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C. A. R. RinolfiRiflessioni su Universo capovolto di Carlo Alberto Rinolfi – AngeraFilms

– di Gabriella Campioni (*)

Nel suo scrivere,  Carlo Alberto Rinolfi ripete spesso l’espressione “senza pelle”. Rende perfettamente lo stato d’animo dell’uomo che, a un certo punto della vita, si ritrova non solo nudo con la sua malattia e le sue paure, ma addirittura “rovistato dentro” dai medici, dagli infermieri e da vari strumenti diagnostici e terapeutici. È proditoriamente costretto ad arrendersi a eventi che lo fanno sentire impotente, al bisogno dell’aiuto altrui, all’idea che qualcuno veda dentro di lui cose che egli stesso non è in grado di vedere, di subire mutamenti irreversibili. Il tutto accompagnato da un’enorme dose di dolore fisico e non solo. Come non comprenderlo?

Ciononostante, l’essere senza pelle dà adito anche a un’altra interpretazione: essere senza confini. Il primo confine a cadere è quello tra il mondo interno al luogo di cura e quello “là fuori” preso nel vortice del PIL e del traffico intasato. Quale dei due è il più simile a una prigione?

In effetti, si verifica un fatto apparentemente paradossale. Racchiuso e ripiegato com’è su se stesso, teso a cogliere ogni minimo segnale proveniente dal suo corpo e da chi l’ha in cura, Carlo Alberto affina la sua sensibilità e mette in campo le sue armi più potenti: una poderosa, inarrestabile curiosità e la capacità di entrare in sintonia con gli esseri umani con cui inizia a esplorare un universo per lui inconsueto, “capovolto”. Dalla sua ha anche, cosa tutt’altro che da poco, l’amore di sua moglie (e non solo) che gli fornisce regolari e forti dosi di “vitamine per l’anima” arricchite da un’ottima Sapienza Medica olistica. Chi non riceve queste “vitamine”, arricchite o no, fa più fatica a rinascere…

Come dicevo, la cosa è paradossale solo apparentemente: tutti coloro che Pietro Scanziani chiamava entronauti sanno perfettamente che per spaziare nello sconfinato occorre entrare dentro di sé, in ciò che sembra confinatissimo, se non puntiforme. Immaginando l’universo come una sfera, sanno che per conoscerlo la prospettiva migliore è dal suo centro. Necessariamente, ogni essere umano  riferisce tutto ciò di cui fa esperienza a se stesso, in qualche modo è centro e misura dell’universo. L’essenziale è capire che lo stesso vale per tutti gli esseri umani: se l’universo è infinito, allora deve ammettere infiniti centri. Carlo Alberto lo sa molto bene istintivamente, perciò le sue relazioni con l’altro sono “da centro dell’universo a centro dell’universo”, improntate al massimo rispetto ma anche al desiderio di conoscere e le reciproche prospettive… Il che richiede di spogliarsi di un’altra pelle: quella delle maschere, dei ruoli, degli schemi mentali, della tendenza così comune a giudicare e appioppare etichette a tutto e a tutti. Non importa se uno è definito un camorrista, un ciellino, un missionario, un fisioterapista o altro. Ciò che conta è l’essere umano che è dentro ognuna di quelle pelli o sotto quelle etichette, quello che risponde all’invito a comunicare e ha comunque un suo cammino di ricerca costellato di cadute, di paure, di dolore ma anche di desiderio, espresso o no, di “sconfinare”. E conoscere l’altro diventa spinta istintuale ad aiutarlo per come consentono i propri limiti. È l’empatia, che nasce solo “aprendo il cuore”.

È interessante notare l’evoluzione del “centro” di Carlo Alberto. Dapprima è infinitesimo, confinato alla sala operatoria, al reparto di rianimazione, al letto dal quale può a malapena girare gli occhi per vedere chi c’è accanto a lui. Poi un po’ alla volta la conquista della “carrozza” (non carrozzina!) lo rende “mobile”, consentendogli di ampliare la sua sfera di esplorazione anche fisicamente, magari alla zona bar e al giardino. Ogni passaggio necessita di scendere a patti con le mutate possibilità di movimento, ma, ancora una volta, egli non si perde d’animo e impara a padroneggiare quell’arte oggi più che mai necessaria che si chiama resilienza.

In questo suo esplorare, prima e dopo la carrozza, Carlo Alberto si trova spesso, confrontandosi con i punti di vista altrui, a chiedersi: sarà così o in un altro modo? Che ne è di quello che ho imparato e vissuto fin qui, delle certezze e della scienza acquisite? Questa idea dello “o… o”, di un mondo binario o in bianco e nero, un po’ alla volta recede per far posto allo “e… e”, a una visione più inclusiva anche se spesso con un grosso punto interrogativo. D’altro canto i dubbi sono sacrosanti; senza dubbi nulla cambia e nulla s’impara!

Si può arrivare a capire che persino tra scienza e spiritualità (senza alcuna connotazione religiosa) non c’è separazione, non c’è un confine né un muro. Tutto fa parte di una medesima realtà, intera pur essendo costituita da varie frequenze con le quali ci si può sintonizzare, come con una radio, a seconda di ciò con cui si vuole entrare in comunicazione.

È una cosa un po’ nuova per i nostri tempi così centrati sulla razionalità, e a questo punto mi prendo la libertà di introdurre una nota più personale. Il Carlo Alberto che scopro attraverso il libro è molto diverso da quello che ho conosciuto (od ho creduto di conoscere) quando ci siamo incontrati per la prima volta, per la preparazione del primo convegno sull’acqua. Allora avevo visto (od ho creduto di vedere) un uomo che per quell’evento voleva interventi e personaggi fortemente in regola con la scienza “accademica” e faticava a riconoscere altre visioni. Oggi lo trovo ben più “a cuore aperto”, pur continuando a dare la giusta importanza alla scienza. Vedo orizzonti estremamente più ampi, inclusivi. Vedo l’apertura a campi meno esplorati incluso quello, scomodo, della morte. Confesso che mi fa molto piacere, ci vedo terreni di dialogo importanti e stimolanti.

Tornando al libro, con il suo stile quasi da “radiocronaca” sull’onda degli accadimenti e delle riflessioni, Carlo Alberto ci invita a spogliarci a nostra volta dalla pelle (e dai pregiudizi) e ci guida nella sua cerchia di “picchiatelli”, come li chiama lui. Forse essere picchiatelli significa continuare a chiedersi, come nell’ultima pagina, “Quanti miliardi di anni e quanti infiniti errori e combinazioni fortunate ci sono volute per far capire al seme di questa genziana che i suoi petali devono proprio essere cinque e non sei o sette o tre”?  Se è così, come credo, allora sono felice e onorata di chiamarmi a mia volta picchiatella e di entrare in quella cerchia… o è una sfera… o è un universo, dritto o capovolto che sia? Come Shakespeare fa dire a Romeo, che importa il nome? L’importante è essere sempre e comunque uno tra quegli infiniti centri in perpetua comunicazione tra loro.

Un’ultima nota riguarda l’associazione da lui creata, MondoHonline, e il motto introdotto nel capitolo “un’idea con le ruote”, differenze che creano soluzioni. Non so se esistano altre associazioni in cui la disabilità diventa sfida a dare il proprio contributo al mondo puntando sulle abilità che comunque ci sono, quanto meno su una sensibilità accentuata dalle difficoltà attraverso le quali si è passati. La trovo decisamente straordinaria. Quanto al motto, come finalmente si comincia a ricordare, la Vita è fatta di differenze, la famosa biodiversità laddove il “bio” non si limita alla sola dimensione fisica. Vivaddio, siamo tutti differenti pur essendo tutti uguali! Senza differenze, non ci sarebbero problemi e quindi nemmeno soluzioni. Nulla cambierebbe, il che è letteralmente impossibile, basta osservare la Natura per capirlo.

Allora, come dicono i Francesi seppure in un ben diverso contesto, Vive la différence!  Smettiamo di voler assomigliare a qualcun altro, entriamo nella grande danza descritta nell’ultimo capitolo con le nostre luci e le nostre ombre, con i nostri aneliti di infinito e i nostri limiti, con le nostre abilità e le nostre disabilità.

Ci sarà da fare i conti con pregiudizi, difficoltà, barriere di ogni tipo? Probabilmente sì. D’altro canto, se non ci fossero problemi da superare, come potremmo sviluppare la dimensione eroica che è parte integrante di quella umana?

(*) Educatrice – Istituto Cosmòs e MondoHonline

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