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L'editoriale

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C. A. Rinolfi: 

Gilet gialli a Parigi e giovani volti a Milano

 

Green Economy

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franca castellini_2F. Castellini Bendoni: 

Un nuovo alfabeto per la scuola

 

Biotecnologia e Nutraceutica

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A. Viglia: 

Acqua: questa sconosciuta

 

Nutrizione e omotossicologia

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D. Mainardi: 

Disbiosi intestinale: probiotici e prebiotici

Glutine? sì, grazie …ma quello dei nostri grani antichi

di Aurelio Viglia (*)

Sappiamo ormai da tempo che la celiachia, sindrome da intolleranza al glutine, è in forte aumento e che negli ultimi cinquanta anni essa è addirittura quadruplicata. Poiché la sindrome è strettamente collegata a carenze enzimatiche in grado di metabolizzare correttamente questo complesso proteico contenuto nelle farine del frumento, un così drammatico aumento non è spiegabile con fattori genetici.

Le cause sono state rintracciate nelle modificazioni intervenute in molte cultivar di grano, a seguito delle selezioni e delle modificazioni genetiche operate dall’uomo per ottenere specie più confacenti all’interesse economico degli operatori della filiera cerealicola e che hanno condotto da una parte a specie a ciclo colturale breve, resistenti all’allettamento, con alte rese per ettaro, resistenti ai parassiti animali e vegetali e contenenti amidi con tenacità e plasticità tali da fornirci farine per qualsiasi impiego e impasto a seconda delle esigenze dell’industria delle paste alimentari.

Accanto a questi successi, le selezione e le modifiche genetiche hanno condotto a grani con tenori di glutine altissimi, a glutini sempre più complessi, difficili da metabolizzare e quindi in grado di trasformare i celiaci border-line in celiaci conclamati con tutti i rischi di shock anafilattico che la celiachia comporta.

Ora, se ci fate caso, l’industria alimentare per soddisfare certi requisiti della filiera granicola ha dato vita a un secondo (ma non per importanza) filone di prodotti dietetici farmaceutici o parafarmaceutici per andare incontro ad un bisogno che essa stessa ha creato, ossia la celiachia. E così la macchina economica continua a macinare profitti su profitti  sulla pelle dei portatori di questo handicap.

Venendo al concreto, in Italia da indagini svolte dallo stesso autore di questo articoletto, il grano antico più richiesto è il Kamut, brevettato negli USA ma di origine mediorientale. In Italia, fra gli oltre 100 di cui disponiamo, abbiamo un antico grano siciliano, il Tumilia o Tumminia che ha caratteristiche generali di gran lunga superiori e un glutine molto interessante anche per i celiaci. Nonostante questo, la politica commerciale di chi detiene il Kamut fa sì che la clientela sia fortemente fidelizzata e richieda quasi soltanto Kamut.

Ma il fiore all’occhiello dei grani antichi italici è il Monococco

                          Grano monococco

che è comunemente conosciuto come “piccolo farro” ed è l’unico cereale che, nonostante contenga glutine, non scatena le classiche reazioni allergiche in soggetti celiaci o con gravi intolleranze alimentari. Infatti, rispetto al grano tenero, il Grano Monococco contiene un glutine più digeribile e meno tossico per l’organismo.

Fino all’età del bronzo, questa varietà di grano ha costituito la base della dieta per le popolazioni agricole fino all’arrivo di prodotti più produttivi e di facile trebbiatura. È stato recuperato in anni recenti quando ha cominciato a diffondersi un concetto sostenibile di agricoltura nel rispetto della biodiversità e dei prodotti tradizionali locali.

Gli studiosi attribuiscono a questo grano una presenza continuativa nel bacino del Mediterraneo  di oltre trentamila anni, ma più che gli anni contano tutte le proprietà generali di questo grano che potrebbe entrare nella dieta dei celiaci come prodotto normale e non farmaceutico.

               Grano duro

Per concludere, sui grani duri, sui grani antichi e sul glutine torneremo ad aprire un’ampia finestra dialettica e informativa perché si ritiene che l’indipendenza di un Paese passi non solo attraverso  l’autosufficienza alimentare ma soprattutto fornendo agli alimenti una qualità di filiera e non quella surrogata dell’industria.

 

 

(*) Pharma & Biotech Consulting  –  Comitato Scientifico Mondohonline

 

 

Gilet gialli a Parigi e giovani volti a Milano

Opposti volti di un’unica mutazione – di Carlo Alberto Rinolfi (*)

Tutti possediamo quel giubbotto di sicurezza ad alta visibilità per quando la nostra vettura è in panne e vogliamo evitare di essere investiti dalle auto in corsa.

I nostri cugini d’Oltralpe lo hanno indossato inizialmente per non essere investiti da una tassa sui carburanti e schivare le multe legate ai nuovi limiti di velocità sulle strade extraurbane. Poi i giubbotti sono arrivati in città, e da mesi li vediamo negli assalti e scontri urbani con la polizia.

La protesta è dilagata a partire da una Francia extraurbana, quella che vive e lavora grazie all’automobile, non arriva a fine mese e si sente esclusa da città ben servite ma con affitti e costi della vita troppo alti. L’automobile, il primo simbolo di libertà individuale su cui si è fondata la fiducia nella società dei consumi, ha innescato una carica socialmente così esplosiva da far tremare il governo di Macron.

“Disporre di un reddito minimo adeguato… poter consumare come chi sta meglio…zero tasse per i carburanti… libertà di uso dei mezzi privati per lavorare, accedere ai centri commerciali, parcheggi gratuiti … ”  Queste le prime rivendicazioni alle quali si sono via via aggiunte tante altre da prefigurare quasi un  “cahier de doléances “ da Francia prerivoluzionaria. Così da mesi ormai una folla senza bandiera, partito e ideale offre il fianco alle strumentalizzazione delle estreme e rinnova a Parigi l’assalto ai forni del Manzoni.

Sono richieste e comportamenti in netto contrasto con quelli espressi dai ragazzi scesi in piazza a Milano e in altre città del mondo per salvare il pianeta e ridurre il riscaldamento globale.

“Abbiamo un solo pianeta… i polmoni sono rotti…  che i politici ascoltino gli scienziati… mancano 1,5 gradi alla fine del mondo”

Non maschere sul viso e giubbotti che uniformano, ci sono solo i volti di giovani e giovanissimi umani sui quali stentano ad apparire i sorrisi che quell’età meriterebbe. 

Da un lato umani mascherati e dall’altro ragazzini e  mappamondi in barella.

Eppure entrambi i fenomeni in questione fanno parte di una unica Era, quella dell’Antropocene.

Due aspetti contrastanti di un’unica realtà globale che si accentua nella vecchia Europa ma riguarda tutto il pianeta e punta il dito d’accusa contro i politici in generale.

Quali sono le radici di modi d’espressione così difformi?

Da un lato adulti appartenenti a “generazione X e parte dei millennials” esclusi e in difficoltà. Sanno usare bene internet e le tecnologie web che facilitano una vita sempre più frenetica, il lavoro flessibile e i consumi del proprio target.  Soffrono l’abisso esistente tra le prestazioni della rete e quelle delle strutture burocratiche o industrializzate. In gran parte deideologizzati, non si riconoscono in un partito, cambiano opinione e personalità alla bisogna e sembrano comportarsi in modo de–individualizzato.

Dall’altro lato giovanissimi e adolescenti della “Z generation”. Sono nativi web che sembrano tentare una re-individualizzazione con un agire pratico e creativamente collettivo ma, nell’uscire dal mondo virtuale e superinformato in cui giocosamente sono nati e cresciuti, si accorgono che quello reale sta per giungere alle sue battute finali.

Entrambi vivono a contatto quotidiano con l’algoritmo web industrializzato che tende a omogeneizzare i comportamenti e i pensieri, entrambi fanno politica nelle piazze delle città saltando i corpi intermedi e puntando il dito sull’establishment reo di non possedere idee, volontà e istituzioni adeguate.

I primi guardano però più in basso, sul loro presente e sul loro spazio, pronti a far saltare qualsiasi governatore che adotti scelte restrittive nei confronti della libertà di movimento garantita dall’autovettura personale e qualsiasi governo in odore di austerità. Sembra quasi che la loro speranza sia di poter ottenere ancora il necessario per evitare di finire sotto i ponti. In questo senso i gilet sono ovunque e pronti a reagire anche per provvedimenti che, in nome della qualità ambientale di una città, aumentano le tasse o aggravano le condizioni materiali di chi proviene dal suo esterno.

I secondi, alla evidente ricerca di una loro individualità, guardano nel tempo plurigenerazionale e nello spazio globale spiazzando completamente anche i più grandi politici del pianeta. Li denudano politicamente guardandoli dal basso in alto. Con poche frasi evidenziano la profonda dissonanza cognitiva loro e delle istituzioni che rappresentano, ONU e UE, OMS, Stati e Municipalità comprese. Tutti i poteri appaiono di cartapesta e responsabili del disastro finale al punto da rendere stonata la loro semplice presenza nelle piazze dei ragazzi.  Sembra che la loro speranza sia riposta in quella parte negli insegnanti che li hanno incoraggiati e soprattutto nella comunità scientifica che fa modelli di un disastro al quale una parte di lei stessa ha collaborato.

Ma mentre Parigi trema, cosa fa Milano oltre ad accogliere gli scout e i giovani impegnati nelle Associazioni di volontariato e Onlus che chiudono il circolo virtuoso della re-individualizzazione con un’azione pratica e umanitaria?  

Anche in questo caso ogni confine nazionale è sfondato dal “siamo persone umane prima di essere italiani”.  Il messaggio è chiaro, non esiste più un territorio, una comunità, un umano isolabile e separabile dalla dimensione planetaria. La partita si gioca tra chi si illude di poter alzare i ponti levatoi e chi sa che la via dell’integrazione è l’unica scelta virtuosa disponibile. Chi pensa che l’intento umanitario sia scisso dalle necessità a un tempo cosmiche e apolitiche dell’Antropocene commette un grave errore.  Il rischio climatico, come quello migrazionale, sfonda ogni confine territoriale va oltre gli usuali tempi elettorali o generazionali.

Vale anche per Milano e per l’esercito delle mastodontiche piovre urbane che sul loro un piccolissimo spazio generano il 70% del riscaldamento e dell’inquinamento globale con i loro consumi, abitazioni e trasporti diretti e indotti.

Sui trasporti a terra Milano sta promuovendo la sostituzione del parco macchine in entrata e in uscita con la istituzione di aree ad accesso limitato che, in carenza di servizi pubblici sostitutivi, rischiano però di costringere chi possiede auto più datate, e redditi meno elevati, a sostenere il rilevante costo di un rinnovo accelerato.

L’amministrazione cittadina dovrà affrontare il sovraccarico economico richiesto ai residenti sui quali graverà anche il potenziamento di trasporti urbani elettrificati e ai non residenti che rischieranno nuove multe e ulteriori tempi di attesa prima che gli annunciati nuovi mezzi, tranvie e treni siano in grado di raggiungere i piccoli comuni limitrofi.

L’inquinamento globale imputabile ai trasporti a terra di Milano cambierà però in misura molto relativa sia per l’elettricità che proverrà ancora in grande misura da fonti non rinnovabili, sia per gli ancora irrisolti problemi di produzione e smaltimento delle batterie dei veicoli elettrici. Effetti che si scaricheranno su comunità e paesi lontani dalle mura della città.  

Lo sforzo sarebbe però inutile senza un serio intervento sui riscaldamenti cittadini rei di emettere più polveri sottili di tutte le auto circolanti in città ed infatti il Comune prevede interventi in questa direzione.  

Auto e palazzi, dunque, due formidabili corni di uno stesso problema energetico che pone di fronte a scelte strategiche sul piano delle tecnologiche. Un errore in questo caso sarebbe difficile da recuperare, sembra  quindi opportuno fare i conti con il passaggio all’Economia all’idrogeno di Jeremy Rifkin di cui la UE si sta occupando con la poco nota Hydrogen Roadmap Europe ”.

Ma i palazzi e i trasporti sono solo fonti inquinanti “visibili” dai milanesi; ad essi vanno aggiunte due altre formidabili idrovore “poco visibili” ma ad altissimo impatto, ben più dannose delle prime ma poco normate, neppure considerate  da Cop20  e poco percepite dalla cittadinanza.

Sono le navi cargo che solcano i mari per rifornire Milano di merci e alimenti a basso costo coi loro carburanti massimamente inquinanti a cui si sommano le emissioni dei trasporti aerei che fanno capo a Malpensa e Linate.

Se è vero che il decollo di un solo areo di linea a Linate inquina quanto centinaia di auto euro zero, e che poche decine di super cargo inquinano come tutto il parco macchine mondiale,  queste voragini inquinanti indotte dagli scambi delle città rientrano negli impatti a loro carico.

Inutile osservare che lo sviluppo di questi trasporti è essenziale per gli scambi mondiali e che la loro crescita è in grado di annullare tutti gli sforzi che Milano è impegnata a realizzare.

In questo caso il tipo di intervento sembra esulare dalle variabili istituzionali tradizionali e sembra richiedere ulteriori iniziative politiche, di advocacy, tecniche, giuridiche per supportare l’azione degli organismi internazionali. E’ la realtà cosmopoliticizzata – non normata – che sfugge alle Nazioni ma che attiene ai beni comuni globali più vitali per l’umanità.

La dimensione degli impatti e i tempi scanditi dall’ultimo rapporto IPCC, non consentono di passare la palla o di limitarsi a invitare i milanesi a preferire alle banane delle Americhe le ciliegie di Bareggio, non far più crociere e volar di meno.

Milano può portare avanti anche questa battaglia e continuare a giocare il ruolo di città aperta e globale gioiosamente apparso all’ombra della Madonnina. Far parte attiva di C40 Cities” ( l’associazione che collega 90 delle più grandi città del mondo e rappresenta oltre 650 milioni di persone e un quarto dell’economia globale)  è un ottimo passo in questa direzione anche se sembra esserci ancora del lavoro da fare per integrare ulteriormente il focus dell’attenzione degli interessi locali con una altrettanto adeguata attenzione alla natura globale dei danni dell’Antropocene.

(*) Presidente Mondohonline

ArcipelagoMilano ha pubblicato l’articolo il 1° aprile 2019

Un nuovo alfabeto per la scuola

di Margherita Rossaro (*)

Il Liceo Primo Levi di San Donato Milanese  da anni è impegnato nel processo di innovazione tecnologica degli spazi e di trasformazione critica della didattica affiancando i metodi tradizionali con progetti tesi a far sviluppare ai ragazzi nuove abilità e a farli confrontare anche con il mondo del lavoro e dell’università.

Dopo aver fatto tesoro dell’aula 3.0 presente nella scuola, dove si implementa una didattica interattiva con strumenti quali LIM, tablet in rete e programmi ad hoc, quest’anno ho concentrato le mie attività sull’uso critico e proattivo delle nuove tecnologie, e mi sono impegnata, con alcuni colleghi, nel progetto “Aule d’autore 4.0” dedicato alle nuove capacità utili per maneggiare il nuovo mondo dei dati. Così 40 ragazzi e i loro docenti si sono posti una domanda: ma ora che abbiamo tutti questi dati, cosa ce ne facciamo?

Ispirati dal Prof. Giuseppe Longhi e dal suo racconto sulle potenzialità ed i problemi della ‘nuvola’, con i ragazzi abbiamo avviato un percorso per capire come interpretare il mondo che ci circonda e come cambiarlo in prima persona.

Una delle proprietà dei dati[i] è essere generativi: da un dato si va ad un altro dato, se ne ricava uno successivo,  si può arrivare anche a creare un nuovo dato. Questo implica la capacità di individuare il dato, di capirlo e di fare il passo successivo, cioè trasformarlo e creare valore.
La competenza che la scuola deve sviluppare negli studenti e nei docenti è quella della comprensione del valore dei dati e di come inserirsi tecnicamente in questo vasto mondo con un alto grado di autonomia e di capacità critica. Partendo da un dato gli studenti devono essere capaci di andare avanti da soli. Studenti e docenti così creano valore al dato.

I dati possono essere replicati, copiati e riproposti. É importante distinguere quando un dato è originale e quando è una copia. Bisogna fare attenzione all’originalitá e alla fonte del dato. I ragazzi quindi devono sviluppare l’abilità di conoscere come funziona la produzione dei dati, individuare la fonte per non farsi ‘fregare’ da Bigdata.

I dati possono essere mescolati con lo scopo di generare nuova conoscenza o di innovare lo stato dell’arte. Utile sarà trovare collegamenti inaspettati fra i dati raccolti; spostare le parole dell’alfabeto, ruotarle, vederle da altri punti di vista per aprirsi ad un nuovo Rinascimento: simultaneamente individuare nuove regole e trovare le loro eccezioni [ii].

I ragazzi vengono coinvolti nell’esercizio creativo di trovare collegamenti inaspettati: di prendere un dato, un oggetto, ruotarli, spostarli, rivederli con occhi nuovi.

Marcel Duchamp, Fontana, 1917.

Ma quali dati servono? I dati sono pressoché infiniti, di conseguenza vanno pensati nuovi metodi per analizzarli. La scuola deve sviluppare nuovi sistemi per catalogare i dati utili alla didattica e alla creazione di nuovi lavori.

E qui i ragazzi del Liceo Primo Levi, come altri di molte scuole italiane, sono già all’opera e producono ogni settimana molti lavori che spesso non hanno visibilità e non hanno quell’effetto moltiplicatore, di ‘scaling up’, che potrebbero avere anche in un’ottica di imparare a imparare fra pari. Bisogna quindi rendere fruibili i prodotti del sapere della scuola, attraverso una rete di siti web intesi anche come tutorial scientifici e, attraverso gli spazi della scuola, avviare nuovi processi di conoscenza “life-long-learning” capaci di coinvolgere l’intera comunità.

Caratteristica importante per il nostro futuro è la durabilità dei dati, perché solo così avranno un’influenza duratura per la comunità sia scientifica, sia del territorio. Ed ecco che troviamo il ruolo chiave dei dati: l’essere beni comuni, accessibili, facilmente fruibili. In sostanza essere una tappa dell’evoluzione della nostra democrazia.

Da questo punto di vista la scuola deve insegnare a riconoscere ed evitare i processi di impropria privatizzazione dei dati e a progettare perché non si realizzino processi di ‘digital divide’.

Solo la comunità e il territorio danno il senso alla produzione di sapere. In quest’ottica i 40 ragazzi che partecipano al programma di alternanza scuola-lavoro ideato nel Liceo Primo Levi “Protagonisti della bellezza. Aule d’autore 4.0” sono stati sfidati a sviluppare idee per una ‘Nuova scuola’ e a realizzare quattro aule d’autore, continuando il processo di progettazione partecipata da me avviato appena arrivata in questa scuola, testimoniato anche nella pagina web dell’Istituto.

Le regole progettuali proposte dal Prof. Giuseppe Longhi seguono tre linee guida: 

– la manipolazione dello spazio è tesa ad aumentare la biodiversità;

– le tecnologie sono utilizzate per risparmiare materia;

la progettazione si avvale di strumenti mini-invasivi e rivisitazione del sito della scuola che permettano la connessione alla cloud, al fine di garantirsi servizi di qualità e interconnessione a scala globale.

In tal senso i ragazzi hanno sviluppato tre idee di progetto:

Aula 4.0 Sviluppa biodiversità: L’orto condiviso

Gli ampi spazi verdi di cui è dotata la struttura possono essere trasformati in orti condivisi con la comunità sandonatese e in laboratori a cielo aperto per studiare e sviluppare la biodiversità.

Aula 4.0 Moltiplica conoscenza: i corridoi come flussi di idee

Gli ampi corridoi della scuola accolgono banchi intelligenti per connettersi e ricercare nella rete, per mostrare cosa producono gli studenti e imparare ad imparare.

Aula 4.0 si apre al mondo: un’aula che genera conoscenza

Le aule rinnovate diventano punti di produzione di sapere attraverso un sito che offre video tutorial e strumento per il long life learning di studenti, docenti e cittadinanza.

Gli studenti diventano così soggetti attivi del cambiamento in atto senza mitizzare o subire l’uso delle nuove tecnologie ma utilizzandole per vivere, lavorare, stare insieme e, perché no, divertirsi!

Venite a trovarci, il Liceo Primo Levi vi aspetta nel futuro.

 

(*) Professoressa  di disegno e storia dell’arte al Liceo Primo Levi

 

[i] Per le caratteristiche dei dati ci si riferisce all’articolo presente in questo sito https://digitalimpact.io/toolkit/digital-data/

[ii] Per la visione del Rinascimento come eccezione alla regola vedasi M. Tafuri, Ricerca del Rinascimento, Einaudi, 1997.

Mulini a vento digitali e disabilità umane

 – di Carlo Alberto Rinolfi (*)

Ciascuna delle preziose considerazioni espresse da Gabriella Campioni in  “Mutazioni e Resilienza ” in risposta a “Disabili Mutanti” merita di essere approfondita.

Su un quesito in particolare è utile fermare l’attenzione. “Nulla è più “normale”… ma qual è la norma e chi l’ha stabilita o ha deciso che sia immutabile?” afferma con ragione Gabriella Campioni e nel farlo solleva una questione così imponente da riproporsi ad ogni cambiamento epocale.

Una simile domanda era infatti già nella penna del Cervantes alle prese con la crisi dei grandi ideali del Rinascimento. Correva l’anno milleseicento, le regole della cavalleria stavano per esalare l’ultimo respiro.  Don Chisciotte si scagliava contro le pale dei giganteschi mostri che roteavano nell’aria e minacciavano la sua bella Dulcinea.

Quelle regole sono fasulle e non ci sono mai state! Dulcinea era una donna dai facili costumi! Quelli non sono mostri sono mulini!” pensava Sancho Panza, lo scudiero sempre più vicino alla terra.

Se fosse vissuto fino ad oggi, Don Chisciotte avrebbe visto le terribili “energie naturali animate” essere soppiantate dal carbone e i mulini mutarsi prima in treni a vapore e poi in eserciti di macchine rombanti con le ruote. Avrebbe visto il vapore del carbone lasciare il posto all’elettricità da petrolio  e poi da fissione nucleare, e i mostri vestire i panni di una fumante centrale termoelettrica e di un reattore  nucleare.

Salvo l’ultima, che appena concepita creava già  enormi problemi di controllo e smaltimento, tutte le altre sono energie che sappiamo  “controllare, localizzare e quantificare” come si fa col vento e l’acqua direbbe Sancho. Sono fonti di energia “certe “che ogni nazione si è attrezzata a regolare con leggi, norme costruttive e  armi. Sono  certezze ormai entrate nella nostra mente e come dati di realtà veri, necessari e indispensabili alla nostra vita quotidiana. 

Dati su cui si fonda proprio quella “normalità” che Gabriella Campioni ci invita a mettere in discussione. 

Come fare? Su di loro abbiamo costruito questo mondo usando gli stessi gli occhi di Sancho Panza, che vedevano il cavaliere utilizzare l’alabarda contro il vento che muoveva le pale dei mulini. Quel modo di vedere la realtà l’abbiamo appreso da millenni per cui nessuno dubita che:

il soggetto umano usi -> la tecnologia per sottomettere ->la natura oggettiva ai suoi voleri

Un soggetto, un complemento di modo e uno di oggetto ci direbbe l’analisi logica. Poche regole ma molto più chiare di quelle contorte e strampalate di re Artù” direbbe Sancho. Norme chiare che hanno funzionato bene fino alla terza rivoluzione industriale.

Anche la mente del concreto scudiero sarebbe però andata in tilt all’arrivo delle tecnologie digitali. Catapultato nel vorticoso regno del turbocapitalismo della conoscenza, la realtà gli sarebbe apparsa più confusa e soprattutto mossa da un’energia invisibile e molto differente dalle precedenti.

Questa volta il motore dello sviluppo si alimenta di Informazioni tramite Big Data liberamente fruibili da tutti gli abitanti dei contadi più poveri e sperduti del pianeta e persino (udite,udite!) da oggetti dotati della capacità di interagire tra di loro grazie ad una rete.

Come tutti noi, anche il cavaliere e lo scudiero sarebbero stati sul punto di essere travolti dall’armata senza fine dell’ “Internet delle cose” in cui telecomandi, elettrodomestici, automobili intelligenti decideranno in nome e  per conto di un Algoritmo, dotati di sensori interconnessi proprio come fanno gli umani con gli smartphone. Si sarebbero ritrovati nell’anticamera del nascente regno dell’intelligenza artificiale mosso da robot interattivi. Un mondo in cui la tecnologia non è più un semplice strumento esterno all’uomo come pensava Sancho, ma  svela la sua vera natura: quella di essere sempre stata, sin dalla prima selce realizzata da un umano, l’aspetto dell’umano che fa l’umano diverso dai primati, qualcosa di più di un semplice complemento di modo.

Il cavaliere e lo scudiero si troverebbero nel nostro strano regno in cui è bandita la separazione tra un interno pensato e un esterno memorizzato in un oggetto (selce, software o hardware  inclusi), un mondo in cui è divenuta impossibile la distinzione tra il soggetto e il suo strumento,  e la nuova normalità che regola il gioco è  quella di un umano che è tutt’uno con la tecnologia .

L’umano del XXI secolo  apparirebbe loro come un insieme costituito da due processi che si possono integrare ma anche auto-esaltare  sino a produrre risultati sconcertanti al punto di tradire le loro stesse missioni vitali: riprodursi e crescere senza auto-ammalarsi per l’uomo in carne e ossa,  superare ogni limite senza autodistruggersi per la tecnologia partorita dalla mente umana .

Il povero Sancho ne sarebbe stato sconcertato. E’ come se l’armatura, l’alabarda e persino il magro Ronzinante e i mulini tutti fossero sempre stati parte integrante del suo macilento cavaliere! Per noi è come se lo smartphone fosse biotecnologico, un’estensione del nostro buon vecchio corpo umano.

Per lui e il nostro eroico cavaliere le sorprese però non sarebbero finite qui. Insieme a noi si troverebbero sballottati da improvvisi tornadi, siccità e tsunami; rischierebbero di non poter abbeverare più Ronzinante per un’acqua sempre più scarsa e inquinata; vedrebbero sparire anche gli insetti e si dovrebbero dotare di un elmo con una maschera contro ferocissime e invisibili polveri sottili.

Don Chisciotte dovrebbe ingaggiare una tenzone impari con i tre mostri della temibile Società del Rischio di Urlich Beck  determinati a perseguire:

  • la distruzione dell’ambiente per generazione di ricchezza effettuata per far avanzare la società dei consumi (buco dell’ozono, effetto serra, inquinamenti arie e acque, ecc.);
  • la distruzione dell’ambiente provocata dalla povertà (taglio delle foreste pluviali tropicali, rifiuti tossici, uso di tecnologie obsolete nocive per l’ambiente);
  • l’uso potenziale di armi di distruzione di massa (nucleari, biologiche e chimiche).”

La penna di Miguel de Cervantes avrebbe dovuto riattivarsi per la terza volta e dovuto  di certo affibbiare ai tre terribili “cavalieri” nomi da par loro. I tre “Cavalieri del Regno del Rischio” apparirebbero agguerriti sulla strada di Don Chisciotte tutti insieme nelle armature di un “Automobilista Iper Opulento”, di un affamatoPauperissimo” e di un guerrafondaio “Apocalittico”.

Tre formidabili avversari nel regno dell’Antropocene capaci di impressionare anche il fedele scudiero, che non vedrebbe più neppure dei mulini di mattoni tutto sommato fissi alle loro fondamenta, ma sarebbe avvolto dai processi incontrollati simili alle nuvole di moltitudini in lotta dipinte da Marc Chagall.

Questi non sono più “entità definite” come lo erano i mulini. Queste entità sono prive di una forma delimitabile e attribuibile a uno specifico territorio, a un determinato contesto o ad un arco normale legato a una generazione. Questi mostri sono ovunque allo stato incandescente in una forma che è ad un tempo cosmica e politica. Per colpa loro il vecchio e buon dato da oggettivo (istituzionalizzato e normato) è diventato soggettivo e cosmo-politicizzato, ovvero non regolamentato.

Si può aggiungere che il procedere delle schiere planetarie di quei tre cavalieri è accelerato dalla spinta al risultato immediato in nome di un imperatore multiforme: sua maestà  l’Interesse Economico fissato da un algoritmo finanziario che specula globalmente in tempo reale senza curarsi degli effetti delle sue scelte sull’economia reale di un dato territorio o per un dato periodo di tempo .

Per di più la natura, lontana dall’essere un puro oggetto che subisce l’uomo, segue le sue dinamiche,  si ribella e retroagisce, non tanto per la finitezza delle sue risorse, ma per l’alterazione dei suoi processi vitali che l’umano mette in discussione.

Non essendovi più oggetti separati , saltano di colpo anche i sacri principi di  oggettivazione -> separazione –> azione.

 Le nuove regole da lineari diventano circolari:

                                                                                  

 Si affermano i principi digitali di : individuazione <- >interazione <- >retroazione

A questo punto l’alabarda del nostro eroe è totalmente spuntata e anche il solido buon senso di Sancho è in preda allo sbigottimento più profondo. A loro, come a noi, viene meno persino il linguaggio richiesto per vivere in modo consapevole e politicamente efficace  questo nuovo e strambo millennio.

La messa in discussione di tutto ciò che sino ad ora ci è apparso “normale” ci regala un enorme handicap: la difficoltà di comprendere un linguaggio  che nel frattempo è divenuto di tipo digitale. Dobbiamo tutti superare questo handicap imparando l’alfabeto digitale di cui ha parlato Beppe Longhi nel corso della Digital Week di Milano.

Dobbiamo farlo in fretta dato che, mentre l’Iper Opulento, il Pauperissimo e l’Apocalittico procedono con la loro corsa,  la tecnologia sta già spingendo avanti un nuovo e ancora più astruso biolinguaggio  digitale.

 

(*) Presidente Mondohonline

Bibliografia di riferimento:

  • Miguel de Cervantes –  Don Chisciotte della Mancia – Einaudi
  • Bernard Stiegler – Platone digitale – Mimesis
  • Urlich Beck – Metamorfosi del mondo – Laterza
  • Thomas Piketty  – Il capitale nel XXI secolo – Bompiani
  • Gregory Bateson – Mente e Natura – Adelphi

Disbiosi intestinale: probiotici e prebiotici

–  di Daniela Mainardi (*)

C’è stata un’evoluzione nello stile di vita della popolazione, e in particolare dell’alimentazione, che ha influito sulla salute dell’intestino.  

Il nostro tratto intestinale è popolato da una flora intestinale chiamata MICROBIOTA composta da oltre 100.000 miliardi di batteri.

Il Microbiota

E’ una flora batterica eubiotica benefica che ci accompagna sin dalla nascita e che, per tutta la vita, svolge un compito importante nella digestione e nella difesa immunitaria.

Il suo squilibrio, oltre a creare problemi digestivi, disturbi infiammatori e l’indebolimento del nostro sistema immunitario, favorisce patologie come intolleranze, allergie e patologie croniche a carico del nostro intestino.

Gli studi sui batteri che fanno parte del microbiota hanno dimostrato che la salute dell’individuo è influenzata dal tipo di ceppo batterico presente nell’intestino e dalla sua quantità. L’intestino infatti si popola dell’universo batterico sin dalla nascita con il contatto della flora vaginale della mamma e i microorganismi presenti nell’ambiente al momento del parto.

 Questa prima colonizzazione migliora in seguito con batteri provenienti dagli alimenti, dall’ambiente di vita e dalle persone vicine al bambino attraverso baci, poppate e contatti umani.

I primi organismi a insediarsi nell’intestino sono i batteri Bifidobatteri e Lattobacilli, così chiamati perché trasformano in acido lattico i carboidrati.

La Disbiosi

Le malattie infiammatorie croniche intestinali, di cui soffre molta parte delle popolazione, risultano causate dalla presenza in eccesso di alcuni batteri detti patobionti, una specie patogena di batteri che normalmente colonizzano l’intestino.

Anche la perdita di un certo tipo di batteri della flora intestinale, tra cui i bifidobatteri,  rispetto ai lattobacilli per esempio dovuta ad una terapia antibiotica o il prevalere di batteri patogeni (Proteus Klebsiella Pseudomonas…..) creano la cosiddetta DISBIOSI.

La composizione della popolazione batterica dell’intestino è di solito stabile e in equilibrio “eubiotico” negli individui sani, ma si tratta di uno stato di equilibrio molto variabile da soggetto a soggetto in funzione delle abitudini alimentari, per cui lo stato di squilibrio “disbiotico”è molto diffuso.

E’ possibile verificare il nostro tipo di flora intestinale con specifici esami sulle feci, e si ha la DISBIOSI quando dagli esami si rileva uno squilibrio della flora intestinale. Esami specifici delle feci sono necessari per individuare qual è il microorganismo in eccesso o in carenza.

I Probiotici

I PROBIOTICI permettono all’adulto di ripristinare l’equilibrio della flora intestinale, stimolare le difese immunitarie, rafforzare la barriera intestinale e rendere difficile il passaggio dei patogeni allergeni o sostanze tossiche nell’organismo. Il passaggio dei tossici finisce per creare un’infiammazione cronica che favorisce lesioni a danno della barriera intestinale. 

I probiotici sono microorganismi vivi e vitali che ci aiutano ad affrontare le numerose aggressioni che può subire il nostro intestino derivanti da un’alimentazione eccessivamente proteica che fa crescere la flora putrefattiva a danno della fermentativa derivata dagli zuccheri.

La loro funzione positiva si accresce a causa dell’attuale stile di vita fatto di un’alimentazione povera di fibre e ricca di zuccheri, grassi e cibi carnei; lo stress e i ripetuti cicli di antibiotico-terapia che rompono di continuo l’equilibrio tra flora fermentativa e putrefattiva generano alterazioni nella mucosa intestinale e disfunzioni del sistema immunitario.

Tale modificazione della flora si ripercuote sulle funzioni fisiologiche che essa normalmente esercita: l’effetto barriera e lo sviluppo del sistema immunitario.

E’ dunque possibile cercare di sopperire  aquesto squilibrio con l’utilizzo dei probiotici e prebiotici. Probiotico deriva dal greco pro-bios, che significa a favore della vita. Sono microorganismi (batteri) viventi attivi: i cosiddetti “fermenti lattici” che somministrati in quantità adeguata portano beneficio alla salute e contribuiscono a difendere la mucosa intestinale dell’uomo dai batteri patogeni, i “cattivi”!

Ad esempio Il Lactobacillus Rhamnosus svolge un’azione preventiva per quanto riguarda l’eczema atopico se assunto come probiotico dalla madre in gravidanza, durante l’allattamento e sino al sesto mese di vita del nascituro.

Questo lattobacillo viene usato anche per episodi diarroici acuti contro i Rotavirus (noti per essere la causa principale della gastroenterite  virale infantile) attenuando la gravità dell’infezione.

Uno studio su pazienti anziani con problemi di stipsi ha dimostrato che due specifici microorganismi probiotici come il Lactobacillus plantarum e il Bifidobacterium longum sono in grado di aumentare le evacuazioni e migliorare i sintomi di stipsi dopo 15 giorni di assunzione dall’inizio terapia.

Per quanto riguarda la diarrea del viaggiatore, alcuni studi hanno rilevato l’importanza nella prevenzione assumendo il Lactobacillus rhamnosus .

Lactobacillus rhamnosus

Si può avere prevenzione della diarrea post-antibiotico ripristinando la flora intestinale con l’uso di probiotici con il Lactobacillus rhamnosus.

Anche le malattie infiammatorie croniche dell’intestino dette MICI, che sono la malattia di Crohn e la colite ulcerosa caratterizzate da flogosi cronica, ulcerazioni e lesioni che determinano dolori addominali, diarrea e sanguinamento, pare siano legate ad un’alterazione della mucosa colonizzata in modo anomalo da batteri Escherichia coli che aderiscono alla mucosa per via di un recettore e che tale recettore favorisca la proliferazione anomala creando l’infiammazione cronica.

I probiotici, comunemente chiamati anche fermenti lattici assunti come terapia per bocca, una volta ingeriti, devono rimanere vivi e superare indenni l’attacco dell’acido cloridrico dello stomaco per determinare i loro effetti fisiologici e quindi:

  • avere una funzione nutritiva nell’assorbimento dei nutrienti fermentando le fibre non digerite, degradando le proteine.
  • creare un effetto barriera nei processi di difesa dell’organismo
  • dare segnali per modulare il sistema immunitario con le cui cellule interagiscono
  • limitare le allergie indirizzando il sistema immunitario verso la produzione di immunoglobuline anticorpali ( IgA).

Questi probiotici hanno però bisogno di nutrienti per la loro crescita e come substrato utilizzano gli zuccheri bifidogeni detti PREBIOTICI.

I Prebiotici

I PREBIOTICI sono fibre solubili (inulina FOS ossia fruttooligosaccaridi) le quali restano indigerite e arrivano intatte nel colon dove fermentano ad opera della flora intestinale che li utilizza per moltiplicarsi, variando l’ambiente intestinale che diventa acido e attiva così la peristalsi aumentando il transito intestinale e contrastando la proliferazione dei germi “cattivi”.

(*) Medico – Terapie Nutrizionali – Costellazioni Salute 

Mutazioni e Resilienza . E se...?

– di Gabriella Campioni (*)

In risposta all’articoloDisabili mutanti nella società dei rischi” di Carlo Alberto Rinolfi   

Ho capito che cos’è per me la resilienza anni fa, durante una gita sull’Etna, vedendo un fiore che si faceva orgogliosamente strada in mezzo a una distesa di lava nera e indurita. E un’altra volta, vedendo un albero rigogliosissimo e pieno di uccelli canterini pur avendo quasi tutte le radici praticamente nel vuoto.

Per me, resilienza non è vivere nonostante condizioni avverse o un cataclisma, né sforzo di tornare alla “normalità”: è vivere con un mutamento avvenuto o in atto, armonizzandosi con esso in bellezza e grazia, creando ecosistemi inediti. Forse, chissà, siamo noi ad attribuire sofferenza agli alberi sradicati da un’alluvione: per la Terra potrebbe essere solamente un mutamento, per quanto radicale. Magari un “rinnovamento della casa” che avviene sempre, anche se a volte gradualmente, a volte tutto in un colpo. Panta rei: la Natura – la Vita – non si ferma mai. Un antico inno alla Dea Madre recita: “a niente e a nessuno è consentito rimanere quello che era”.

Chi ha a che fare con una disabilità, “mutante” più dei “normodotati”, è maestro in ciò e può insegnarci molto su un pianeta mutante esso stesso. Ogni volta che una certa situazione ci affligge o ci ritroviamo incapaci di affrontarla, possiamo scegliere di torcerci le mani piangendo oppure di fare della nostra vita un paesaggio nuovo. Il che, in ultima analisi, richiede di trasformare le “disabilità” o le mutate condizioni in risorse, ma richiede anche l’interazione con gli altri elementi del paesaggio, nella fattispecie gli esseri umani… cosa che sembra diventata non troppo facile a dispetto dell’imperversare dei social.

Ad avviso non solo mio, quello che oggi ci sbigottisce di più è che sta cambiando tutto, ma proprio tutto, e tutto insieme e a velocità siderali, mentre in passato cambiava qualcosa ma qualcos’altro restava immutato fornendoci un punto d’appoggio. Nulla è più “normale”… ma qual è la norma e chi l’ha stabilita o ha deciso che sia immutabile? E se fossimo chiamati a una “nuova normalità” consistente proprio nella abilità di mutare attimo dopo attimo, senza dare più nulla per scontato?

Dopo tutto, senza una crisi a nessuno verrebbe mai in mente di cambiare una sola virgola della sua vita. Non arriverei mai a disfarmi di quelle scarpe che mi vanno tanto comode se non fossero ormai sfasciate o non fossero diventate fuori moda o semplicemente anacronistiche… come certi modelli di pensiero o comportamenti attuali?

D’accordo, quella di oggi è più di una crisi: sembra un cataclisma. E se fosse un escamotage della nostra stessa coscienza per costringerci a guardare ben bene in faccia le conseguenze di anni di cecità e sordità nei confronti del pianeta e dell’umanità? E se fosse un escamotage di Madre Vita per costringerci a mettere in moto il libero pensiero per creare un mondo finalmente senza guerre, soprusi, egoismi e quant’altro?

Uno dei grandi accusati per la situazione è la politica – chiedo perdono, oggi preferisco chiamarla partitica (da partire, ossia “dividere”), un inqualificabile ping-pong di voti e insulti in cui i problemi del Paese passano sullo sfondo. Vogliamo dimenticare chi li ha eletti, quei signori, e che il vero sovrano sancito dalla Costituzione è il popolo, ossia tutti noi, ciascuno di noi? A me sembra che ogni governo di qualunque stato sia lo specchio della popolazione… quindi è a noi stessi che dobbiamo guardare se le cose non vanno come vorremmo.

Vero è peraltro – e lo si ritrova in qualche report sovranazionale – che la mutazione è così totale, che le leggi in atto non sono più funzionali, per cui non si sa più che pesci pigliare. Per fare un unico esempio un po’ grossolano, muta la composizione demografica – più anziani e meno bambini, aumentano le “malattie da progresso”  e l’inurbamento – per cui lo stato “mamma” (o mucca da mungere) non ce la fa più a gestire le risorse finanziarie allo stesso modo di prima. Come cambiare? Non ci sono precedenti, dicono quei report, quindi… dobbiamo inventarcelo. Ci serve la determinazione a una resilienza davvero vitale per la sua capacità di armonizzarsi con le mutate condizioni. Ci serve una visione, l’abilità e il coraggio di guardare oltre ciò che appare davanti ai nostri occhi sgomenti.

Non vorrei che il mio tono acceso di poco fa facesse pensare che sono contro la democrazia. Tutt’altro! Penso però che anch’essa, come tutto, abbia bisogno di un rinnovamento, magari diventando ancor più concretamente “governo del popolo”. Forse, votare, che è stato una conquista fondamentale, ora non basta più anche perché, in fondo, è un delegare pur se a persone che sono o dovrebbero essere esperte e di specchiata onestà. Fino a dove possiamo o vogliamo delegare?

Credo di poter affermare che le grandi mutazioni sociali – come si suol dire, nel bene e nel male – sono partite da qualcuno che aveva una visione, che immaginava il mondo in un certo modo con tanta intensità (e forse al momento giusto), che quella visione smise di essere un’utopia per diventare un modello che si concretizzò grazie all’azione. Oggi sembriamo non averne, di grandi visionari. E se fosse perché è richiesto a ognuno di creare una propria visione e diventare artefice del cambiamento stesso, e non più un mero consumatore passivo? Se l’individualismo nel quale sembriamo piombati fosse una premessa per la formazione di liberi pensatori? Certo, ci vorrebbe un’educazione ad hoc… Ma se l’educazione fin qui attuata non funziona più, che fare? Il problema è molto, molto complesso, variegato e fittamente interrelato. Ma a mio avviso l’unica è davvero rimboccarsi le maniche, ognuno di noi, nel suo piccolo o minuscolo. Personalmente, penso che prima o poi le idee si diffondano per vie misteriose, “eteriche”, e conto sulla silenziosa ma inarrestabile costruzione di una “massa critica” che un bel giorno (possibilmente presto, ma dipende da noi) faccia scoppiare una vera pace e una vera presa di coscienza. Sembra quasi una questione di mercato: l’offerta di leggi che affrontino concretamente il disastro arriverà quando ci sarà una domanda pressante. Un po’ come la domanda/offerta di “bio” nei supermercati… Se noi non domandiamo, nulla verrà fatto.

Vero è, peraltro, che ci sono sempre più “piccoli visionari” che si rimboccano le maniche negli ambiti più disparati. E noto con piacere che qualche testata giornalistica comincia a pubblicare le cosiddette “buone notizie”. Un ottimo primo passo, ma a mio parere lo si può ulteriormente adeguare alla grande mutazione in atto. Per fare un esempio, immagino una pagina di giornale su un cui lato si riporta un episodio di razzismo, ma a fianco, possibilmente più in grande, si riportano iniziative che parlano di integrazione: “buone notizie” specifiche rispetto alle “cattive”, nello stesso ambito, insomma. Sarebbe un po’ come dire: “questo no, ma questo sì, è praticabile”, che poi è il metodo per educare un bambino. Usare, come spesso si è fatto in passato, solo i “questo no, ti è proibito” può portare alla nevrosi, a una perdita di autostima… o alla voglia di infrangere le leggi. Forse molti di noi “non più giovanissimi” sono stati tirati su in questo modo…

I vantaggi che se ne ricaverebbero sono diversi, ovviamente sempre a mio avviso, a parte l’offrire modelli praticabili specificamente a fronte di quelli che si stanno dimostrando obsoleti e improduttivi. Diminuirebbero la paura e il senso di impotenza, fautori di pericolose derive reazionarie e di violenze. Si capirebbe che sì, stiamo attraversando un periodo difficile, che però potrebbe anche essere straordinario perché ci offre l’opportunità di rinnovare questa casa comune che chiamiamo mondo. Si capirebbe che non siamo prigionieri di un fato ineluttabile, stiamo comunque facendo un po’ di strada in prima persona. Mi immagino persino i giornalisti a caccia di scoop di stampo ben diverso dall’attuale. Stimo profondamente il loro lavoro, tuttavia penso che, per quanto obiettivi e devoti alla verità siano, sono pur sempre esseri umani, dotati di un loro modo di pensare, e che per forza di cose esprimano e stimolino opinioni. Non sarebbe bello se stimolassero fiducia, voglia di impegnarsi, determinazione a costruire anziché paura e sconforto?  Se aiutassero a passare da una mentalità problem-oriented a una solution-oriented?

Infatti la vera protagonista da chiamare in scena è, oggi più che mai, la mentalità, ovvero la coscienza. Riporto tre frasi dette da Einstein (o attribuite a lui): un problema non può essere risolto con la stessa mentalità con cui è stato creato; è follia sperare di ottenere risultati diversi facendo le stesse cose; la ragione vi porterà da A a B, l’immaginazione vi porterà ovunque. Oltre alla razionalità, che pure è preziosissima e imprescindibile, abbiamo altre facoltà tra cui l’immaginazione, madre della creatività, indispensabile per evocare l’inedito. Ebbene, usiamole, risvegliamole! Oggi esistono persino tecniche per re-imparare a farlo. Dopo tutto, dalla tappa pur fondamentale dell’Illuminismo è passato un po’ di tempo…

I “piccoli visionari” di oggi sono persone che – ma sono solo esempi – realizzano orti o aiuole sui tetti dei grattacieli o nelle strade; vanno a ripulire le rive dei mari, dei laghi o dei fiumi; lasciano la città e il consumismo per rivitalizzare vecchi edifici o borghi; inventano biblioteche condominiali; trovano vie impensate per il recupero, il riciclo o il riuso della plastica o di altre materie; proclamano il diritto ad avere oggetti non “a obsolescenza programmata” e istituiscono luoghi in cui aggiustarli per darli a chi ne ha bisogno… Alcuni di loro sono pensionati, altri giovani o giovanissimi, come ad esempio Greta Thunberg. Come “effetto collaterale” tutte queste iniziative, alla fine o all’inizio, diventano modi per fare gruppo, per ritrovare il gusto del contatto umano diretto.

Esistono anche “bandiere” che identificano il bisogno di novità. Si chiamano democrazia partecipativa, cittadinanza attiva, gestione sussidiaria dei beni comuni e altro ancora. Alcuni dei report sovranazionali lo chiedono, riconoscono che i governi non ce la fanno più. Ed esistono organizzazioni che raggruppano ed esaltano le iniziative di cui sopra. Su Internet ce ne sono diverse, basta volerle cercare.

Nel suo articolo, Carlo Alberto Rinolfi si dichiara scettico riguardo alla possibilità che queste iniziative possano “anche solo fronteggiare in tempo utile l’enorme impatto dei cambiamenti in corso.” Condivido i suoi timori, ma al tempo stesso ho una grande fiducia nella capacità di resilienza del nostro Pianeta e – ebbene sì – negli esseri umani nonostante tutto… anche se riscontro più volte che non ci decidiamo a prendere posizione o ad agire finché non siamo con il sedere davvero per terra. Ho ben presente che, con tutto l’internet e la TV, quella che ci arriva è solo una fetta della realtà. L’altra fetta, quella della gente che fa o semplicemente continua a credere nella possibilità di un futuro, viene bellamente ignorata. Perché? A chi giova?

Lo credo vero: stiamo navigando a vista in acque inesplorate. Ma non è forse così che sono stati scoperti nuovi mondi? Dando loro la giusta attenzione e creando modi per collegarli, quei “piccoli visionari” potrebbero diventare una rete di fari e di sirene che aiutano a superare in grazia e bellezza le nebbie, gli incagli e gli insabbiamenti. Se l’unione fa la forza, ne consegue che la separazione fa la debolezza. E che cos’è più separativo della paura? L’etimo della parola diavolo, la personificazione del male e della paura, è proprio “separare”… E se domani i nostri figli e nipoti ce ne chiedessero conto?

(*)  Educatrice – Istituto Cosmòs e MondoHonline

 

Non dite che siamo pochi

e che l’impegno è troppo grande per noi.

Dite forse che due o tre ciuffi di nubi

sono pochi in un angolo di cielo d’estate?

In un momento si stendono ovunque…

Guizzano i lampi, scoppiano i tuoni

e piove su tutto.

Non dite che siamo pochi,

dite solamente che siamo.

                                             (Lee Kwang Su)

 

Alfabeti digitali Digital Week a Milano


Alfabeti digitali  Da-Da-Data di Giuseppe Longhi (*)

A Milano giovedi 14 marzo  dalle 16,30 alla Sala Lauree, facoltà di Lettere – Università di Milano, il Centro per la Complessità ed i Biosistemi,  con il Liceo Scientifico Primo Levi di S. Donato e il gruppo di ricerca Value of Differences, organizzano una discussione sul significato dei dati per la nostra comunità.

Questa iniziativa è un sussurro nel vasto chiacchiericcio delle 500 voci che contribuiranno alla Milano Data Week, proposta dal Comune di Milano.

Facendo riferimento al movimento Dada, si paragona il rumore di fondo delle tante voci che partecipano alla giornata, appartenenti a generazioni e saperi diversi, al balbettio di un bambino non ancora padrone dell’alfabeto con cui navigherà nella società.

Il rapido avvicendarsi degli alfabeti iniziato, dopo la stabilità millenaria dell’alfabeto analogico, con l’alfabeto digitale nato nel secondo dopoguerra e l’alfabeto biologico, nato con la fine del primo millennio, è il motore di affascinanti prospettive, ma anche di potenti asimmetrie sociali, in quanto sta generando cambiamenti dirompenti che coinvolgono tutti gli aspetti della vita dell’uomo.

Il dirompente processo di raccolta, manipolazione e distribuzione di dati cui stiamo assistendo è paragonabile a una costruzione babelica, in cui la biblica frase imperativa “facciamoci mattoni e cuociamoli sul fuoco” è sostituita da “costruiamoci la cloud, sarà la nostra fabbrica e il centro dei nostri commerci”, ma come nel libro della Genesi alla costruzione della torre dei sedentari corrisponde una radicale rottura con il mondo dei nomadi, ossia alla contrapposizione fra chi vuole sfruttare la natura per i propri interessi e chi, invece, vuole convivere con la natura.

La metafora di Babele significa che la cultura deve affrontare le tematiche dei dati offrendo scenari fondativi di lungo momento, capaci di dare speranza alle nuove generazioni.

E proprio dalle nuove generazioni inizia il racconto della giornata con l’esperienza degli studenti del Liceo Scientifico Primo Levi di S.Donato, guidati dalla prof. Margherita Rossaro, cui seguirà un ampio balbettio di discipline coordinato dalla prof. Caterina La Porta del Centro per la Complessità ed i Biosistemi.

La giornata vuole sollecitare un bilancio degli elementi dirompenti che caratterizzano il nuovo mondo dei dati al fine di attivare una serie di agende da parte degli attori sociali fortemente coinvolti nei processi di cambiamento.

Alcuni quesiti:

  • la torre babelica della municipalità e degli assessorati sopravviverà  alla concorrenza delle grandi  major dei dati (Amazon aws, Google…)?
  • il sistema dell’istruzione dei sedentari reggerà alla concorrenza dell’istruzione continua on line?
  • i cittadini continueranno ad essere silenziosamente deprivati del loro patrimonio di dati, o una nuova organizzazione civica trasformerà questo patrimonio in un nuovo capitale sociale?
  • la mappa genetica sarà la nuova miniera del futuro ed i biologi i nuovi stregoni?
  • la città angelica dei dati come conviverà con la città materiale?

Arrivederci  a  GIOVEDI 14 MARZO 

(*) Urbanista  – docente  universitario –

Sala Lauree, FACOLTA’ DI LETTERE –  UNIVERSITA’ STATALE

Via Festa del Perdono 7, Milano

Per  iscriversi:

https://www.milanodigitalweek.com/eventi/alfabeti-digitali-ossia-da-da-data-week-un-evento-in-chiave-dadaista

 

 

 

Il primo alimento per l'inizio della vita

 – di Daniela Mainardi (*)

Prima d’ intraprendere un qualsiasi cambiamento della nostra dieta dobbiamo capire bene come determinati alimenti influenzano la nostra persona.

La mente, il corpo, le emozioni sono tutti influenzati da ciò che mangiamo e i cibi possono avere influenze positive o negative a seconda della quantità. L’ eccesso di un alimento “buono” potrebbe rivelarsi dannoso per il nostro benessere tanto quanto un alimento “malsano” in quantità moderate.

Queste considerazioni valgono per tutti gli alimenti, anche per il latte.

Il Latte

Il neonato che beve il latte dalla mamma riceve un alimento perfetto fatto su misura sino a quando, più grandicello, potrà mangiare alla tavola con gli adulti. Il latte è dunque un alimento molto nutriente che aiuterà il bambino a crescere.

Ma cosa succede se gli uomini bevono il latte di un animale, un latte pastorizzato o omogeneizzato e arricchito di vitamine, un alimento senza dubbi ritenuto “eccellente “perché ricco di proteine e Calcio?    

Siamo certi che al nostro corpo arriverà un alimento diverso che però avrà effetti diversi sulla nostra salute.

La pastorizzazione

La pastorizzazione del latte, benché abbia eliminato molte malattie infettive, ha alcune importanti implicazioni, è infatti un processo produttivo che distrugge i suoi enzimi naturali mentre libera le delicate proteine.  Il latte non pastorizzato contiene invece gli enzimi lattasi che permettono la digeribilità.

La devitalizzazione di questi enzimi crea problemi al processo digestivo che si evidenziano in coliche e eruzioni cutanee. Alcuni test eseguiti su animali hanno evidenziato che i vitelli nutriti col latte della propria madre pastorizzato non vivevano più di sei settimane.

Cosa accade dunque quando il latte viene pastorizzato?

Occorre sapere che la pastorizzazione riduce innanzitutto del 50% la VIT C , una vitamina essenziale per la buona salute e lo sviluppo dei bambini.

L’omogeneizzazione

Anche l’omogeneizzazione è stata posta sotto accusa poiché, scomponendo le molecole del latte in parti più piccole, si perde l’effetto dell’enzima xantina ossidasi che si trova nei grassi del latte e produce la scomposizione delle proteine anche se migliora le caratteristiche organolettiche per cui l’aspetto è più bianco e compatto e la palatabilità migliora.

La composizione del latte della mamma registra poi un peso superiore di grassi rispetto a quello vaccino.

Latte materno versus latte vaccino

Confrontiamo dunque la composizione nutritiva del latte vaccino e di quello materno per capirne le differenze.

Iniziamo a esaminare i Macronutrienti (Proteine, Grassi e Carboidrati):

 milligrammi per 100 grammi

Latte umano

Latte vaccino

Proteine

   1,1

3,2

Grassi

3,2

3,7

Carboidrati

7,0

4,8

Rapporto Proteine/Grassi

0,3

0,9

Rapporto Proteine/ Carboidrati

0,1

0,7

Dalla tavola si nota quanto e proporzioni tra i singoli elementi siano differenti.

 

Confrontiamo quindi anche la composizione dei micronutrienti (Calcio, Fosforo, Sodio)

 Milligrammi per 100 grammi

  Latte umano

Latte vaccino

Calcio

0,32

1,30

Fosforo

0,16

0,95

Sodio

0,18

0,51

Rapporto Calcio/Fosforo

2,0

1,3

Rapporto Calcio / Sodio

1,7

2,6

Anche in questo caso le proporzioni tra i singoli elementi sono modificate, il latte materno ha meno sali minerali e diversi rapporto con il calcio e il fosforo. Il latte vaccino ha 3 volte più proteine e quasi 4 volte più Calcio del latte materno

Il latte della mamma ha una quantità di carboidrati quasi doppia rispetto a quello vaccino che è quindi carente di questo nutriente: ciò spiega perché abbiamo l’abitudine di zuccherare il latte e questa è anche una ragione per cui mettiamo i biscotti nel latte.

L’aggiunta o l ’eliminazione di un elemento da un sistema crea uno squilibrio e provoca disturbi che normalmente non si presenterebbero.

Ci si può quindi chiedere se un eccesso di un alimento intero generi effetti peggiori di quelli rappresentati da un alimento parzialmente scremato. Entrambi gli eccessi creano disturbi perché esiste sempre un buon motivo che giustifica la proporzione naturale dei nutrienti nel sistema di un alimento.

Il grasso del latte può favorire l’assimilazione del Calcio dal latte e, di conseguenza, il latte magro potrebbe determinare una carenza di Calcio nonostante il latte sembri essere ricco di questa sostanza.

D’altro canto il Grasso del latte contiene un enzima che scompone le proteine e la sua eliminazione potrebbe rendere difficile la digestione delle proteine del latte.

Togliendo il Calcio aumentano però in proporzione le proteine del 20% e ciò fa aumentare il lavoro a carico dei reni per l’eliminazione delle medesime.

Le intolleranze al latte

Oggi si sente spesso parlare di “intolleranti al latte” e l’argomento merita attenzione. Molte persone manifestano reazioni acute al latte, in particolare al lattosio, che vanno dai crampi al meteorismo ai gas intestinali. Questi sintomi sono causati dalla mancanza di un enzima, la “lattasi”, necessario per digerire il lattosio.

Queste persone sono convinte di essere malate, ma non è così. Fra gli uomini solo poche popolazioni, a causa delle difficili condizioni ambientali nelle quali vivono, sono costrette a far dipendere l’alimentazione dal latte dei loro animali. Tra questi vi sono gli abitanti del Nord Europa durante le notti invernali che si prolungano per mesi, i Berberi che attraversano il Sahara con i cammelli e gli Hindu che sono vegetariani. 

Queste popolazioni hanno sviluppato la capacità genetica di produrre l’enzima necessario ovvero la “lattasi “che è in grado di rendere digeribile il latte anche agli adulti. Per tutto il resto della popolazione mondiale circa il 70% ha perso questa capacità.

Vi sono però alcune trasformazioni del latte che creano meno problemi. Lo yogurt e il latte fermentato, come il Kefir e il latticello, sono più facilmente assimilabili perché il lattosio è stato scomposto dal processo di fermentazione e possono costituire un ottimo rinfrescante.

Se il Calcio del latte omogeneizzato o pastorizzato crea problemi agli adulti, si deve sapere che la quota necessaria di Calcio non si trova esclusivamente nel latte ma vi sono altri alimenti che ne sono ricchi e questa è la spiegazione del perché le mucche o gli elefanti conservano la loro struttura ossea. Lo fanno certamente non bevendo il latte di un altro animale ma mangiando prodotti naturali cioè foglie e altri vegetali.

Le fonti alternative del Calcio

Sono infatti molti gli alimenti che contengono il calcio in forma naturale e facilmente assimilabile, e che costituiscono un’alternativa ai latticini.

I principali sono:

  • Legumi e noci
  • Verdure, in particolare broccoli, cavoli, la senape, le cime di rapa, il prezzemolo, il crescione e il tarassaco
  • Il sesamo e il taini
  • Il salmone e le sardine con le spine
  • Il brodo fatto con ossa e un cucchiaino di aceto che estrae tutto il calcio dalle ossa travasandolo nel brodo

Per approfondire le fonti di calcio diverse dai latticini si consiglia la Tabella delle fibre e di minerali di Mondohonline che ordina tutti gli alimenti per livello di Calcio contenuto.

L’importanza del rapporto Calcio/Fosforo

La cosa più importante di tutte è fare attenzione al corretto rapporto da conservare tra Calcio e Fosforo: se questo rapporto non è assicurato, tutti e due questi minerali possono defluire dall’organismo senza nemmeno essere utilizzati.

Se nella dieta non vi è abbastanza Calcio o vi è troppo Fosforo ne soffriranno sia le riserve di calcio che quelle di fosforo. Un eccesso di sostanza può determinare problemi tanto quanto una sua carenza, sconvolgendo il nostro equilibrio.

Le proteine e il Calcio sono mattoni indispensabili che favoriscono la crescita e se non sono in corretta proporzione con altri minerali creano dei materiali di rifiuto nel corpo. Tutti i nutrienti in eccesso vengono infatti eliminati se gli organi di espulsione non sono bloccati e l’eliminazione procede senza problemi.

Ma nella situazione in cui questi organi emuntori (reni, intestino, fegato, polmoni) fossero bloccati e dovessero far fronte a un carico di rifiuti superiori, allora si creerebbero vie alternative di uscita nella pelle o nelle mucose e orifizi del nostro corpo.

Secondo la medicina cinese il materiale inutilizzato si trasforma nel corpo in muco o in pus, terreno di coltura ideale per i batteri. Allora, anziché chiederci come aggiungere Calcio all’organismo, conviene porsi la domanda: Che cosa sta drenando il Calcio?

In questo modo potremo considerare l’osteoporosi non come una condizione di carenza ma come una questione di drenaggio e, a questo punto, potremo occuparci di cosa possiamo fare perché il calcio non venga espulso né drenato.

(*) Medico – Terapie Nutrizionali – Costellazioni Salute 

 

Le ricette di Thérèse

Arista di maiale al latte (sia con le costole che senza)

Tritare finemente  rosmarino, possibilmente fresco, con 1-2 spicchi di aglio; aggiungere sale e pepe. Incidere la carne in vari punti con la punta del coltello, inserire nei tagli il trito, chiudere con una pallottolina di pancetta coppata (va bene anche il grasso del prosciutto crudo)

In una casseruola dai bordi alti, ma non troppo larga, coprire il fondo con olio, poggiarvi la carne così lardellata e farla rosolare dolcemente girandola in modo che si formi una crosticina; annaffiare con  un bicchiere scarso di vino (meglio rosso) e cuocere sempre a fuoco moderato per circa 15 minuti, girando spesso la carne.

Aggiungere latte fino a coprire la carne, abbassare il fuoco, incoperchiare, e cuocere per circa un’ora/un’ora e mezzo, controllando che il latte non ‘monti’. Quando sul fondo sarà rimasto circa un dito di sugo,  alzare le fiamma e, girando spesso la carne, far restringere il sugo.

Servire a temperatura ambiente, a fette sottili, guarnite con il sugo. E’ molto buona anche fredda, il giorno dopo.

Arrosto di vitello (noce o reale magro)

Legare la carne, farla rosolare dolcemente con olio (e una noce di burro, se gradita).

Dopo circa 20 minuti, alzare la fiamma, far sfumare un po’ di vino rosso, abbassare la fiamma e irrorare con i restanti ¾ di bicchiere di vino, incoperchiare e cuocere per altri 20 minuti, girando la carne in modo che tutta la superficie assorba il vino.

Riabbassare la fiamma,   irrorare con 1 bicchiere o più di latte (dipende dal volume della carne), rimettere il coperchio e far cuocere per altri 20/30 minuti, girando spesso e controllando che il latte non fuoriesca.

Salare (e pepare, se gradito), lasciar raffreddare e servire tiepido.

Questo arrosto può anche essere cotto al forno in una pirofila, con coperchio di pirex (per non asciugare troppo la carne).