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D. Mainardi: 

Parkinson: l'importanza della dieta

Lombardia: le risorse idriche per l'agricoltura

Dal Convegno ‘Nuove resilienze metropolitane dalle patologie ed emergenze dell’acqua’ – Mondohonline, 22 marzo 2018

Sintesi dell’intervento  di Andrea Corapi (*)

Il complesso ed esteso sistema idrografico e idraulico permette di utilizzare in modo efficiente l’abbondante disponibilità di acqua presente nella regione.

Il sapiente utilizzo della risorsa ha contribuito allo sviluppo socio-economico della Lombardia, la cui agricoltura è tra le prime in Europa per qualità e quantità delle sue produzioni.

L’uso irriguo prevale sugli altri impieghi e risulta essere dell’84%; se invece si considerano anche le portate idriche oggetto di concessione per produzione di energia idroelettrica esso scende al 20%.

Per l’irrigazione l’86% dell’acqua è derivata da corpi idrici superficiali, il 12% da pozzi ed il 2% da fontanili. Prevalgono le derivazioni a gravità ed il trasporto dell’acqua con canali a pelo libero. Il reticolo idrico di bonifica e di irrigazione si stima essere di circa 40.000 km, dei quali 18.000 km circa gestiti dai consorzi di bonifica.

L’irrigazione è esercitata per lo più in forma collettiva da enti irrigui (consorzi di bonifica, di miglioramento fondiario, di irrigazione, ecc.), mentre le aziende agricole sono titolari di concessione solo per il 18 % ca. delle portate concesse.

La stagione irrigua decorre dal 1° aprile al 30 settembre, anche se l’irrigazione è cruciale nel periodo giugno/agosto. I metodi irrigui prevalenti sono lo scorrimento, la sommersione e l’aspersione. Soprattutto nelle coltivazioni ortofrutticole si applica anche la microirrigazione.  

I sistemi irrigui (opere di presa, rete di canali e metodi irrigui) complessivamente richiedono poca energia ed hanno una bassa efficienza di impiego dell’acqua, se valutata sul singolo campo irrigato. Se consideriamo il consistente interscambio tra le acque superficiali e quelle sotterranee, l’efficienza migliora sensibilmente a livello territoriale. La multifunzionalità delle opere e delle attività di bonifica e irrigazione è ormai riconosciuta e costituisce un valore molto apprezzato.

Pur rilevando complessivamente una buona efficienza nell’uso dell’acqua, si rendono comunque necessari interventi ed azioni, per adeguare il sistema delle risorse idriche ai nuovi scenari che si stanno prefigurando a causa dei cambiamenti climatici in atto, in coerenza con le indicazioni della pianificazione distrettuale e regionale, che hanno tra i propri obiettivi il risparmio e l’uso efficiente e sostenibile dell’acqua.

Lombardia, terra ricca d’acqua

La Lombardia possiede una conformazione geomorfologica e un sistema idrografico e idraulico (ghiacciai, invasi artificiali alpini, grandi laghi prealpini  regolati ed un fitto reticolo idrico naturale ed artificiale) che, unitamente alle abbondanti precipitazioni nelle aree montuose, le permette di disporre e di utilizzare enormi quantità di acqua per i vari usi. Nella pianura lombarda è presente una delle maggiori riserve idriche sotterranee d’Europa.

Il volume d’acqua annuo concesso (ca. 155 miliardi di mc) è 5 volte la quantità degli afflussi meteorici (ca. 27 miliardi di mc/anno). Questo è possibile perché la stessa acqua viene utilizzata più volte per il medesimo uso e/o per usi differenti. A tal fine sono importanti le restituzioni ai corpi idrici superficiali (uso idroelettrico, raffreddamento centrali termoelettriche, in parte uso irriguo) e i rilasci ai corpi idrici sotterranei (uso irriguo).

La rete dei canali e delle opere di bonifica e di irrigazione

L’irrigazione e la bonifica in Lombardia sono pratiche antiche. Il reticolo idrico artificiale, costruito nei secoli scorsi, è strettamente interconnesso a quello naturale e caratterizza in modo marcato il paesaggio e l’ambiente del territorio di pianura. Costituisce una solida base dello sviluppo socio-economico della Lombardia.

Importanti canali ed il sistema dei fontanili hanno infatti secoli di vita e presentano tracciati lunghi anche diverse decine di km:

Secolo X: Seriola Vetra

Secolo XII: Naviglio Grande Milanese, roggia Vettabbia

Secolo XIII: Canale Muzza

Secolo XV: Navigli Martesana, Bereguardo, Binasco-Pavia

Secolo XIX: Cavo Marocco, Naviglio Pavese, canale Villoresi

Nel XX secolo sono stati costruiti altri importanti canali irrigui (es. Canale Virgilio) e le principali opere di bonifica idraulica (impianti idrovori e relativi canali). Nella prima metà del ‘900 sono state realizzate le opere di regolazione dei grandi laghi prealpini

Cosa si sta facendo per  affrontare le situazioni di scarsità e per migliorare l’uso razionale ed efficiente dell’ acqua

Miglioramento del quadro delle conoscenze e potenziamento dell’attività di monitoraggio (disponibilità e utilizzo dell’acqua, lo stato qualitativo dell’acqua e dei corpi idrici, il rilascio del deflusso minimo vitale per le grandi derivazioni), la quantificazione dell’interazione tra le acque meteoriche e irrigue con quelle sotterranee, l’implementazione dei bilanci idrici;

Potenziamento delle azioni di governance (es. Osservatorio permanente degli usi idrici) a livello di distretto idrografico e regionale. Regione  Lombardia nel 2007 aveva costituito una Cabina di regia ed avviato l’attività che ha portato al Patto per l’acqua siglato tra i vari portatori di interesse e istituzioni nel 2009;

Approvazione ed attuazione della pianificazione in materia di risorse idriche e di bonifica ed irrigazione;

In situazioni di scarsità si interviene sulla gestione della risorsa, riducendo i prelievi ed allungando i turni irrigui, ecc.;

Modifica degli ordinamenti colturali e conversione dei metodi irrigui in coerenza con le indicazioni della pianificazione;

Interventi strutturali sugli impianti, manufatti e rete irrigua alla sua effettiva disponibilità (importante ammodernamento della rete e degli impianti);

Principali strumenti finanziari: fondi europei, statali, regionali, dei consorzi, ecc.

 

(*) Regione Lombardia – D. G. Territorio, Urbanistica, Difesa del suolo e Città Metropolitana

Link alla video-registrazione dell’intervento

 

Clima: cambiamenti nel tempo e impatto in agricoltura

Dal Convegno ‘Nuove resilienze metropolitane dalle patologie ed emergenze dell’acqua’ – Mondohonline, 22 marzo 2018

Cambiamenti climatici e risorse idriche per l’agricoltura – di Luigi Mariani (*)

 

Inquadramento storico del problema

Il clima del pianeta è in continuo mutamento per effetto di fattori naturali di tipo astronomico, geografico, oceanico, ecc. (Pinna, 2016). A tale variabilità naturale si sovrappone l’effetto antropico attraverso fenomeni quali i cambiamenti di uso del suolo e l’emissione in atmosfera di gas ad effetto serra (anidride carbonica, metano, ecc.).

In particolare negli ultimi 2 milioni di anni (quaternario) il clima del pianeta (in precedenza molto più caldo – figura 1) ha presentato caratteristiche oscillazioni con alternanza di lunghe fasi glaciali (le ultime delle quali sono le glaciazioni di Mindel, Riss e Wurm) e di più brevi fasi interglaciali, nell’ultima delle quali (Olocene) stiamo oggi vivendo.

Gli ultimi 4 interglaciali precedenti al nostro hanno goduto di temperature a tal punto superiori a quelle attuali da portare al totale scioglimento della calotta glaciale groenlandese (Mc Gregor et al., 2015) e a un livello del mare di 5-8 metri superiore a quello attuale (Antonioli e Silenzi, 2007) il che ci dimostra la potenza con cui si esprimeva la variabilità naturale in epoche in cui l’effetto antropico era irrilevante. Durante l’Olocene, dopo una fase molto calda fra 8000 e 5000 anni orsono e nel corso della quale è probabile che si sia avuta la quasi totale scomparsa dei ghiacciai alpini (Hormes et al., 2001; Goehring et al., 2011), le temperature hanno iniziato a calare con una discesa che, seppur temporaneamente interrotta da alcune fasi più calde (optimum miceneo, romano e medioevale), le ha portate a raggiungere il loro livello più basso nella Piccola Era Glaciale – PEG (1250-1850), epoca durante la quale le cronache narrano di gravissime difficoltà di approvvigionamento alimentare e di sopravvivenza per le popolazioni alpine e delle alte latitudini (Behringer, 2013).

Dopo il 1850 le temperature hanno ripreso a salire portandoci alla fase attuale di riscaldamento nella quale un contributo antropico significativo è rintracciabile soprattutto nell’incremento delle temperature globali registratosi dal 1977 ad oggi. In tal senso è utile segnalare che Ziskin & Shaviv (2012), applicando un Energy Balance Model hanno stimato che il 60% del trend crescente delle temperature osservato nel XX secolo è di origine antropica ed il 40% di origine solare.
Se osserviamo gli andamenti delle temperature europee dal 1655 al 2017 raffigurati in figura 2 (Mariani e Zavatti, 2017) troviamo riscontro a quanto detto in precedenza. Inoltre tale diagramma ci dà modo di evidenziare alcuni tratti caratteristici.

Anzitutto il periodo indagato è suddivisibile in tre fasi climatiche omogenee individuate grazie all’analisi di discontinuità e che vanno rispettivamente dal 1655 al 1709, dal 1710 al 1942 e dal 1943 ad oggi. Si noti poi che il 2017, con +1.38°C rispetto alla media 1961-90, si colloca al sesto posto fra i più caldi dal 1655 a oggi. Inoltre fra i 30 anni più caldi dal 1655, 6 ricadono nel XVIII secolo (1779, 1775, 1773, 1727, 1723, 1722), 11 nel XX (2000, 1999, 1997, 1995, 1994, 1992, 1990, 1989, 1949, 1934) e ben 14 nel XXI secolo. Peraltro la frequenza di anni caldi del XVIII secolo, alternati ad anni molto freddi, indusse lo storico del clima Emmanuel Leroy Ladurie ad intitolare Canicules et glaciers un testo del 2004 in cui affrontava il tema della PEG. Analizzando poi i 30 anni più freddi dal 1655 ad oggi si evidenzia che 10 ricadono nel XVII secolo (1674, 1675, 1684, 1688, 1691, 1692, 1694, 1695, 1697, 1698), 9 nel XVIII (1702, 1707, 1708, 1709, 1740, 1784, 1785, 1786, 1799), 11 nel XIX (1805, 1809, 1812, 1814, 1816, 1829, 1838, 1855, 1871, 1879, 1888) mentre nessuno è presente in XX (solo al 34° posto troviamo il 1940 ed al 39° il 1956) e XXI secolo. Anno più freddo in assoluto è stato il 1740 mentre solo al 19° posto si colloca il 1816, il famoso “anno senza estate”.

Uno sguardo complessivo alla serie storica europea 1655-2017 indica la presenza di una sensibilissima variabilità interannuale, con anni freddi che si alternano ad anni caldi, il che si traduce nel classico andamento a “dente di sega”. Tale variabilità è presente nell’intera serie e consente di contestare in modo immediato l’affermazione secondo cui il clima europeo prima dell’era dell’Anthropogenic Global Warming (AGW) fosse un clima più stabile. Giova altresì dire che la grande variabilità interannuale è frutto della circolazione generale e delle strutture di blocco responsabili dell’afflusso verso la nostra area di masse d’aria con caratteristiche peculiari (aria artica, polare e subtropicale nelle loro forme marittime e continentali).

Si osserva inoltre la presenza di una ciclicità pluriennale con cicli di durata media di 60-70 anni, messa in luce in figura 2a dall’interpolante a media mobile (linea nera). Tale ciclicità è effetto dei cicli caratteristici delle temperature dell’Oceano Atlantico e dell’intensità delle grandi correnti occidentali, maestoso fiume d’aria che scorre alle medie latitudini. La potenza di tale ciclicità pluriennale è notevolissima. Ad esempio dagli anni 50 agli anni 70 del XX secolo essa ha dato luogo al calo delle temperature europee, riportatesi su valori al di sotto della media dell’intera serie che è di -0.28°C di scostamento rispetto alla media 1961-1990 (figura 2b – linea verde).

 

Figura 2b – Change analysis eseguita con il metodo di Bai e Perron. In tal modo si individuano tre fasi climatiche omogenee separate da 2 breakpoints, il primo dei quali ha come anno più probabile il 1709 e il secondo il 1942. Si osservi inoltre che Il breakpoint più antico ricade con un 99% di probabilità negli anni compresi fra 1666 e 1755 mentre il secondo ricade con un 99% di probabilità negli anni compresi fra 1926 e 1956. In blu è la media dei tre sottoperiodi omogenei e in verde la media dell’intera serie.

 

Se ci riferiamo al periodo 1961-2017 possiamo rilevare che a livello europeo le temperature del sottoperiodo che va dal 1991 al 2017 sono di +1,0°C superiori a quelle del 1961-1990 (tabella 1).

Tale fenomeno trova perfetto riscontro a livello padano–alpino (come dimostrano i dati per l’area rurale circostante Milano riportati in tabella 1) ove le temperature più elevate sono all’origine di minori livelli di innevamento e di un sensibile arretramento delle masse glaciali alpine. Da rilevare inoltre un incremento sensibile nella frequenza delle ondate di caldo, tanto è vero che nell’area rurale prossima a Milano il numero medio di giorni annui con temperature superiori a 33°C è passato da 2.8 giorni del 1951-2000 a 11.4 giorni del 2001-2016 mentre il numero medio di giorni annui con temperature superiori a 35°C è passato da 0.3 giorni del 1951-2000 ai 2.7 giorni del 2001-2016 (Mariani, 2017).

Abbiamo fin qui parlato di temperature. Per quanto attiene invece alle precipitazioni, le stesse si mantengono su valori grossomodo stazionari a livello di valori medi annui (figura 4 e tabella 3). In particolare si noti che la tabella 3, riferita a 12 stazioni italiane con serie storiche lunghe, evidenzia la sostanziale stazionarietà delle precipitazioni del trentennio 1961-90 e del periodo 1991-2017 rispetto all’intera serie.

Figura 4 – Precipitazioni totali annue per tre stazioni storiche dell’area italiana

La stessa intensità (mm per evento) non manifesta incrementi rilevanti, come emerge dai diagrammi in figura 5, che illustrano l’intensità in mm per giorno piovoso nel periodo 1973-2017 per le tre macroaree dell’Italia del Nord, del Centro e del Sud dedotti dai dati delle 202 stazioni pluviometriche afferenti alla rete GSOD.

Tali valutazioni sono confermate dall’analisi statistica sulla significatività dei trend svolta con il test Z di Mann Kendall eseguito con il pacchetto statistico Makesens 1_0 (Salmi et al., 2002) (tabella 2).

Da tale analisi emerge che i trend per il periodo 1973-99 sono significativi solo per il Sud e per l’Italia nel suo complesso e non significativi per Nord e Centro. Non significativi sono inoltre tutti i trend per il periodo 2000-2017. In sintesi tali dati smentiscono gli allarmi relativi a incrementi “parossitici” delle intensità delle precipitazioni sull’area italiana. A risultati analoghi era peraltro giunto un mio lavoro scientifico riferito all’intero areale mediterraneo (Mariani e Parisi, 2013) e alla Lombardia (Parisi, Mariani e Cola, 2014). Preciso per completezza d’informazione che i lavori citati sono tutti riferiti a serie giornaliere. Dati diversi si potrebbero forse ottenere lavorando su serie precipitative orarie, le quali tuttavia presentano spesso forti limiti in termini di lunghezza e continuità della serie.

In sintesi dunque i dati presentati evidenziano che negli ultimi 50 anni il cambiamento climatico per l’area italiana si è caratterizzato per:

– aumento delle temperature medie annue di circa 1°C
– aumento della frequenza nelle ondate di caldo
– stazionarietà delle precipitazioni totali
– modesti incrementi nelle intensità medie giornaliere delle precipitazioni.

A ciò va aggiunto che al momento le evidenze di trend in crescita negli eventi estremi (tornado, cicloni tropicali, grandi alluvioni, ecc.) sono modeste come evidenzia lo stesso IPCC nella sua monografia sugli eventi estremi uscita nel 2012. Daltronde il miglior indicatore delle benignità sostanziale del clima attuale per l’agricoltura è dato dal trend delle rese ettariali medie globali dal 1961 al 2013 per le 4 colture responsabili di oltre il 60% dell’approvvigionamento di cibo a livello globale (mais, riso, frumento e soia).

Figura 7 – Rese ettariali del mais in Italia dal 1921 al 2009 (fonte: ISTAT)


Si noti il trend gradualmente crescente che non sarebbe possibile in presenza di cambiamenti climatici distruttivi. Inoltre a livello italiano un clima meno favorevole all’agricoltura non si concilierebbe con il trend decrescente dei rimborsi delle compagnie assicuratrici in agricoltura espressi in % rispetto ai premi versati dagli assicurati (figura 7).
 
 
Le conseguenze per l’agricoltura

L’aumento di 1°C delle temperature medie annue si traduce in:

– un modesto incremento dei consumi evapotraspirativi delle colture: da stime eseguite con il modello di Hargreaves e Samani i consumi evapotraspirativi medi annui della coltura di riferimento salgono da 1020 a 1039 mm (+2,8% pari a circa mezza irrigazione di aumento)

– un allungamento della stagione di crescita per le colture estive (periodo compreso fra ultima gelata primaverile e prima gelata autunnale) stimabile in 15-25 giorni, il che comporta il vantaggio di poter usufruire di varietà a ciclo più lungo e dunque più produttive

– un anticipo nella fenologia delle colture stimabile in 1-2 settimane, il che presenta svariati vantaggi (es. raccolta anticipata dei cereali vernini – frumento, orzo, ecc. – con possibilità di seminare in anticipo la coltura estiva successiva; raccolta anticipata per vite, melo, pero e cereali estivi con maggiori probabilità di sfuggire alla fase piovosa autunnale).

Si noti che parallelamente alla variabilità del clima si è assistito ad un sensibile miglioramento nelle agrotecniche e nella genetica (es: mais ibridi sempre più performanti) che almeno fino agli anni ’90 ha dato luogo ad incrementi produttivi considerevoli nelle grandi colture. Al riguardo in figura 6 sono riportati gli andamenti produttivi del mais in Italia dal 1921 al 2009 (fonte: ISTAT).
 

 
Figura 6 – Rese delle 4 colture che nutrono il mondo. Si noti il trend crescente che non sarebbe possibile in presenza di cambiamenti climatici distruttivi. Più nello specifico è triplicata per il frumento (da 1.24 a 3.26 t/ha = +200% = +3.8% l’anno), quasi triplicata per il mais (da 1.9 a 5.5 t/ha =+183% = +3.5% l’anno), più che raddoppiata per il Riso (da 1.9 a 4.5 t/ha =+140% = +2.6% l’anno) e più che raddoppiata Soia (da 1.2 a 2.5 t/ha =+119%=+2.3% l’anno)
 
Si noti l’enorme incremento produttivo: dalle 1.7 t/ha della decade 1921-30 alle 2.7 del 1951-60 alle 9.2 del 2000-2009. In sostanza negli anni più recenti si produce il 340% di quanto si produceva nella decade 1951-60, il che ha comportato un incremento analogo dei consumi irrigui (stanet la costanza del rapporto fra consumi idrici e produzione), per cui dove si facevano 1-2 irrigazioni se ne fanno oggi 6-8. Peraltro dal diagramma si nota anche la stasi nelle produttività del mais in atto dal 1995 e che non ha precedenti dal 1945. Tale stasi non è dovuta tanto al cambiamento climatico quanto alla scelta (a mio avviso sciagurata) di rinunciare all’uso di sementi OGM, con conseguente arretratezza tecnologica che .si traduce nel fatto che gli Stati Uniti, una volta sede di una maiscoltura estensiva e a basse rese, presentano oggi rese superiori a quelle italiane ed europee.
 
Tale fenomeno non dev’essere sottaciuto a minimizzato in quanto la scarsa produttività del mais e della soia ci costringe oggi ad importare il 35% dei mangimi con cui produciamo quelli che con il vino sono i nostri maggiori prodotti da esportazione (i due grana e i due prosciutti crudi), e i mangimi che importiamo sono i gran parte OGM, in perfetta analogia a quanto accade nel settore energetico per il nucleare.

Riflessi sull’agricoltura della nuova fase climatica in atto e scenari futuri

L’agricoltura irrigua è oggi fondamentale in termini di sicurezza alimentare globale in quanto occupa il 25% degli arativi ma è responsabile del 40% della produzione agricola globale. Pertanto non possiamo oggi permetterci di ridurre le superfici irrigue ma anzi dovremmo incrementarle con lo scopo di aumentare e stabilizzare le rese delle diverse colture (mais, riso, frumento, soia, ecc.).
 
Anzitutto credo utile segnalare che l’arretramento delle masse glaciali, qualora proseguisse in futuro, potrebbe mettere a repentaglio l’approvvigionamento idrico a scopi irrigui specie per quei fiumi (es. Dora Baltea, Sesia) che ricevono acqua direttamente dai ghiacciai senza l’intermediazione dei laghi prealpini. Meno problematica dovrebbe invece rivelarsi la questione nel caso in cui il sistema irriguo è rifornito dai grandi laghi prealpini (come nel caso della Lombardia) i quali di norma ricaricano le loro riserve anche durante il periodo estivo in virtù della buona piovosità dell’area alpina interna, la quale presenta un caratteristico massimo pluviometrico estivo.
 
Un eventuale incremento futuro del rischio climatico di siccità estiva in ambito padano potrebbe spingere ad estendere le colture di cereali vernini (in primis frumento, orzo e triticale) da
supportare se del caso con irrigazioni di soccorso. Al contempo potrebbero espandersi colture estive più parsimoniose in termini di consumi idrici rispetto al mais e al riso in coltura sommersa (penso a riso in coltura non sommersa, sorgo, girasole e soia). E’ questa una strada che porterebbe comunque a sensibili cali di resa rispetto a quelli offerti dal mais.
 
L’altra soluzione può essere quella di spostarsi verso sistemi irrigui più efficienti (microirrigazione, grandi ali piovane) e su questo parlerà il professor Maggiore. In complesso comunque è a mio avviso fondamentale per la nostra agricoltura riagganciare il treno dell’innovazione tecnologica nei settori delle genetica e delle tecniche colturali, innovazione che oggi si declina in agricoltura conservativa, agricoltura di precisione, difesa integrata delle colture e ricorso alle tecniche più evolute di miglioramento genetico.

Conclusioni

Abbiamo visto che il cambiamento climatico non è fin qui all’origine di problemi produttivi consistenti per la nostra agricoltura e più in generale per l’agricoltura mondiale e che la limitazione nelle risorse idriche che si manifesta in pianura padana è soprattutto da attribuire al rilevantissimo incremento di produttività registrato dagli anni 50 ad oggi. Tale vincolo può essere oggi superato grazie all’innovazione nelle tecniche irrigue e più in generale nelle tecniche colturali e nella genetica. L’innovazione è peraltro la miglior ricetta anche per disporre di un’agricoltura più resiliente rispetto ai cambiamenti climatici futuri e per dare ancora una volta ragione al professor Emmanuel Leroy Ladurie, secondo il quale la storia della civiltà umana è da un certo punto di vista la storia della lotta fin qui vittoriosa contro la dittatura del clima (Vasak, 2010).

 

(*) Università degli studi di Milano – DISAA; Società Agraria di Lombardia; Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura 

Link alla video-registrazione dell’intervento

 

Patologie ed emergenze dell'acqua

Dal Convegno “Nuove resilienze metropolitane dalle patologie ed emergenze dell’acqua” – 22 marzo 2018, Milano

Breve introduzione di Bruno Marasà, Direttore dell’Ufficio del Parlamento Europeo a Milano – Presentazione del ‘Folle Circo Acquatico’

Siamo molto lieti di ospitare nuovamente Mondohonline e in particolar modo che abbia scelto di condividere con noi questo evento dedicato alla Giornata Mondiale dell’Acqua con il contributo di relazioni scientifiche molto elevate.  

Non sono un esperto e anch’io conto di ricevere molto da questi contributi. Posso solo aggiungere che per il Parlamento Europeo questo tema fa parte delle principali questioni che vengono affrontate non solo nei molti ambiti di discussione, ma soprattutto dalla legislazione europea. Molti dei presenti qui sanno che molto, per non dire tutto, della legislazione nazionale o regionale in questi campi discende da normative europee.

C’è in questo momento una discussione molto importante nel Parlamento Europeo, entrata nella fase decisiva, sulla legislazione che fa parte dell’economia circolare e che tocca anche i problemi in discussione oggi: un pacchetto di nuove Direttive per il quale è relatrice la parlamentare italiana  Simona Bonafé.

Vedremo come si concluderà il negoziato in corso con il Consiglio dei Ministri dell’Unione europea, ma ho voluto farne un cenno per confermare che i temi della vostra discussione sono al centro dell’azione del Parlamento Europeo.

Da cittadino che vive a Milano posso solo dire quanto sia importante l’acqua, questo va da sé, ma soprattutto quanto sia altrettanto importante riscoprire storie bellissime riguardo al rapporto tra Milano e l’acqua. L’altra sera ascoltavo in tv che un bicchiere d’acqua che esce dai rubinetti delle nostre case, proveniente dalla nostra falda, potrebbe avere anche 100 anni di vita: confesso che questa notizia mi ha un po’ emozionato: davvero parliamo di un bene prezioso da tutelare.

Seguirò con voi i lavori, ma ci ritroveremo tutti anche per un altro evento, un inserto a metà della giornata, che spero di vostro gradimento: nella sala Pirelli ci raggiungeranno 40 ragazzi della scuola media Rinascita Livi di Milano per presentare “Il Folle Circo Acquatico”, un lavoro realizzato insieme ai loro insegnanti, incentrato proprio sul tema dell’acqua e della sostenibilità: mi è sembrata una felice coincidenza e quindi ringrazio molto gli amici di Mondohonline per avere inserito questo evento all’interno del programma del convegno.

Buon lavoro.

****

 Il Folle Circo Acquatico (breve traccia)

L’acqua è un diritto di base per tutti gli esseri umani: senza acqua non c’è futuro. L’accesso all’acqua è un obiettivo comune. Esso è un elemento centrale nel tessuto sociale, economico e politico del paese,  del continente, del mondo. L’acqua è democrazia!  

Nelson Mandela

Per l’anno scolastico 2017/2018, la Scuola Secondaria di primo grado ad orientamento musicale Rinascita-Livi di Milano, già partner dell’ONU/ILO dal 2015, attraverso i tre laboratori di Cittadinanza attiva “Musica in Scena”, “Coro” e “Scenografia” realizza, in orario curriculare, lo spettacolo di teatro musicale Il Folle Circo acquatico.

Il progetto si inserisce all’interno del Festival Meetings 2018 “L’Albero della Vita”, un grande programma di eventi artistici e culturali che ha già ottenuto il pieno assenso da parte dell’ILO/ONU e che mette Milano al centro di un importante processo di rinnovamento e di impegno civile e morale, sia individuale che collettivo, in relazione agli obiettivi dell’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile e al documento della Carta di Milano.

Il Festival avrà come fulcro della sua stagione di concerti ed eventi la Palazzina Liberty in collaborazione con Milano Classica e il Maestro Michele Fedrigotti.  Nel quadro degli Obiettivi dell’Agenda 2030 sullo Sviluppo sostenibile, lo spettacolo assume un taglio etico-sociale; prende in esame due elementi incisivi per l’equilibrio e la sostenibilità ambientale e sociale del Pianeta che si alternano nella rappresentazione teatrale, rafforzandosi vicendevolmente: l’Acqua (in particolare l’obiettivo n. 6 “Acqua pulita e igiene” e il n. 14 “La vita sott’acqua”) e il Lavoro (il n. 8 “Lavoro dignitoso e crescita economica”). L’acqua viene vista quale bene fondamentale per l’esistenza e il lavoro come “acqua della società” che alimenta tutti.

Il lavoro libero, creativo, partecipativo, solidale è l’acqua pulita, è l’acqua che mettiamo nell’Albero della vita. Lo sfruttamento del lavoro – quello dei minori in primis – è “acqua inquinante” che nega diritti inalienabili quali la scuola, la salute, la crescita e perpetua il circolo vizioso della povertà e avversa la prosperità, la pace e la sostenibilità!

 

Gli inquinanti emergenti nelle aree metropolitane: il caso Milano

Dal Convegno ‘Nuove resilienze metropolitane dalle patologie ed emergenze dell’acqua’ – Mondohonline, 22 marzo 2018

Gli inquinanti emergenti da farmaci, ormoni, droghe e sostanze chimiche, molte delle quali di uso domestico  –  Quali e quante sono le sostanze ancora che sfuggono ai controlli : il caso di Milano 

– di Enrico Davoli (*)

Uno studio condotto dall’Istituto Mario Negri (1) e finanziato da Fondazione Cariplo, ha valutato l’inquinamento delle acque di Milano nel corso di 5 anni. Le acque dei fiumi che percorrono l’area Milanese, le acque fognarie prodotte dalla città di Milano e le acque delle falde da cui si estraggono le acque potabili, sono state analizzate per la presenza di circa 80 sostanze, i cosiddetti nuovi inquinanti, comprendenti farmaci, droghe, disinfettanti, prodotti chimici per la cura della persona, sostanze perfluorurate e plastificanti, oltre a caffeina e nicotina.

Queste sostanze vengono utilizzate quotidianamente in quantità elevate e possono essere immesse nell’ambiente tramite gli scarichi urbani. Il nostro studio ha avuto come obiettivo l’identificazione dei quantitativi di nuovi inquinanti presenti nel sistema acquifero di una grande area urbana e della loro distribuzione.

Le analisi dei fiumi in ingresso e in uscita alla città, l’Olona, il Seveso e il Lambro, hanno mostrato che l’intera area urbana scarica ogni giorno nei fiumi circa 6,5 kg di farmaci, 1,3 kg di disinfettanti e di sostanze chimiche utilizzate per la cura della persona, 200 g di sostanze perfluorurate, 600 g di plastificanti e 400 g di droghe di abuso, oltre a circa 13 kg di nicotina e caffeina.

Parte del carico di inquinanti deriva dai depuratori che ricevono le acque fognarie prodotte dalla città di Milano. Le acque fognarie contengono inquinanti in notevoli quantitativi. I depuratori contribuiscono a ripulirli prima del loro scarico nell’ambiente ma solo parzialmente e molti inquinanti, in particolare i farmaci, le droghe e i prodotti chimici utilizzati per la cura della persona permangono nelle acque trattate e sono riversati in canali e fiumi con ripercussioni sugli ecosistemi. Esistono però anche altre fonti di inquinamento, tra cui gli scarichi diretti delle attività zootecniche ed industriali.

La contaminazione dei fiumi impatta sull’ambiente ma anche sull’uomo, dato che l’inquinamento dei fiumi è correlato a quello delle falde acquifere. Fortunatamente al momento il trasporto di inquinanti sembra riguardare più la falda superficiale e meno la profonda, da cui si ottiene l’acqua per il consumo umano e quindi ad oggi la qualità dell’acqua può definirsi buona. Si rischia però in futuro anche l’interessamento della falda profonda, con possibili effetti sulla qualità dell’acqua potabile e sulla salute umana.

Questi studi sono importanti poiché misurano quanto gli acquiferi delle grandi città, delle “regioni urbane”, siano vulnerabili e come sia importante la conoscenza del loro stato di salute per tutti i processi di pianificazione del territorio e delle risorse disponibili e per programmare interventi.

Tra gli interventi possibili vi è la regolamentazione degli scarichi in ambiente, migliorando le capacità di rimozione dei depuratori e controllando gli scarichi diretti, ma anche sensibilizzando i consumatori ad una maggior attenzione per utilizzo e smaltimento di farmaci e di altri prodotti chimici che possono inquinare l’ambiente.

1) Mass balance of emerging contaminants in the water cycle of a highly urbanized and industrialized area of Italy. Sara Castiglioni, Enrico Davoli, Francesco Riva, Marinella Palmiotto,Paolo Camporini , Angela Manenti, Ettore Zuccato. Water Research, Volume 131, 15 marzo 2018, pag. 287–298.

(*) Laboratorio Spettrometria di Massa –  IRCCS Istituto Mario Negri Ricerche Farmacologiche

Il video dell’intervento del dott. Enrico Davoli al Convegno:

 

 

 

 

 

La consapevolezza dell’acqua: rieducare al futuro

di Gabriella Campioni (*)

Dal Convegno ‘Nuove resilienze metropolitane dalle patologie ed emergenze dell’acqua’ – Mondohonline, 22 marzo 2018

  1. Il problema

December 14, 2017. Cape Town. People collecting water at the SAB spring in Newlands. Photo by Ruvan Boshoff

 

 

Tra un mese Città del Capo potrebbe essere la prima al mondo senz’acqua e in balia di “guerre per l’acqua”. Ma Città del Capo è così lontana e diversa da noi… o NO?

 

 

 

 

Lo stress del preziosissimo ”oro blu” investe tutto il mondo (Lombardia compresa). Tra le cause c’è, pesantissima, l’incoscienza dei Paesi “sviluppati” (noi!), il che rende urgente un’educazione non solo all’acqua, ma al futuro tout-court poiché senza acqua non c’è vita, e l’acqua è ”solo” un aspetto di una crisi ben più totale.

Oggi si fa di più nei Paesi svantaggiati che in quelli sviluppati: ancora noi. Tre dati: l’acqua potabile disponibile è solo il 2,5% del bacino globale; il fabbisogno minimo per sopravvivere è di 5 litri/giorno/persona, ma in Italia ne consumiamo 241; il consumo giornaliero globale è di 10 miliardi di litri al giorno, equivalenti a 4 bicchieri d’acqua bevuti ogni minuto da ogni essere umano… Se, ovviamente, nessuno ne beve così tanta, significa che soprattutto noi la sprechiamo. (es. 8 litri – potabile! – a ogni scarico del WC!)

Le cause/effetti sono inestricabilmente interrelate: cambiamento climatico, urbanizzazione, industrializzazione,  inquinamento, consumismo, deforestazione, incuria… È una situazione senza precedenti di cui ci si palleggiano le colpe. Difficilissimo sia affrontarla che ipotizzare un percorso educativo per i cittadini del mondo di un domani già cominciato.

A mio avviso, il primo punto è proprio l’assenza di precedenti, che impone di cercare modelli nuovi almeno per evitare di “risolvere un problema peggiorandone un altro” come troppo spesso abbiamo fatto e come raccomanda il World Water Development Report 2015Water for a Sustainable World – dell’ONU. (UNESCO IHE, il massimo istituto al mondo per l’educazione all’acqua).

Da secoli ci basiamo su una mentalità parcellizzata, iper-razionale, che mette una pezza alla volta a un problema alla volta, perdendo di vista la “sistemicità” della Vita, ma anche facoltà quali la creatività e l’intuizione, fondamentali per ideare soluzioni inedite a problemi inediti. Cito due frasi di (o attribuite a) Einstein: “La mente intuitiva è un dono sacro e la razionalità un fedele servo. Noi abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono” ed “È follia sperare di ottenere risultati diversi facendo sempre le stesse cose”…

Avremmo bisogno di “visioni”, ma oggi non sembrano esserci “visionari” carismatici né “maestri”. E se fosse un segno dei tempi, che ci vuole maestri di noi stessi, più consapevoli e capaci di rimboccarci le maniche?

Neppure la scuola, in teoria il luogo deputato all’educazione, sfugge allo “stress” e alla parcellizzazione. Il pedagogista Sir Ken Robinson sottolinea che la scuola pubblica attuale è nata per produrre in “catena di montaggio” professionalità per la nascente Rivoluzione Industriale, ma industria e lavoro sono cambiati…   (Sfuggire alla valle della morte dell’educazione) ¹

Diamo saperi che non servono più… e non quelli che servirebbero a parte quelli “tecnologici”, ma non ovunque e comunque una parcellizzazione; non e-ducazione ma in-ducazione. La disaffezione alla scuola e l’abbandono scolastico – entrambi in aumento – dicono che i ragazzi sono diventati pelandroni o che non trovano ciò di cui avrebbero realmente bisogno per affrontare il disastro che stanno ereditando da noi? 

  1. “L’acqua a scuola” – i contenuti: i fatti e la scienza (non solo)

Per un bambino (e un adulto) lombardo è difficile concepire lo stress idrico o la mancanza d’acqua nonostante il tema venga trattato in alcune scuole (facoltativamente!).

Per quanto sensibile e creativo sia l’approccio, quello che comunemente si fa è inserire nel programma un modulo di un paio di settimane con il ciclo dell’acqua e suggerimenti per il risparmio idrico. Al bambino non resta molto, tanto più se a casa vede comportamenti diversi. Tra le righe, inoltre, traspare un atteggiamento del tipo: “Acqua, tu sei lì e io sono qui. Siamo separati e ti possiedo”… Una commodity, come si legge da qualche parte?

E se rendessimo l’acqua il cuore del programma, come tento di spiegare al primo punto del § 3?

Oggi più che mai l’insegnante (“colui che segna dentro”) deve aggiornarsi continuamente sui temi più attuali. Coinvolgendo nelle ricerche gli studenti, spesso più abili con il computer, si favoriscono assunzione di responsabilità, curiosità, empowerment e autostima superando il modello “dalla cattedra ai banchi”. Con opportune strategie e gradualità si possono passare contenuti impegnativi anche ai più piccoli!

Occorre aprirsi a ciò che si fa nel mondo (serve l’inglese!) cercando fonti autorevoli quali il già citato IHE dell’UNESCO ; i due programmi dell’UNICEF: Child Friendly Schools e WASH,  e quelli della FAO; il Life Programme della EU.

È comunque fondamentale evitare il panico o un’apatica aspettativa del peggio, bisogna far leva sui lati forti sia dell’Uomo che della Terra: oltre ai problemi, occorre informare non solo per ridurre o razionalizzare i consumi, ma anche per migliorare le cose… magari esplorando progetti “alternativi”. La situazione, dicono alcuni report, richiede che non si lasci nulla di intentato e preme verso soluzioni in armonia con la Natura, il meno possibile energivore, capaci di combinare vari vantaggi, inclusive e sostenibili; meglio locali che non centralizzate! Segnalo quattro esempi applicabili (due già sperimentati) in Lombardia:

Fitodepurazione/ lagunaggi/ paludi artificiali (constructed wetland): Ambienti  naturali “costruiti” che possono abbattere persino i metalli pesanti in base alle piante allocate.  Studiati anche dalla NASA, richiedono lavoro per la costruzione, ma poi scarsa manutenzione e praticamente zero energia. Impianti locali, i cui vantaggi sono molteplici per il territorio e la gente magari associandovi orti sociali. Sono fonti pressoché inesauribili di attività educative

I microorganismi effettivi (EM), metodo ideato da Teruo Higa, docente all’Università di Okinawa. Gli EM sono utilizzati in detersivi naturali (persino nelle navi petroliere), per depurare l’acqua e potenziare l’agricoltura. I bambini possono vederne gli effetti in facili esperimenti e collaborare alla preparazione delle applicazioni nell’ambiente. ²

Riforestazione. Plant for the Planet è un progetto avviato dal tedesco, oggi diciannovenne, Felix Finkbeiner quando aveva 9 anni; a 13 ha parlato all’ONU in un inglese perfetto. Colpito dall’ambientalista africana Wangari Maathai, ha creato un’organizzazione no-profit di bambini anche nella governance. Il suo motto è: “smetti di parlare, comincia a piantare”, sostenuto da varie personalità facendosi fotografare con un bambino che tappa loro la bocca. Hanno già piantato oltre 14 miliardi di alberi in oltre 130 nazioni, ma hanno alzato il tiro a mille miliardi, 150 per ogni abitante della Terra, con un auspicato beneficio sui regimi pluviali.

Dice Felix: “Se a una scimmia offri una banana ora o sei banane più tardi, sceglierà sempre la banana adesso. Da ciò, noi bambini abbiamo capito che non possiamo fidarci che gli adulti da soli salveranno il nostro futuro. Perciò dobbiamo prendere il futuro nelle nostre mani”.

Centomila bambini fra i 10 e i 12 anni sono ora “ambasciatori di giustizia climatica” in molti Paesi (non mi risulta in Italia!), stimolando e partecipando direttamente alla piantumazione.

La permacultura è una tra varie metodiche volte a  razionalizzare il consumo di acqua, laddove l’agricoltura intensiva è tra le cause dello stress idrico. Ne abbiamo un vicino esempio alla Cascina Santa Brera di S. Giuliano Milanese, che è aperta e offre programmi educativi per bambini e adulti. (Ved. § 4) 

  1. “L’acqua a scuola” – l’approccio: la forma e l’anima

Qualcosa si è detto al paragrafo precedente. Vista l’essenzialità dell’acqua, lo stress idrico può pungolare a sperimentare nuove modalità educative utilizzabili per qualunque altro tema. Ecco alcune possibili linee-guida (certune in qualche modo già seguite) cui va applicato l’ovvio accorgimento della gradualità in funzione dell’età:

  • Incentrare sul tema le varie aree disciplinari (>inclusione). Un progetto di educazione all’acqua può includere scienze, geografia, storia, antropologia, sociologia, lingua… Es.: imparare le misure di capacità vedendo quanti bicchieri o bottiglie (per i più piccini) o litri (per i più grandicelli) se ne vanno lasciando il rubinetto aperto mente ci si lava i denti, poi moltiplicare per il numero dei compagni, dei giorni, etc.; “geografia dello stress idrico” e modi in cui i vari Paesi l’affrontano in funzione delle loro condizioni ambientali; storia: meno Napoleone e più fatti attuali… È tanto lavoro vivo!
  • Intergenerazionalità; inclusione di altri adulti in grado di passare saperi o abilità.
  • Approcci non solo “di testa”: stimolare tutti i sensi fisici, (lavoro handson, esperimenti, visite dirette…) ma anche l’immaginazione, l’emozione, il cuore, la curiosità… Utili favole, leggende e miti (>antropologia, letteratura…) così come l’esplorare aspetti meno “fisici” e più stupefacenti quali la memoria dell’acqua (può richiamare la Fisica Quantistica: Montagnier, Del Giudice, Istituto Cosmòs, Masaru Emoto…).  L’acqua “inonda” zone molto profonde della psiche…  e fortunatamente non sappiamo ancora tutto!
  • Importantissima l’arte, sia fruita che agita, in tutte le sue forme: figurativa, letteraria, musicale… La bellezza, dice qualcuno, salverà il mondo…
  • Anche nei report di ONU, EU, OECD… si invocano approccio e iniziative dal basso. (Cittadinanza attiva, sussidiarietà, etc.)  perciò:
  • Includere nelle ricerche le iniziative spontanee locali (bottom-up/grass-roots) comunque correlate all’acqua: che cosa è più educativo e possibilmente “contagioso” degli esempi?
  1. Educare al futuro: un progetto veramente inclusivo per i più piccini

La scuola dell’infanzia L. da Vinci di Rodano, I.C. di Settala (MI), segue da tempo approcci inclusivi. Nel corso di un programma sull’alimentazione, “mettendoci le mani”, i bimbi – 3-5 anni! – hanno visto che, per far crescere i semi, occorre una F.A.T.A., ossia l’azione sinergica dei quattro elementi Fuoco, Aria, Terra e Acqua.

Tento di estrapolare le attività per l’acqua sintetizzando al massimo.

Sottolineo che è stato coinvolto anche un bimbo autistico profondo grazie a un ulteriore impegno di inclusione.

“Come Leonardo: occhi curiosi, mani creative”. “Il viaggio di Gocciolina Chiara”.

Visite dirette: all’Expo, al parco ittico, all’acquario di Genova, alla “casetta dell’acqua” donata dal CAP al Comune dopo l’Expo, a una cisterna locale e alla Cascina Santa Brera (Ved. § 2), oltre a fossi e fontanili nel territorio, con i chiusini per la regolamentazione del flusso idrico.

 Il ciclo dell’acqua: vedere e fare; arte. All’Expo i bambini hanno raccolto mediante particolari imbuti le gocce d’acqua che scendevano per poi riversarli in appositi contenitori (simulazione raccolta acqua piovana). È stato realizzato un grande mural: piedi per le nuvole e mani e materiali vari per la terra. È stata inventata la storia di Arco Baleno e si è organizzata una “merenda colorata”, i cui invitati sono stati accolti dai bambini sotto un telone dai colori dell’iride.

Altri adulti coinvolti-intergenerazionalità. Le due farmaciste locali hanno guidato i bambini in alcune preparazioni galeniche con l’acqua, il che ha richiesto anche misurazioni. I “nonni giardinieri” li hanno seguiti, dosando l’innaffiatura, nella realizzazione delle aiuole aromatiche e del piccolo orto, i cui prodotti sono poi stati consumati e/o utilizzati in conserve. Le “nonne lettrici” hanno raccontato e animato storie…

Sperimentare la mancanza d’acqua. Aprirsi al mondo. Un giorno, per due ore, sono stati chiusi i rubinetti. Grazie alla corrispondenza con un bimbo del Bénin, adottato dalla scuola tramite l’associazione Aleimar della vicina Melzo, si sono confrontate le diverse condizioni ambientali e abitudini…

Consapevolezza dell’ecosistema. In giardino ci si rende conto delle interconnessioni tra i vari elementi. C’è persino uno “snack Bar” per i piccoli amici uccellini e insetti!

E non manca il riuso, anche delle bottiglie di plastica…

Ho chiesto all’Insegnante Fulvia Frigerio se, a suo parere, nel tempo i bambini dimenticano le buone pratiche e le consapevolezze apprese vedendo certi comportamenti degli adulti e nei successivi anni scolastici, in cui sono presi da altre richieste e altri metodi.

Incontrando i bambini qualche anno dopo la scuola materna, mi ha risposto, vedo che sì, è possibile che abbiano dimenticato, ma basta un nonnulla, un ricordo, per “riaprire il file” che si è “registrato dentro” (lo dice toccandosi il petto all’altezza del cuore) grazie alle esperienze fatte, all’averci messo mani, impegno ed entusiasmo insieme a noi adulti… Registrare nel cuore con ogni stratagemma: ecco il “trucco”!

Quale acqua e quale mondo lasciamo?

Li abbiamo ereditati dai nostri padri o avuti in prestito dai nostri figli?

(*) Educatrice – Istituto Cosmòs e MondoHonline

¹ Altri link: https://www.youtube.com/watch?v=xNDuCGZoc5M  – https://www.youtube.com/watch?v=FUa6npqfIbY

²  Altri link: https://emrojapan.com/water-treatment/-  http://www.italiaem.it/Applicazioni_EM/acque_reflue.html

 

 

 

ARPA Lombardia: sentinella del territorio

Intervento di Michele Camisasca, Direttore Generale ARPA Lombardia

Dal Convegno ‘Nuove resilienze metropolitane dalle patologie ed emergenze dell’acqua’ – Mondohonline, 22 marzo 2018

A tutti gli intervenuti un saluto, e un grazie all’Ufficio del Parlamento Europeo presso la nostra città, che ci ospita.

Iniziative come queste non possono che vedere un grande plauso da parte dei soggetti istituzionali chiamati dalla legge a fornire conoscenza proprio su questi temi dell’ambiente, ma non in modo superficiale. Ci occupiamo di acque superficiali, ma anche di acque sotterranee, in modo approfondito.

ARPA,  Agenzia Regionale per l’Ambiente, ha infatti il compito di fornire conoscenza e informazione su tutte le matrici che costituiscono il nostro ambiente e probabilmente l’acqua è quella che impegna di più. Tante volte si sente parlare di ARPA per via della questione dell’aria e di PM10, almeno in certi periodi dell’anno: si discute se uno può uscire con l’automobile o meno, a che cosa deve fare attenzione. La qualità dell’aria diventa un tema da prime pagine dei giornali o dei telegiornali.

Sulla questione dell’acqua invece siamo chiamati ogni giorno a lavorare sia per l’attività di monitoraggio delle acque sia per l’attività di analisi, un impegno veramente importante. Noi sappiamo che la Lombardia è una regione ricca di acque: contiamo circa 700 corpi idrici fluviali, più di cinquanta invasi lacustri, per quanto riguarda i corpi idrici superficiali;  ma abbiamo anche quasi trenta corpi idrici sotterranei,  21 falde acquifere da monitorare. 

Questo per ARPA Lombardia vuol dire oltre 400 punti di monitoraggio quantitativo e circa 500 punti di monitoraggio qualitativo, tutti dati che sono rinvenibili nel nostro sito web, che abbiamo voluto rinnovare proprio quest’anno per rendere comprensibile ai cittadini, e a chiunque voglia capire, qual è lo stato dell’ambiente in Lombardia,  ma che contiene anche tutti i dati per chi fa ricerca scientifica e approfondimenti di carattere professionale.

Quindi tutto ciò che i nostri sistemi e  le nostre reti di monitoraggio conoscono viene messo a disposizione in tempo reale a chi ha bisogno di dati precisi, aggiornati, qualitativi che riguardano l’ambiente. Quindi è assolutamente fondamentale quest’opera di conoscenza: appena due giorni fa presso la Camera dei Deputati, il Presidente del Consiglio dei Ministri ha presentato –  insieme al sistema nazionale per la protezione dell’ambiente – il primo rapporto del sistema nazionale, creato con una legge entrata in vigore poco più di un anno fa e che mette in rete anche tutte le realtà istituzionali come le ARPA e le agenzie provinciali insieme al soggetto istituzionale Ispra,  che è un ‘braccio’ del Ministero dell’ambiente.

In questo rapporto, che contiene i dati anche a livello nazionale ed è naturalmente pubblicato sul sito dell’Ispra, si apprende come lo stato delle acque in Lombardia sia messo un po’ meglio che nel resto d’Italia. Per esempio, per quanto riguarda lo stato ecologico dei laghi, a fronte di un dato per cui in Italia solo il 20 percento dei laghi raggiunge lo stato di buona qualità,  in Lombardia  siamo oltre il 60 per cento. Questo semplicemente per indicare un dato, ma è importante questo tipo di conoscenza.

Parlando per esempio di fitofarmaci  in agricoltura:  altre regioni presentano un dato zero come se i fitofarmaci non ci fossero nei loro campi perché semplicemente non viene monitorato. In Lombardia sono dieci anni che ARPA lo monitora, quindi è in grado di fornire anche una serie di informazioni che debbono e possono servire a chi fa altro tipo di ricerca. La grande sfida centrata nel convegno di oggi è proprio quella di esaminare ed affrontare il rapporto tra la qualità e lo stato del nostro ambiente, la qualità e lo  stato della nostra salute.

ARPA come agenzia per l’ambiente ha un perimetro definito:  questo volle il legislatore regionale più di vent’anni fa quando sancì che “ARPA non si occupa di salute”. Però io credo che la frontiera che probabilmente dovrà affrontare la nuova legislatura regionale e anche il nuovo parlamento è quella di aiutare il mondo pubblico, il mondo privato,  il mondo dell’associazione, il mondo  dell’accademia, il  mondo della società civile, a lavorare su questo tema, studiare e fare scelte che tengano presente il rapporto tra la qualità dell’ambiente e la salute.

ARPA produce ed è chiamata a fornire dati e numeri che per loro natura spesso sono freddi, ma io dico che i dati freddi devono servire a prendere decisioni calde. Quindi momenti come questo di conoscenza e di  formazione dentro le realtà associative sono assolutamente fondamentali perché devono poi portare a spingere questo tipo di iniziativa. Le scelte poi le fanno gli amministratori e la politica, noi come tecnici e  dirigenti pubblici siamo chiamati a fare bene il nostro pezzo di strada per mettere nelle condizioni più adatte chi deve fare  queste scelte.

In questi 2-3 anni ARPA ha sollecitato anche un orizzonte che fosse formativo e di educazione ambientale fin dai bambini: noi abbiamo voluto una collana fatta soprattutto di app,  quindi poca carta. Ma abbiamo anche una serie di libretti stampati dal titolo “Ambientiamoci” , con una parte formativa e di conoscenza, una parte  di gioco e una parte di applicazione al tema dell’acqua. Io ogni tanto riprendo questi libretti, si trovano online: queste app apparentemente semplici in realtà sono ricche di contenuti scientifici curati,  sono gratuite, piene di conoscenze e di informazioni di carattere tecnico-scientifico.

Come ente tecnico scientifico questo è il nostro ruolo dentro il sistema pubblico regionale: lo dico perché ognuno ha un figlio, un nipote, un parente da sollecitare su questi temi, anche se molto spesso sono i bambini stessi che ultimamente ci sollecitano l’attenzione su questi temi, in particolare sull’acqua. E’ un’iniziativa che ARPA ha interamente finanziato ma che vogliamo diventi un patrimonio di tutti i lombardi, non solo di quelli che oggi hanno già avuto la possibilità a scuola di intercettare questa nostra pubblicazione.

 Ritornando al Convegno, gli ambiti del programma di oggi in realtà saranno relazioni che guardano avanti: si occuperanno per esempio delle cosiddette sostanze ubiquitarie, inquinanti emergenti che non si conoscevano fino a qualche tempo fa e che da qualche anno, in particolare in Lombardia e Veneto, nell’ambito della  collaborazione inter-istituzionale tra agenzie, abbiamo iniziato a monitorare. Queste  famose sostanze, i PFAS, che noi abbiamo addosso perché sono le sostanze che impermeabilizzavano un certo tipo di giacche e  le pentole sono un inquinante ‘perfetto’  perché non lo si riesce praticamente a battere, va e si insinua dappertutto. Un’altra frontiera da affrontare conoscendola è quella del Bisfenolo A, legato ai prodotti che contengono i nostri alimenti.

Parlerete di agricoltura e dei rapporti tra agricoltura e cambiamenti, della meteorologia oggi: appunto in Veneto si inaugura uno dei punti di eccellenza di previsione nivometeorologico, simile al centro ARPA Lombardia a Bormio che si occupa del nivo-meteo, dello studio dei ghiacciai e dello Snow Water Equivalent (SWE), cioè del livello di acqua presente oggi nei ghiacciai, che si abbassa perché i ghiacciai  si stanno riducendo a causa dei cambiamenti del clima.

Con gli studi di glaciologia c’è ancora il tema del monitoraggio geologico di cui anche noi siamo parte con il  sistema di attenzione per quanto riguarda per esempio il canale del Seveso e del Lambro, nonché del monitoraggio geologico vero e proprio che noi facciamo anche per le oltre trenta frane in Lombardia con il nostro centro di Sondrio.

Ecco perché ho apprezzato molto l’invito ad aprire i vostri lavori e vi ringrazio: ho semplicemente voluto dare alla mia testimonianza il senso di una vicinanza delle istituzioni e in particolare dell’istituzione che in Lombardia si occupa di monitoraggi, controlli, di conoscenza dell’ambiente e per augurarvi davvero un buon lavoro e una proficua giornata affinché  a vostra volta possiate essere sempre degli attori con proposte: se il mondo pubblico e delle istituzioni non stabilisce continuamente questo contatto e questo rapporto con i cittadini, non recupera mai veramente la propria vocazione.

 

Fattori biotici nella difesa dell'acqua

–  di Aurelio Viglia (*)

Dal Convegno ‘Nuove resilienze metropolitane dalle patologie ed emergenze dell’acqua’ – Mondohonline

Nei cicli degli esseri viventi del nostro pianeta  scarti e rifiuti sono sempre stati prodotti e il loro smaltimento è sempre avvenuto attraverso l’equilibrio autodepurativo che si stabilisce fra le entità biotiche presenti nei vari ecosistemi.

Paradossalmente le stesse catene alimentari presenti sul pianeta sono esempi di autocontrollo e autodepurazione. Il termine autocontrollo introduce un concetto fondamentale per comprendere le cause profonde dell’inquinamento.

 

L’inquinamento antropico così come oggi lo vediamo e consideriamo è iniziato quando la popolazione umana ha cominciato a moltiplicarsi a dismisura infrangendo gli equilibri naturali che governano le altre specie sia animali che vegetali. Il problema dell’inquinamento quindi ha cominciato a porsi con la crescita smisurata della popolazione umana e con l’avvento delle tre rivoluzioni industriali (1750,  1870,1970).

Alcuni dati sulla crescita della popolazione umana sono molto indicativi e significativi. Si stima che 7-8.000 anni fa (inizio dell’era agricola) la popolazione mondiale fosse di 8 milioni di persone diventate 300 milioni nell‘anno 1 dell’era cristiana, 1800 milioni all’inizio del 1900 e oltre 7.000 milioni ai giorni nostri.

Questi numeri si commentano da soli e danno un’idea precisa del perché il banco sia saltato. Il banco altro non è che l’equilibrio autodepurativo che saltando ha portato alla catastrofe ecologica e ambientale alla quale stiamo assistendo: dai cambiamenti climatici di natura antropica a quelli ecologici dovuti al fatto che non solo scarti e rifiuti ma tutto l’inquinamento prodotto dalla popolazione umana in forma diretta e/o indiretta non possono essere smaltiti dai sistemi naturali di autodepurazione anche per la natura xenobiotica di molti inquinanti.

Abbiamo dimenticato che il Pianeta è, in fondo, un’astronave in viaggio nello spazio e che quindi non potevamo permetterci il lusso né di superare i limiti dell’autodepurazione né quello di sperperare le scorte,  ossia le risorse, che non sono infinite.

Avendo bene in mente questi fondamentali concetti, vale la pena di spendere un attimo di tempo per introdurre la sottile ma importante differenza tra inquinante e contaminante ambientale. Per contaminante si intende una sostanza chimica presente a livelli superiori rispetto a quelli considerati normali per una particolare componente ambientale. Il problema è capire cosa di intende per “normalità”. La “normalità” varia infatti in funzione dell’inquinante che viene considerato: per i pesticidi la normalità è l’assenza, per composti quali i metalli pesanti, gli idrocarburi policiclici aromatici (PAHs) e il metilmercurio (MeHg) è invece anormale la presenza a concentrazioni superiori a quelle naturalmente presenti nell’ambiente. In questi casi il livello normale può variare notevolmente da un luogo all’altro. Ad esempio, le aree vulcaniche sono zone ad elevato contenuto di zolfo, per cui i livelli di inquinamento da zolfo in questi distretti saranno molto più elevati che in zone non vulcaniche. In due parole l’inquinante è un’entità (composto, molecola, atomo o sue subunità) che può causare un danno, reversibile o irreversibile, all’ambiente, mentre il contaminante invece è un’entità che, pur presente a livelli superiori a quelli normali, non comporta danno.

Fatte queste precisazioni e prima di accennare ai cicli dell’acqua, possiamo accennare agli inquinanti/contaminanti  biotici e xenobiotici.

I primi sono composti o anche singole molecole da sempre presenti in natura con i quali gli organismi viventi, o biotici, sono venuti in contatto sviluppando la capacità di riconoscerli, attaccarli, metabolizzarli e quindi innocuizzarli. Gli xenobiotici sono composti o molecole non presenti in natura ma costruite dall’uomo e con le quali i sistemi viventi non sono mai venuti in contatto e quindi non hanno sviluppato sistemi biologici atti a innocuizzarle o degradarle in prodotti atossici o meno tossici.

Ora, la maggior parte di inquinanti immessi nell’ambiente nel corso dell’ultimo secolo, in particolare negli ultimi 70 anni, sono di natura xenobiotica e tutti siamo coscienti dei grandi disastri ecologici perpetrati da queste entità: basti ricordare Hiroshima in Giappone (1945), Seveso in Italia (1976) e Bhopal in India (1984). Quello di Seveso viene inserito dagli esperti del settore e dalla stampa scientifica specializzata nella classifica degli 8 peggiori disastri ambientali della storia dell’umanità. A questi disastri, e agli altri minori che giornalmente si verificano, è come se avessimo fatto l’abitudine. Un esempio per tutti è costituito dallo sversamento volontario o involontario di idrocarburi nell’ambiente acquatico e terrestre, all’interramento sconsiderato di sostanze tossiche e nocive, ecc. Nonostante queste cicatrici non solo fisiche che ancora ci lecchiamo (passatemi il termine non politicamente corretto), stiamo continuando imperterriti a dilaniare la “Casa comune” come correttamente l’ha definita l’attuale pontefice.

Fra i grandi cicli naturali, quelli dell’acqua sono i più articolati in quanto si compongono almeno di vari cicli, fra cui i più importanti sono: biogeofisico e biogeochimico. Soffermandoci sul ciclo biogeochimico, osserviamo che le più grandi riserve di acqua sono i mari. Il sole va a riscaldare la parte più superficiale di queste acque e di conseguenza solo una parte di questi bacini. Il vapore entra a contatto con gli strati più alti dell’atmosfera, dove, trovando temperature più basse, condensa e forma delle goccioline d’acqua. Una parte dell’acqua ritorna negli oceani e nei mari, una parte anche sulla terra; quest’acqua avrà due diversi destini: infatti, se troverà un terreno impermeabile, l’acqua scorrerà e arriverà nei canali ritornando ai fiumi, ai laghi e ai mari. Se invece troverà un terreno permeabile, l’acqua filtrerà in profondità, finché non troverà uno strato impermeabile, formando le falde. L’acqua di profondità è quella più pulita in quanto i contaminanti generalmente sono via via trattenuti dagli strati solidi che attraversano.

Infine, mi piace ricordare alcune parole della Direttiva Comunitaria (anno 2000) sull’acqua che recita: <<L’acqua non è un prodotto commerciale al pari degli altri, bensì un patrimonio che va protetto, difeso e trattato come tale. L’acqua è indispensabile per la vita: si tratta di una risorsa essenziale per l’umanità che genera e sostiene la prosperità economica e sociale, oltre a rappresentare un elemento centrale degli ecosistemi naturali e della regolazione del clima.>>

Quando l’acqua si estrae dagli ecosistemi acquatici, dagli acquiferi o si capta direttamente la pioggia per uso umano, si altera il ciclo idrogeologico, però essa non perde il suo carattere naturale, nel senso che prima o poi tornerà a integrarsi nel ciclo, molto probabilmente con una perdita di qualità o avendo cessato di prestare determinate funzioni eco-sistemiche.

Le caratteristiche della circolazione dell’acqua nel pianeta devono essere tenute in considerazione tanto quando questa circola in maniera naturale all’interno degli ecosistemi, quanto quando si estrae e si incorpora al sub-sistema sociale della circolazione.

 Andando, anche se brevemente, alla depurazione biologica ai tempi del sovraffollamento, potranno le conoscenze acquisite sui meccanismi che regolano i sistemi biotici aiutarci a raggiungere un equilibrio e a controllare l’inquinamento o il suo eccesso?

Oggigiorno l’aspettativa che le entità biologiche possano adattarsi alle sostanze xenobiotiche metabolizzandole o almeno trasformandole è molto più concreta che solo pochi anni fa. Questo grazie agli studi più avanzati in materia di ecologia evoluzionistica che hanno dimostrato che l’evoluzione è molto più veloce di quanto pensasse Darwin se un certo ecosistema viene sottoposto a una forte pressione selettiva. Ricerche condotte in università degli Stati Uniti (Georgia, Athens e Ithaca) e Canada (McGill University-Montreal) suggeriscono che i cambiamenti evolutivi alterano alcuni ecosistemi o modificano fattori ecologici più convenzionali, come la quantità di luce che raggiunge un habitat. L’evoluzione rapida a volte può compensare alcuni effetti negativi del riscaldamento climatico e altri fattori noti di cambiamento. (1)

Però, anche utilizzando i più avanzati impianti di depurazione e le più sofisticate tecniche di ecologia evoluzionistica, il reale problema si sposta solo più a valle. Infatti, quando molte sostanze tossiche e/o nocive vengono catturate da queste entità che le innocuizzano inglobandole o demolendole parzialmente, le biomasse di risulta poi, in quali siti le stocchiamo? Il problema che si pone è molto prossimo a quello delle scorie nucleari, e allora?

Mi sembra che le conclusioni siano sotto gli occhi di tutti. Dobbiamo inquinare di meno, e rinunciare a privilegi ingiustificati avviandoci di gran carriera verso l’antroporiciclene, ossia l’era del riciclo e del riuso delle risorse destinando a questa missione annualmente almeno il 5% del PIL planetario. La posta in gioco non siamo noi ma la sopravvivenza dei nostri discendenti anche prossimi e della <Casa Comune>. Ripeto, abbiamo superato ogni ragionevole limite .

Per terminare, il nostro linguaggio quotidiano, permeato dal lemma ‘globale’ declinato in tutte le sue accezioni, mi autorizza ad affermare che è venuto il momento in cui dobbiamo pianificare, a livello globale planetario,  gli aspetti demografici, quelli della produzione industriale, le quantità di tossici e nocivi da immettere nell’ambiente, ecc. ecc.

Utopia? No! Soltanto necessità di sopravvivenza!

 

(*) Pharma & Biotech Consulting  –  Comitato Scientifico Mondohonline

(1) “Nature” 31 gennaio 2018.

Emergenza acqua in Lombardia?

Emergenza H2O in Lombardia? – di Carlo Alberto Rinolfi* e Francesco Silva**

“Il tutto è falso” (G. Gaber): Questo mondo corre come un aeroplano e mi appare più sfumato e più lontano…

Vittima di questa corsa è il rapporto tra uomo e ambiente: crescono eccesso di CO2 e scarsità/degrado di H2O. Abbiamo più conoscenze, ma il rapporto paradossalmente continua a peggiorare.
C’è un problema d’informazione (forse troppa, molto spesso di qualità incerta), un problema di miopia sociale, un problema di legislazione.

Incontri come quello di oggi e gruppi come Mondohonline  esprimono la «voce» della società più consapevole del rischio derivante dall’azione corrosiva degli interessi. Ma perché Mondohonline? Perché chi è più debole è più attento al pericolo che incombe rispetto a chi è più forte e presuntuoso, e sottovaluta i rischi.

Allora l’obiettivo da raggiungere è quello di  impedire che la “rana cuocia”, facendola uscire dalla vasca o cercando di far abbassare la temperatura dell’acqua. 

Nel corso del Convegno di oggi discutiamo di qualità (a rischio) e di quantità (a rischio) di H2O. Scorrettamente si è convinti che non esista un problema di H2O: non è così, e gli interventi di oggi, non allarmistici, ma semplicemente informati e liberi, lo mostreranno. Questa mattina parleremo di qualità di H2O in Lombardia. Nel pomeriggio affronteremo il problema della quantità.

Utilizzando mezzi minimi, Mondohonline ha fatto un’indagine partendo da informazioni pubbliche e certificate che chiunque può trovare in rete. Qui descriviamo il percorso fatto e indichiamo gli interrogativi che ne derivano.

Arpa Lombardia (all’interno del file disponibile sul sito) propone la mappa seguente in cui sono rappresentati i risultati del monitoraggio svolto nel 2016 relativo alle acque sotterranee: in verde è indicato uno stato chimico “buono” e in rosso uno stato chimico “non buono” secondo quanto previsto dal Dlgs 30/2009.

Utilizzando le mappe di Google, Mondohonline ha individuato i punti di prelievo indicati da ARPA.
Ogni icona, che rappresenta una singola unità di monitoraggio, è cliccabile (lo sarà appena la mappa sarà disponibile online) e mostra le informazioni presenti nella tabella del file di Arpa Lombardia, inclusa la causa di stato chimico “non buono” (e quindi il contaminante, o i contaminanti, in eccesso rispetto ai valori consentiti).
Una rappresentazione parziale, e statica, della stessa è illustrata qui in basso:

I Comuni lombardi, sul cui territorio sono localizzati i punti di prelievo di Arpa utilizzati nel campionamento del 2016, sono stati 403, pari al 26,4% del totale regionale; di essi, 227 (il 56,3% del campione) hanno presentato uno stato chimico “non buono”.

Fonte dati: Arpa Lombardia e Istat

Il dato del campione Arpa, per provincia, è rappresentato dalla seguente tabella:

Fonte dati: Arpa Lombardia

Le norme attualmente vigenti sulla qualità delle acque destinate al consumo umano sono disciplinate dal Decreto legislativo del 2 febbraio 2001 n° 31, che dà attuazione alla Direttiva 98/93/CE del 3 novembre 1998. Lo stato chimico delle acque sotterranee, qualificato come “non buono” o “buono” a seconda del superamento o meno di valori soglia per una serie di sostanze contaminanti e a seconda del rispetto di altri parametri legati allo specifico corpo idrico e al contesto ambientale, è normato invece dal Dlgs 30/2009.

I due DL del 2001 e  del 2009 non presentano omogeneità quanto a sostanze chimiche inquinanti (all. 1 parte B per il primo e all.3 – art. 2 comma 1- per il secondo); inoltre, nel Dlgs del 2001 si usano terminologie (ad es. “antiparassitari”) ormai abbandonate e fin troppo onnicomprensive.
I valori soglia per la medesima sostanza secondo il Dlgs del 2001 (“acque potabili”) e secondo il Dlgs. del 2009 (“stato chimico delle acque sotterranee”) sono molto diversi, decisamente più tolleranti per le acque potabili rispetto a quelle di falda.

Alcuni esempi:
Il tetracloroetilene (la sostanza che con maggior frequenza, secondo i test di Arpa per il 2016, supera i livelli soglia per le acque di falda) presenta un limite di legge di 10 microgrammi/L (sommato con il tricloroetilene) per le acque potabili e di 1,1 microgrammi/L per le acque sotterranee.
Il cromo VI presenta un livello soglia di 10 microgrammi/L per le acque potabili, ma solo in presenza di valori più alti del consentito di Cromo, rispetto al limite di 5 microgrammi/L, senza altre condizioni, previsto dal Dlgs 30/2009 per le acque sotterranee.

I 112 indicatori usati da Arpa Lombardia nel monitoraggio del 2016 delle acque sotterranee sono inoltre difficilmente confrontabili con quanto viene pubblicato, più o meno regolarmente, dai diversi gestori del servizio idrico integrato che forniscono acqua potabile alla popolazione.
In genere i gestori indicano solo i risultati relativi ai parametri previsti dalla legge (ph, residuo fisso, durezza, conducibilità, Calcio, Magnesio, Ammonio, Cloruri, Solfati, Potassio, Sodio, Arsenico, Bicarbonato, Cloro residuo, Fluoruri, Nitrati, Nitriti, Manganese). 

In qualche caso viene però riportato il dato riferito ad alcune sostanze prese in esame da Arpa.
E’ il caso del tetracloroetilene, il contaminante che, come già scritto, ricorre con maggior frequenza nella tabella di Arpa relativa allo stato chimico delle acque sotterranee lombarde.

Mondohonline ha preso in esame 4 diversi Comuni appartenenti a 3 distinte province (e a 3 diversi gestori). Il confronto è riassunto nella seguente tabella:

*Solo tetracloroetilene

Le acque sotterranee dei quattro Comuni lombardi presentano uno stato chimico “non buono” a causa (anche) del tetracloroetilene, classificato dallo IARC (International Agency for Research on Cancer) nel gruppo 2A (probabile cancerogeno per l’uomo), in grado di indurre, a basse concentrazioni, tossicità epatica e renale e,  ad alte concentrazioni, di deprimere il Sistema Nervoso Centrale  (fonte: Ministero della Salute).

In ciascuno dei quattro casi presentati, la sostanza è ampiamente al di sotto dei limiti di legge previsti per le acque destinate al consumo umano (10 microgrammi/l in associazione con il tricloroetilene) secondo quanto deliberato dal Dlgs 31, 2001. Ma in tutti e quattro i casi si superano ampiamente i valori soglia previsti dal Dlgs 30, 2009 (1,1 microgrammi/l) perché l’acqua proveniente dal sottosuolo possa essere definita di stato chimico buono.

L’indagine esposta, oltre a evidenziare serie criticità nella qualità dell’acqua che beviamo, pone alcuni interrogativi a chi produce e distribuisce H2O, a chi ha la funzione pubblica di fissare delle regole nell’interesse collettivo.

Alla luce di quanto sopra, proponiamo alcune considerazioni e delle domande:

1) Chi vuole comprare un’automobile ne può accertare le caratteristiche con informazioni accessibili a tutti. Perché le autorità di governo non impongono a tutti gli operatori di offrire informazioni analoghe e complete sull’acqua?

2) C’è un’evidente “confusione organizzativa“: più organizzazioni partecipano al sistema H2O, ma non comunicano o si muovono indipendentemente, o i ruoli si sovrappongono confusamente: questo è quanto almeno percepisce un soggetto esterno, ma intelligente, che voglia capirci qualcosa. E’ possibile il coordinamento?

3) La percezione scientifica della pericolosità evolve, ma la legislazione e gli operatori procedono molto più lenti della crescita conoscitiva: perché?

4) Vi è sovrapposizione e contrasto tra norme. Perché non viene eliminata?

 

(*) Presidente di Mondohonline

(**) Comitato scientifico di Mondohonline