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D. Mainardi: 

Disbiosi intestinale: probiotici e prebiotici

Riscaldamento globale: il trauma atteso

Pubblichiamo con piacere le relazioni del Convegno sul cambiamento climatico e riscaldamento globale, tenutosi il 13 aprile 2019 presso il Circolo  Fratelli Cervi, Milano. 

Mondohonline contribuisce e partecipa ufficialmente a iniziative sul clima organizzate da qualunque associazione o forza politica democratica, con l’obiettivo di accrescere conoscenza e informazioni sul tema. 

– di Carlo Alberto Rinolfi  (*)

Cosa ci è sfuggito? Le conseguenze del riscaldamento globale sono così catastrofiche da mettermi in difficoltà a farmi guardare il presente con gli occhi di mio nipote dodicenne. Alla sua età non ho mai pensato che il mondo fosse prossimo alla fine, il mio percorso di vita era programmato e anch’io ho contribuito a sviluppare un’economia che è andata oltre le disponibilità della biosfera. Sento il dovere di guardare in faccia il pericolo che ci sta di fronte.

Come fare di fronte al trauma della sopravvivenza dell’umanità che sta per arrivare?

Chi nella sua vita ne ha già subito uno vitale e disabilitante sa di doverlo affrontare senza cadere nel rifiuto, nel terrore o nella depressione che rendono più difficile trovare le soluzioni.

L’esigenza di rivedere i paradigmi di pensiero

Questa volta il trauma atteso  e provocato da noi umani ci costringe a risalire a qualcosa di molto profondo, alla visione del mondo che lo ha partorito e che affonda le sue radici nel linguaggio occidentale nato da importanti filosofi dell’antica Grecia.

Da loro abbiamo imparato a staccarci dalle tradizioni mistiche e religiose e a superare ogni limite con la scienza sperimentale. Ma la scienza attuale non è la “Verità buona , assoluta stabile e immutabile”, lei si fonda su una ipotesi teorica probabile che poi verifica con l’esperimento e, se non funziona, la confuta e sostituisce con una nuova, lo fa in continuazione sotto la spinta di una illimitata volontà di potenza. Ci può offrire quindi delle possibili soluzioni che però possono anche non funzionare o non arrivare in tempo utile.

Proprio i risultati di questo modo di pensare, utilizzato come abbiamo fatto sino ad ora, ci stanno già dicendo che abbiamo squilibrato un sistema e messo a rischio la sopravvivenza della nostra specie.

Il problema è molto serio e costringe a riconsiderare la fede nel progresso che ha portato benessere e welfare, in cui la mia generazione ha creduto e al quale anch’io ho contribuito con il mio piccolo impegno professionale e sociale.

Ma adesso neppure questo impegno sembra sufficiente, adesso viene messa in discussione un’idea del mondo che ritroviamo incarnata nei modi di vivere di tutti noi. Oltre ai rimedi tecnologici di cui ha parlato  Mario Giorcelli, che pure vanno attivati al più presto, dobbiamo dunque rivedere le fondamenta, i paradigmi di base del nostro pensiero e anche le teorie sociali e politiche che ci hanno guidato. Come fare?

Questo trauma climatico ci sta dicendo innanzitutto e con brutale semplicità che tra la mia persona e la bottiglia di plastica posata sul tavolo di fronte a me non esiste la “separazione” che pure il mio modo di vedere abituale mi porta a percepire come reale.

La plastica che ho inventato io è un “prolungamento tecnologico di me stesso” e mi sta tornando indietro nei fiumi, negli oceani, inquinando l’acqua che bevo e le altre specie di cui mi nutro.

La bottiglia pensata come “cosa separata da me” è una illusione, così come illusorio è pensare che il soggetto “uomo” sia davvero separato dall’oggetto “natura” e che la “mente ” sia distinguibile dal “corpo “.

Dunque la bottiglia è diversa da come appare “inanimata e separata da me” poiché è invece “parte integrante di me”

Quello che mi appare come “mondo esterno” e la mia “persona” sono aspetti di un unico sistema fatto di processi con precisi cicli che  si autoesaltano  e retroagiscono tra di loro e con me sino al punto di stravolgere la mia vita.

Se è così, c’è qualcosa che in questi anni non ho ben considerato e non ho controllato,  forse perché ero convinto che la “cosa “dopo essere stata da me prodotta fosse “morta”, cioè fuori da me e dalla mia vita.  Ero convinto di essere io l’unica forza vitale che contava e che tutta la natura non fosse che uno sfondo.

In effetti, se osservo attentamente la bottiglia, lei ai miei occhi appare separata da me pur essendo parte di me, cosa mi sfugge? Tra la mia persona e la bottiglia c’è innanzitutto dello “spazio” e, se penso che è stata prodotta tempo fa e che durerà molto più della mia generazione, c’è anche di mezzo del “tempo” incorporato in questo banale manufatto.

Ma questo spazio non è il nulla, in questo spazio c’è dell’aria. Cos’è l’aria a cui di solito non penso? E’ ciò che respiro, dunque mi è vitale, ma come l’acqua che bevo e le superfici su cui cammino, rientra tra quelle “cose” che non ho considerato a sufficienza come “essenziali” e tuttalpiù, nell’impresa,  le ho considerate beni  da acquistare a basso prezzo o esternalità negative da sostenere quando mi è stato impossibile usarle a costo zero.

Eppure l’aria è un bene di  tutti che non abbiamo considerato a sufficienza e anzi abbiamo saccheggiato allegramente. Acqua, aria, energia, spazio sono tutti i vitali di me e le future generazioni. Cosa sono?

Il valore dei  beni comuni

L’economia li chiama “common” o “beni comuni”, in questo caso sono detti “di merito” perché vitali. Sono risorse/processi in gran parte naturali ma non solo, che possono essere gestiti da privati o dal pubblico, o da comunità locali e non, come ci insegna il Premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom. Adesso è il loro stato di salute a rappresentare il nostro grande rischio.

Come abbiamo fatto? Un’economia che ha dominato il mondo realizzando straordinari sviluppi umani e creando città sempre più belle e grandi lo ha fatto senza considerare nel modo corretto il bene comune dato dal capitale naturale che ci è stato dato da quando la terra esiste.

E’ la massima organizzazione degli Stati, l’ONU, e non un semplice gruppo di climatologi  a prevedere che molto presto intere popolazioni migreranno e si scontreranno per la disperazione sotto le pressioni di stravolgimenti permanenti in tutti i territori legati a innalzamento delle acque, siccità e eventi atmosferici dirompenti.

Di questi disastri in probabile arrivo, comunque la pensiamo sui cicli naturali della terra, siamo costretti a prendere atto. Al di là della buona volontà dei singoli cittadini ai quali si chiede di cambiare abitudini di consumo, c’è da chiedersi se l’ ONU e le istituzioni statuali e internazionali  del mondo siano in grado di affrontare un simile problema in tempo utile.

Difficile stare tranquilli se si pensa che  anche nella nostra bella Costituzione questi beni non sono disciplinati se non per l‘articolo 43, che li tratta in modo parziale. Tutto il mondo dovrebbe avere a fondamento della sua Costituzione globale la disciplina e la salvaguardia dei “Beni Comuni”, ma così non è.

Tra questi, oltre ai beni naturali, vi sono anche quelli condivisi e sociali legati al welfare e alla salute e sicurezza, che vanno considerati come  essenziali per l’economia, ma che spesso si ritengono improduttivi e si tende ad utilizzarli senza sostenere gli investimenti necessari alla loro rigenerazione e corretta valorizzazione.

E’ come se fossimo in un enorme condominio nel quale ciascuno cerca di evitare di pagare le spese comuni. Non investiamo in manutenzione ma consumiamo comportandoci come “free riders” convinti di non dover pagare, poiché l’aria e l’acqua ci appaiono “cose” disponibili, al massimo saranno problemi delle prossime generazioni.

Verso una cosmopolitica istituzionale

Proseguire ancora su questa strada diventa rischioso e lo sforzo richiesto è tale da modificare anche il nostro modo di fare le politiche ambientali locali.

Il cambiamento climatico per concentrazione di CO2 ci dice infatti che tutto è correlato nello spazio e nel tempo, e che le città non inquinano solo i loro distretti elettorali. Si sa ad esempio che imponendo il passaggio alle auto elettriche nelle città si genera inquinamento per il litio estratto e lavorato in altre parti del mondo e si favorisce la produzione di CO2 nelle centrali termoelettriche a combustibili fossili  che la stessa IPCC prevede ancora per molti decenni.

Siamo quindi costretti a guardare in modo più ampio anche a fonti di inquinamento cittadino che un assessorato ai trasporti in genere non considera e che sono anche più dannose delle autovetture.

Non solo vanno considerate le conseguenze sull’area di attrazione metropolitana, come ci ricorda  Ostelio Poletto, ma occorre aver presente che anche Milano, come tutte le città, attrae un intenso traffico aereo e richiede molte navi cargo per il rifornimento dei suoi consumi quotidiani. Sappiamo che aerei e navi inquinano molto più dei palazzi e delle auto della città. E’ infatti noto da tempo che 20 navi cargo inquinano come tutto il parco auto del mondo e che un aereo inquina molto più di centinaia di auto euro O, eppure i traffici aerei e navali non rientravano tra le fonti inquinanti da controllare secondo il protocollo di Kyoto.

Cosa dico a mio nipote quando mi chiede per quale motivo devo spendere soldi per cambiare la mia auto euro 6, che inquina poco o nulla, con una elettrica che inquinerà ancora e che probabilmente dovrò sostituire tra non molto con una a celle di idrogeno? Per quale motivo non mi impegno attraverso il mio comune e con i C40 a far semplicemente cambiare il carburante-spazzatura (bunker oil) di sole 20 navi cargo? 

Qualcosa si sta forse iniziando a fare per il traffico aereo,  ma perché non si affronta seriamente questo problema attraverso le organizzazioni internazionali del mare e dei cieli? L’urgenza degli interventi non lo impone?

 Ci manca evidentemente qualcosa di decisivo. Oltre all’affermazione di una coscienza generale dei beni comuni globali, qui serve anche un potere sovranazionale che sia in grado di imporre e far rispettare delle regole anche alla flotta di navi che batte bandiera mongola.

Le grandi metropoli associate nel C40 cities , di cui ci ha parlato Caterina Sarfatti, possono indicare una via positiva prefigurando un mondo in cui non valgono più come un tempo i confini nazionali. Anche loro risultano illusori e sfondati come lo sono i confini della “cosa” rappresentata dalla mia bottiglia d’acqua.

Non si tratta quindi di chiedere soltanto la soluzione tecnica migliore alla comunità scientifica, si tratta di impegnarci come cittadini di questo mondo per convincere  i politici di tutti i partiti, le confessioni religiose, le associazioni di imprese, lavoratori e consumatori, che è indispensabile concordare un nuovo ordine mondiale e che occorre farlo in modo che  possa essere controllato dagli stessi cittadini.

Come controllare e interagire con un sistema così grande?

Algoritmocrazia o democrazia  digitale?

Oggi c’è una possibilità in più rispetto a chi è venuto prima di noi e paradossalmente è insita nella entropia o dispersione che si sta generando nell’informazione. 

Tutti i popoli d’oggi sono interconnessi costantemente in un modo così intenso e industrializzato che può togliere loro l’abitudine ad attivare processi di decisione in autonomia. La connessione continua all’algoritmo può eccedere e de-individualizzarci generando i gilet gialli, ma può anche attivare aggregazioni di giovani e ragazzini che incominciano a prendere in mano il loro futuro portando i mappamondi in barella.  Ancor di più può mobilitare i giovani contro il razzismo e che a Milano dicono “siamo prima umani e poi italiani”. Questi ultimi hanno già compiuto una scelta di individualizzazione collettiva che si oppone ai processi alimentati dall’algoritmo, ma anche alle politiche di chiusura nazionalistica degli Stati. Quei ragazzi e quei giovani stanno contrastando la dispersione dell’informazione e affermando una gestione creativa e sociale dei processi decisionali nel web.

A modo loro affrontano il grande problema politico e democratico di questo mondo digitale in cui le “Big Four “(Facebook, Amazon, Google, Apple) coi loro algoritmi guidano non solo i mercati ma tutto il cambiamento sociale del pianeta utilizzando un altro bene comune costituito dall’informazione e, ancora di più, dai desideri, dalle emozioni e dalle scelte quotidiane che  miliardi di persone inviano nel web .

Neppure questo tipo di “bene comune in forma digitale” è presente direttamente nelle Costituzioni, sfugge anche al controllo delle municipalità più efficienti come la nostra, che pure un tempo aveva creato una sua azienda, Fastweb, per poi venderla ai privati e limitarsi a far pagare la posa fisica dei cavi a banda larga.

Così, a tutt’oggi, è del tutto assente la partecipazione collettiva dei cittadini al valore dell’oro informativo che scorre in quei cavi e che viene da loro stessi prodotto gratuitamente. Un capitale intellettuale che si accresce di continuo e che, come l’acqua che scorre sotto il Duomo, è un patrimonio da tutelare e valorizzare per loro e per le future generazioni.

Dall’acqua di falda si sa sta già estraendo preziosa e pulita energia geotermica che ha un preciso valore economico, allora perchè non pensare che anche dalle informazioni prodotte si possono ricavare altre risorse economiche per sostenere gli enormi investimenti ambientali e sociali richiesti dal percorso forzato che ci viene imposto?

La gestione di questi patrimoni intergenerazionali esce però dalla logica dell’annualità che guida l’attuale bilancio comunale, spingendolo a concentrarsi sulle entrate e le uscite di breve periodo.  Anche per questo disciplinare i beni comuni seguendo una logica economica e non solo giuridica può favorire la vita dei cittadini non solo della nostra generazione.

 

(*) Presidente Mondohonline

 

Riscaldamento globale e clima: che fare?

Pubblichiamo con piacere le relazioni del Convegno sul Cambiamento climatico e Riscaldamento globale, tenutosi il 13 aprile 2019 presso il Circolo  Fratelli Cervi, Milano. 

Mondohonline contribuisce e partecipa ufficialmente a iniziative sul clima organizzate da qualunque associazione o forza politica democratica, con l’obiettivo di accrescere conoscenza e informazioni sul tema. 

Intervento di Caterina Sarfatti – Head, Inclusive Climate Action – C40 Cities (*)

In relazione al tema dell’incontro  – 12 anni per salvare la terra – faccio quattro considerazioni.

La prima è che la questione del cambiamento climatico non riguarda più il futuro, ma assolutamente il presente, sia per quanto riguarda gli impatti e  le soluzioni, sia per quanto riguarda i bisogni e la necessità di azione puntuale e politica. Non a caso quando si è diffuso il movimento Fridays for future, iniziato da Greta Thunberg,  i giornalisti hanno intervistato ragazzi di 15-16 anni, chiedendo loro perché parlassero di cambiamento climatico non essendo scienziati, non avendo competenze, essendo appena usciti da scuola; si sono sentiti rispondere “perché siamo nati nel 21° secolo” e quindi hanno il diritto di parlarne. Per la prima volta questo problema non viene affrontato da adulti che parlano del futuro dei propri figli e nipoti, ma sono i ventenni che vivono oggi, che sanno che questa sarà la sfida del loro tempo, che sanno di correre il rischio di subire le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Il rapporto dell’IPCC ci dice che il globo terrestre è  già più caldo  di 1 grado  rispetto all’epoca preindustriale, che gli impatti sono già visibili e che abbiamo solo 12 anni per salvarlo. Questo significa che i prossimi 10 – 11 anni saranno chiave  dal punto di vista  delle politiche industriali, economiche, ambientali ma  anche dei comportamenti individuali, saranno fondamentali  per realizzare l’obiettivo non solo definito dall’IPCC, un organo  scientifico, ma anche dall’accordo di Parigi, un documento politico sottoscritto da tutti gli stati del mondo. Ricordo che gli Stati Uniti sono ancora dentro l’accordo fino al 2020, in teoria se cambia il Presidente potrebbero restare nonostante la scelta scellerata di Donald Trump. Quindi non solo un  organismo scientifico ma anche quello politico, ossia gli Stati riuniti a Parigi nel 2015,  hanno stabilito  che anche i governi nazionali vogliono  restare sotto l’obiettivo dei 2° di riscaldamento globale.

Una piccola digressione: tanti dicono, anche Trump, “cosa sarà mai un grado in più o in meno”. Ma la terra è come il nostro corpo, quando abbiamo un grado di temperatura  stiamo male, soffriamo.  E’ esattamente così anche per la terra. Un grande esperto di cambiamento climatico del precedente governo inglese ha definito la differenza tra 2 e 4 gradi di riscaldamento globale come la civiltà come la conosciamo oggi, perché gli impatti  che possono nascere da un riscaldamento globale di più di 2 gradi sono devastanti per il nostro pianeta, talmente devastanti  che si ritiene  che anche le più sofisticate misure di adattamento non saranno  sufficienti  a contrastare il tipo di impatto legato all’innalzamento dei mari nella maggior parte delle città costiere,  legato alla desertificazione, ad  avvenimenti   improvvisi, alle ondate di calore, ecc. Quando sentite dire –  dai negazionisti del cambiamento climatico ma anche  da persone in buona fede – che non c’è più niente da fare, che ci dovremo  adattare, ciò è falso: la buona notizia è che il rapporto dell’IPCC ci dice che possiamo ancora avere un mondo climaticamente salvo, un mondo a 1,5° se non a 2°, è ancora possibile, ma bisogna agire adesso.  Se non agiremo adesso, gli impatti del riscaldamento saranno così impressionanti che anche forme di adattamento più sofisticate non saranno più sufficienti.

Altra questione: spesso si racconta che non c’è consenso nella comunità scientifica, alcuni negano che esista il  riscaldamento globale, ecc. C’è un dato, che fa capire la differenza di percezione tipica di questo mondo iperconnesso e solo apparentemente iperinformato: il 99% della comunità scientifica oggi nel mondo è d’accordo nel dire  che esiste un fenomeno di riscaldamento globale, che è antropocentrico, creato dall’uomo; allo stesso tempo uno studio ha dimostrato che le persone pensano  che sia solo il 50% della comunità scientifica ad essere d’accordo nel sostenere che esista il cambiamento climatico e che sia causato dall’uomo, quindi metà sì e metà no. In realtà è come detto il 99%. Quindi c’è un gap di percezione tra quello che le persone ritengono essere il consenso della comunità scientifica su questi temi  e il reale consenso che esiste.

Un altro aspetto importante riguarda gli impatti del cambiamento climatico: il tema principale non è solo il riscaldamento, la media delle temperature che crescono, la siccità, ma la frequenza degli avvenimenti: ed è questa  la cosa che più spaventa e più preoccupa gli scienziati, una maggiore frequenza  di questi fenomeni negli ultimi 15-20-30 anni.

The Uninhabitable Earth – Life After Warming, by David Wallace-Wells. (Robin Lubbock/WBUR)

C’è un bellissimo libro, il ‘Mondo inabitabile’ di Wallace Wells, che racconta che negli ultimi secoli, ossia da quando gli storici hanno conosciuto questi fenomeni, ci sono state circa 650 guerre legate alla scarsità dell’acqua, e metà di queste guerre sono avvenute dal 2010 in poi.  Poi esistono fenomeni  climatici come le grandi tempeste, i grandi uragani, le grandi inondazioni, che sono definite dalla comunità scientifica come avvenimenti che accadono una volta ogni 500 anni, in un lungo arco della storia dell’uomo. In posti come Houston in Texas, una città del mondo sviluppato, questi avvenimenti  sono avvenuti negli ultimi tre-quattro anni: ciò che dovrebbe avvenire ogni 500 anni  avviene invece ogni 3, l’uragano Katrina è uno di questi. Quindi la sequenza  degli eventi è cresciuta esponenzialmente  negli ultimi dieci anni.

Sempre nel libro citato  c’è un dato relativo alle persone colpite da inondazioni (pioggia, innalzamento dei fiumi, mari, ecc.):  sono 2,4 miliardi nel mondo, quadruplicati dal 1980,  e duplicati dall’inizio del 2000. 2,4 miliardi nel mondo sono tantissime persone, colpite regolarmente da inondazioni o avvenimenti  legati all’acqua. Quindi è una questione del presente, che riguarda noi tutti oggi, gli impatti sono già visibili, sono già sentiti. Il 99% delle nostre città della rete dicono di avere a che fare con gli impatti del cambiamento climatico, i nostri sindaci dicono già di dover gestire questi impatti, anche nelle città come le conosciamo oggi: ondate di calore,  siccità. In Italia qualche anno fa, un rapporto molto interessante della Coldiretti riportava  che negli ultimi dieci anni sono stati più di 10 miliardi i costi dei danni subiti dagli agricoltori  dovuti a siccità e inondazioni, circa 3-4 volte il REI del governo precedente, per fare un paragone: la quantità e l’impatto dei costi sull’economia  e sull’operatività oggi in Italia sono  già toccati dalle questioni legate al cambiamento climatico.

Una seconda questione: del cambiamento climatico spesso si parla come legato alle emissioni, alla scienza, alle grandi politiche, alla grande questione globale e non si sente qual è l’impatto sul nostro quotidiano, sui nostri amici, sulle nostre famiglie.  Il cambiamento climatico è anche assolutamente una questione di equità, uguaglianza, disuguaglianza, cosa che non viene detta spessissimo. Innanzitutto è causato da una piccola fetta della popolazione: il 10% della popolazione mondiale è responsabile del 50% delle emissioni, i più ricchi del mondo sono stati i più responsabili del cambiamento climatico, che al contrario colpisce la maggioranza della popolazione, in particolare le persone più povere e già discriminate, in maniera molto più violenta. Ci sono tanti esempi che si possono fare: innanzitutto, secondo la Banca Mondiale, a causa del cambiamento climatico nei prossimi 10-15 anni ci saranno 100 milioni di poveri in più.

In questo ultimo anno, dopo  che Piemonte,  Liguria, Val d’Aosta, Trentino sono stati devastati da fenomeni ambientali, ho sentito parlare di ambientalismo da salotto, da establishment ed élite, cui piace andare in bicicletta, mangiare sano, ma in realtà ciò significa non essere in ascolto delle esigenze  della popolazione. I problemi del cambiamento climatico sono tutt’altro,  sono proprio i più poveri, i più discriminati, le persone che stanno peggio a soffrire dell’impatto del cambiamento del clima, sono i lavoratori che lavorano all’esterno, sono i bambini, le donne, le persone con disabilità, sono le persone che già sono ‘povere’, oppure sono dove già esistono  discriminazioni: sempre parlando dell’uragano Katrina – negli Stati Uniti – due terzi dei lavori sono stati perduti da donne. Noi abbiamo appena lanciato una ricerca  sulle connessioni tra questioni di genere e il cambiamento climatico:  abbiamo visto per esempio che le violenze casalinghe degli uomini contro le donne aumentano dopo fenomeni ambientali  improvvisi, traumatici, nelle grandi città del mondo. Questo è dovuto a tanti motivi, ma c’è una correlazione tra le violenze sulle donne e gli impatti ambientali.

Poi tanto altro, c’è l’emigrazione di cui si parla spesso. La Banca Mondiale sostiene che entro il 2050 saranno addirittura 200 milioni in più i migranti legati a fenomeni riguardanti il cambiamento climatico. Oggi, credo che i profughi nel mondo siano circa 60 milioni, quindi saranno più del doppio quelli che si pensa essere legati al cambiamento climatico.  Cosa che bisognerebbe raccontare a chi ci governa, essendo la Lega  l’unico partito in Europa che non ha ratificato l’accordo di Parigi, e sta insieme a quei partiti europei  che negano gli effetti del cambiamento climatico. Quando si parla di “aiutiamoli a casa loro”, il modo migliore per evitare  emigrazioni improvvise, traumatiche e violente  è quello di limitare gli effetti del cambiamento climatico e ridurre le emissioni, cosa che penso Salvini non sappia visto che è l’unico partito a non aver firmato l’accordo di Parigi.

Una questione quindi non legata solamente al nostro pianeta, al nostro mondo, alla natura, alla biodiversità  ma legata soprattutto all’essere umano, alle persone, a quelle più fragili. E non solo alle politiche che vengono sviluppate  per affrontare il cambiamento climatico: dobbiamo assolutamente riconoscere e dire che non sempre sono eque, non c’è solo una questione di equità e disuguaglianza degli impatti del cambiamento climatico, ma anche di politiche che affrontano  il cambiamento climatico. Ci sono tanti esempi:  gli incentivi per l’efficientamento energetico, le ristrutturazioni, per riscaldare e raffreddare le nostre case nel modo migliore, spesso non vengono indirizzati alle persone che ne hanno più bisogno.  Le tasse sulla congestione, sulle automobili,  sulla circolazione, possono colpire in modo iniquo  gli abitanti delle città. Ancora di più lo si vede nei paesi del sud del mondo, dove le strutture e infrastrutture che aiutano nell’’adattamento ai cambiamenti climatici sono spesso indirizzate alle fasce più ricche delle città. Quindi c’è anche un tema di uguaglianza nelle politiche: si può pensare quello che si vuole dei gilet gialli e di come quel movimento è evoluto da novembre in poi, ma l’inizio  della protesta è stato per me un campanello d’allarme interessante perché era legato a una  politica di riduzione di emissioni, con una tassa su diesel e benzina fatta, a mio parere, nel modo peggiore possibile per una politica ambientale socialmente sostenibile, ossia fatta in modo tale che i costi ricadono sulle popolazioni  più marginalizzate e allo stesso tempo i ricavati della  tassa non sarebbero andati a investire sulla transizione  energetica, a incrementare  l’accesso del trasporto pubblico, non andavano a beneficiare le stesse persone che pagavano quella tassa bensì altre politiche.

Quindi una misura fatta in maniera particolarmente iniqua.  Da qui le proteste, che poi sono evolute su altri fronti,  non sicuramente su quello solamente ed esclusivamente ambientale.  Se non si sta attenti a gestire le politiche legate alla  transizione energetica in modo equo si rischia di  perdere il permesso di poter agire su queste questioni, perché le proteste sociali possono effettivamente essere in contrasto con il movimento  ambientale e quello ambientalista. Dobbiamo assolutamente evitare che i  due siano in conflitto, dovrebbero invece essere due movimenti che si spalleggiano  a vicenda, proprio perché come detto prima l’impatto del cambiamento climatico va soprattutto sulle persone più povere e socialmente deboli.  E’ una  questione del presente, che riguarda l’equità e l’uguaglianza.

Il ‘Bosco Verticale’ – Milano

Il  terzo tema è il ruolo delle città: il 70% delle emissioni di CO2 è nelle città, non legato  solo all’attività dell’amministrazione pubblica ma a tutto quelle che avviene in una città. Calcolando che le città sono il 2% della superficie terrestre, quindi una parte infinitamente piccola della superficie terrestre che però  emette il 70% di CO2.  Le città sono anche quel posto dove la maggior parte della popolazione crescerà nei prossimi anni: si calcola che fra 30 anni quasi  il 70-80% delle persone vivranno nella città, che hanno quindi un ruolo fondamentale nel poter ridurre le emissioni e fare politiche legate al contrasto del cambiamento climatico. Si calcola che  il 60% delle emissioni nelle città sia dovuto all’inefficienza degli edifici  e nella produzione di energia, il 30-40% dal traffico, da come ci spostiamo e dalla nostra mobilità, il restante dalla gestione dei rifiuti.

Nei settori per i quali i sindaci hanno responsabilità diretta, come l’efficientamento energetico, il trasporto, lo sviluppo urbano, il consumo di suolo e la gestione dei rifiuti, l’azione dei sindaci ha un impatto cruciale sulle emissioni,  i sindaci e tutto il sistema di governo delle città hanno  un ruolo determinante per contrastare il cambiamento climatico. Ed è per questo che  un’organizzazione come la nostra  esiste: ci sono sindaci impegnati su questo fronte, che si stanno interrogando anche su come rendere queste politiche il più eque possibile, il più beneficiarie possibile per la maggior parte della popolazione  e che condividono pratiche, questioni, anche sfide, impegni, ambizioni collettivamente insieme. Mi piace sempre ricordare che un anno prima del rapporto dell’IPCC , che appunto stabiliva un grado e mezzo come obiettivo cruciale per evitare il disastro del cambiamento climatico, a Città del Messico i sindaci della rete C40 hanno  sostenuto e dichiarato che il loro modo di rispettare l’accordo di Parigi era quello di adottare piani e politiche locali che rispettassero l’obiettivo del grado e mezzo, e non di 2° come stabiliva l’accordo stesso. Quindi sono stati in qualche modo antecedenti  ad un rapporto scientifico che ha poi confermato che per evitare l’ impatto più terribile del cambiamento climatico bisognava stare sotto  il grado e mezzo. Quindi hanno in qualche modo alzato l’ambizione rispetto ai  governi nazionali, l’anno prima a Parigi. Ovviamente  non tutte le città sono perfette, anzi esistono enormi sfide da affrontare a livello urbano, però il ruolo dei Sindaci e la loro attività in questo caso sono assolutamente cruciali e importanti.

Quarto e ultimo punto, non servono e non bastano solo le città, la questione del cambiamento climatico riguarda tutti i livelli: quello che possono mettere in campo i governi nazionali, le imprese, la società civile e la pubblica amministrazione, e anche quello che possiamo fare tutti noi, il singolo individuo. Ci sono delle ricerche molto interessanti che stiamo facendo  in questo momento, e che anche altri studi stanno conducendo, sull’impatto delle emissioni legate ai consumi individuali: in questo contesto la storia cambia parecchio. Ci sono grandi città, come le città del Nord europa, che sono assolutamente virtuose nella gestione della politica dei trasporti, dell’efficientamento energetico e dei rifiuti; ma se le si guarda sotto la lente delle emissioni individuali  legate al consumo sono le meno virtuose del mondo: sono quei posti dove le persone viaggiano di più, mangiano più carne , hanno stili di vita con un impatto sulla produzione di emissioni  molto maggiore rispetto ad  altre città del mondo. E’ una lente raramente applicata prima, ma che adesso stiamo cominciando ad utilizzare, sono le città stesse che vogliono capire meglio  quali sono le loro insufficienze. Le Copenaghen  e le Stoccolma del mondo vogliono fare qualcosa per indirizzare questo tipo di consumi.

Quattro sono le aree che abbiamo valutato essere centrali. La prima è il consumo di carne, che ha il maggiore impatto sulle emissioni, la seconda è quella del trasporto aereo – come dice giustamente Greta un volo transatlantico può creare la stessa quantità di CO2 di una grande città – le falle nell’efficientamento energetico e nei trasporti, la questione dell’acquisto di vestiti e di tessuti. Purtroppo le Zara e H&M sono  grandissime responsabili di CO2 per il tipo di indumenti che creano: se ne compra uno, dopo due settimane se ne compra un altro, e dopo un mese ancora un altro, e in generale avviene così per l’acquisto di beni e cose. Il consumo individuale è un grandissimo fattore di emissioni, ed è un sistema che non solo le politiche ma anche le scelte individuali dovranno cambiare.

Ovviamente non è un cambiamento piccolo né semplice, si tratta per le città di avere una rivoluzione ambientale, sociale economica. Non stiamo parlando di piccoli aggiustamenti e di piccoli cambiamenti; però è anche vero che i dati ci dicono che questa rivoluzione ambientale, se fatta bene e in modo equo, può portare a incredibili benefici dal punto di vista della salute, dello sviluppo, della creazione di lavoro. Solo in America si stima che già oggi l’industria solare  e delle rinnovabili produce lavoro 12 volte più velocemente di quanto produca l’industria del carbon fossile. Nel sud-est asiatico sono milioni gli uomini e le donne  che lavorano nell’industria delle energie rinnovabili: quindi già ora si vede che la creazione di lavoro in questi settori è più veloce e quantitativamente più grande, in alcuni casi, di quella che crea il carbon fossile. Dal punto di vista della salute anche: gli impatti che alcune politiche sia locali che nazionali hanno avuto sul miglioramento della salute delle persone e sulla riduzione dei costi sanitari è impressionante, Londra ha alcuni dati sulle proprie  politiche di congestion charges e di mobilità e salute  delle persone molto positivi, quindi  ci sono diversi benefici che si possono ricavare da questo tipo di attività e questo tipo di azione.

Anche perché – e questo è l’ultimo punto – in qualche modo,  nonostante la politica dica altro, l’élite del mondo è molto consapevole di quello che sta avvenendo dal punto di vista climatico e dell’impatto che il cambiamento climatico avrà sulle persone. La transizione energetica  (e questa è una mia personalissima opinione) avverrà comunque. Pare ci sia un advisor industriale di Donald Trump, di cui non si conosce il nome, che secondo voci di corridoio pare abbia detto al Presidente: “Abbiamo guadagnato un sacco di soldi negli ultimi anni sporcando e devastando questo pianeta, lei non ha idea di quanti ne possiamo fare pulendolo.”

Nei corridoi del movimento climatico ambientale si narra anche che ricche famiglie del nord del mondo e dei paesi arabi stanno comprando  terre in Norvegia  per i propri figli e nipoti per i prossimi anni. Quindi c’è sicuramente una consapevolezza molto più profonda di quello che appare, nel discorso della retorica politica, di quello che sta avvenendo  e degli  impatti che ne conseguiranno: in qualche modo la transizione energetica avverrà, il punto vero è come avverrà, lasciando indietro chi, beneficiando chi, quali saranno le conseguenze sulle discriminazioni e sull’uguaglianza e sulle condizioni sociali delle persone.

Per questo dobbiamo essere tutti  estremamente vigili e soprattutto non ci possiamo più permettere di scegliere rappresentanti  che non hanno questa fra le loro priorità e nella loro agenda politica. Ormai è troppo tardi, mancano 12 anni, non di più, sono le persone che oggi ci governano e domani  ci governeranno, non dopodomani, domani, sono quelli che scegliamo noi oggi che determineranno o meno  il successo di questa società. Non ci possiamo più permettere di eleggere persone, a tutti i livelli, che non abbiamo questo come faro  della loro azione politica.

Grazie.

(*) Network internazionale di 94 sindaci delle grandi megalopoli nel mondo fra cui, per l’Italia,  Milano, città vice presidente dell’organizzazione. Questi sindaci sono impegnati nella lotta al cambiamento climatico.

Riscaldamento globale: percorsi possibili

 

Pubblichiamo con piacere le relazioni del Convegno sul cambiamento climatico e riscaldamento globale tenutosi il 13 aprile 2019 presso il Circolo  Fratelli Cervi, Milano. 

Mondohonline contribuisce e partecipa ufficialmente a iniziative sul clima organizzate da qualunque associazione o forza politica democratica, con l’obiettivo di accrescere conoscenza e informazioni sul tema. 

Lo  Special Report IPCC del 2018 – di Mario Giorcelli (*)

L’IPCC  (struttura dell’ONU appositamente costituita per contrastare il riscaldamento globale) pubblica  periodicamente dei Reports contenenti  valutazioni rilevanti per la comprensione dei mutamenti climatici indotti dall’uomo, degli impatti potenziali dei mutamenti climatici e delle alternative di prevenzione e adattamento del territorio. 

Nello Special Report pubblicato lo scorso Ottobre sono indicati quattro  percorsi  (P1-P2-P3 e P4) per limitare il riscaldamento globale entro una soglia sostenibile. Questi percorsi prevedono che, dopo un picco massimo fra il 2020 e il 2025, le emissioni debbano iniziare a calare  per arrivare a “zero emissioni” entro il 2050,  quando la quantità di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera (misurata in p.p.m.) dovrà smettere di crescere.  

Alcuni  percorsi prevedono uno “sforamento” delle emissioni più o meno elevato, con la conseguenza di un aumento temporaneo della temperatura oltre 1,5 gradi rispetto alla temperatura del 1850 (assunta come base).  Lo sforamento potrebbe essere evitato solo se la discesa delle emissioni avesse inizio entro il 2020. Purtroppo, visto che le emissioni sono ancora in crescita, è  improbabile che si possa raggiungere questo risultato in tempi così ravvicinati.

Rimane quindi di fatto praticabile solo il percorso P4, l’unico che prevede di rinviare al 2025 l’inizio di una moderata discesa delle emissioni, con un’accelerazione al 2030. Questo percorso, tuttavia, comporta gli sforamenti  più elevati, tanto che per alcuni decenni intorno al 2050 l’aumento della temperatura potrà arrivare fino a 2 gradi. Ciò nonostante, e anche se richiede sostanziali trasformazioni del modo di produrre e di consumare, questo percorso sembra  sostenibile, in quanto prevede uno stile di vita più simile a quello attuale, consentendo anche un contenuto utilizzo di idrocarburi oltre il 2050.

Oltre a un uso più efficiente dell’energia (proveniente da fonti rinnovabili per la maggior parte delle attività), avrà un ruolo centrale la sottrazione di CO2 dall’atmosfera: dal 2030 al 2100  la CO2  sottratta dall’atmosfera dovrà essere superiore a quella immessa dalle attività antropiche e compensare gli sforamenti precedenti.

In questa fase le  “emissioni negative” di CO2 dovranno raggiungere da 15 a 20 miliardi di tonnellate all’anno. Per raggiungere questo obiettivo una delle procedure raccomandate dallo Special Report è la BECCS (1), cioè la cattura e l’immagazzinamento perenne della CO2 derivante dalla combustione di biomassa. L’anidride carbonica sarebbe sequestrata dalle ciminiere delle centrali elettriche e dei termovalorizzatori che utilizzano come combustibile le biomasse. Una volta sequestrata, la CO2 dovrebbe essere compressa per raggiungere lo stato liquido, quindi  intubata e interrata in  giacimenti dismessi o in cavità geologicamente sicure.

Oltre alla procedura BECCS, lo Special Report conta sulla possibilità,  in un prossimo futuro, di  sottrarre la CO2 direttamente dall’atmosfera utilizzando nuove tecnologie attualmente in fase sperimentale (come il marchingegno finanziato da Bill Gates, in grado di sequestrare dall’aria un milione di tonnellate/anno di CO2 – v. fotoin alto).

Lo Special Report inoltre ritiene possibile (e pertanto raccomanda) di incrementare la CO2 assorbita dagli ecosistemi terrestri e marini.

Il principale problema delle procedure tecnologiche di cui sopra è quello di  individuare una destinazione “perenne” per la CO2 sottratta. Chi sosterrà la spesa per l’interramento della CO2, evidentemente molto elevata?  Di fatto questa spesa sarebbe incorporata nel costo dell’energia, e quindi   inclusa nei maggiori costi dei prodotti e dei servizi e pagata dai consumatori.

Come alternativa all’interramento, altri scienziati ritengono più conveniente che la CO2 sequestrata venga scissa nei suoi componenti carbonio e ossigeno: l’ossigeno

Direct Air Capture – DAC. Progetto di Bill Gates

verrebbe liberato nell’atmosfera e il carbonio utilizzato come risorsa (2).

Con questa procedura, essendo il carbonio richiesto per realizzare beni di pregio, il sequestro della CO2 si finanzierebbe con i proventi della vendita del carbonio, dalla quale potrebbero derivare anche elevati profitti.  Infatti il carbonio raffinato, attualmente riservato prevalentemente alla produzione di beni di lusso, vale circa €15.000 alla tonnellata. 

Una  maggior offerta di carbonio raffinato indurrebbe un equilibrio fra costi e ricavi a prezzi molto più bassi. Ciò avvierebbe una serie di innovazioni, che renderebbero accessibili alla massa dei consumatori, oltre a molti nuovi prodotti, anche parte di quelli che attualmente sono riservati al settore del lusso.  Inoltre il carbonio, eventualmente associato con altri prodotti, potrebbe sostituire materiali estremamente energivori (ad esempio l’acciaio e il calcestruzzo), avviando così un  ciclo economico che favorirebbe l’obiettivo di ridurre il riscaldamento globale.

Qualora si consolidasse una  nuova fase economica basata sul carbonio, si riuscirebbe probabilmente a riportare  la quantità di CO2 presente nell’atmosfera ai livelli preindustriali anche prima del 2100.

Un’altra procedura per ottenere delle emissioni negative (tipo la BECCS, salvo che non prevede di bruciare biomasse) potrebbe essere quella di utilizzare per la produzione di beni  il legno prodotto da piante appositamente coltivate, mantenendo costante lo stock complessivo dell’area di “coltivazione” attraverso la sua integrazione man mano che le piante vengono tagliate per essere utilizzate. 

Nuovo quartiere Figino – Fonte: www.borgosostenibile.it

Un esempio di questo tipo di coltivazione sono i boschi del Trentino, da cui proviene il legname frequentemente utilizzato come materiale di costruzione in sostituzione dei consueti mattoni e cemento armato (come nel nuovo quartiere di 323 alloggi recentemente ultimato a Figino). 

Considerato che il legno è costituito per il 50% da carbonio, finchè esso rimane sequestrato nelle strutture edilizie è come se fosse stato interrato. La sottrazione di CO2 avvenuta durante la crescita degli alberi rimane quindi effettiva.  Si è inoltre risparmiata la rilevante quantità di emissioni di CO2 derivante dalla produzione del cemento, del ferro e dei mattoni altrimenti necessaria. Quando i fabbricati saranno demoliti, al termine del loro utilizzo, il legno impiegato nella costruzione dovrà essere riciclato o bruciato con il recupero e riciclo  del carbonio.

 C’è quindi ragione di essere ottimisti sulla possibilità di contenere il riscaldamento globale entro 1.5 gradi, dopo l’inevitabile  sforamento del 2050?

Vi sono molti motivi per esserlo:

– già disponiamo della tecnologia e delle cognizioni scientifiche necessarie per conseguire gli obiettivi di emissioni zero nel 2050 e di rimozione della CO2 eccedente entro il 2100;

– grandi progressi sono in atto nella produzione di energia senza emissioni di CO2 e nella ricerca di nuove sorgenti (inclusa la fusione nucleare);

– vi è una diffusa consapevolezza, in particolare fra i giovani, della assoluta necessità di adottare uno  stile di vita basato su consumi sostenibili;

– aumenta la  fiducia sulla redditività del capitale pubblico e privato investito nelle necessarie innovazioni  tecnologiche.

Ma ci sono anche alcuni  motivi per essere pessimisti. 

Il  principale è l’aumento della popolazione mondiale, previsto al 2100 in circa 3,6 miliardi (fonte ONU). 

Quante saranno le superfici da urbanizzare, considerato che alla fine del secolo gran parte della popolazione del mondo (specialmente in Africa e in Asia) vivrà in megalopoli di decine di milioni di abitanti (previsione ONU)? E quanta energia in più si consumerà per ogni nuovo abitante  delle città, tenuto conto che gran parte dei loro antenati viveva a  “emissioni zero” in piccoli villaggi?

Un secondo motivo è dato dalla elevata disponibilità di idrocarburi già accertata: anche senza trovare nuovi giacimenti vi sono riserve di gas per  almeno 65 anni e di petrolio per 80/90 anni, con la possibilità che, più che ridursi, in futuro le riserve possano aumentare.

Quali saranno le scelte politiche che dovranno essere adottate  a livello globale per ridurne l’utilizzo?

Un  terzo motivo deriva dal fatto che i piani di abbattimento della CO2 concordati con  IPCC non sempre  vengono osservati pienamente dai paesi che si sono impegnati ad attuarli, tanto che dei quattro percorsi previsti dal IPCC  uno solo (e per giunta quello che prevede maggiori sforamenti) rimane ormai attuabile.

Domanda finale: ci resterebbero altre soluzioni per evitare l’irreversibilità del riscaldamento globale se anche il percorso P4 dovesse fallire? 

Visto che siamo vicini alla data di elezione del nuovo Parlamento U.E., cogliamo l’occasione per avanzare alcune richieste ai candidati.  Fra le molte possibili scegliamo le seguenti:

  1. che assumano come prioritario il tema del riscaldamento globale, promuovendo  e sostenendo tutte le procedure atte a  contrastarlo;
  2. che si impegnino per ottenere che siano assegnati adeguati stanziamenti per ridurre le emissioni di CO2 derivanti dagli allevamenti per la produzione di carne, in particolare di bovini e suini;
  3. che sostengano i progetti più efficaci da attuarsi nelle città, ove si trovano, oltre ai maggiori consumi, anche le risorse, la competenza e la capacità di innovazione necessarie per sperimentare e attuare quanto richiesto per contrastare il riscaldamento globale.

(*) Architetto

Note:

  • BECCS (Bioenergy plus Carbon Capture and Storage) – La CO2 sottratta sarebbe pari a quella assorbita dalla biomassa (bioenergy)  durante la sua crescita, a condizione che il periodo di tempo necessario per ricostituire le biomasse sia equivalente a quello del loro consumo.  La biomassa comprende legna da ardere, ramaglie e residui di attività agricole e forestali, scarti delle industrie alimentari, alghe marine, rifiuti organici urbani e  piante specificamente coltivate per la produzione di energia.
  • La scissione della CO2 in ossigeno e carbonio è stata considerata finora troppo onerosa per un’applicazione industriale. Il prof. Stuart Licht, della Washington University, è tuttavia riuscito nel 2015 a scindere la CO2 con un processo economico e veloce basato sull’energia solare, simile a quello che avviene in natura con la fotosintesi clorofilliana. Entro pochi mesi sarà conclusa la verifica della potenziale applicabilità di questo metodo su scala industriale e della sua redditività per una diffusione a scala globale. 

Riscaldamento globale: l’impatto sul territorio

Piazza di Figino (Milano)

– di Ostelio Poletto (*)

Pubblichiamo con piacere le relazioni del Convegno sul cambiamento climatico e riscaldamento globale tenutosi  presso il Circolo  Fratelli Cervi il  13 aprile 2019, a  Milano.

Mondohonline contribuisce e partecipa ufficialmente a iniziative sul clima organizzate da qualunque associazione o forza politica democratica, con l’obiettivo di accrescere conoscenza e informazioni sul tema. 

Gli eventi e le  manifestazioni degli  studenti sui cambiamenti climatici dello scorso marzo,  hanno mosso milioni di coscienze. Il rapporto dall’IPCC,  secondo il quale  avremmo soltanto dodici anni  di tempo per evitare le conseguenze drastiche del riscaldamento del pianeta, porta assolutamente al rispetto degli accordi.

 Credo che la questione sia molto grave e che vada presa con serietà da parte di tutti, e quando dico tutti intendo tutti i potenti della terra e tutte le nazione del mondo: basta allo sfruttamento delle poche risorse che  in questo pianeta sono rimaste. Ora è giunto il momento di dire basta agli sprechi, di dire basta al consumismo, tutti insieme dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere, di consumare e ancora prima il modo di pensare, e credo si debba partire da ognuno di noi,  dalle nostre famiglie e quindi dal modello di crescita.

Qui sorge spontanea una domanda: nella nostra città come possiamo avviare un percorso  nuovo, diverso, rispetto a quello nel quale oggi stiamo vivendo, come si può intervenire da subito su alcuni problemi, che secondo me non sono difficili da risolvere, o quantomeno stimolare le istituzioni affinché comincino  seriamente ad elaborare progetti di medio termine per far fronte a questo enorme problema.

Termovalorizzatore Silla 2

Qui voglio entrare in alcuni problemi inerenti al nostro piccolo quartiere, Figino: parliamo del Termovalorizzatore Silla 2 che, come tutti sappiamo, si trova a Figino, ed è un impianto che genera energia. Questo impianto brucia 2000/2100  tonnellate al giorno di rifiuti e produce calore per teleriscaldamento per 3500 edifici  milanesi, tra cui Palazzo Marino (sede del Comune di Milano)  e il Teatro alla Scala, e produce inoltre energia anche per il riscaldamento del Comune di  Pero e per il polo fieristico di Rho. Come Comitato di Quartiere abbiamo chiesto che venga portato anche da noi, ma la A2A non l’ha preso in considerazione per un ragionamento puramente economico, ed è qui che deve intervenire l’Amministrazione Comunale facendo scelte alternative.

L’impianto genera  energia elettrica per  circa 147000 famiglie, bruciando tutto il rifiuto differenziato, con un alto potere calorifico, quindi da questo impianto proviene un grande contributo alla città  non solo sulla questione rifiuti ma anche sull’inquinamento  ambientale. Tuttavia per il futuro non si devono più costruire inceneritori e si dovrà pensare ad una fonte energetica alternativa. Certo si deve spingere ad una raccolta differenziata molto più alta, anche perché l’obiettivo è quello di far prendere coscienza a tutti sulla necessità di produrre meno rifiuti;  se c’è una volontà politica forte, nazionale ed europea, è possibile iniziare intervenendo sulle aziende ad esempio per cercare di eliminare il più possibile gli imballaggi che producono un eccesso di rifiuti.

Sulla questione del traffico, con l’estensione dell’area B (area a traffico limitato di Milano – ndr) la scelta da parte dell’Amministrazione Sala per limitare l’afflusso del traffico verso il  centro della città è certamente giusta, ma nello stesso tempo sta creando seri problemi nella periferia: mi riferisco alla stazione della metropolitana della linea MM1 di Molino Dorino, dove tutte le mattine si formano  lunghe code di auto in attesa di poter trovare un parcheggio: ormai lo spazio del parcheggio della stazione  è saturo, e la gente mette la macchina dove trova posto, sulle  aiuole, sui marciapiedi, ecc.

Il problema è causato dal  traffico della tangenzialina che parte da Cornaredo e arriva a Molino  Dorino  e che forma una coda lunga 700/880 metri, cui si aggiungono anche auto provenienti dal Sempione, attraverso Rho. E’ urgente trovare un’alternativa per diminuire l’elevato volume di traffico verso i parcheggi delle metropolitane, ormai saturi: una soluzione potrebbe essere consentire l’accesso ai parcheggi sulla via Novara  (Figino) utilizzati per  EXPO, e che ha una  capienza di 2500/3000 macchine.

Il Comitato di Quartiere di  Figino  già un anno e mezzo fa aveva proposto all’Assessore Granelli di fermare le auto al parcheggio sopra citato, togliendo il capolinea dell’autobus 80 a Quinto Romano e indirizzando le auto verso Molino Dorino e nel contempo  incrementando  il  servizio di autobus e ridurre così i tempi di attesa per chi accede alla  rete della metropolitana.

Uno dei grossi  problemi per la nostra città, se non il più importante, è il traffico come fonte primaria di inquinamento non solo da emissioni di gas ma anche da elevati livelli di rumore, quindi di inquinamento acustico. Tralascio i dati delle auto che entrano in città e dei mezzi che transitano nell’hinterland  milanese, voglio solo citare il dato dell’area molto vicina a Figino e relativo alla tangenziale ovest: nell’arco delle 24 ore vi circolano circa 240.000 autoveicoli, immancabilmente tutte le mattine si formano colonne di mezzi fermi in tutti e due sensi di marcia creando un continuo inquinamento sia acustico sia di immissioni (CO2), un volume di traffico che si aggiunge a quello della tangenzialina già citata, molto vicina al quartiere.

La nostra città ha un buon piano del trasporto pubblico, ulteriormente potenziato dalle nuove linee di metropolitana che si stanno realizzando e da quelle in progetto, cui si aggiunge il piano di investimenti di 6 milioni di euro per le nuove linee dei mezzi di superficie. Sappiamo che è difficile affrontare il problema di inquinamento da CO2: occorre che si faccia un piano nazionale per ridurre l’’inquinamento e quindi per ridurre il traffico motorizzato privato.

Per quanto riguarda l’inquinamento acustico, problema che ci riguarda da vicino, lo si può risolvere con asfalti fonoassorbenti e con barriere di protezione antirumore.

Sull’inquinamento da plastica (le famigerate bottiglie, piatti, bicchieri, ecc.) ben venga la legge europea che ne vieta la produzione, ma in attesa che venga applicata  noi cittadini possiamo dare un grosso contributo nel ridurre la produzione di questo rifiuto. Come? Ad esempio utilizzando e incrementando il consumo dell’acqua erogata dalle “case dell’acqua” esistenti nell’area comunale. Non ho trovato i dati relativi alla minor plastica prodotta, ma in base alle rilevazioni della Cooperativa De Gradi,  che ha collocato 3 case dell’acqua ad uso condominiale in tre quartieri diversi, risulta che il consumo annuo calibrato su 150 famiglie  è di  134.400 litri d’acqua, con una riduzione di  89.600 bottiglie, pari ad un risparmio di 2552 kg di plastica.

Sono convinto che la scelta politica delle case dell’acqua sia giustissima, a Milano città ne esistono 22 che coprono tutte le zone, ma questo servizio dovrebbe essere esteso a tutti i quartieri: avrebbe l’effetto di ridurre la produzione del rifiuto (bottiglie di plastica) e al tempo stesso di diminuire il traffico inquinante dei relativi mezzi di trasporto.

 

(*) Portavoce del Nuovo Comitato di Quartiere Figino (Milano)

 

Glutine? sì, grazie …ma quello dei nostri grani antichi

di Aurelio Viglia (*)

Sappiamo ormai da tempo che la celiachia, sindrome da intolleranza al glutine, è in forte aumento e che negli ultimi cinquanta anni essa è addirittura quadruplicata. Poiché la sindrome è strettamente collegata a carenze enzimatiche in grado di metabolizzare correttamente questo complesso proteico contenuto nelle farine del frumento, un così drammatico aumento non è spiegabile con fattori genetici.

Le cause sono state rintracciate nelle modificazioni intervenute in molte cultivar di grano, a seguito delle selezioni e delle modificazioni genetiche operate dall’uomo per ottenere specie più confacenti all’interesse economico degli operatori della filiera cerealicola e che hanno condotto da una parte a specie a ciclo colturale breve, resistenti all’allettamento, con alte rese per ettaro, resistenti ai parassiti animali e vegetali e contenenti amidi con tenacità e plasticità tali da fornirci farine per qualsiasi impiego e impasto a seconda delle esigenze dell’industria delle paste alimentari.

Accanto a questi successi, le selezione e le modifiche genetiche hanno condotto a grani con tenori di glutine altissimi, a glutini sempre più complessi, difficili da metabolizzare e quindi in grado di trasformare i celiaci border-line in celiaci conclamati con tutti i rischi di shock anafilattico che la celiachia comporta.

Ora, se ci fate caso, l’industria alimentare per soddisfare certi requisiti della filiera granicola ha dato vita a un secondo (ma non per importanza) filone di prodotti dietetici farmaceutici o parafarmaceutici per andare incontro ad un bisogno che essa stessa ha creato, ossia la celiachia. E così la macchina economica continua a macinare profitti su profitti  sulla pelle dei portatori di questo handicap.

Venendo al concreto, in Italia da indagini svolte dallo stesso autore di questo articoletto, il grano antico più richiesto è il Kamut, brevettato negli USA ma di origine mediorientale. In Italia, fra gli oltre 100 di cui disponiamo, abbiamo un antico grano siciliano, il Tumilia o Tumminia che ha caratteristiche generali di gran lunga superiori e un glutine molto interessante anche per i celiaci. Nonostante questo, la politica commerciale di chi detiene il Kamut fa sì che la clientela sia fortemente fidelizzata e richieda quasi soltanto Kamut.

Ma il fiore all’occhiello dei grani antichi italici è il Monococco

                          Grano monococco

che è comunemente conosciuto come “piccolo farro” ed è l’unico cereale che, nonostante contenga glutine, non scatena le classiche reazioni allergiche in soggetti celiaci o con gravi intolleranze alimentari. Infatti, rispetto al grano tenero, il Grano Monococco contiene un glutine più digeribile e meno tossico per l’organismo.

Fino all’età del bronzo, questa varietà di grano ha costituito la base della dieta per le popolazioni agricole fino all’arrivo di prodotti più produttivi e di facile trebbiatura. È stato recuperato in anni recenti quando ha cominciato a diffondersi un concetto sostenibile di agricoltura nel rispetto della biodiversità e dei prodotti tradizionali locali.

Gli studiosi attribuiscono a questo grano una presenza continuativa nel bacino del Mediterraneo  di oltre trentamila anni, ma più che gli anni contano tutte le proprietà generali di questo grano che potrebbe entrare nella dieta dei celiaci come prodotto normale e non farmaceutico.

               Grano duro

Per concludere, sui grani duri, sui grani antichi e sul glutine torneremo ad aprire un’ampia finestra dialettica e informativa perché si ritiene che l’indipendenza di un Paese passi non solo attraverso  l’autosufficienza alimentare ma soprattutto fornendo agli alimenti una qualità di filiera e non quella surrogata dell’industria.

 

 

(*) Pharma & Biotech Consulting  –  Comitato Scientifico Mondohonline

 

 

Gilet gialli a Parigi e giovani volti a Milano

Opposti volti di un’unica mutazione – di Carlo Alberto Rinolfi (*)

Tutti possediamo quel giubbotto di sicurezza ad alta visibilità per quando la nostra vettura è in panne e vogliamo evitare di essere investiti dalle auto in corsa.

I nostri cugini d’Oltralpe lo hanno indossato inizialmente per non essere investiti da una tassa sui carburanti e schivare le multe legate ai nuovi limiti di velocità sulle strade extraurbane. Poi i giubbotti sono arrivati in città, e da mesi li vediamo negli assalti e scontri urbani con la polizia.

La protesta è dilagata a partire da una Francia extraurbana, quella che vive e lavora grazie all’automobile, non arriva a fine mese e si sente esclusa da città ben servite ma con affitti e costi della vita troppo alti. L’automobile, il primo simbolo di libertà individuale su cui si è fondata la fiducia nella società dei consumi, ha innescato una carica socialmente così esplosiva da far tremare il governo di Macron.

“Disporre di un reddito minimo adeguato… poter consumare come chi sta meglio…zero tasse per i carburanti… libertà di uso dei mezzi privati per lavorare, accedere ai centri commerciali, parcheggi gratuiti … ”  Queste le prime rivendicazioni alle quali si sono via via aggiunte tante altre da prefigurare quasi un  “cahier de doléances “ da Francia prerivoluzionaria. Così da mesi ormai una folla senza bandiera, partito e ideale offre il fianco alle strumentalizzazione delle estreme e rinnova a Parigi l’assalto ai forni del Manzoni.

Sono richieste e comportamenti in netto contrasto con quelli espressi dai ragazzi scesi in piazza a Milano e in altre città del mondo per salvare il pianeta e ridurre il riscaldamento globale.

“Abbiamo un solo pianeta… i polmoni sono rotti…  che i politici ascoltino gli scienziati… mancano 1,5 gradi alla fine del mondo”

Non maschere sul viso e giubbotti che uniformano, ci sono solo i volti di giovani e giovanissimi umani sui quali stentano ad apparire i sorrisi che quell’età meriterebbe. 

Da un lato umani mascherati e dall’altro ragazzini e  mappamondi in barella.

Eppure entrambi i fenomeni in questione fanno parte di una unica Era, quella dell’Antropocene.

Due aspetti contrastanti di un’unica realtà globale che si accentua nella vecchia Europa ma riguarda tutto il pianeta e punta il dito d’accusa contro i politici in generale.

Quali sono le radici di modi d’espressione così difformi?

Da un lato adulti appartenenti a “generazione X e parte dei millennials” esclusi e in difficoltà. Sanno usare bene internet e le tecnologie web che facilitano una vita sempre più frenetica, il lavoro flessibile e i consumi del proprio target.  Soffrono l’abisso esistente tra le prestazioni della rete e quelle delle strutture burocratiche o industrializzate. In gran parte deideologizzati, non si riconoscono in un partito, cambiano opinione e personalità alla bisogna e sembrano comportarsi in modo de–individualizzato.

Dall’altro lato giovanissimi e adolescenti della “Z generation”. Sono nativi web che sembrano tentare una re-individualizzazione con un agire pratico e creativamente collettivo ma, nell’uscire dal mondo virtuale e superinformato in cui giocosamente sono nati e cresciuti, si accorgono che quello reale sta per giungere alle sue battute finali.

Entrambi vivono a contatto quotidiano con l’algoritmo web industrializzato che tende a omogeneizzare i comportamenti e i pensieri, entrambi fanno politica nelle piazze delle città saltando i corpi intermedi e puntando il dito sull’establishment reo di non possedere idee, volontà e istituzioni adeguate.

I primi guardano però più in basso, sul loro presente e sul loro spazio, pronti a far saltare qualsiasi governatore che adotti scelte restrittive nei confronti della libertà di movimento garantita dall’autovettura personale e qualsiasi governo in odore di austerità. Sembra quasi che la loro speranza sia di poter ottenere ancora il necessario per evitare di finire sotto i ponti. In questo senso i gilet sono ovunque e pronti a reagire anche per provvedimenti che, in nome della qualità ambientale di una città, aumentano le tasse o aggravano le condizioni materiali di chi proviene dal suo esterno.

I secondi, alla evidente ricerca di una loro individualità, guardano nel tempo plurigenerazionale e nello spazio globale spiazzando completamente anche i più grandi politici del pianeta. Li denudano politicamente guardandoli dal basso in alto. Con poche frasi evidenziano la profonda dissonanza cognitiva loro e delle istituzioni che rappresentano, ONU e UE, OMS, Stati e Municipalità comprese. Tutti i poteri appaiono di cartapesta e responsabili del disastro finale al punto da rendere stonata la loro semplice presenza nelle piazze dei ragazzi.  Sembra che la loro speranza sia riposta in quella parte negli insegnanti che li hanno incoraggiati e soprattutto nella comunità scientifica che fa modelli di un disastro al quale una parte di lei stessa ha collaborato.

Ma mentre Parigi trema, cosa fa Milano oltre ad accogliere gli scout e i giovani impegnati nelle Associazioni di volontariato e Onlus che chiudono il circolo virtuoso della re-individualizzazione con un’azione pratica e umanitaria?  

Anche in questo caso ogni confine nazionale è sfondato dal “siamo persone umane prima di essere italiani”.  Il messaggio è chiaro, non esiste più un territorio, una comunità, un umano isolabile e separabile dalla dimensione planetaria. La partita si gioca tra chi si illude di poter alzare i ponti levatoi e chi sa che la via dell’integrazione è l’unica scelta virtuosa disponibile. Chi pensa che l’intento umanitario sia scisso dalle necessità a un tempo cosmiche e apolitiche dell’Antropocene commette un grave errore.  Il rischio climatico, come quello migrazionale, sfonda ogni confine territoriale va oltre gli usuali tempi elettorali o generazionali.

Vale anche per Milano e per l’esercito delle mastodontiche piovre urbane che sul loro un piccolissimo spazio generano il 70% del riscaldamento e dell’inquinamento globale con i loro consumi, abitazioni e trasporti diretti e indotti.

Sui trasporti a terra Milano sta promuovendo la sostituzione del parco macchine in entrata e in uscita con la istituzione di aree ad accesso limitato che, in carenza di servizi pubblici sostitutivi, rischiano però di costringere chi possiede auto più datate, e redditi meno elevati, a sostenere il rilevante costo di un rinnovo accelerato.

L’amministrazione cittadina dovrà affrontare il sovraccarico economico richiesto ai residenti sui quali graverà anche il potenziamento di trasporti urbani elettrificati e ai non residenti che rischieranno nuove multe e ulteriori tempi di attesa prima che gli annunciati nuovi mezzi, tranvie e treni siano in grado di raggiungere i piccoli comuni limitrofi.

L’inquinamento globale imputabile ai trasporti a terra di Milano cambierà però in misura molto relativa sia per l’elettricità che proverrà ancora in grande misura da fonti non rinnovabili, sia per gli ancora irrisolti problemi di produzione e smaltimento delle batterie dei veicoli elettrici. Effetti che si scaricheranno su comunità e paesi lontani dalle mura della città.  

Lo sforzo sarebbe però inutile senza un serio intervento sui riscaldamenti cittadini rei di emettere più polveri sottili di tutte le auto circolanti in città ed infatti il Comune prevede interventi in questa direzione.  

Auto e palazzi, dunque, due formidabili corni di uno stesso problema energetico che pone di fronte a scelte strategiche sul piano delle tecnologiche. Un errore in questo caso sarebbe difficile da recuperare, sembra  quindi opportuno fare i conti con il passaggio all’Economia all’idrogeno di Jeremy Rifkin di cui la UE si sta occupando con la poco nota Hydrogen Roadmap Europe ”.

Ma i palazzi e i trasporti sono solo fonti inquinanti “visibili” dai milanesi; ad essi vanno aggiunte due altre formidabili idrovore “poco visibili” ma ad altissimo impatto, ben più dannose delle prime ma poco normate, neppure considerate  da Cop20  e poco percepite dalla cittadinanza.

Sono le navi cargo che solcano i mari per rifornire Milano di merci e alimenti a basso costo coi loro carburanti massimamente inquinanti a cui si sommano le emissioni dei trasporti aerei che fanno capo a Malpensa e Linate.

Se è vero che il decollo di un solo areo di linea a Linate inquina quanto centinaia di auto euro zero, e che poche decine di super cargo inquinano come tutto il parco macchine mondiale,  queste voragini inquinanti indotte dagli scambi delle città rientrano negli impatti a loro carico.

Inutile osservare che lo sviluppo di questi trasporti è essenziale per gli scambi mondiali e che la loro crescita è in grado di annullare tutti gli sforzi che Milano è impegnata a realizzare.

In questo caso il tipo di intervento sembra esulare dalle variabili istituzionali tradizionali e sembra richiedere ulteriori iniziative politiche, di advocacy, tecniche, giuridiche per supportare l’azione degli organismi internazionali. E’ la realtà cosmopoliticizzata – non normata – che sfugge alle Nazioni ma che attiene ai beni comuni globali più vitali per l’umanità.

La dimensione degli impatti e i tempi scanditi dall’ultimo rapporto IPCC, non consentono di passare la palla o di limitarsi a invitare i milanesi a preferire alle banane delle Americhe le ciliegie di Bareggio, non far più crociere e volar di meno.

Milano può portare avanti anche questa battaglia e continuare a giocare il ruolo di città aperta e globale gioiosamente apparso all’ombra della Madonnina. Far parte attiva di C40 Cities” ( l’associazione che collega 90 delle più grandi città del mondo e rappresenta oltre 650 milioni di persone e un quarto dell’economia globale)  è un ottimo passo in questa direzione anche se sembra esserci ancora del lavoro da fare per integrare ulteriormente il focus dell’attenzione degli interessi locali con una altrettanto adeguata attenzione alla natura globale dei danni dell’Antropocene.

(*) Presidente Mondohonline

ArcipelagoMilano ha pubblicato l’articolo il 1° aprile 2019

Un nuovo alfabeto per la scuola

di Margherita Rossaro (*)

Il Liceo Primo Levi di San Donato Milanese  da anni è impegnato nel processo di innovazione tecnologica degli spazi e di trasformazione critica della didattica affiancando i metodi tradizionali con progetti tesi a far sviluppare ai ragazzi nuove abilità e a farli confrontare anche con il mondo del lavoro e dell’università.

Dopo aver fatto tesoro dell’aula 3.0 presente nella scuola, dove si implementa una didattica interattiva con strumenti quali LIM, tablet in rete e programmi ad hoc, quest’anno ho concentrato le mie attività sull’uso critico e proattivo delle nuove tecnologie, e mi sono impegnata, con alcuni colleghi, nel progetto “Aule d’autore 4.0” dedicato alle nuove capacità utili per maneggiare il nuovo mondo dei dati. Così 40 ragazzi e i loro docenti si sono posti una domanda: ma ora che abbiamo tutti questi dati, cosa ce ne facciamo?

Ispirati dal Prof. Giuseppe Longhi e dal suo racconto sulle potenzialità ed i problemi della ‘nuvola’, con i ragazzi abbiamo avviato un percorso per capire come interpretare il mondo che ci circonda e come cambiarlo in prima persona.

Una delle proprietà dei dati[i] è essere generativi: da un dato si va ad un altro dato, se ne ricava uno successivo,  si può arrivare anche a creare un nuovo dato. Questo implica la capacità di individuare il dato, di capirlo e di fare il passo successivo, cioè trasformarlo e creare valore.
La competenza che la scuola deve sviluppare negli studenti e nei docenti è quella della comprensione del valore dei dati e di come inserirsi tecnicamente in questo vasto mondo con un alto grado di autonomia e di capacità critica. Partendo da un dato gli studenti devono essere capaci di andare avanti da soli. Studenti e docenti così creano valore al dato.

I dati possono essere replicati, copiati e riproposti. É importante distinguere quando un dato è originale e quando è una copia. Bisogna fare attenzione all’originalitá e alla fonte del dato. I ragazzi quindi devono sviluppare l’abilità di conoscere come funziona la produzione dei dati, individuare la fonte per non farsi ‘fregare’ da Bigdata.

I dati possono essere mescolati con lo scopo di generare nuova conoscenza o di innovare lo stato dell’arte. Utile sarà trovare collegamenti inaspettati fra i dati raccolti; spostare le parole dell’alfabeto, ruotarle, vederle da altri punti di vista per aprirsi ad un nuovo Rinascimento: simultaneamente individuare nuove regole e trovare le loro eccezioni [ii].

I ragazzi vengono coinvolti nell’esercizio creativo di trovare collegamenti inaspettati: di prendere un dato, un oggetto, ruotarli, spostarli, rivederli con occhi nuovi.

Marcel Duchamp, Fontana, 1917.

Ma quali dati servono? I dati sono pressoché infiniti, di conseguenza vanno pensati nuovi metodi per analizzarli. La scuola deve sviluppare nuovi sistemi per catalogare i dati utili alla didattica e alla creazione di nuovi lavori.

E qui i ragazzi del Liceo Primo Levi, come altri di molte scuole italiane, sono già all’opera e producono ogni settimana molti lavori che spesso non hanno visibilità e non hanno quell’effetto moltiplicatore, di ‘scaling up’, che potrebbero avere anche in un’ottica di imparare a imparare fra pari. Bisogna quindi rendere fruibili i prodotti del sapere della scuola, attraverso una rete di siti web intesi anche come tutorial scientifici e, attraverso gli spazi della scuola, avviare nuovi processi di conoscenza “life-long-learning” capaci di coinvolgere l’intera comunità.

Caratteristica importante per il nostro futuro è la durabilità dei dati, perché solo così avranno un’influenza duratura per la comunità sia scientifica, sia del territorio. Ed ecco che troviamo il ruolo chiave dei dati: l’essere beni comuni, accessibili, facilmente fruibili. In sostanza essere una tappa dell’evoluzione della nostra democrazia.

Da questo punto di vista la scuola deve insegnare a riconoscere ed evitare i processi di impropria privatizzazione dei dati e a progettare perché non si realizzino processi di ‘digital divide’.

Solo la comunità e il territorio danno il senso alla produzione di sapere. In quest’ottica i 40 ragazzi che partecipano al programma di alternanza scuola-lavoro ideato nel Liceo Primo Levi “Protagonisti della bellezza. Aule d’autore 4.0” sono stati sfidati a sviluppare idee per una ‘Nuova scuola’ e a realizzare quattro aule d’autore, continuando il processo di progettazione partecipata da me avviato appena arrivata in questa scuola, testimoniato anche nella pagina web dell’Istituto.

Le regole progettuali proposte dal Prof. Giuseppe Longhi seguono tre linee guida: 

– la manipolazione dello spazio è tesa ad aumentare la biodiversità;

– le tecnologie sono utilizzate per risparmiare materia;

la progettazione si avvale di strumenti mini-invasivi e rivisitazione del sito della scuola che permettano la connessione alla cloud, al fine di garantirsi servizi di qualità e interconnessione a scala globale.

In tal senso i ragazzi hanno sviluppato tre idee di progetto:

Aula 4.0 Sviluppa biodiversità: L’orto condiviso

Gli ampi spazi verdi di cui è dotata la struttura possono essere trasformati in orti condivisi con la comunità sandonatese e in laboratori a cielo aperto per studiare e sviluppare la biodiversità.

Aula 4.0 Moltiplica conoscenza: i corridoi come flussi di idee

Gli ampi corridoi della scuola accolgono banchi intelligenti per connettersi e ricercare nella rete, per mostrare cosa producono gli studenti e imparare ad imparare.

Aula 4.0 si apre al mondo: un’aula che genera conoscenza

Le aule rinnovate diventano punti di produzione di sapere attraverso un sito che offre video tutorial e strumento per il long life learning di studenti, docenti e cittadinanza.

Gli studenti diventano così soggetti attivi del cambiamento in atto senza mitizzare o subire l’uso delle nuove tecnologie ma utilizzandole per vivere, lavorare, stare insieme e, perché no, divertirsi!

Venite a trovarci, il Liceo Primo Levi vi aspetta nel futuro.

 

(*) Professoressa  di disegno e storia dell’arte al Liceo Primo Levi

 

[i] Per le caratteristiche dei dati ci si riferisce all’articolo presente in questo sito https://digitalimpact.io/toolkit/digital-data/

[ii] Per la visione del Rinascimento come eccezione alla regola vedasi M. Tafuri, Ricerca del Rinascimento, Einaudi, 1997.

Mulini a vento digitali e disabilità umane

 – di Carlo Alberto Rinolfi (*)

Ciascuna delle preziose considerazioni espresse da Gabriella Campioni in  “Mutazioni e Resilienza ” in risposta a “Disabili Mutanti” merita di essere approfondita.

Su un quesito in particolare è utile fermare l’attenzione. “Nulla è più “normale”… ma qual è la norma e chi l’ha stabilita o ha deciso che sia immutabile?” afferma con ragione Gabriella Campioni e nel farlo solleva una questione così imponente da riproporsi ad ogni cambiamento epocale.

Una simile domanda era infatti già nella penna del Cervantes alle prese con la crisi dei grandi ideali del Rinascimento. Correva l’anno milleseicento, le regole della cavalleria stavano per esalare l’ultimo respiro.  Don Chisciotte si scagliava contro le pale dei giganteschi mostri che roteavano nell’aria e minacciavano la sua bella Dulcinea.

Quelle regole sono fasulle e non ci sono mai state! Dulcinea era una donna dai facili costumi! Quelli non sono mostri sono mulini!” pensava Sancho Panza, lo scudiero sempre più vicino alla terra.

Se fosse vissuto fino ad oggi, Don Chisciotte avrebbe visto le terribili “energie naturali animate” essere soppiantate dal carbone e i mulini mutarsi prima in treni a vapore e poi in eserciti di macchine rombanti con le ruote. Avrebbe visto il vapore del carbone lasciare il posto all’elettricità da petrolio  e poi da fissione nucleare, e i mostri vestire i panni di una fumante centrale termoelettrica e di un reattore  nucleare.

Salvo l’ultima, che appena concepita creava già  enormi problemi di controllo e smaltimento, tutte le altre sono energie che sappiamo  “controllare, localizzare e quantificare” come si fa col vento e l’acqua direbbe Sancho. Sono fonti di energia “certe “che ogni nazione si è attrezzata a regolare con leggi, norme costruttive e  armi. Sono  certezze ormai entrate nella nostra mente e come dati di realtà veri, necessari e indispensabili alla nostra vita quotidiana. 

Dati su cui si fonda proprio quella “normalità” che Gabriella Campioni ci invita a mettere in discussione. 

Come fare? Su di loro abbiamo costruito questo mondo usando gli stessi gli occhi di Sancho Panza, che vedevano il cavaliere utilizzare l’alabarda contro il vento che muoveva le pale dei mulini. Quel modo di vedere la realtà l’abbiamo appreso da millenni per cui nessuno dubita che:

il soggetto umano usi -> la tecnologia per sottomettere ->la natura oggettiva ai suoi voleri

Un soggetto, un complemento di modo e uno di oggetto ci direbbe l’analisi logica. Poche regole ma molto più chiare di quelle contorte e strampalate di re Artù” direbbe Sancho. Norme chiare che hanno funzionato bene fino alla terza rivoluzione industriale.

Anche la mente del concreto scudiero sarebbe però andata in tilt all’arrivo delle tecnologie digitali. Catapultato nel vorticoso regno del turbocapitalismo della conoscenza, la realtà gli sarebbe apparsa più confusa e soprattutto mossa da un’energia invisibile e molto differente dalle precedenti.

Questa volta il motore dello sviluppo si alimenta di Informazioni tramite Big Data liberamente fruibili da tutti gli abitanti dei contadi più poveri e sperduti del pianeta e persino (udite,udite!) da oggetti dotati della capacità di interagire tra di loro grazie ad una rete.

Come tutti noi, anche il cavaliere e lo scudiero sarebbero stati sul punto di essere travolti dall’armata senza fine dell’ “Internet delle cose” in cui telecomandi, elettrodomestici, automobili intelligenti decideranno in nome e  per conto di un Algoritmo, dotati di sensori interconnessi proprio come fanno gli umani con gli smartphone. Si sarebbero ritrovati nell’anticamera del nascente regno dell’intelligenza artificiale mosso da robot interattivi. Un mondo in cui la tecnologia non è più un semplice strumento esterno all’uomo come pensava Sancho, ma  svela la sua vera natura: quella di essere sempre stata, sin dalla prima selce realizzata da un umano, l’aspetto dell’umano che fa l’umano diverso dai primati, qualcosa di più di un semplice complemento di modo.

Il cavaliere e lo scudiero si troverebbero nel nostro strano regno in cui è bandita la separazione tra un interno pensato e un esterno memorizzato in un oggetto (selce, software o hardware  inclusi), un mondo in cui è divenuta impossibile la distinzione tra il soggetto e il suo strumento,  e la nuova normalità che regola il gioco è  quella di un umano che è tutt’uno con la tecnologia .

L’umano del XXI secolo  apparirebbe loro come un insieme costituito da due processi che si possono integrare ma anche auto-esaltare  sino a produrre risultati sconcertanti al punto di tradire le loro stesse missioni vitali: riprodursi e crescere senza auto-ammalarsi per l’uomo in carne e ossa,  superare ogni limite senza autodistruggersi per la tecnologia partorita dalla mente umana .

Il povero Sancho ne sarebbe stato sconcertato. E’ come se l’armatura, l’alabarda e persino il magro Ronzinante e i mulini tutti fossero sempre stati parte integrante del suo macilento cavaliere! Per noi è come se lo smartphone fosse biotecnologico, un’estensione del nostro buon vecchio corpo umano.

Per lui e il nostro eroico cavaliere le sorprese però non sarebbero finite qui. Insieme a noi si troverebbero sballottati da improvvisi tornadi, siccità e tsunami; rischierebbero di non poter abbeverare più Ronzinante per un’acqua sempre più scarsa e inquinata; vedrebbero sparire anche gli insetti e si dovrebbero dotare di un elmo con una maschera contro ferocissime e invisibili polveri sottili.

Don Chisciotte dovrebbe ingaggiare una tenzone impari con i tre mostri della temibile Società del Rischio di Urlich Beck  determinati a perseguire:

  • la distruzione dell’ambiente per generazione di ricchezza effettuata per far avanzare la società dei consumi (buco dell’ozono, effetto serra, inquinamenti arie e acque, ecc.);
  • la distruzione dell’ambiente provocata dalla povertà (taglio delle foreste pluviali tropicali, rifiuti tossici, uso di tecnologie obsolete nocive per l’ambiente);
  • l’uso potenziale di armi di distruzione di massa (nucleari, biologiche e chimiche).”

La penna di Miguel de Cervantes avrebbe dovuto riattivarsi per la terza volta e dovuto  di certo affibbiare ai tre terribili “cavalieri” nomi da par loro. I tre “Cavalieri del Regno del Rischio” apparirebbero agguerriti sulla strada di Don Chisciotte tutti insieme nelle armature di un “Automobilista Iper Opulento”, di un affamatoPauperissimo” e di un guerrafondaio “Apocalittico”.

Tre formidabili avversari nel regno dell’Antropocene capaci di impressionare anche il fedele scudiero, che non vedrebbe più neppure dei mulini di mattoni tutto sommato fissi alle loro fondamenta, ma sarebbe avvolto dai processi incontrollati simili alle nuvole di moltitudini in lotta dipinte da Marc Chagall.

Questi non sono più “entità definite” come lo erano i mulini. Queste entità sono prive di una forma delimitabile e attribuibile a uno specifico territorio, a un determinato contesto o ad un arco normale legato a una generazione. Questi mostri sono ovunque allo stato incandescente in una forma che è ad un tempo cosmica e politica. Per colpa loro il vecchio e buon dato da oggettivo (istituzionalizzato e normato) è diventato soggettivo e cosmo-politicizzato, ovvero non regolamentato.

Si può aggiungere che il procedere delle schiere planetarie di quei tre cavalieri è accelerato dalla spinta al risultato immediato in nome di un imperatore multiforme: sua maestà  l’Interesse Economico fissato da un algoritmo finanziario che specula globalmente in tempo reale senza curarsi degli effetti delle sue scelte sull’economia reale di un dato territorio o per un dato periodo di tempo .

Per di più la natura, lontana dall’essere un puro oggetto che subisce l’uomo, segue le sue dinamiche,  si ribella e retroagisce, non tanto per la finitezza delle sue risorse, ma per l’alterazione dei suoi processi vitali che l’umano mette in discussione.

Non essendovi più oggetti separati , saltano di colpo anche i sacri principi di  oggettivazione -> separazione –> azione.

 Le nuove regole da lineari diventano circolari:

                                                                                  

 Si affermano i principi digitali di : individuazione <- >interazione <- >retroazione

A questo punto l’alabarda del nostro eroe è totalmente spuntata e anche il solido buon senso di Sancho è in preda allo sbigottimento più profondo. A loro, come a noi, viene meno persino il linguaggio richiesto per vivere in modo consapevole e politicamente efficace  questo nuovo e strambo millennio.

La messa in discussione di tutto ciò che sino ad ora ci è apparso “normale” ci regala un enorme handicap: la difficoltà di comprendere un linguaggio  che nel frattempo è divenuto di tipo digitale. Dobbiamo tutti superare questo handicap imparando l’alfabeto digitale di cui ha parlato Beppe Longhi nel corso della Digital Week di Milano.

Dobbiamo farlo in fretta dato che, mentre l’Iper Opulento, il Pauperissimo e l’Apocalittico procedono con la loro corsa,  la tecnologia sta già spingendo avanti un nuovo e ancora più astruso biolinguaggio  digitale.

 

(*) Presidente Mondohonline

Bibliografia di riferimento:

  • Miguel de Cervantes –  Don Chisciotte della Mancia – Einaudi
  • Bernard Stiegler – Platone digitale – Mimesis
  • Urlich Beck – Metamorfosi del mondo – Laterza
  • Thomas Piketty  – Il capitale nel XXI secolo – Bompiani
  • Gregory Bateson – Mente e Natura – Adelphi