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D. Mainardi: 

Disbiosi intestinale: probiotici e prebiotici

Disbiosi intestinale: probiotici e prebiotici

–  di Daniela Mainardi (*)

C’è stata un’evoluzione nello stile di vita della popolazione, e in particolare dell’alimentazione, che ha influito sulla salute dell’intestino.  

Il nostro tratto intestinale è popolato da una flora intestinale chiamata MICROBIOTA composta da oltre 100.000 miliardi di batteri.

Il Microbiota

E’ una flora batterica eubiotica benefica che ci accompagna sin dalla nascita e che, per tutta la vita, svolge un compito importante nella digestione e nella difesa immunitaria.

Il suo squilibrio, oltre a creare problemi digestivi, disturbi infiammatori e l’indebolimento del nostro sistema immunitario, favorisce patologie come intolleranze, allergie e patologie croniche a carico del nostro intestino.

Gli studi sui batteri che fanno parte del microbiota hanno dimostrato che la salute dell’individuo è influenzata dal tipo di ceppo batterico presente nell’intestino e dalla sua quantità. L’intestino infatti si popola dell’universo batterico sin dalla nascita con il contatto della flora vaginale della mamma e i microorganismi presenti nell’ambiente al momento del parto.

 Questa prima colonizzazione migliora in seguito con batteri provenienti dagli alimenti, dall’ambiente di vita e dalle persone vicine al bambino attraverso baci, poppate e contatti umani.

I primi organismi a insediarsi nell’intestino sono i batteri Bifidobatteri e Lattobacilli, così chiamati perché trasformano in acido lattico i carboidrati.

La Disbiosi

Le malattie infiammatorie croniche intestinali, di cui soffre molta parte delle popolazione, risultano causate dalla presenza in eccesso di alcuni batteri detti patobionti, una specie patogena di batteri che normalmente colonizzano l’intestino.

Anche la perdita di un certo tipo di batteri della flora intestinale, tra cui i bifidobatteri,  rispetto ai lattobacilli per esempio dovuta ad una terapia antibiotica o il prevalere di batteri patogeni (Proteus Klebsiella Pseudomonas…..) creano la cosiddetta DISBIOSI.

La composizione della popolazione batterica dell’intestino è di solito stabile e in equilibrio “eubiotico” negli individui sani, ma si tratta di uno stato di equilibrio molto variabile da soggetto a soggetto in funzione delle abitudini alimentari, per cui lo stato di squilibrio “disbiotico”è molto diffuso.

E’ possibile verificare il nostro tipo di flora intestinale con specifici esami sulle feci, e si ha la DISBIOSI quando dagli esami si rileva uno squilibrio della flora intestinale. Esami specifici delle feci sono necessari per individuare qual è il microorganismo in eccesso o in carenza.

I Probiotici

I PROBIOTICI permettono all’adulto di ripristinare l’equilibrio della flora intestinale, stimolare le difese immunitarie, rafforzare la barriera intestinale e rendere difficile il passaggio dei patogeni allergeni o sostanze tossiche nell’organismo. Il passaggio dei tossici finisce per creare un’infiammazione cronica che favorisce lesioni a danno della barriera intestinale. 

I probiotici sono microorganismi vivi e vitali che ci aiutano ad affrontare le numerose aggressioni che può subire il nostro intestino derivanti da un’alimentazione eccessivamente proteica che fa crescere la flora putrefattiva a danno della fermentativa derivata dagli zuccheri.

La loro funzione positiva si accresce a causa dell’attuale stile di vita fatto di un’alimentazione povera di fibre e ricca di zuccheri, grassi e cibi carnei; lo stress e i ripetuti cicli di antibiotico-terapia che rompono di continuo l’equilibrio tra flora fermentativa e putrefattiva generano alterazioni nella mucosa intestinale e disfunzioni del sistema immunitario.

Tale modificazione della flora si ripercuote sulle funzioni fisiologiche che essa normalmente esercita: l’effetto barriera e lo sviluppo del sistema immunitario.

E’ dunque possibile cercare di sopperire  aquesto squilibrio con l’utilizzo dei probiotici e prebiotici. Probiotico deriva dal greco pro-bios, che significa a favore della vita. Sono microorganismi (batteri) viventi attivi: i cosiddetti “fermenti lattici” che somministrati in quantità adeguata portano beneficio alla salute e contribuiscono a difendere la mucosa intestinale dell’uomo dai batteri patogeni, i “cattivi”!

Ad esempio Il Lactobacillus Rhamnosus svolge un’azione preventiva per quanto riguarda l’eczema atopico se assunto come probiotico dalla madre in gravidanza, durante l’allattamento e sino al sesto mese di vita del nascituro.

Questo lattobacillo viene usato anche per episodi diarroici acuti contro i Rotavirus (noti per essere la causa principale della gastroenterite  virale infantile) attenuando la gravità dell’infezione.

Uno studio su pazienti anziani con problemi di stipsi ha dimostrato che due specifici microorganismi probiotici come il Lactobacillus plantarum e il Bifidobacterium longum sono in grado di aumentare le evacuazioni e migliorare i sintomi di stipsi dopo 15 giorni di assunzione dall’inizio terapia.

Per quanto riguarda la diarrea del viaggiatore, alcuni studi hanno rilevato l’importanza nella prevenzione assumendo il Lactobacillus rhamnosus .

Lactobacillus rhamnosus

Si può avere prevenzione della diarrea post-antibiotico ripristinando la flora intestinale con l’uso di probiotici con il Lactobacillus rhamnosus.

Anche le malattie infiammatorie croniche dell’intestino dette MICI, che sono la malattia di Crohn e la colite ulcerosa caratterizzate da flogosi cronica, ulcerazioni e lesioni che determinano dolori addominali, diarrea e sanguinamento, pare siano legate ad un’alterazione della mucosa colonizzata in modo anomalo da batteri Escherichia coli che aderiscono alla mucosa per via di un recettore e che tale recettore favorisca la proliferazione anomala creando l’infiammazione cronica.

I probiotici, comunemente chiamati anche fermenti lattici assunti come terapia per bocca, una volta ingeriti, devono rimanere vivi e superare indenni l’attacco dell’acido cloridrico dello stomaco per determinare i loro effetti fisiologici e quindi:

  • avere una funzione nutritiva nell’assorbimento dei nutrienti fermentando le fibre non digerite, degradando le proteine.
  • creare un effetto barriera nei processi di difesa dell’organismo
  • dare segnali per modulare il sistema immunitario con le cui cellule interagiscono
  • limitare le allergie indirizzando il sistema immunitario verso la produzione di immunoglobuline anticorpali ( IgA).

Questi probiotici hanno però bisogno di nutrienti per la loro crescita e come substrato utilizzano gli zuccheri bifidogeni detti PREBIOTICI.

I Prebiotici

I PREBIOTICI sono fibre solubili (inulina FOS ossia fruttooligosaccaridi) le quali restano indigerite e arrivano intatte nel colon dove fermentano ad opera della flora intestinale che li utilizza per moltiplicarsi, variando l’ambiente intestinale che diventa acido e attiva così la peristalsi aumentando il transito intestinale e contrastando la proliferazione dei germi “cattivi”.

(*) Medico – Terapie Nutrizionali – Costellazioni Salute 

Mutazioni e Resilienza . E se...?

– di Gabriella Campioni (*)

In risposta all’articoloDisabili mutanti nella società dei rischi” di Carlo Alberto Rinolfi   

Ho capito che cos’è per me la resilienza anni fa, durante una gita sull’Etna, vedendo un fiore che si faceva orgogliosamente strada in mezzo a una distesa di lava nera e indurita. E un’altra volta, vedendo un albero rigogliosissimo e pieno di uccelli canterini pur avendo quasi tutte le radici praticamente nel vuoto.

Per me, resilienza non è vivere nonostante condizioni avverse o un cataclisma, né sforzo di tornare alla “normalità”: è vivere con un mutamento avvenuto o in atto, armonizzandosi con esso in bellezza e grazia, creando ecosistemi inediti. Forse, chissà, siamo noi ad attribuire sofferenza agli alberi sradicati da un’alluvione: per la Terra potrebbe essere solamente un mutamento, per quanto radicale. Magari un “rinnovamento della casa” che avviene sempre, anche se a volte gradualmente, a volte tutto in un colpo. Panta rei: la Natura – la Vita – non si ferma mai. Un antico inno alla Dea Madre recita: “a niente e a nessuno è consentito rimanere quello che era”.

Chi ha a che fare con una disabilità, “mutante” più dei “normodotati”, è maestro in ciò e può insegnarci molto su un pianeta mutante esso stesso. Ogni volta che una certa situazione ci affligge o ci ritroviamo incapaci di affrontarla, possiamo scegliere di torcerci le mani piangendo oppure di fare della nostra vita un paesaggio nuovo. Il che, in ultima analisi, richiede di trasformare le “disabilità” o le mutate condizioni in risorse, ma richiede anche l’interazione con gli altri elementi del paesaggio, nella fattispecie gli esseri umani… cosa che sembra diventata non troppo facile a dispetto dell’imperversare dei social.

Ad avviso non solo mio, quello che oggi ci sbigottisce di più è che sta cambiando tutto, ma proprio tutto, e tutto insieme e a velocità siderali, mentre in passato cambiava qualcosa ma qualcos’altro restava immutato fornendoci un punto d’appoggio. Nulla è più “normale”… ma qual è la norma e chi l’ha stabilita o ha deciso che sia immutabile? E se fossimo chiamati a una “nuova normalità” consistente proprio nella abilità di mutare attimo dopo attimo, senza dare più nulla per scontato?

Dopo tutto, senza una crisi a nessuno verrebbe mai in mente di cambiare una sola virgola della sua vita. Non arriverei mai a disfarmi di quelle scarpe che mi vanno tanto comode se non fossero ormai sfasciate o non fossero diventate fuori moda o semplicemente anacronistiche… come certi modelli di pensiero o comportamenti attuali?

D’accordo, quella di oggi è più di una crisi: sembra un cataclisma. E se fosse un escamotage della nostra stessa coscienza per costringerci a guardare ben bene in faccia le conseguenze di anni di cecità e sordità nei confronti del pianeta e dell’umanità? E se fosse un escamotage di Madre Vita per costringerci a mettere in moto il libero pensiero per creare un mondo finalmente senza guerre, soprusi, egoismi e quant’altro?

Uno dei grandi accusati per la situazione è la politica – chiedo perdono, oggi preferisco chiamarla partitica (da partire, ossia “dividere”), un inqualificabile ping-pong di voti e insulti in cui i problemi del Paese passano sullo sfondo. Vogliamo dimenticare chi li ha eletti, quei signori, e che il vero sovrano sancito dalla Costituzione è il popolo, ossia tutti noi, ciascuno di noi? A me sembra che ogni governo di qualunque stato sia lo specchio della popolazione… quindi è a noi stessi che dobbiamo guardare se le cose non vanno come vorremmo.

Vero è peraltro – e lo si ritrova in qualche report sovranazionale – che la mutazione è così totale, che le leggi in atto non sono più funzionali, per cui non si sa più che pesci pigliare. Per fare un unico esempio un po’ grossolano, muta la composizione demografica – più anziani e meno bambini, aumentano le “malattie da progresso”  e l’inurbamento – per cui lo stato “mamma” (o mucca da mungere) non ce la fa più a gestire le risorse finanziarie allo stesso modo di prima. Come cambiare? Non ci sono precedenti, dicono quei report, quindi… dobbiamo inventarcelo. Ci serve la determinazione a una resilienza davvero vitale per la sua capacità di armonizzarsi con le mutate condizioni. Ci serve una visione, l’abilità e il coraggio di guardare oltre ciò che appare davanti ai nostri occhi sgomenti.

Non vorrei che il mio tono acceso di poco fa facesse pensare che sono contro la democrazia. Tutt’altro! Penso però che anch’essa, come tutto, abbia bisogno di un rinnovamento, magari diventando ancor più concretamente “governo del popolo”. Forse, votare, che è stato una conquista fondamentale, ora non basta più anche perché, in fondo, è un delegare pur se a persone che sono o dovrebbero essere esperte e di specchiata onestà. Fino a dove possiamo o vogliamo delegare?

Credo di poter affermare che le grandi mutazioni sociali – come si suol dire, nel bene e nel male – sono partite da qualcuno che aveva una visione, che immaginava il mondo in un certo modo con tanta intensità (e forse al momento giusto), che quella visione smise di essere un’utopia per diventare un modello che si concretizzò grazie all’azione. Oggi sembriamo non averne, di grandi visionari. E se fosse perché è richiesto a ognuno di creare una propria visione e diventare artefice del cambiamento stesso, e non più un mero consumatore passivo? Se l’individualismo nel quale sembriamo piombati fosse una premessa per la formazione di liberi pensatori? Certo, ci vorrebbe un’educazione ad hoc… Ma se l’educazione fin qui attuata non funziona più, che fare? Il problema è molto, molto complesso, variegato e fittamente interrelato. Ma a mio avviso l’unica è davvero rimboccarsi le maniche, ognuno di noi, nel suo piccolo o minuscolo. Personalmente, penso che prima o poi le idee si diffondano per vie misteriose, “eteriche”, e conto sulla silenziosa ma inarrestabile costruzione di una “massa critica” che un bel giorno (possibilmente presto, ma dipende da noi) faccia scoppiare una vera pace e una vera presa di coscienza. Sembra quasi una questione di mercato: l’offerta di leggi che affrontino concretamente il disastro arriverà quando ci sarà una domanda pressante. Un po’ come la domanda/offerta di “bio” nei supermercati… Se noi non domandiamo, nulla verrà fatto.

Vero è, peraltro, che ci sono sempre più “piccoli visionari” che si rimboccano le maniche negli ambiti più disparati. E noto con piacere che qualche testata giornalistica comincia a pubblicare le cosiddette “buone notizie”. Un ottimo primo passo, ma a mio parere lo si può ulteriormente adeguare alla grande mutazione in atto. Per fare un esempio, immagino una pagina di giornale su un cui lato si riporta un episodio di razzismo, ma a fianco, possibilmente più in grande, si riportano iniziative che parlano di integrazione: “buone notizie” specifiche rispetto alle “cattive”, nello stesso ambito, insomma. Sarebbe un po’ come dire: “questo no, ma questo sì, è praticabile”, che poi è il metodo per educare un bambino. Usare, come spesso si è fatto in passato, solo i “questo no, ti è proibito” può portare alla nevrosi, a una perdita di autostima… o alla voglia di infrangere le leggi. Forse molti di noi “non più giovanissimi” sono stati tirati su in questo modo…

I vantaggi che se ne ricaverebbero sono diversi, ovviamente sempre a mio avviso, a parte l’offrire modelli praticabili specificamente a fronte di quelli che si stanno dimostrando obsoleti e improduttivi. Diminuirebbero la paura e il senso di impotenza, fautori di pericolose derive reazionarie e di violenze. Si capirebbe che sì, stiamo attraversando un periodo difficile, che però potrebbe anche essere straordinario perché ci offre l’opportunità di rinnovare questa casa comune che chiamiamo mondo. Si capirebbe che non siamo prigionieri di un fato ineluttabile, stiamo comunque facendo un po’ di strada in prima persona. Mi immagino persino i giornalisti a caccia di scoop di stampo ben diverso dall’attuale. Stimo profondamente il loro lavoro, tuttavia penso che, per quanto obiettivi e devoti alla verità siano, sono pur sempre esseri umani, dotati di un loro modo di pensare, e che per forza di cose esprimano e stimolino opinioni. Non sarebbe bello se stimolassero fiducia, voglia di impegnarsi, determinazione a costruire anziché paura e sconforto?  Se aiutassero a passare da una mentalità problem-oriented a una solution-oriented?

Infatti la vera protagonista da chiamare in scena è, oggi più che mai, la mentalità, ovvero la coscienza. Riporto tre frasi dette da Einstein (o attribuite a lui): un problema non può essere risolto con la stessa mentalità con cui è stato creato; è follia sperare di ottenere risultati diversi facendo le stesse cose; la ragione vi porterà da A a B, l’immaginazione vi porterà ovunque. Oltre alla razionalità, che pure è preziosissima e imprescindibile, abbiamo altre facoltà tra cui l’immaginazione, madre della creatività, indispensabile per evocare l’inedito. Ebbene, usiamole, risvegliamole! Oggi esistono persino tecniche per re-imparare a farlo. Dopo tutto, dalla tappa pur fondamentale dell’Illuminismo è passato un po’ di tempo…

I “piccoli visionari” di oggi sono persone che – ma sono solo esempi – realizzano orti o aiuole sui tetti dei grattacieli o nelle strade; vanno a ripulire le rive dei mari, dei laghi o dei fiumi; lasciano la città e il consumismo per rivitalizzare vecchi edifici o borghi; inventano biblioteche condominiali; trovano vie impensate per il recupero, il riciclo o il riuso della plastica o di altre materie; proclamano il diritto ad avere oggetti non “a obsolescenza programmata” e istituiscono luoghi in cui aggiustarli per darli a chi ne ha bisogno… Alcuni di loro sono pensionati, altri giovani o giovanissimi, come ad esempio Greta Thunberg. Come “effetto collaterale” tutte queste iniziative, alla fine o all’inizio, diventano modi per fare gruppo, per ritrovare il gusto del contatto umano diretto.

Esistono anche “bandiere” che identificano il bisogno di novità. Si chiamano democrazia partecipativa, cittadinanza attiva, gestione sussidiaria dei beni comuni e altro ancora. Alcuni dei report sovranazionali lo chiedono, riconoscono che i governi non ce la fanno più. Ed esistono organizzazioni che raggruppano ed esaltano le iniziative di cui sopra. Su Internet ce ne sono diverse, basta volerle cercare.

Nel suo articolo, Carlo Alberto Rinolfi si dichiara scettico riguardo alla possibilità che queste iniziative possano “anche solo fronteggiare in tempo utile l’enorme impatto dei cambiamenti in corso.” Condivido i suoi timori, ma al tempo stesso ho una grande fiducia nella capacità di resilienza del nostro Pianeta e – ebbene sì – negli esseri umani nonostante tutto… anche se riscontro più volte che non ci decidiamo a prendere posizione o ad agire finché non siamo con il sedere davvero per terra. Ho ben presente che, con tutto l’internet e la TV, quella che ci arriva è solo una fetta della realtà. L’altra fetta, quella della gente che fa o semplicemente continua a credere nella possibilità di un futuro, viene bellamente ignorata. Perché? A chi giova?

Lo credo vero: stiamo navigando a vista in acque inesplorate. Ma non è forse così che sono stati scoperti nuovi mondi? Dando loro la giusta attenzione e creando modi per collegarli, quei “piccoli visionari” potrebbero diventare una rete di fari e di sirene che aiutano a superare in grazia e bellezza le nebbie, gli incagli e gli insabbiamenti. Se l’unione fa la forza, ne consegue che la separazione fa la debolezza. E che cos’è più separativo della paura? L’etimo della parola diavolo, la personificazione del male e della paura, è proprio “separare”… E se domani i nostri figli e nipoti ce ne chiedessero conto?

(*)  Educatrice – Istituto Cosmòs e MondoHonline

 

Non dite che siamo pochi

e che l’impegno è troppo grande per noi.

Dite forse che due o tre ciuffi di nubi

sono pochi in un angolo di cielo d’estate?

In un momento si stendono ovunque…

Guizzano i lampi, scoppiano i tuoni

e piove su tutto.

Non dite che siamo pochi,

dite solamente che siamo.

                                             (Lee Kwang Su)

 

Alfabeti digitali Digital Week a Milano


Alfabeti digitali  Da-Da-Data di Giuseppe Longhi (*)

A Milano giovedi 14 marzo  dalle 16,30 alla Sala Lauree, facoltà di Lettere – Università di Milano, il Centro per la Complessità ed i Biosistemi,  con il Liceo Scientifico Primo Levi di S. Donato e il gruppo di ricerca Value of Differences, organizzano una discussione sul significato dei dati per la nostra comunità.

Questa iniziativa è un sussurro nel vasto chiacchiericcio delle 500 voci che contribuiranno alla Milano Data Week, proposta dal Comune di Milano.

Facendo riferimento al movimento Dada, si paragona il rumore di fondo delle tante voci che partecipano alla giornata, appartenenti a generazioni e saperi diversi, al balbettio di un bambino non ancora padrone dell’alfabeto con cui navigherà nella società.

Il rapido avvicendarsi degli alfabeti iniziato, dopo la stabilità millenaria dell’alfabeto analogico, con l’alfabeto digitale nato nel secondo dopoguerra e l’alfabeto biologico, nato con la fine del primo millennio, è il motore di affascinanti prospettive, ma anche di potenti asimmetrie sociali, in quanto sta generando cambiamenti dirompenti che coinvolgono tutti gli aspetti della vita dell’uomo.

Il dirompente processo di raccolta, manipolazione e distribuzione di dati cui stiamo assistendo è paragonabile a una costruzione babelica, in cui la biblica frase imperativa “facciamoci mattoni e cuociamoli sul fuoco” è sostituita da “costruiamoci la cloud, sarà la nostra fabbrica e il centro dei nostri commerci”, ma come nel libro della Genesi alla costruzione della torre dei sedentari corrisponde una radicale rottura con il mondo dei nomadi, ossia alla contrapposizione fra chi vuole sfruttare la natura per i propri interessi e chi, invece, vuole convivere con la natura.

La metafora di Babele significa che la cultura deve affrontare le tematiche dei dati offrendo scenari fondativi di lungo momento, capaci di dare speranza alle nuove generazioni.

E proprio dalle nuove generazioni inizia il racconto della giornata con l’esperienza degli studenti del Liceo Scientifico Primo Levi di S.Donato, guidati dalla prof. Margherita Rossaro, cui seguirà un ampio balbettio di discipline coordinato dalla prof. Caterina La Porta del Centro per la Complessità ed i Biosistemi.

La giornata vuole sollecitare un bilancio degli elementi dirompenti che caratterizzano il nuovo mondo dei dati al fine di attivare una serie di agende da parte degli attori sociali fortemente coinvolti nei processi di cambiamento.

Alcuni quesiti:

  • la torre babelica della municipalità e degli assessorati sopravviverà  alla concorrenza delle grandi  major dei dati (Amazon aws, Google…)?
  • il sistema dell’istruzione dei sedentari reggerà alla concorrenza dell’istruzione continua on line?
  • i cittadini continueranno ad essere silenziosamente deprivati del loro patrimonio di dati, o una nuova organizzazione civica trasformerà questo patrimonio in un nuovo capitale sociale?
  • la mappa genetica sarà la nuova miniera del futuro ed i biologi i nuovi stregoni?
  • la città angelica dei dati come conviverà con la città materiale?

Arrivederci  a  GIOVEDI 14 MARZO 

(*) Urbanista  – docente  universitario –

Sala Lauree, FACOLTA’ DI LETTERE –  UNIVERSITA’ STATALE

Via Festa del Perdono 7, Milano

Per  iscriversi:

https://www.milanodigitalweek.com/eventi/alfabeti-digitali-ossia-da-da-data-week-un-evento-in-chiave-dadaista

 

 

 

Il primo alimento per l'inizio della vita

 – di Daniela Mainardi (*)

Prima d’ intraprendere un qualsiasi cambiamento della nostra dieta dobbiamo capire bene come determinati alimenti influenzano la nostra persona.

La mente, il corpo, le emozioni sono tutti influenzati da ciò che mangiamo e i cibi possono avere influenze positive o negative a seconda della quantità. L’ eccesso di un alimento “buono” potrebbe rivelarsi dannoso per il nostro benessere tanto quanto un alimento “malsano” in quantità moderate.

Queste considerazioni valgono per tutti gli alimenti, anche per il latte.

Il Latte

Il neonato che beve il latte dalla mamma riceve un alimento perfetto fatto su misura sino a quando, più grandicello, potrà mangiare alla tavola con gli adulti. Il latte è dunque un alimento molto nutriente che aiuterà il bambino a crescere.

Ma cosa succede se gli uomini bevono il latte di un animale, un latte pastorizzato o omogeneizzato e arricchito di vitamine, un alimento senza dubbi ritenuto “eccellente “perché ricco di proteine e Calcio?    

Siamo certi che al nostro corpo arriverà un alimento diverso che però avrà effetti diversi sulla nostra salute.

La pastorizzazione

La pastorizzazione del latte, benché abbia eliminato molte malattie infettive, ha alcune importanti implicazioni, è infatti un processo produttivo che distrugge i suoi enzimi naturali mentre libera le delicate proteine.  Il latte non pastorizzato contiene invece gli enzimi lattasi che permettono la digeribilità.

La devitalizzazione di questi enzimi crea problemi al processo digestivo che si evidenziano in coliche e eruzioni cutanee. Alcuni test eseguiti su animali hanno evidenziato che i vitelli nutriti col latte della propria madre pastorizzato non vivevano più di sei settimane.

Cosa accade dunque quando il latte viene pastorizzato?

Occorre sapere che la pastorizzazione riduce innanzitutto del 50% la VIT C , una vitamina essenziale per la buona salute e lo sviluppo dei bambini.

L’omogeneizzazione

Anche l’omogeneizzazione è stata posta sotto accusa poiché, scomponendo le molecole del latte in parti più piccole, si perde l’effetto dell’enzima xantina ossidasi che si trova nei grassi del latte e produce la scomposizione delle proteine anche se migliora le caratteristiche organolettiche per cui l’aspetto è più bianco e compatto e la palatabilità migliora.

La composizione del latte della mamma registra poi un peso superiore di grassi rispetto a quello vaccino.

Latte materno versus latte vaccino

Confrontiamo dunque la composizione nutritiva del latte vaccino e di quello materno per capirne le differenze.

Iniziamo a esaminare i Macronutrienti (Proteine, Grassi e Carboidrati):

 milligrammi per 100 grammi

Latte umano

Latte vaccino

Proteine

   1,1

3,2

Grassi

3,2

3,7

Carboidrati

7,0

4,8

Rapporto Proteine/Grassi

0,3

0,9

Rapporto Proteine/ Carboidrati

0,1

0,7

Dalla tavola si nota quanto e proporzioni tra i singoli elementi siano differenti.

 

Confrontiamo quindi anche la composizione dei micronutrienti (Calcio, Fosforo, Sodio)

 Milligrammi per 100 grammi

  Latte umano

Latte vaccino

Calcio

0,32

1,30

Fosforo

0,16

0,95

Sodio

0,18

0,51

Rapporto Calcio/Fosforo

2,0

1,3

Rapporto Calcio / Sodio

1,7

2,6

Anche in questo caso le proporzioni tra i singoli elementi sono modificate, il latte materno ha meno sali minerali e diversi rapporto con il calcio e il fosforo. Il latte vaccino ha 3 volte più proteine e quasi 4 volte più Calcio del latte materno

Il latte della mamma ha una quantità di carboidrati quasi doppia rispetto a quello vaccino che è quindi carente di questo nutriente: ciò spiega perché abbiamo l’abitudine di zuccherare il latte e questa è anche una ragione per cui mettiamo i biscotti nel latte.

L’aggiunta o l ’eliminazione di un elemento da un sistema crea uno squilibrio e provoca disturbi che normalmente non si presenterebbero.

Ci si può quindi chiedere se un eccesso di un alimento intero generi effetti peggiori di quelli rappresentati da un alimento parzialmente scremato. Entrambi gli eccessi creano disturbi perché esiste sempre un buon motivo che giustifica la proporzione naturale dei nutrienti nel sistema di un alimento.

Il grasso del latte può favorire l’assimilazione del Calcio dal latte e, di conseguenza, il latte magro potrebbe determinare una carenza di Calcio nonostante il latte sembri essere ricco di questa sostanza.

D’altro canto il Grasso del latte contiene un enzima che scompone le proteine e la sua eliminazione potrebbe rendere difficile la digestione delle proteine del latte.

Togliendo il Calcio aumentano però in proporzione le proteine del 20% e ciò fa aumentare il lavoro a carico dei reni per l’eliminazione delle medesime.

Le intolleranze al latte

Oggi si sente spesso parlare di “intolleranti al latte” e l’argomento merita attenzione. Molte persone manifestano reazioni acute al latte, in particolare al lattosio, che vanno dai crampi al meteorismo ai gas intestinali. Questi sintomi sono causati dalla mancanza di un enzima, la “lattasi”, necessario per digerire il lattosio.

Queste persone sono convinte di essere malate, ma non è così. Fra gli uomini solo poche popolazioni, a causa delle difficili condizioni ambientali nelle quali vivono, sono costrette a far dipendere l’alimentazione dal latte dei loro animali. Tra questi vi sono gli abitanti del Nord Europa durante le notti invernali che si prolungano per mesi, i Berberi che attraversano il Sahara con i cammelli e gli Hindu che sono vegetariani. 

Queste popolazioni hanno sviluppato la capacità genetica di produrre l’enzima necessario ovvero la “lattasi “che è in grado di rendere digeribile il latte anche agli adulti. Per tutto il resto della popolazione mondiale circa il 70% ha perso questa capacità.

Vi sono però alcune trasformazioni del latte che creano meno problemi. Lo yogurt e il latte fermentato, come il Kefir e il latticello, sono più facilmente assimilabili perché il lattosio è stato scomposto dal processo di fermentazione e possono costituire un ottimo rinfrescante.

Se il Calcio del latte omogeneizzato o pastorizzato crea problemi agli adulti, si deve sapere che la quota necessaria di Calcio non si trova esclusivamente nel latte ma vi sono altri alimenti che ne sono ricchi e questa è la spiegazione del perché le mucche o gli elefanti conservano la loro struttura ossea. Lo fanno certamente non bevendo il latte di un altro animale ma mangiando prodotti naturali cioè foglie e altri vegetali.

Le fonti alternative del Calcio

Sono infatti molti gli alimenti che contengono il calcio in forma naturale e facilmente assimilabile, e che costituiscono un’alternativa ai latticini.

I principali sono:

  • Legumi e noci
  • Verdure, in particolare broccoli, cavoli, la senape, le cime di rapa, il prezzemolo, il crescione e il tarassaco
  • Il sesamo e il taini
  • Il salmone e le sardine con le spine
  • Il brodo fatto con ossa e un cucchiaino di aceto che estrae tutto il calcio dalle ossa travasandolo nel brodo

Per approfondire le fonti di calcio diverse dai latticini si consiglia la Tabella delle fibre e di minerali di Mondohonline che ordina tutti gli alimenti per livello di Calcio contenuto.

L’importanza del rapporto Calcio/Fosforo

La cosa più importante di tutte è fare attenzione al corretto rapporto da conservare tra Calcio e Fosforo: se questo rapporto non è assicurato, tutti e due questi minerali possono defluire dall’organismo senza nemmeno essere utilizzati.

Se nella dieta non vi è abbastanza Calcio o vi è troppo Fosforo ne soffriranno sia le riserve di calcio che quelle di fosforo. Un eccesso di sostanza può determinare problemi tanto quanto una sua carenza, sconvolgendo il nostro equilibrio.

Le proteine e il Calcio sono mattoni indispensabili che favoriscono la crescita e se non sono in corretta proporzione con altri minerali creano dei materiali di rifiuto nel corpo. Tutti i nutrienti in eccesso vengono infatti eliminati se gli organi di espulsione non sono bloccati e l’eliminazione procede senza problemi.

Ma nella situazione in cui questi organi emuntori (reni, intestino, fegato, polmoni) fossero bloccati e dovessero far fronte a un carico di rifiuti superiori, allora si creerebbero vie alternative di uscita nella pelle o nelle mucose e orifizi del nostro corpo.

Secondo la medicina cinese il materiale inutilizzato si trasforma nel corpo in muco o in pus, terreno di coltura ideale per i batteri. Allora, anziché chiederci come aggiungere Calcio all’organismo, conviene porsi la domanda: Che cosa sta drenando il Calcio?

In questo modo potremo considerare l’osteoporosi non come una condizione di carenza ma come una questione di drenaggio e, a questo punto, potremo occuparci di cosa possiamo fare perché il calcio non venga espulso né drenato.

(*) Medico – Terapie Nutrizionali – Costellazioni Salute 

 

Le ricette di Thérèse

Arista di maiale al latte (sia con le costole che senza)

Tritare finemente  rosmarino, possibilmente fresco, con 1-2 spicchi di aglio; aggiungere sale e pepe. Incidere la carne in vari punti con la punta del coltello, inserire nei tagli il trito, chiudere con una pallottolina di pancetta coppata (va bene anche il grasso del prosciutto crudo)

In una casseruola dai bordi alti, ma non troppo larga, coprire il fondo con olio, poggiarvi la carne così lardellata e farla rosolare dolcemente girandola in modo che si formi una crosticina; annaffiare con  un bicchiere scarso di vino (meglio rosso) e cuocere sempre a fuoco moderato per circa 15 minuti, girando spesso la carne.

Aggiungere latte fino a coprire la carne, abbassare il fuoco, incoperchiare, e cuocere per circa un’ora/un’ora e mezzo, controllando che il latte non ‘monti’. Quando sul fondo sarà rimasto circa un dito di sugo,  alzare le fiamma e, girando spesso la carne, far restringere il sugo.

Servire a temperatura ambiente, a fette sottili, guarnite con il sugo. E’ molto buona anche fredda, il giorno dopo.

Arrosto di vitello (noce o reale magro)

Legare la carne, farla rosolare dolcemente con olio (e una noce di burro, se gradita).

Dopo circa 20 minuti, alzare la fiamma, far sfumare un po’ di vino rosso, abbassare la fiamma e irrorare con i restanti ¾ di bicchiere di vino, incoperchiare e cuocere per altri 20 minuti, girando la carne in modo che tutta la superficie assorba il vino.

Riabbassare la fiamma,   irrorare con 1 bicchiere o più di latte (dipende dal volume della carne), rimettere il coperchio e far cuocere per altri 20/30 minuti, girando spesso e controllando che il latte non fuoriesca.

Salare (e pepare, se gradito), lasciar raffreddare e servire tiepido.

Questo arrosto può anche essere cotto al forno in una pirofila, con coperchio di pirex (per non asciugare troppo la carne).

 

Disabili mutanti nella società del rischi

di Carlo Alberto Rinolfi (*)

Anche un bambino sa di vivere nell’era dei rischi globali, lo scopre tutti giorni nelle immagini che entrano nella sua mente attraverso lo smartphone e la tv.  

Lo sa bene Greta Thunberg  la quindicenne svedese  affetta dal morbo di Asperger  ( come Mozart e Einstein)  che lo ha detto a chiare lettere alla Conferenza Mondiale sul Clima (COP24 – dicembre 2018) puntando il dito sul mondo dei grandi, che crea l’ingiustizia climatica e ruba il futuro dei propri figli.

Il cambiamento climatico esaminato dall’architetto Mario Giorcelli  (1a e 2a parte) è solo uno di questi rischi,  che vanno dalle migrazioni bibliche all’esaurimento di risorse ambientali e alla scomparsa di molte specie animali, dalla finanziarizzazione e crisi ricorrenti dell’economia  alle crescenti diseguaglianze, dall’invasiva bio-digitalizzazione industrializzata dell’umanità alle crisi sociali e delle democrazie.

L’articolo ci invita a fare il punto su uno dei più importanti di questi rischi, lasciando la discussione di merito agli esperti di ciascun rischio; importa qui rilevare quanto tutti siano correlati tra di loro e che questo dato di fatto renda impossibile affrontarli separatamente, uno ad uno.

Nell’immaginario di ognuno di noi fanno già parte tutti di una unica narrazione che ingloba tutti i rischi e rispetto alla quale ci sentiamo impotenti e smarriti, persino privi della capacità di comprenderli in tutte le loro implicazioni.

A nulla valgono le più ottimistiche illustrazioni della macchina del progresso continuo che accampa tutti gli evidenti successi del passato, dall’aumento dell’età media al miglioramento delle condizioni di vita, alla diffusione dei principi democratici d’occidente in buona parte del pianeta.

La percezione degli effetti collaterali del modello di sviluppo dominante incide sul presente e sul futuro molto più dei successi del passato al punto di far traballare anche i più solidi sistemi democratici di convivenza civile.

Crollata la fede nel continuo progresso, tutti i suoi paradigmi sono svaniti ed è venuta meno anche la capacità di concepire il futuro in termini positivi. 

Di questa diffusa inabilità umana è bene prendere atto come fa ogni disabile che si rispetti per costruire tutti i giorni la sua resilienza. Lo stato di necessità ci impone di evitare di rifiutarla e di  accettarla per quella che è: una grave disabilità che riguarda la nostra capacità di apprendimento.

La disabilità questa volta non investe solo il miliardo di più “fragili” ma anche i restanti 6 miliardi di “normodotati” e arriva alle radici del nostro modo di concepire il mondo. E’ qualcosa di più di un normale Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA). Sembra di aver perduto la capacità di imparare ad imparare e  neppure il mediatore esperto, identificato nelle elites, dispone delle procedure e dei modi di pensare adeguati per curare gli effetti della malattia.

La ricerca delle soluzioni relative ad ogni area di rischio non può quindi limitarsi agli aspetti tecnici. In questi termini se ne stanno già occupando le tecnocrazie scientifiche e gli apparati di ricerca delle imprese tecnologiche globali.

Un rischio ambientale è sì un fatto tecnico scientifico, ma diviene fatto politico appena lo si pone e, purtroppo, è a tutti evidente quanto le Organizzazioni internazionali degli Stati siano in difficoltà nel gestire i contrasti tra le evidenze scientifiche e gli interessi nazionali.

Il distacco tra questi mondi e i cittadini aumenta, mentre le crisi economiche ricorrenti e le accelerazioni dei ritmi tecnologici li schiacciano negli angusti limiti temporali di uno spettro di azione sempre più legato alla sopravvivenza individuale.

Coltivare l’orto sul balcone, acquistare più verdure a km zero, andare in bicicletta, risparmiare l’acqua della doccia  e fare la raccolta differenziata ci possono rieducare a un nuovo rapporto con la natura, a ridurre i nostri sprechi  e a farci entrare nell’agire di consumo più virtuoso della società della Post-Crescita decritta da Giampaolo Fabris,  ma non possono  da soli eliminare o anche solo  fronteggiare in tempo utile l’enorme impatto dei cambiamenti  in corso.

Tutti sappiamo che i danni di una variazione delle temperature si faranno sempre più sentire sulla nostra pelle sconvolgendo la vita dei nostri figli e nipoti, ma nessuno di noi ha gli strumenti concettuali e politici per capire cosa di concreto può effettivamente fare.

E mentre tutti osserviamo attoniti i danni dei rischi che avanzano a ritmi accelerati, continuiamo nella grande corsa all’Eldorado che ci attende con tinte così poco rassicuranti che ai catastrofisti di professione consentono di usare paurosi toni apocalittici del tipo: “Non c’è più il tempo”.

Vediamo insabbiarsi accordi tra gli Stati e ci accorgiamo quanto la soluzione anche di un singolo tema come quello della decarbonizzazione possa generare paurosi effetti collaterali, come osserva Giorcelli di “aumento della disoccupazione, calo del PIL, disordini sociali.” Chiediamo aiuto alla tecnologia, che sino ad ora è tra le principali imputate, per trasformare “l’anidride carbonica in una “risorsa economica, anziché in un onere.”

Invochiamo la conversione vegetariana degli stili alimentari sapendo che “solo Pechino importa 80 tons di soia dall’Amazzonia dove sta distruggendo… uno dei polmoni del pianeta.”  Confidiamo nella produzione di energia “solare nel Sahara“ mentre vediamo la politica Europea per il Nord Africa arenarsi nei lager libici finanziati dagli europei.

Ogni soluzione concreta sembra impedita. Cosa ci sta accadendo?

 Sembra di essere sul punto di star per uscire da un mondo guidato da progressi lineari che di certo hanno sempre avuto momenti di rottura ma che poi si sono sempre ricomposti.

Il nuovo mondo in cui siamo entrati ci richiede di rivedere in fretta le fondamenta di saperi che fino ad ora abbiamo dato per acquisiti. E’ questo ciò che ci chiedono le Grete  di tutto il mondo.

Tutte le scienze umane sono sul banco degli imputati e la filosofia, la sociologia, l’economia, la scienza giuridica, la psicologia  e la politica , sono costrette ad accettare una sfida che ormai riguarda le basi teoriche e i modelli concettuali su cui poggiano. E’ una sfida che riguarda anche le scienze “esatte” della natura  a partire dalla fisica e coinvolge anche la teologia che si sta confrontando con la più giovane ecologia .

E’ come se ci trovassimo per davvero all’interno del processo di metamorfosi scaturito dalla “società del rischio” messo a fuoco da Urlich Beck. Un processo in cui tutti siamo in mutazione e, proprio come le crisalidi, stiamo assistendo attoniti e impotenti alla generazione delle nostre ali. Mentre il nostro pensiero è ancora quello del bruco che ha appreso a spostarsi abilmente sulle foglie, siamo già nel bozzolo sul punto di diventare farfalle destinate a librarci in uno spazio senza punti di riferimento.

La bellezza e la direzione del volo che spiccheremo dipenderà dalla nostra capacità di partecipare in modo radicalmente nuovo e consapevole a questo grandioso mutamento.

(*) Presidente Mondohonline

 

Un esploratore in carrozza

C. A. R. RinolfiRiflessioni su Universo capovolto di Carlo Alberto Rinolfi – AngeraFilms

– di Gabriella Campioni (*)

Nel suo scrivere,  Carlo Alberto Rinolfi ripete spesso l’espressione “senza pelle”. Rende perfettamente lo stato d’animo dell’uomo che, a un certo punto della vita, si ritrova non solo nudo con la sua malattia e le sue paure, ma addirittura “rovistato dentro” dai medici, dagli infermieri e da vari strumenti diagnostici e terapeutici. È proditoriamente costretto ad arrendersi a eventi che lo fanno sentire impotente, al bisogno dell’aiuto altrui, all’idea che qualcuno veda dentro di lui cose che egli stesso non è in grado di vedere, di subire mutamenti irreversibili. Il tutto accompagnato da un’enorme dose di dolore fisico e non solo. Come non comprenderlo?

Ciononostante, l’essere senza pelle dà adito anche a un’altra interpretazione: essere senza confini. Il primo confine a cadere è quello tra il mondo interno al luogo di cura e quello “là fuori” preso nel vortice del PIL e del traffico intasato. Quale dei due è il più simile a una prigione?

In effetti, si verifica un fatto apparentemente paradossale. Racchiuso e ripiegato com’è su se stesso, teso a cogliere ogni minimo segnale proveniente dal suo corpo e da chi l’ha in cura, Carlo Alberto affina la sua sensibilità e mette in campo le sue armi più potenti: una poderosa, inarrestabile curiosità e la capacità di entrare in sintonia con gli esseri umani con cui inizia a esplorare un universo per lui inconsueto, “capovolto”. Dalla sua ha anche, cosa tutt’altro che da poco, l’amore di sua moglie (e non solo) che gli fornisce regolari e forti dosi di “vitamine per l’anima” arricchite da un’ottima Sapienza Medica olistica. Chi non riceve queste “vitamine”, arricchite o no, fa più fatica a rinascere…

Come dicevo, la cosa è paradossale solo apparentemente: tutti coloro che Pietro Scanziani chiamava entronauti sanno perfettamente che per spaziare nello sconfinato occorre entrare dentro di sé, in ciò che sembra confinatissimo, se non puntiforme. Immaginando l’universo come una sfera, sanno che per conoscerlo la prospettiva migliore è dal suo centro. Necessariamente, ogni essere umano  riferisce tutto ciò di cui fa esperienza a se stesso, in qualche modo è centro e misura dell’universo. L’essenziale è capire che lo stesso vale per tutti gli esseri umani: se l’universo è infinito, allora deve ammettere infiniti centri. Carlo Alberto lo sa molto bene istintivamente, perciò le sue relazioni con l’altro sono “da centro dell’universo a centro dell’universo”, improntate al massimo rispetto ma anche al desiderio di conoscere e le reciproche prospettive… Il che richiede di spogliarsi di un’altra pelle: quella delle maschere, dei ruoli, degli schemi mentali, della tendenza così comune a giudicare e appioppare etichette a tutto e a tutti. Non importa se uno è definito un camorrista, un ciellino, un missionario, un fisioterapista o altro. Ciò che conta è l’essere umano che è dentro ognuna di quelle pelli o sotto quelle etichette, quello che risponde all’invito a comunicare e ha comunque un suo cammino di ricerca costellato di cadute, di paure, di dolore ma anche di desiderio, espresso o no, di “sconfinare”. E conoscere l’altro diventa spinta istintuale ad aiutarlo per come consentono i propri limiti. È l’empatia, che nasce solo “aprendo il cuore”.

È interessante notare l’evoluzione del “centro” di Carlo Alberto. Dapprima è infinitesimo, confinato alla sala operatoria, al reparto di rianimazione, al letto dal quale può a malapena girare gli occhi per vedere chi c’è accanto a lui. Poi un po’ alla volta la conquista della “carrozza” (non carrozzina!) lo rende “mobile”, consentendogli di ampliare la sua sfera di esplorazione anche fisicamente, magari alla zona bar e al giardino. Ogni passaggio necessita di scendere a patti con le mutate possibilità di movimento, ma, ancora una volta, egli non si perde d’animo e impara a padroneggiare quell’arte oggi più che mai necessaria che si chiama resilienza.

In questo suo esplorare, prima e dopo la carrozza, Carlo Alberto si trova spesso, confrontandosi con i punti di vista altrui, a chiedersi: sarà così o in un altro modo? Che ne è di quello che ho imparato e vissuto fin qui, delle certezze e della scienza acquisite? Questa idea dello “o… o”, di un mondo binario o in bianco e nero, un po’ alla volta recede per far posto allo “e… e”, a una visione più inclusiva anche se spesso con un grosso punto interrogativo. D’altro canto i dubbi sono sacrosanti; senza dubbi nulla cambia e nulla s’impara!

Si può arrivare a capire che persino tra scienza e spiritualità (senza alcuna connotazione religiosa) non c’è separazione, non c’è un confine né un muro. Tutto fa parte di una medesima realtà, intera pur essendo costituita da varie frequenze con le quali ci si può sintonizzare, come con una radio, a seconda di ciò con cui si vuole entrare in comunicazione.

È una cosa un po’ nuova per i nostri tempi così centrati sulla razionalità, e a questo punto mi prendo la libertà di introdurre una nota più personale. Il Carlo Alberto che scopro attraverso il libro è molto diverso da quello che ho conosciuto (od ho creduto di conoscere) quando ci siamo incontrati per la prima volta, per la preparazione del primo convegno sull’acqua. Allora avevo visto (od ho creduto di vedere) un uomo che per quell’evento voleva interventi e personaggi fortemente in regola con la scienza “accademica” e faticava a riconoscere altre visioni. Oggi lo trovo ben più “a cuore aperto”, pur continuando a dare la giusta importanza alla scienza. Vedo orizzonti estremamente più ampi, inclusivi. Vedo l’apertura a campi meno esplorati incluso quello, scomodo, della morte. Confesso che mi fa molto piacere, ci vedo terreni di dialogo importanti e stimolanti.

Tornando al libro, con il suo stile quasi da “radiocronaca” sull’onda degli accadimenti e delle riflessioni, Carlo Alberto ci invita a spogliarci a nostra volta dalla pelle (e dai pregiudizi) e ci guida nella sua cerchia di “picchiatelli”, come li chiama lui. Forse essere picchiatelli significa continuare a chiedersi, come nell’ultima pagina, “Quanti miliardi di anni e quanti infiniti errori e combinazioni fortunate ci sono volute per far capire al seme di questa genziana che i suoi petali devono proprio essere cinque e non sei o sette o tre”?  Se è così, come credo, allora sono felice e onorata di chiamarmi a mia volta picchiatella e di entrare in quella cerchia… o è una sfera… o è un universo, dritto o capovolto che sia? Come Shakespeare fa dire a Romeo, che importa il nome? L’importante è essere sempre e comunque uno tra quegli infiniti centri in perpetua comunicazione tra loro.

Un’ultima nota riguarda l’associazione da lui creata, MondoHonline, e il motto introdotto nel capitolo “un’idea con le ruote”, differenze che creano soluzioni. Non so se esistano altre associazioni in cui la disabilità diventa sfida a dare il proprio contributo al mondo puntando sulle abilità che comunque ci sono, quanto meno su una sensibilità accentuata dalle difficoltà attraverso le quali si è passati. La trovo decisamente straordinaria. Quanto al motto, come finalmente si comincia a ricordare, la Vita è fatta di differenze, la famosa biodiversità laddove il “bio” non si limita alla sola dimensione fisica. Vivaddio, siamo tutti differenti pur essendo tutti uguali! Senza differenze, non ci sarebbero problemi e quindi nemmeno soluzioni. Nulla cambierebbe, il che è letteralmente impossibile, basta osservare la Natura per capirlo.

Allora, come dicono i Francesi seppure in un ben diverso contesto, Vive la différence!  Smettiamo di voler assomigliare a qualcun altro, entriamo nella grande danza descritta nell’ultimo capitolo con le nostre luci e le nostre ombre, con i nostri aneliti di infinito e i nostri limiti, con le nostre abilità e le nostre disabilità.

Ci sarà da fare i conti con pregiudizi, difficoltà, barriere di ogni tipo? Probabilmente sì. D’altro canto, se non ci fossero problemi da superare, come potremmo sviluppare la dimensione eroica che è parte integrante di quella umana?

(*) Educatrice – Istituto Cosmòs e MondoHonline

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Universo capovolto può essere ordinato, e ricevuto a casa , attraverso Mondohonline, con pagamento tramite bonifico bancario, al prezzo promozionale di 15,50 euro (sconto del 16,21% rispetto al prezzo di copertina) con spese di spedizione gratuite >>>
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Facciamo il punto sul riscaldamento globale - 2a parte

Il rapporto  tra agricoltura e cambiamenti climatici   

 – di Mario Giorcelli (*)

“Il 95 per cento della soia prodotta nel mondo è consumata dagli animali d’allevamento – in particolare bovini – dopo essere stata trasformata in mangime”. Ecco perché per produrre un solo chilogrammo di carne bovina bisogna imporre all’atmosfera emissioni per circa 200 chilogrammi di CO2, secondo lo studio della scuola politecnica svedese Chalmers di Göteborg. E solo in Cina vivono 700 milioni di maiali, uno ogni due abitanti, pari alla metà di tutti i suini allevati al mondo. Per sfamare questi animali, che vivono chiusi in gabbie all’interno di capannoni industriali, solo Pechino importa ogni anno 80 milioni di tonnellate di soia, soprattutto dall’America Latina, in particolare dall’Amazzonia brasiliana dove le sconfinate monoculture di questa leguminosa stanno distruggendo uno dei luoghi con il più alto tasso di biodiversità al mondo. Uno dei polmoni del pianeta.

Concludendo questo giro del mondo nel Vecchio Continente, il già citato studio della Chalmers di Göteborg indirizza verso una soluzione precisa per cercare di centrare i target di riduzione delle emissioni di CO2 che si è posta l’Unione europea: bisogna diminuire i consumi di carne bovina e di latticini. Perché la tutela del clima non può prescindere da un cambiamento delle nostre abitudini alimentari.

L’industria agricola e gli allevamenti intensivi, infatti, rappresentano circa un quarto delle emissioni europee” (4).

Le prospettive delle fonti rinnovabili in Italia e le possibili alternative

In Italia, negli ultimi 20 anni, la produzione di energia idroelettrica è diminuita, ma gli impianti di energia eolica e  solare hanno avuto un’elevata diffusione, sostenuta da un vasto consenso. Tali tecnologie infatti  hanno consentito di migliorare la qualità della vita, in particolare nelle piccole comunità delle zone rurali, nelle valli e nelle nostre isole minori.

Riguardo al futuro, nel documento del MISE “Strategia Energetica Nazionale” del 2017,  si legge che “il significativo potenziale residuo tecnicamente ed economicamente sfruttabile e la riduzione dei costi di fotovoltaico ed eolico prospettano un importante sviluppo di queste tecnologie, la cui produzione dovrebbe più che raddoppiare entro il 2030.”

Da qualche tempo tuttavia il consenso nei confronti di questo tipo di impianti si è ridotto, principalmente a causa della loro limitata compatibilità con l’ambiente e, per il fotovoltaico, anche per l’elevato consumo di suolo (5). Gli impianti fotovoltaici di grande scala, infatti, necessitano di vastissime superfici, sottratte all’agricoltura e alla possibile forestazione, mentre le pale eoliche debbono necessariamente essere collocate nei luoghi più esposti, alterando il paesaggio.  

In futuro le pale eoliche saranno ammesse solo in luoghi selezionati, eliminando gli impianti in siti poco ventosi o in aree di elevato valore paesaggistico.  L’energia eolica  prodotta sarebbe comunque incrementata per la maggior efficienza dei nuovi impianti e a seguito di  nuove  installazioni marine.

Per  il fotovoltaico invece “andranno  sfruttate prioritariamente le superfici di grandi edifici e di aree industriali dismesse, le superficie adiacenti alle grandi infrastrutture e alle aree produttive e quelle già compromesse per pre-esistenti attività produttive”, fatta comunque  salva l’incentivazione di installazioni da parte di produttori-consumatori.   

 Le misure riferite al fotovoltaico per i grandi impianti potrebbero rallentare l’indispensabile contributo dell’energia solare nella riduzione dell’effetto serra, se non compensate con politiche alternative.

Una possibile alternativa, ad esempio, potrebbe essere quella di partecipare come Paese associato, previe le necessarie valutazioni, al progetto TuNur (6), che prevede  la realizzazione di una grande centrale elettrica a energia solare in Tunisia.  Inoltre l’Italia potrebbe promuovere iniziative simili in altri Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, come l’Egitto e in prospettiva la Libia.  A parità di superficie degli impianti la raccolta di energia solare nel Sahara risulterebbe infatti molto superiore, senza generare conflitti con altri usi del suolo.

Si potrebbero inoltre formare nuovi legami commerciali utili per favorire la crescita del nostro mezzogiorno.

 I provvedimenti e la struttura amministrativa

In Italia si occupano del tema riscaldamento globale il Ministero dello sviluppo economico (MISE), il Ministero dell’Ambiente (MATTM) e il Ministero dei Trasporti.

Il 9 Gennaio 2019, come previsto dal Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio sulla Governance dell’Unione dell’energia, il MISE ha inviato alla Commissione europea la Proposta di Piano nazionale integrato per l’Energia ed il Clima (PNIEC), redatto congiuntamente dai 3 ministeri sopracitati. Il documento, molto interessante e complesso, è disponibile in rete.

 Altri provvedimenti  rilevanti, ai quali si rimanda, sono:

–  il “Documento di inquadramento e posizionamento strategico – Verso un modello di economia circolare per l’Italia ” 2017  elaborato dal MISE e dal MATTM – approvato il 7 dicembre per passare dall’attuale modello di economia lineare a quello circolare, con un ripensamento delle strategie e dei modelli di mercato, anche per salvaguardare la competitività dei settori industriali e il patrimonio delle risorse naturali;

– la Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, approvata con Decreto del Ministero dell’Ambiente il 16 giugno 2015  con l’obiettivo di definire come affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici, comprese le variazioni climatiche e gli eventi meteo-climatici estremi, e individuare un set di azioni e indirizzi finalizzati a  ridurre al minimo i rischi derivanti dai cambiamenti climatici, proteggere la salute e il benessere e i beni della popolazione, preservare il patrimonio naturale, mantenere o migliorare la capacità di adattamento dei sistemi naturali, sociali ed economici.

Anche i temi del consumo di suolo, della forestazione e dell’agricoltura sostenibile, di grande importanza per affrontare in modo olistico il tema del riscaldamento globale, sono stati oggetto di vari provvedimenti legislativi da parte delle Regioni.

Ma, su scala locale, i veri protagonisti dell’obiettivo emissioni zero non potranno essere che i comuni e le città metropolitane. Infatti spetterà a loro, attraverso norme e regolamenti, recuperare le emissioni che si possono evitare migliorando la coibentazione degli edifici, distribuendo nelle case l’energia prodotta a emissioni zero, incentivando l’utilizzo di energia solare o eolica per i fabbisogni di condomini,  eliminando l’utilizzo di combustibili fossili per il trasporto pubblico e privato. A Milano (e forse in altre città) già circolano autobus alimentati a idrogeno: siamo sulla strada giusta, anche se non ancora vicini alla meta di una città intera a emissioni zero. Abbiamo davanti a noi solo 30 anni per arrivarci. 

(*) Architetto

 

NOTE

(4) Tratto da un articolo di  Tommaso Perron –   AMBIENTE  LIFEGATE – Pubblicato  il 18/6/2017                                                                    

(5) Secondo il documento sopracitato circa 150 km2 classificati agricoli sono stati occupati dal fotovoltaico.

(6) Il progetto TuNur nasce come seguito della gigantesca iniziativa tedesca Desertec, che puntava a produrre energia solare su larga scala in Nord Africa, sufficiente a fornire il 15% dell’energia dell’Unione europea entro il 2050, fallita per mancanza di fondi. La società britannica leader nel settore delle rinnovabili TuNur Limited ha depositato presso il Ministero Tunisino dell’Energia, delle Miniere e dell’Energia Rinnovabile la richiesta per la realizzazione di una grande centrale a specchi e pannelli solari convergenti nel deserto tunisino denominato TuNur.

Parte dell’energia elettrica prodotta sarà esportata verso Malta, Italia e Francia tramite tre distinti cavi sottomarini. Dai rispettivi punti di approdo, l’elettricità verrà poi ridistribuita nel Regno Unito, in Germania e in Svizzera.

Il progetto sarà realizzato da un consorzio di aziende al 50% tra Nur Energie e alcune società di investimento di Tunisia e Malta. La produzione di elettricità del complesso è stimata in circa 4,5 gigawatt. La prima fase del progetto, del valore di circa 1,6 miliardi dollari, potrebbe essere operativa già entro il 2020 con l’approdo di un cavo sottomarino a Malta.

Un orto condominiale come laboratorio sociale

– di Guglielmo Elia (*)

Descrivere come è nato e come si è sviluppato un orto condominiale (in questo caso suona meglio il termine americano roof top garden) richiede un’analisi che ne individui alcuni requisiti non necessariamente di carattere botanico.  Il nostro piccolo caso non pretende di esprimere dati di valore assoluto, ma cerca di indicare un processo che merita qualche riflessione.

La nostra casa è nata, trenta anni fa, come cooperativa. Il che ha comportato  non solo l’adozione di una formula giuridica, ma anni di assemblee, dibattiti, decisioni, e soprattutto il consolidarsi di una rete di rapporti  accomunati da un obiettivo condiviso. Per parecchio  tempo questo spirito si è conservato in diverse modalità di articolazione delle dinamiche condominiali, che trovavano il loro culmine in affollate  feste collettive.

Poi, il tempo ci  ha impercettibilmente riportato alle routine assembleari, i conflitti, sempre latenti, hanno trovato minori freni  inibitori.

Sono trascorsi vent’anni.

Un giorno,  uno di noi ha lanciato la proposta: organizziamo un orto condominiale. Per qualche misteriosa alchimia, alcuni dei protagonisti  della prima fase di vita della casa costituirono questo gruppo. In altri tempi, si sarebbe detto “ben scavato, vecchia talpa”. Ma questo legame ideale si accompagnò ben presto ad  un legame più concreto e giuridicamente solido: il luogo per l’orto andava ricercato fra gli spazi comuni,  per fortuna abbondanti e non utilizzati. Il cerchio si chiudeva, la riscoperta di iniziative cooperative trovava collocazione negli spazi comuni, fonte molto spesso di conflittualità in ogni condominio.

Poi, si passò alla progettazione tecnico/organizzativa che trovò nelle competenze del gruppo (architetti, ingegneri, psicologi, manager aziendali, agronomi) gli apporti multidisciplinari opportuni, fino a riconoscerci nella comune identità di ortisti.

Un primo ostacolo da superare fu costituito dall’incompatibilità fra l’orto e la natura degli spazi comuni, per lo più parti dei corpi di fabbricato. La soluzione fu trovata installando 25 bins, di 1 mq. l’uno e alti 120 cm.  (i bins in plastica si raccolgono fra i rifiuti di un qualunque mercato rionale). I bins, rivestiti internamente da un tessuto non tessuto, furono riempiti di terra e collocati parte sul lastrico di copertura dell’edificio, parte in uno spazio lastricato al primo piano. Facendo di necessità virtù, ci trovammo ad aver progettato un orto senza barriere architettoniche.

La scelta delle colture fu affinata sfruttando gli errori e le esperienze: limitarsi a pochi e sperimentati prodotti fu il canone adottato. In particolare un bins riservato alle piante aromatiche (rosmarino, salvia, timo, maggiorana, menta), un altro a basilico, prezzemolo, erba cipollina), tutti gli altri dedicati metà alle insalate, metà a pomodori, melanzane, peperoni). In ogni caso fu escluso l’uso di fertilizzanti e fitofarmaci.

Oggi, l’orto è entrato nel suo nono anno di vita. Vale allora la pena riflettere sul tipo di influsso che ha esercitato sulle dinamiche del gruppo. In sintesi,  le regole di funzionamento non hanno richiesto nessun tipo di formalizzazione, ognuno ha capito quello gli si chiedeva di fare e come utilizzare i prodotti  rispettando le aspettative degli altri. E’ facile dedurne come tutto questo sia in gran parte legato al doversi misurare con una realtà naturale, con i suoi cicli, i suoi prodotti, il loro consumo, collocati in un contesto altamente urbanizzato.

Una sintesi di queste riflessioni la troviamo simbolicamente rappresentata in una visione panoramica dalla nostra torre, dove al tredicesimo piano si trova una parte dell’orto. Nove anni fa, lo skyline della città era totalmente diverso. Oggi lo sguardo va dai grattacieli di porta Garibaldi a quelli di City Life. Allora non si parlava della fine della competenza e sarebbe suonato stonato pensare che uno vale uno. Da qui sopra abbiamo lavorato per questo piccolo laboratorio sociale, non bevuto champagne e assaporato caviale.

 

(*) Ortista,  ex Consulente aziendale