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L'editoriale

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C. A. Rinolfi: 

Disabili mutanti nella società dei rischi

 

Green Economy

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franca castellini_2F. Castellini Bendoni: 

Acqua bene prezioso ma in pericolo

 

Biotecnologia e Nutraceutica

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A. Viglia: 

Acqua: questa sconosciuta

 

Nutrizione e omotossicologia

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D. Mainardi: 

Disbiosi intestinale: probiotici e prebiotici

Un orto condominiale come laboratorio sociale

– di Guglielmo Elia (*)

Descrivere come è nato e come si è sviluppato un orto condominiale (in questo caso suona meglio il termine americano roof top garden) richiede un’analisi che ne individui alcuni requisiti non necessariamente di carattere botanico.  Il nostro piccolo caso non pretende di esprimere dati di valore assoluto, ma cerca di indicare un processo che merita qualche riflessione.

La nostra casa è nata, trenta anni fa, come cooperativa. Il che ha comportato  non solo l’adozione di una formula giuridica, ma anni di assemblee, dibattiti, decisioni, e soprattutto il consolidarsi di una rete di rapporti  accomunati da un obiettivo condiviso. Per parecchio  tempo questo spirito si è conservato in diverse modalità di articolazione delle dinamiche condominiali, che trovavano il loro culmine in affollate  feste collettive.

Poi, il tempo ci  ha impercettibilmente riportato alle routine assembleari, i conflitti, sempre latenti, hanno trovato minori freni  inibitori.

Sono trascorsi vent’anni.

Un giorno,  uno di noi ha lanciato la proposta: organizziamo un orto condominiale. Per qualche misteriosa alchimia, alcuni dei protagonisti  della prima fase di vita della casa costituirono questo gruppo. In altri tempi, si sarebbe detto “ben scavato, vecchia talpa”. Ma questo legame ideale si accompagnò ben presto ad  un legame più concreto e giuridicamente solido: il luogo per l’orto andava ricercato fra gli spazi comuni,  per fortuna abbondanti e non utilizzati. Il cerchio si chiudeva, la riscoperta di iniziative cooperative trovava collocazione negli spazi comuni, fonte molto spesso di conflittualità in ogni condominio.

Poi, si passò alla progettazione tecnico/organizzativa che trovò nelle competenze del gruppo (architetti, ingegneri, psicologi, manager aziendali, agronomi) gli apporti multidisciplinari opportuni, fino a riconoscerci nella comune identità di ortisti.

Un primo ostacolo da superare fu costituito dall’incompatibilità fra l’orto e la natura degli spazi comuni, per lo più parti dei corpi di fabbricato. La soluzione fu trovata installando 25 bins, di 1 mq. l’uno e alti 120 cm.  (i bins in plastica si raccolgono fra i rifiuti di un qualunque mercato rionale). I bins, rivestiti internamente da un tessuto non tessuto, furono riempiti di terra e collocati parte sul lastrico di copertura dell’edificio, parte in uno spazio lastricato al primo piano. Facendo di necessità virtù, ci trovammo ad aver progettato un orto senza barriere architettoniche.

La scelta delle colture fu affinata sfruttando gli errori e le esperienze: limitarsi a pochi e sperimentati prodotti fu il canone adottato. In particolare un bins riservato alle piante aromatiche (rosmarino, salvia, timo, maggiorana, menta), un altro a basilico, prezzemolo, erba cipollina), tutti gli altri dedicati metà alle insalate, metà a pomodori, melanzane, peperoni). In ogni caso fu escluso l’uso di fertilizzanti e fitofarmaci.

Oggi, l’orto è entrato nel suo nono anno di vita. Vale allora la pena riflettere sul tipo di influsso che ha esercitato sulle dinamiche del gruppo. In sintesi,  le regole di funzionamento non hanno richiesto nessun tipo di formalizzazione, ognuno ha capito quello gli si chiedeva di fare e come utilizzare i prodotti  rispettando le aspettative degli altri. E’ facile dedurne come tutto questo sia in gran parte legato al doversi misurare con una realtà naturale, con i suoi cicli, i suoi prodotti, il loro consumo, collocati in un contesto altamente urbanizzato.

Una sintesi di queste riflessioni la troviamo simbolicamente rappresentata in una visione panoramica dalla nostra torre, dove al tredicesimo piano si trova una parte dell’orto. Nove anni fa, lo skyline della città era totalmente diverso. Oggi lo sguardo va dai grattacieli di porta Garibaldi a quelli di City Life. Allora non si parlava della fine della competenza e sarebbe suonato stonato pensare che uno vale uno. Da qui sopra abbiamo lavorato per questo piccolo laboratorio sociale, non bevuto champagne e assaporato caviale.

 

(*) Ortista,  ex Consulente aziendale

Facciamo il punto sul riscaldamento globale - 1a parte

 – di Mario Giorcelli (*)

Le cause

E’ ormai consolidata e diffusa la consapevolezza che il riscaldamento globale potrebbe risultare il più grave problema ambientale del nostro secolo:  secondo le stime degli studiosi, in mancanza di provvedimenti, entro il 2100 il riscaldamento globale  potrebbe superare i  5/6 gradi, mentre la quantità di anidride carbonica nell’aria potrebbe superare il doppio dei livelli massimi raggiunti negli ultimi 800.000 anni.

Senza escludere altre possibili concause, la responsabilità del riscaldamento globale è attribuita per lo più all’incremento dell’effetto serra causato dai gas – in particolare l’anidride carbonica – emessi dalle attività industriali dei paesi sviluppati negli ultimi 150 anni.

Le iniziative dell’ONU

Per fronteggiare l’emergenza del riscaldamento globale, nel 1992  è stato istituita la “Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici” (UNFCC), che organizza periodiche conferenze internazionali (COP) in cui vengono definiti gli impegni concreti dei singoli paesi per  ridurre e in prospettiva azzerare l’emissione dei gas serra, utilizzando le tecnologie più avanzate per possibili opzioni di mitigazione e adattamento sulla base di valutazioni scientifiche proposte dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).

Nel 2015 si è svolta a Parigi la COP 21,  conclusa con un patto fra i paesi partecipanti, detto “Accordo di Parigi”, che  pone l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media globale (1)  “ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali entro la seconda metà del corrente secolo”, impegnando i  paesi sviluppati a svolgere un ruolo  guida per il conseguimento degli obiettivi stabiliti e a fornire sostegno ai paesi in via di sviluppo per lo stesso scopo.

L’Accordo, che è entrato in vigore il 4 Novembre 2016, è stato ratificato, a oggi, da 184 delle 197 Parti della Convenzione Quadro.

L’ultimo rapporto dell’IPCC (del dicembre 2018) indica tuttavia la necessità di conseguire risultati ben più stringenti: obiettivo zero emissioni entro il 2050, anziché “nella seconda metà del corrente secolo”, e  contenimento della temperatura globale entro un aumento massimo di 1,5°, anziché sotto 2° (2).

Ciò richiederà transizioni rapide e di ampia portata in terra, energia, industria, edifici, trasporti e città. Entro il 2030 le emissioni globali nette di biossido di carbonio (CO2) causate dall’uomo dovrebbero diminuire di circa il 45% rispetto ai livelli del 2010, raggiungendo lo zero netto intorno al 2050. Ciò significa che qualsiasi emissione residua dovrebbe essere bilanciata rimuovendo CO2 dall’aria.”

Le difficoltà del mondo sviluppato

I problemi più rilevanti per la de-carbonizzazione nel  mondo sviluppato derivano dalla disponibilità di abbondanti fonti energetiche fossili (carbone, petrolio, gas) sulle quali nel tempo si sono consolidati intrecci di interessi difficilmente districabili fra i produttori di carbone, i produttori di idrocarburi, gli industriali, i consumatori e, non ultimi, i lavoratori.

Nel 2017 Trump si è ritirato dall’accordo di Parigi firmato da Obama  per salvaguardare le centrali elettriche e le attività produttive degli U.S.A., che fanno largo uso del carbone e del petrolio. 

In Polonia il presidente  Andrzei Duda, in occasione dell’apertura dei lavori della conferenza sui cambiamenti climatici di Katowice (Cop 24), in una conferenza stampa congiunta con il segretario dell’Onu Antonio Guterres  ha dichiarato che il suo paese “non può rinunciare al carbone”, una materia prima strategica che garantisce “la sovranità energetica” dei polacchi.  Lo stesso atteggiamento si presenta in Germania, anch’essa ricca di carbone. In  Francia si è vista la rivolta dei “gilets jaunes”, innescata dall’aumento di pochi centesimi al litro del prezzo della benzina.

Le possibili conseguenze sociali ed economiche di una de-carbonizzazione senza reti di protezione e compensazioni varie sono del resto facilmente intuibili: possibile aumento della disoccupazione, calo del PIL, stasi dell’economia, disordini sociali.

Esistono soluzioni  alternative per rispettare l’impegno alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica prevista entro il 2030  e per azzerarle entro il 2050, come indicato nel rapporto dell’IPCC,  ammettendo una fase di transizione più lunga per la cessazione dell’uso dei combustibili fossili?

I paesi interessati sostengono di sì. Sacrificando parte dell’energia prodotta (10-12%), sono state messe a punto delle procedure che consentono di sequestrare un’alta percentuale (90-95%) di anidride carbonica dai gas di scarico delle centrali elettriche. La stessa percentuale potrebbe essere sequestrata dai gas di scarico dalle ciminiere delle acciaierie, degli inceneritori, dei cementifici e di altre attività industriali molto energivore.

Ma come disfarsi del 90-95% dei milioni di tonnellate di anidride carbonica emessi attualmente nell’atmosfera terrestre dalle fonti sopracitate ogni anno? Ove le condizioni geologiche lo consentono, sembra fattibile l’interramento nei pozzi delle miniere esaurite mille e più metri sottoterra o l’immersione nelle profondità marine. Tuttavia la verifica della assoluta sicurezza di tali procedure non può essere garantita se non in pochi casi, considerato anche  che il confinamento geologico dell’anidride carbonica dovrebbe essere sicuro per migliaia di anni.

Una via radicalmente alternativa per risolvere il problema  è quella di considerare l’anidride carbonica una “risorsa economica”, anziché un onere, ipotizzando che il  valore sul mercato dei derivati ottenibili dal suo  trattamento chimico-fisico possa ripagare le spese sostenute per produrli.

Istituti scientifici di tutto il mondo stanno lavorando su quest’ipotesi. Molti sono giunti a  risultati positivi e  attendono solo una verifica della fattibilità tecnico-economica  a livello industriale dei loro progetti. Uno dei possibili derivati della CO2  è l’etanolo, ottenibile sfruttando l’energia solare. L’etanolo avrebbe molti possibili utilizzi, fra i quali quello di carburante. L’etanolo, bruciando, emetterebbe altra anidride carbonica, che rientrerebbe nel ciclo. Inoltre con ulteriori trattamenti chimico-fisici, potrebbe essere convertito in  idrogeno, da più parti considerato il vettore energetico del futuro.

Negli Stati Uniti le principali associazioni che rappresentano gli interessi dei produttori di carbone, gas e petrolio  hanno  raccolto 20 milioni di dollari per premiare le aziende che dimostreranno di poter utilizzare l’anidride carbonica sequestrata dai gas di scarico delle centrali elettriche come risorsa economica da cui trarre un profitto (3).

(*)  Architetto

 

NOTE

(1)  La temperatura globale è misurata sulla media degli oceani e della terraferma. Un aumento medio globale di 1,5° potrebbe implicare un aumento medio di oltre 2.5° sull’Europa meridionale.

(2) “Mezzo grado in più aumenterebbe di due volte e mezzo la popolazione esposta a temperature estreme ogni cinque anni. Nel 2050 significherebbe esporre ben due miliardi di persone in più a impatti e condizioni estreme con il rischio elevato di migrazioni forzate di massa. La frequenza e l’intensità delle siccità nel Mediterraneo sarebbero considerevolmente più violente. Il livello dei mari si alzerebbe del 15 per cento in più, mettendo a rischio 10 milioni di persone in più. La riduzione dei raccolti di frumento nei tropici sarebbe due volte più devastante, così come il declino della pesca mondiale e dunque la sicurezza alimentare di milioni di persone che dipendono da essa. Il numero di estati in cui l’Artico perderebbe completamente i suoi ghiacci si decuplicherebbe, passando da un’estate libera dai ghiacci ogni 100 anni a una ogni 10 anni, alterando la circolazione degli oceani in modo considerevole. La perdita dell’habitat per le piante raddoppierebbe, quella degli insetti triplicherebbe, i coralli arriverebbero all’estinzione quasi totale. Si rischierebbe  inoltre di superare soglie ecologiche che comprometterebbero la stabilità del pianeta in modo irreversibile.”  –  Italia e carbone: come uscire al 2025 in modo sicuro, giusto e sostenibile” – Luca Bergamaschi – Dic. 2018,

(3) Vedi in rete “ Carbon X Prize – Transforming CO2 into valuable products”. Il responsabile scientifico di uno dei concorrenti, Stuart Licth,  professore di chimica della George Washington University, propone  una tecnologia in grado sia di catturare l’anidride carbonica nell’aria che di convertirla in nanofibre di carbonio, cioè in un prodotto di pregio tale da  garantire un profitto.  Il processo viene alimentato con energia rinnovabile e il risultato è una netta rimozione di anidride carbonica dall’atmosfera. Le emissioni residue sono di puro ossigeno. I ricercatori calcolano  che, con una superficie inferiore al 10 per cento delle dimensioni del Deserto del Sahara a disposizione, in 10 anni il metodo potrebbe rimuovere abbastanza anidride carbonica da riportare i livelli di anidride carbonica del pianeta a quelli preindustriali.

 

Quando la vita è appesa a un filo

– di Corinna Bonino 

L’autrice dell’articolo è una psicoterapeuta che nella sua professione ha seguito pazienti gravi, anche terminali, affrontando con loro momenti difficili e situazioni di grande smarrimento e dolore. Le sue considerazioni su”Universo Capovolto“, il libro di Carlo Alberto Rinolfi.

Premessa

E’ un libro che ci mette di fronte alla morte, ma ci fa anche sentire maggiormente la vita; è come se dovessimo lasciare gli abiti usati e restare nudi a guardare una nuova vita, dove esiste sia il ‘passaggio’, sia il segno di una vita da vivere.

La vita diventa così più intensa  perché si trasforma in una continua ricerca emotiva (come sensazione, sembra quasi una vittoria sulla morte). 

Se uno ha vissuto certi momenti, guarda e si immerge in un’opera artistica e lascia nell’angolo più piccolo della stanza la parte intellettuale e razionale.

Il libro ci fa vedere una vita altalenante , dove si trova il basso e l’alto, cioè la nostra vita.

l’Universo Capovolto è un libro rivoluzionario perché narra sia il ritrovare se stesso come persona sia il vivere le relazioni significative senza pregiudizio. Pensiamo che siamo in un mondo dove tutto è immagine. Quanti cercano veramente la sostanza di sé non in modo narcisistico?

Tutto questo è iniziato da un fatto traumatico: un grave incidente fisico, un blocco nel percorso di vita. Come percepirsi e percepire quando si è immobili legati ad una macchina? Come facciamo a riconoscere il “malato” come persona?

Quando noi vediamo una persona così grave o ci allontaniamo o pensiamo solo alla sua salute (quindi ci allontaniamo ancora).

La persona non è più vista. Ricordo che anni fa vidi una neonata prematura di circa un chilo, in incubatrice. Il medico mi disse di toccarla. Era piena di tubi ed io, pur sapendo che il contatto fisico era utile a questa bimba, non riuscii a farlo. In quel momento stava avendo una emorragia cerebrale e mi spaventai non solo per lei ma anche per me.

Carlo Alberto (l’autore, ndr) si avvicina a noi e alla vita parlando di un bisogno molto primario: la sete. E’ lì che lui si riconosce. Ricordiamoci che noi da piccoli incominciamo a mangiare bevendo il latte e che attraverso il cibo conosciamo noi stessi e il mondo.

In tutto il libro spazio e tempo sono dilatati quasi come in una costruzione inconscia. Come dire: io sono quasi il mio dolore, poi sono il mio letto, poi mi accorgo della mia stanza e di quelli che vivono nella stanza con me, poi scopro le corsie e intanto creo rapporti profondi con gli altri.

Questo percorso fa pensare a due momenti della vita in cui siamo più dipendenti: infanzia e vecchiaia. 

Durante l’infanzia il bambino percepisce prima la mamma, i familiari e poi i coetanei. Il piccolo può guardare il mondo esterno quando sente sicure sia le relazioni profonde sia il mondo vicino a sé. Nella vecchiaia, quando gli anziani sono ricoverati in casa di cura, pensano che la loro stanza sia la loro casa e che lo spazio comune sia il centro città.

Nel libro c’è un rapporto di amore bello e commovente (ogni volta fa piangere) ed è l’amore che si sente tra Carlo Alberto e Daniela. E ‘un affetto profondo e sicuro che non sta mai in superficie. E’ quindi utile e direi indispensabile a quelle persone che sono vicini a familiari che sono costretti ad una immobilità importante.

C’è un momento in cui Carlo Alberto esce dall’ospedale e va in chiesa, che ho trovato molto angosciante. E’ quando si trova emotivamente vicino alla morte.

L’ultimo racconto, quello della gallina, mi ha fatto dire che non è vero e che qualcosa non va perché questo non è un universo capovolto, ma semplicemente come siamo noi.

La parte religiosa è interessante perché parla della ricerca dell’uomo sulle varie domande della vita.

Ai piedi del nostro letto attaccati ad una lampada ci sono i nastrini colorati.

Corinna Bonino  psicoterapeuta – Torino

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Universo capovolto può essere ordinato, e ricevuto a casa in tempi rapidi, attraverso Mondohonline, con pagamento tramite bonifico bancario, al prezzo promozionale di 15,50 euro (sconto del 16,21% rispetto al prezzo di copertina) con spese di spedizione gratuite >>>
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Dentro la disabilità: riflessioni spericolate… ma a cuore aperto

 – di Gabriella Campioni (*)

Dichiaro fin da subito che non sono psicologa né ho la benché minima intenzione di affermare delle “verità”, tanto meno con la “V” maiuscola. Più che altro, ho dubbi derivanti dalla mia frequentazione del tema: un’unica sorella vissuta 56 anni senza poter governare un solo muscolo del suo corpo pervaso da spasmi, incapace anche di parlare “normalmente”, noi la capivamo perché eravamo abituati. Ciononostante, Anna era una creatura gioiosissima, aperta allo scherzo, intuitiva e dotata di un’affettività strabordante.

Era nata nel 1948, eravamo ancora alle prese con il dopoguerra e mancavano i mezzi e le conoscenze. Ci vollero più di vent’anni anni di pena prima di ottenere la diagnosi: tetraparesi spastica. Per la strada, la gente spesso la guardava con un misto di pietà oppure girava subito gli occhi. I miei vivevano male questi episodi, sembrava loro di avere un marchio infamante – forse un remoto peccato da espiare – o di essere figli di un dio minore.

Ecco subito un dubbio: qual è lo scopo nella vita – il valore? – di una persona in simili condizioni? Forse è una domanda troppo grossa e va a coinvolgere piani molto alti e sottili. Sarà meglio che scenda un po’ più giù, almeno per il momento… e almeno di qualche gradino, dal momento che, come mio solito, mi scontro con il significato implicito delle parole. So che ad alcuni potranno sembrare “sofismi linguistici”, ma da anni ormai riscontro che sono proprio i significati “nascosti tra le righe o le lettere” ad avere il maggiore impatto sulla psiche e quindi a determinare il modo di affrontare la vita.

Anna era definita handicappata al 100%. Ne so praticamente niente, ma pare che, ad esempio nell’ippica, l’handicap consista in un peso da aggiungere al cavallo e al fantino più forti in modo da non creare troppo divario con i meno dotati e garantire equanimità di giudizio. Come a dire: se hai dei numeri in più, la tua prova dev’essere più difficile, devi abbassarti un po’ di livello… Almeno in questo ambito, dunque, gli “handicappati” sono o devono essere i più dotati, non i più deboli.

A un certo punto si decise che handicappati era un termine disdicevole, se non offensivo. Si passò a “portatori di handicap” e poi a “disabili”. Ovviamente non cambia la sostanza né cambia, a volte, il modo in cui costoro vengono guardati, per non dire considerati o aiutati.

Vorrei entrare un pochino di più in profondità invitando chi mi legge a tentare lo stesso mio esercizio. Soprattutto chiudendo gli occhi: se mi dico “Io sono disabile”, dentro di me si crea una sorta di gorgo oscuro che coinvolge la mia intera persona; è un’etichetta: sono nient’altro che quello, sono totalmente incapace, inutile? Molto, molto deprimente.  Mi fa sentire una persona di serie B o peggio; autostima sotto la suola delle scarpe. Può farmi sentire una vittima e, magari rancorosamente, smettere di sforzarmi – di crescere – e pretendere che gli altri facciano tutto al mio posto. Può togliermi la voglia di vivere.

Se invece dico “Io ho una o più disabilità”, le cose cambiano un bel po’. Tutti noi abbiamo svariate disabilità: chi con la scienza, chi con l’arte, chi con lo studio, chi con le regole, chi con l’espressione delle proprie emozioni… C’è chi trova difficile dare o ricevere amore, o addirittura non si sente degno d’amore. C’è chi ha difficoltà ad affrontare la vita e si rifugia nella droga o chissà dove. Potrei continuare all’infinito. Se tutti fossimo abili in tutto, non ci sarebbe quella biodiversità che caratterizza la Vita. Non avremmo nulla da imparare.

Ovvio, ci sono disabilità e disabilità. Avere difficoltà nelle relazioni è una cosa, non poter camminare o non vedere è ben altra. Ciononostante potrebbero non variare di molto la sofferenza interiore né il piglio con cui affrontare la vita a fronte dei propri limiti… Guardandomi in giro, vedo che non molti hanno davvero questa abilità, che qualcuno chiama arte di vivere, sia che abbiano o no una disabilità nel senso più comunemente inteso.

“Tra le lettere” della parola disabilità c’è l’idea che manchi qualcosa, qualche strumento o qualche funzionalità di cui invece godono i “normodotati”. Tutto sta, allora, nel che cosa fare di questa mancanza. Generalizzando al massimo, mi sembra di poter evidenziare quattro tipologie di comportamento precisando che non implicano alcun giudizio  nei confronti delle persone: credo fortemente che la lezione più importante sul Pianeta Terra sia il libero arbitrio e la rispetto al massimo anche se, chiaramente, posso esprimere opinioni sui comportamenti.

Nella prima tipologia collocherei coloro che si fermano lì, a volte rassegnandosi nel fatalismo, a volte maledicendo la sorte, a volte diventando duri con gli altri, a volte ricavandone un alibi. Mi sembra che sia un comportamento molto diffuso a fronte di qualunque tipo di disabilità o anche solo di un problema più o meno quotidiano.

Poi c’è chi sopperisce alle proprie “mancanze” con mezzi “esterni”. Oggi abbiamo a disposizione un’ampia gamma di strumenti che facilitano la gestione il più possibile autonoma della propria vita: montascale, carrozzine motorizzate, computer per i non vedenti, protesi che sostituiscono arti mancanti e permettono di camminare, correre, ballare, partecipare alle paralimpiadi… Soprattutto in quest’ultimo caso, abbiamo visto testimonianze straordinarie e ammirevoli. Si tratta di soluzioni che richiedono una grandissima forza di volontà e disponibilità di mezzi economici, quindi almeno per il momento non sono facilmente disponibili a tutti.

Nella terza tipologia collocherei coloro che potenziano al massimo le funzionalità che hanno invece. C’è chi sopperisce alla cecità con il tatto riuscendo persino a individuare i colori, chi scrive o dipinge con la bocca o con i piedi…

Infine vedrei un quarto tipo di comportamento in coloro che non si accontentano di migliorare se stessi, ma vogliono dare un contributo sociale, forti della sensibilità “maggiorata” e della capacità di trovare soluzioni alternative e creative che spesso (non sempre!) accompagnano chi deve fare i conti con una disabilità. È quello che si fa a MondoHonline ed è espressamente proclamato nel motto: differenze che creano soluzioni. Ma mi piace citare un paio di altri esempi.

Simona Atzori, nata senza braccia, si gestisce la vita, guida, balla e dipinge con i piedi. Per aiutare gli altri ha persino scritto un libro intitolato Che cosa ti manca per essere felice?  Seguito da La strada nuova. Riporto qui alcuni passi dal suo sito: “Io mi stupisco sempre della mia bella vita senza braccia, credo in un Dio che non mi ha ‘tolto’ qualcosa, ma mi ha ‘dato’ tutto quello che mi serviva. E le braccia a me non sono proprio servite. È questo il senso della ‘strada nuova’, tu non la immagini ma affacciamoci insieme, passo dopo passo: magari ci sorprenderà.” E l’intervistatrice chiosa: “Una storia di sogni, opportunità e di libertà. Le infinite possibilità di ognuno di noi di essere diverso ogni giorno rimanendo sempre se stesso. Superando convenzioni, interpretando stili, concedendosi di vivere ogni passione”. Va da sé che qui l’autostima – così importante per vivere bene – è alle stelle!

A Nick Vujicic, che vive in California, mancano non solo le braccia, ma anche le gambe, ha solo due piedi abbozzati. Dopo un comprensibile periodo di profonda crisi, è diventato predicatore e speaker motivazionale di stampo religioso rivolgendosi soprattutto ai giovani e alle aziende. Ha imparato diverse abilità mediante quel poco o niente che ha a disposizione. Dal 2012 è sposato e ha quattro figli, di cui due gemelli. Qui un suo video sottotitolato in italiano (traduzione non sempre precisa) e uno doppiato.

Quest’ultima  tipologia mi sollecita a sottolineare che qualunque, o per quanto grandi o piccole, siano le nostre disabilità, siamo “animali sociali”, ovvero siamo immersi in una società che comporta un dialogo pur se, a volte, difficoltoso. Abbiamo una responsabilità (e conseguentemente un potere) nei confronti della società, ma è vero anche il reciproco. Certo, la società è un “vasto collettivo” che non sempre si rende conto dei bisogni dei singoli, soprattutto di quelli che non hanno modo di far sentire la loro voce. Allora è giusto e importante adoperarsi per farglieli conoscere, quei bisogni, e indurre chi ha le abilità e le leve giuste a prendere provvedimenti opportuni. Come nell’ippica, insomma, siamo noi, se siamo più forti, a doverci far carico dei più deboli.

Ovviamente ci sono barriere non solo architettoniche da abbattere e molto altro ancora. Ad esempio, per i casi in cui la famiglia non ha la possibilità di seguire pienamente un congiunto che ha una disabilità, esistono centri e istituzioni che vanno potenziati. Anche qui parlo della storia di mia sorella.

Quando mia madre, ormai quasi novantenne, non fu più in grado di accudirla, Anna entrò in una comunità, dapprima per qualche ora al giorno, poi stabilmente. Dopo la prima fase di forte disagio, quella per lei si rivelò un’opportunità di relazionarsi con un mondo più grande e vivace della sua casa, in cui passava tutto il tempo vista la difficoltà di spostarla. Oltre alla fisioterapia regolare, fece “birichinate” con le compagne di stanza; gli operatori la portavano fuori a mangiare il gelato o, d’estate, al mare; uno di loro la portò persino allo stadio, dato che lei si piccava di tifare per l’Inter. Per lei furono anni “vivi” e felici in cui sperimentò il grande mondo compatibilmente con i suoi enormi limiti.

Purtroppo sento da amici che altri centri sono poco più di parcheggi… Questa è una cosa che disonora la società di cui tutti facciamo parte e quindi noi, bisogna adoperarsi perché vengano seguiti e migliorati.

Concludo riprendendo la domanda iniziale: qual è lo scopo della vita – il valore? – delle persone che soffrono di gravi disabilità? Ribadisco: domanda immensa, forse è impossibile rispondere, quanto meno se non si cercano indizi in un quadro ben più grande. Per quanto mi riguarda, posso dire che Anna ci ha insegnato due lezioni che ritengo fondamentali per chiunque: l’amore totale e incondizionato e la capacità di accettare e arrendersi all’aiuto altrui, cosa che in realtà non è così facile soprattutto per un adulto…

Oggi stiamo creando “disabilità” sotto vari aspetti al nostro pianeta. Il sistema fin qui usato – il mettere pezze qua e là – si sta sempre più rivelando inefficace e pericoloso. Forse è il caso di cercare vie diverse, magari affiancando la scienza e la tecnologia con l’amore per le creature di ogni tipo e la creatività. Ma certo è, a mio avviso, che sta a tutti noi, a ognuno di noi, farcene carico mettendo a frutto al massimo le nostre abilità e imparando il massimo dalle nostre disabilità.

(*)  Educatrice – Istituto Cosmòs e MondoHonline

 

 

 

Due perle di saggezza:

“La difficoltà maggiore risiede nel fatto che il nostro concetto di ciò che dovrebbe essere la vita raramente corrisponde a ciò che la vita è realmente. In genere noi ci rifiutiamo di ammettere con noi stessi o con i nostri amici la gravità di quella febbre violenta, maleodorante, carnivora, lasciva, che costituisce la natura stessa della cellula organica. Preferiamo profumare, imbiancare, e reinterpretare, illudendoci che la mosca nella pomata, il capello nella minestra, siano colpe di qualcun altro.”

“Invece di purificare il proprio cuore, il fanatico cerca di purificare il mondo. Le leggi della Città di Dio sono valide soltanto per il suo gruppo (tribù, chiesa, nazione, classe, o che altro) mentre contro qualsiasi popolo non circonciso, barbaro, pagano, “indigeno” o straniero che con esso confini viene combattuta (in piena tranquillità di coscienza e persino con un certo pio compiacimento) una perpetua guerra santa.”

Joseph Campbell  (Saggista e storico delle religioni – USA)

 

Auguri di buon Natale e felice 2019

 

 

 

 What a wonderful world – Che mondo meraviglioso!

 

Vedo alberi verdi e anche rose rosse,

Le vedo sbocciare per te e per me

E tra me e me penso: che mondo meraviglioso!

Vedo cieli d’azzurro e bianche nuvole,

il giorno luminoso benedetto, la sacra notte buia.

E tra me e me penso: che mondo meraviglioso!

I colori dell’arcobaleno, bellissimi nel cielo

Sono  anche sui volti dei passanti.

Vedo amici che si stringono la mano e si dicono: “Come stai?”

In realtà si stanno dicendo: “Ti voglio bene”.

Sento  i bimbi gridare, li guardo crescere:

apprenderanno molto più di quanto io possa mai immaginare.

E tra me e me penso: che mondo meraviglioso!

Sì, tra me e me penso: che mondo meraviglioso!

 

da Mondohonline auguri 

per un Natale sereno e un nuovo anno 2019

colmo di prosperità, pace e salute per tutti

 

Universo capovolto

un libro di Carlo Alberto Rinolfi *

Per acquistare il libro >>>

Cosa accade quando si arriva al limite estremo della vita

Quali risorse si attivano per sopravvivere con l’estrema sofferenza

Come entrano in gioco i vissuti più incredibili e le coincidenze impossibili che vanno oltre il tempo e lo spazio

Come si dipana la ricerca di un senso laico della vita tra il mito e la religione

Che regia si nasconde dietro la sequenza di incontri inattesi con altri esploratori dei confini

Queste pagine offrono alla lettura il racconto autobiografico di una gravissima malattia, improvvisa e inattesa, il cui esito potrebbe essere fatale. Il narratore sfugge alla morte grazie a un intervento ad altissimo rischio, che lo salva, ma privandolo per sempre della possibilità di muoversi in autonomia. La vita riprenderà, seguendo un percorso radicalmente nuovo.

Il libro ripercorre i momenti cruciali dell’attacco al cuore e dell’immediato intervento chirurgico; quindi, la dolorosa ripresa, le lunghe giornate in ospedale, la lenta, difficoltosa riabilitazione, la presa d’atto che il corpo non è più lo stesso; infine, il nuovo inizio.

Centrale, nella narrazione, è la restituzione dell’esperienza qual è vissuta in ciascuna di queste fasi, momento dopo momento: sia l’esperienza personale, in quanto presa di coscienza dei mutamenti intervenuti nel corpo e nella mente, sia – ed è altrettanto fondamentale – l’esperienza delle relazioni condivise con gli altri malati. Relazioni di per sé semplici, quasi banali, ma che assumono una valenza stupefacente grazie alla disponibilità, l’apertura e l’attenzione con cui sono vissute. Tanto è vero che proprio da queste relazioni si formerà nell’autore, a poco a poco, la decisione di portarle al centro della propria nuova vita, per dare inizio a un’attività fondata sull’“alleanza” tra quanti devono fare i conti con la perdita di completa autonomia del corpo.

C. A. R. RinolfiLa storia è scritta molto bene, con precisione e grande proprietà di linguaggio: un linguaggio non letterario, lo definirei serenamente “piano”, di chi accetta la vita. Ed è, questo, un primo merito del libro: chiunque lo legga, vi si riconosce, provando il piacere di incontrare un proprio simile. Il pregio maggiore del testo, tuttavia, risiede nella posizione centrale che vi ha l’esperienza vissuta con sapiente consapevolezza e, insieme, comunicata con la voglia e il gusto di condividerla. Anche gli scrittori “veri” trasmettono un’esperienza: tuttavia, la lingua creata nelle loro opere – in sé un valore aggiunto – pone una distanza, come è giusto che sia. Sono due percorsi diversi.

Oggi le persone hanno una vera e propria “fame”, quasi un’avidità di esperienza: basti pensare allo sfruttamento che ne fanno i media. Dirne i motivi richiederebbe molte pagine, ma non è difficile immaginarli. Un testo come questo soddisfa quella fortissima esigenza. Ma va oltre, poiché racconta il valore racchiuso nell’esperire di per sé: dice, infatti, l’importanza racchiusa nel fatto stesso di vivere un’esperienza, lieta o dolorosa che sia. Questo, in un tempo che tende a cancellare quanto è anche solo spiacevole, come se fosse “non vita”, è un messaggio importantissimo.

L’altro prezioso messaggio che il libro trasmette è il valore della relazione: in questo caso, con i medici, gli assistenti sanitari, gli altri pazienti, i loro parenti. Ovunque ci si trovi a vivere – leggiamo tra le righe – nascono relazioni e, da queste, prende origine una comunità: spesso non la si riconosce, importante è avere lo sguardo addestrato a individuarla. Queste pagine aiutano ad acquisire quello sguardo, ma non soltanto: insegnano, oltre che a riconoscere, anche a far vivere la comunità che va prendendo forma.

Per tutti questi motivi, il libro ha una fortissima potenzialità di conquistare lettori. Naturalmente, molto sta nel farlo conoscere. 

Recensione di Maria Gregorio  – Ha lavorato a lungo nel mondo editoriale. Ha fatto parte del Direttivo del Comitato italiano di ICOM (International Council of Museums), e dal 2013 è nel Direttivo del Comitato internazionale per i musei letterari e di musicisti. Autrice di numerosi testi sui musei letterari, ha pubblicato nel 2006 con l’editore Sylvestre Bonnard di Milano Imago libri. Musei del libro in Europa. Nel 2016 ha curato il volume I lembi dei ricordi. Ri(n)tracciare il paesaggio di Goffredo Parise (Edizioni Antiga) e, nel 2018, ha curato per l’editore Ronzani il libro di Nicola De Cilia, Saturnini, malinconici, un po’ deliranti.

* Carlo Alberto Rinolfi, fondatore e presidente di Mondohonline, BA in Sociologia (Università di Trento) e MBA in Direzione Aziendale (Università Bocconi di Milano), consulente aziendale di Marketing, racconta la sua esperienza di sopravvissuto ad una dissecazione aortica che lo ha colpito a 57 anni e costretto su una sedia a rotelle.


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L’arte come via verso il benessere – e il superamento dei propri limiti

– di Gabriella Campioni

Dal 25 ottobre al 10 Novembre 2018 si tiene un’eccezionale mostra di pittura presso la Biblioteca Comunale di Rodano, un paese alle porte di Milano, poco distante dall’aeroporto di Linate.

Il protagonista dell’evento e di una storia straordinaria è Paolo Pedrotti, di 57 anni, che tanto per cominciare fu adottato quando era ancora piccolo e già aveva diversi problemi, inclusi attacchi di epilessia.

I suoi genitori adottivi, persone splendide come ce ne sono poche, non solo gli hanno offerto le migliori cure, ma l’hanno anche esposto a una quantità di stimoli. Tra questi, l’arteterapia sotto la guida di una docente eccezionale che segue la visione antroposofica, Manuela Pagura. Lo strumento principe era l’acquerello per la sua capacità di mettere in comunicazione con le proprie emozioni oltre a sviluppare la motilità fine, e Paolo lo seguì con grande beneficio e soddisfazione.

Poi, nel 2011, Paolo subì un intervento chirurgico che gli compromise la motilità in pratica di tutta la parte sinistra. Per lui, mancino, fu un colpo durissimo: si vide non solo impossibilitato a continuare con l’arteterapia, ma anche costretto sempre più su una carrozzina. Disabile, insomma. Seguirono anni difficili, in cui rifiutava qualunque invito a riprovarci.

Nel settembre 2017, nel centro che frequenta, Paolo conobbe un’altra ospite, Maria Grazia, e fu amore a prima vista. Insieme cominciarono a usare i pennarelli, stavolta senza una guida qualificata, quasi autonomamente, e uno dei lavori di Paolo risultò così bello che i suoi genitori lo fecero incorniciare e lo donarono a Maria Grazia. Da quel momento Paolo decollò nuovamente e ora quotidianamente, caparbiamente, si dedica ai pennarelli e nel contempo si riappropria della sua mano destra ‘educandola’. Le sue opere sono di tipo astratto, con i colori stesi a tratti minuscoli, quasi come un divisionista. Non riesce neppure a firmarle, ciononostante ci sono zone ben definite e comunque ne risulta un insieme molto solare e vitale, immediatamente accattivante.

Da allora, in solo un anno e un mese, Paolo ha prodotto un centinaio di opere e non accenna a smettere! Quel che più conta, ha ritrovato il sorriso, l’autostima, la determinazione e la creatività, qualità indispensabili a chiunque per affrontare al meglio la vita.

All’inaugurazione della mostra, affollatissima, sono intervenuti il sindaco e ovviamente Paolo e Maria Grazia, entrambi emozionati al massimo. Da qui l’idea di organizzare una serata con la presenza di Manuela Pagura per approfondire e diffondere il discorso dell’arteterapia e dei suoi reali effetti terapeutici a tutti i livelli. Sono previste anche due signore rodanesi che lavorano con l’arte e con i ragazzi, in genere non disabili ma comunque, al giorno d’oggi, alle prese con svariate difficoltà e con la più straordinaria delle imprese: conoscere se stessi, le proprie luci e le proprie ombre per diventare la persona unica e irripetibile che ognuno di noi è. Quale traguardo migliore e quale terapia più piacevole?

Di Paolo e di arteterapia si parlerà venerdì 9 novembre, alle ore 21, presso la Biblioteca Comunale di Rodano, con una riflessione sull’ Arte come via verso il benessere: saranno presenti Manuela Pagura, Cristina Altoneri, Marcella Bonfanti, Moderatore Gabriella Campioni.

 

 

Un prima e un dopo: da un incidente al ritorno alla vita

di Paolo Tolasi

Prima: Domenica 14 ottobre 2007 – La strage del sabato sera

Sono le 4 e 20 minuti,  suonano al citofono, vado a rispondere con voce seccata:
“Paolo, è questa l’ora di rientrare? (domanda che non presupponeva una risposta)  e ti sei dimenticato pure le chiavi!”
Apro e riappendo, ma immediatamente di nuovo suonano con insistenza: “Che c’è?” (penso sia di nuovo lui). Dall’altro capo una voce sconosciuta: “E’ la polizia, scenda subito”. Nel frattempo si è alzata anche Maria: “C’è la polizia,  dobbiamo scendere”.
In pigiama scendiamo le scale e giunti sulla porta il poliziotto ci dice: “Vostro figlio ha avuto un incidente, è all’ospedale,  vestitevi e correte.” “Come sta?” “Vestitevi velocemente e correte al pronto soccorso”.
Ci laviamo e vestiamo il più velocemente possibile, in men che non  si dica siamo in macchina e corriamo all’ospedale.

Giunti al pronto soccorso chiediamo: “Dov’è nostro figlio Paolo?” “Chi?” “La polizia ci ha avvertiti che ha avuto un incidente!” “Aspettate che chiamo la dottoressa”.

Nel pronto soccorso c’è un andirivieni frenetico di personale, ci guardano, parlottano sottovoce, vanno via, ricompaiono. Dopo qualche minuto qualcuno ci richiede chi cerchiamo, altri se conosciamo i genitori di un ragazzo che si chiama Marco, qualcuno ci dice che Paolo è in radiologia e di aspettare il medico di turno.
“Cosa è successo?” Chiediamo a tutti ma nessuno ci dà retta.

“Questa notte c’è stato un incidente, vostro figlio è grave ed è in stato di coma profondo, è stato operato al fegato, ha delle costole fratturate, ma il problema principale è il trauma cranico e le emorragie cerebrali, non risponde agli stimoli, vive perché è attaccato alle macchine.”  “Dottoressa ci sta dicendo che Paolo è morto?” “Abbiamo fatto il possibile, di più noi non possiamo, non siamo attrezzati.” Chiedo perché non lo trasportano a Brescia in elicottero, mi rispondono che per attivare l’elicottero servono ore e non le hanno, potrebbero mandarlo a Cremona, ma quella notte avevano già mandato altre due persone e la rianimazione era completa, stavano chiedendo a Pavia.

La dottoressa ci lascia, ci stringiamo e preghiamo, sono ormai le 7 e cominciamo ad avvisare i parenti che giungeranno in breve tempo.  Ci chiamano e ci dicono che Paolo è nella stanza accanto, se vogliamo vederlo possiamo entrare. Lo troviamo nudo, coperto solo da un telo sulle parti intime. Ha numerose ferite su tutto il corpo, ma su tutte prevale una ferita che va dallo sterno sin sotto il telo. E’ completamente immobile, respira tramite una macchina e le funzioni vitali sono visibili su un monitor. Alle 9 ci avvisano che viene trasferito a Cremona perché si è liberato un posto, ci conviene partire subito e non seguire l’ambulanza (solo più tardi veniamo a conoscenza che questo era un viaggio disperato, Paolo probabilmente non sarebbe arrivato vivo).

A Cremona entriamo nell’ospedale, subito chiediamo dove recarci e quando arriverà l’ambulanza da Crema. Trascorrono pochi minuti e sentiamo la sirena…eccola, scaricano Paolo ed entrano in un corridoio e poi via all’ascensore. Entriamo anche noi e prendiamo l’ascensore che ci porta all’ultimo piano, in sala d’attesa troviamo anche i genitori di Alex. Trascorrono 20, 30 minuti, si apre la porta della rianimazione ed esce una barella con sopra un ragazzo morto, saremo egoisti ma tiriamo un sospiro di sollievo: non è Paolo, si tratta di Marco. Ora sappiamo come si è liberato il posto.

Francesco e Maria, i genitori migliori di ‘sto mondo “bastardo”.

Dopo: domenica 25 maggio 2014 – Una seconda vita. Come risorgere dal coma e girare il mondo.

I progressi che ho ottenuto nel cammino li devo perlopiù alla terapia Bobath che ho potuto fare presso l’istituto Don Gnocchi di Parma, diretto dalla professoressa Anna Mazzucchi. Il centro di riabilitazione che mi aveva ospitato subito dopo l’incidente  mi aveva sottoposto a una terapia tradizionale. Era una riabilitazione fondamentalmente passiva e le fisioterapiste si sforzavano di muovermi gli arti che facevo fatica a comandare.

Il Bobath mi ha insegnato invece a muoverli in autonomia e il terapista non si è più sostituto a me. Anche l’esercizio dello standing è differente: per riacquisire la posizione eretta in un caso c’era l’apparecchio che mi teneva fermo in piedi per ore e ore, con il Bobath è il mio corpo che deve stare  dritto il più possibile senza ausili. In questo modo tutti i muscoli ridiventano capaci di affrontare la gravità.

La fatica è tanta ma non ci sono forzature dolorose. Ritrovare il cammino mi ha aiutato anche a recuperare le altre funzioni che erano state indebolite dalla lesione frontale procurata dall’incidente di macchina che nel 2007, quando avevo  diciannove anni, ho avuto con altri tre amici. Ne siamo usciti vivi solo in due ed io mi sono ritrovato in coma per tre mesi.

All’inizio del risveglio, oltre a non riuscire a muovermi in autonomia, avevo anche molte difficoltà nel parlare e nel ricordare. La riabilitazione è stata lunga, e continua ancora oggi da casa. Credo che la dovrò fare sempre, non è facile anche perché, a parte la fatica , adesso devo sostenere interamente il costo come privato. Abbinando il Bobath alla logoterapia, sono però riuscito a riprendere i miei studi e mi sono diplomato ragioniere programmatore.

Per recuperare il linguaggio mi è stato di aiuto un software edito dalla Erickson. E’ il ’Protocollo logopedico De Filippis’, un CD-ROM per il trattamento dei disturbi del linguaggio e dell’apprendimento scolastico, afasia e deficit neurologici. E’ uno strumento utile che ha un costo abbordabile (78.50 euro). A me è servito soprattutto nelle fasi iniziali della riabilitazione linguistica. Contiene esercizi che adesso giudico molto semplici ma che mi sono piaciuti anche perché mi hanno permesso di riprendere il contatto col computer.

Accanto a questo supporto informatico per il recupero del linguaggio ho utilizzato anche un programma per la riabilitazione cognitiva: “Training di riabilitazione cognitiva”. Si tratta di Un CD-ROM con esercizi di memoria, abilità di pensiero e funzioni esecutive studiati per chi ha subito una lesione cerebrale come la mia. Anche in questo caso mi è stato utile fare i ‘giochini’ del programma soprattutto per riprendere a far funzionare la memoria, che era arrivata al punto di impedirmi di riconoscere le persone e di ricordare quello che avevo appena fatto.

All’inizio mi affaticavo molto facilmente e riuscivo a reggere lo sforzo dell’incontro con la logopedista solo per poche decine di minuti. Avevo bisogno di dormire molto per recuperare le energie e permettere alla mente di ricominciare a funzionare normalmente. Poi la mente si è ripresa e ho incominciato a fare gli esercizi in famiglia e anche da solo.

Sono riuscito a usare questi programmi anche con una ragazza che ho incontrato nel centro di riabilitazione di Parma. E’ stato un modo simpatico per stringere una nuova amicizia che continua ancora oggi. Ci si riabilita anche in questo modo e gli amici sono fondamentali. I miei vecchi amici mi hanno subito aiutato e mi stanno ancora aiutando moltissimo. In fondo sono loro i miei logopedisti quotidiani. Oggi riesco di nuovo a divertirmi con loro e ho ripreso a navigare in internet col computer, che è sempre stato la mia passione.

A cinque anni dall’incidente riesco a camminare anche senza l’ausilio di un bastone. A dire il vero, lo uso ancora quando devo fare un tragitto impegnativo. L’ho usato anche a Capodanno per salire e scendere le scale della metropolitana di Londra. Il bastone e la carrozzina sono per gli inglesi dei segnali che fanno scattare la solidarietà e l’aiuto molto più che da noi. Mi ha sorpreso il livello di attenzione che questa città dedica alle barriere architettoniche e la disponibilità dei londinesi nei confronti di chi ha una difficoltà motoria come la mia. Quando mi incrociavano, riuscivano a rallentare la loro corsa anche sulle corsie più veloci degli affollatissimi tapis roulant della metropolitana. Mi è sembrato di essere in un altro mondo.