poveri, ne consegue che tra gli obiettivi intesi ad annullare, o quanto meno a ridurre questo divario, non possa mancare quello di un aumento delle disponibilità energetiche nei Paesi in via di sviluppo che comprendono circa il 70% della popolazione mondiale.

Prospettive

Tale incremento implica tuttavia la consapevolezza dei danni ambientali che ogni aumento dell’uso delle risorse energetiche comporta. Pertanto le decisioni relative agli investimenti necessari per incrementare la crescita economica dei Paesi poveri si presentano in maniera estremamente complessa e problematica. Occorre quindi avviare il tentativo di perseguire la strada dello sviluppo sostenibile che consiste nell’integrare economia, giustizia sociale e ambiente.

Un primo passo è quello del riciclaggio che consente di non produrre e non inquinare. Inoltre va avviata la costruzione di un nuovo sistema energetico basato sull’uso di fonti non inquinanti, rinnovabili e largamente disponibili (acqua, idrogeno, aria, sole, geotermia), tenendo tuttavia presente che ognuna di queste fonti energetiche può comportare risvolti negativi per l’ambiente e per gli uomini, e che di conseguenza deve essere analizzata e valutata dal potere politico con estrema attenzione e accortezza.

Fattori decisivi da cui dipende la possibilità di costruire un nuovo sistema energetico non sono tanto gli sviluppi tecnologici quanto piuttosto le scelte di politica energetica, attualmente influenzate dagli interessi legati all’uso di carbone, petrolio e gas. Le scelte politiche si rivelano essenziali anche alla luce del rischio che la tecnologia possa diventare strumento di dominio e non di liberazione quando non viene utilizzata all’interno di forme di controllo democratiche, consapevoli e costantemente vigili.

 

(*) già Università di Pavia – Attualmente si occupa dello studio dei rapporti tra storia degli ambienti e storia degli uomini.

 

 

Clima ed esseri umani

– di Gabriella Campioni (*)

Ho letto con molto interesse gli articoli che vanno a comporre e arricchire l’importantissimo capitolo dell’osservatorio di MondoHonline sul riscaldamento globale e il clima e desidero dare un mio ulteriore contributo, come sempre, di note sparse da profana.

Stamani, alla radio, il Rettore di un ateneo triestino, parlando di Fisica Quantistica e di (non ancora sviluppati) computer superveloci, ha detto una frase che mi ha provocato un fremito di gioia: occorre una contaminazione fra scienza e umanesimo e già se ne vedono i segni. Quel “già” può avere un senso anticipatorio, ma anche riferirsi al passato (analogo a “ex” o “fu”): Leonardo, Einstein, Bohr, per non citarne che tre, “già” coniugavano dentro di sé scienza e umanesimo o addirittura spiritualità.  Spiritualità intesa non come religione, bensì come senso della sacralità della Vita, del Mistero e dell’intima uni-tarietà di un uni-verso i cui componenti sono infiniti, inscindibilmente interconnessi e ognuno di essi riflette e contiene la totalità (ne è una piccola prova lo stemma di Bohr con il motto “Contraria sunt complementa” e il simbolo del Tao). Quelle sono precisamente le cose che, a mio personale avviso, abbiamo perso di vista oggi. E sono alla base di molti nostri guai.

La coda d’inverno che ci  ha regalato questo Maggio 2019 è stata colta al volo da alcuni per proclamare che il riscaldamento globale è una bufala, tutt’al più c’è riscaldamento in certi Paesi e in altri no. A parte la differenza tra clima e tempo atmosferico e ogni altro eventuale commento, un articolo del Centro Dati sui ghiacci dell’Università di Boulder (Colorado) afferma in pratica che sì, c’è uno sconvolgimento climatico e sì, si stanno rivelando temperature anormalmente fredde un po’ ovunque, ma non è di questo che potrebbe morire il pianeta, bensì di una “annichilazione” della popolazione di insetti del pianeta con catastrofiche conseguenze sulle biodiversità e su tutti gli ecosistemi planetari, una sesta estinzione di massa. Lo si vedrebbe già nei conteggi dello sperma umano… 

A chi credere, allora? A mio personalissimo avviso, il punto è che tutte queste cose (il riscaldamento o raffreddamento, lo sconvolgimento climatico, la decimazione degli insetti, la perdita di biodiversità e tutto il resto) sono  tessere di un puzzle estremamente complesso che non possono essere considerate a sé stanti. Altre tessere possono essere l’antropizzazione, le nuove tecnologie, la gentrificazione, la deforestazione, l’inquinamento, le bio-ingegnerie, l’energia, i cicli naturali, i cicli solari, l’incremento demografico mondiale (ma come fa a incrementarsi se nascono meno bambini di quanti necessari per assicurare il ricambio generazionale, un trend che si manifesta anche nei Paesi poveri a mano a mano che si sviluppano,  e lo sperma maschile è meno fertile?)… Ci sarebbe persino, qualcuno sostiene, che la Terra, insieme al sistema solare, si sarebbe spostata in una zona della galassia per noi nuova, esponendoci a radiazioni alle quali non siamo abituati. C’è insomma, di tutto e di più in una sorta di matassa ingarbugliata, ma resta il fatto che, agendo su un elemento, influiamo inevitabilmente su altri elementi e sul tutto. Dobbiamo uscire dall’attuale mentalità lineare per trovarne una non-lineare: anche questo ha detto il Rettore di cui sopra. Che cosa significa mentalità non-lineare? Pur se qualcuno dà suggerimenti in proposito, è da scoprire, ma forse potremmo cominciare con una definizione già un po’ meno ignota: una mentalità sistemica. In realtà, per quanto io possa capirne, si tratterebbe di una mentalità quantica… e comunque dovrebbe essere diversa dall’attuale: che l’abbia detto o no Einstein, come qualcuno sostiene, mi sembra lapalissiano che sia follia aspettarsi risultati diversi facendo le stesse cose e che un problema non possa essere risolto con la stessa mentalità con cui è stato creato.

Sempre a mio personale avviso, c’è un’altra tessera del puzzle che qualcuno potrebbe considerare folle: lo chiamerei surriscaldamento mentale. Il mio medico psicosomatista, anni fa, mi dimostrò efficacemente che la mente non è meno fisica della materia, stimolandomi a una ricerca che mi appassiona da un trentennio (ma pur sempre da profana). Basta dare un’occhiata a certi talk show, soprattutto se partitici, alle notizie del TG o a certi post sui social per rendersi conto di quanto facilmente le menti si surriscaldino e degenerino in odio, bullismo, prima o poi guerre. La metafora del battito d’ali di una farfalla qui che diventa un ciclone dall’altra parte del pianeta, ripresa persino dal Sole 24 Ore anni fa, si applica anche e soprattutto a questo. Davvero crediamo che noi si comunichi solo con le parole? Davvero crediamo che i nostri pensieri restino confinati nella nostra testa senza influenzare l’intorno? Proviamo a stare vicino a un depresso o, viceversa, a un entusiasta e vediamo come ci sentiamo.  Vediamo come ci sentiamo accanto ad alberi rigogliosi, in un ambiente degradato o in una situazione piena di gente “schizzata”. E se vogliamo esempi di più ampia portata, andiamo a vedere quante scoperte sono state fatte contemporaneamente in due o più luoghi diversi e distanti del pianeta o a quanto rapidamente scoppino certe “mode”, magari a seguito di post su Facebook di illustri sconosciuti che diventano pressoché istantaneamente “virali”.

Mi si obietterà che il mio nesso tra surriscaldamento mentale e ambiente non regge, visto che abbiamo temperature più basse del solito. E se fosse che questo “fuoco” ha bruciato, se non tutto, gran parte?

Mi si obietterà anche che la Vita ha bisogno di fuoco. Verissimo, ma c’è un fuoco che distrugge, quello della bellicosa razionalità, e un fuoco che alimenta, quello del cuore. L’americano HeartMath Institute conduce da molti anni una ricerca sui vantaggi che si ottengono educandosi a una “coerenza” tra mente e cuore, una condizione di sintonia e “collaborazione” tra i due. Sono vantaggi personali, ma anche mondiali, che vengono perseguiti, ad esempio, grazie all’impegno di volontari e monitorati mediante alcuni sensori in diversi luoghi del Pianeta.

Potremmo addirittura dire che la Terra e l’umanità sono organismi senzienti dotati di una sensibilità che non riconosciamo a livello razionale. Sul suo sito c’è un grafico (qui a lato) che rivela picchi di frequenza inauditi già due o tre ore prima degli attacchi alle Torri Gemelle, come se li si presagissimo senza rendercene conto.

La ricerca di questo istituto, che ritengo scientificamente seria o comunque degna di essere presa in considerazione, dimostra non solo che il cuore ha una sua intelligenza, ma addirittura è dotato di una rete neuronale come il cervello. 

 E se, in cerca di una nuova mentalità, provassimo almeno a cominciare con questa?

 

 

(*) Istituto di Ricerche Cosmòs, Milano